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Dalla Sacra Scrittura
2 SAMUELE
Capitolo 2
Davide si reca a Ebron dove è proclamato re di Giuda
- Dopo questo, Davide consultò l'Eterno, dicendo: “Devo salire in qualcuna delle città di Giuda?”. L'Eterno gli rispose: “Sali”. Davide chiese: “Dove salirò?”. L'Eterno rispose: “A Ebron”. Davide dunque salì con le sue due mogli, Ainoam di Izreel e Abigail di Carmel che era stata moglie di Nabal. Davide vi condusse pure la gente che era con lui, ciascuno con la sua famiglia, e si stabilirono nelle città di Ebron. Gli uomini di Giuda vennero e là unsero Davide come re della casa di Giuda.
- Fu riferito a Davide che erano stati gli uomini di Iabes di Galaad a seppellire Saul. Allora Davide inviò dei messaggeri agli uomini di Iabes di Galaad, e fece dire loro: “Siate benedetti dall'Eterno, voi che avete mostrato questa benignità verso Saul, vostro signore, dandogli sepoltura! Ora l'Eterno mostri a voi la sua benignità e la sua fedeltà! E anch'io vi farò del bene, perché avete agito così. Ora dunque le vostre mani si rafforzino, e siate valorosi; poiché Saul è morto, ma la casa di Giuda mi ha unto come re su di essa”.Is-Boset, figlio di Saul e re d'Israele, a Maanaim. Guerra civile. Battaglia di Gabaon
- Intanto Abner, figlio di Ner, capo dell'esercito di Saul, prese Is-Boset, figlio di Saul, lo fece passare a Maanaim e lo costituì re di Galaad, degli Asuriti, di Izreel, di Efraim, di Beniamino e di tutto Israele. Is-Boset, figlio di Saul, aveva quarant'anni quando cominciò a regnare sopra Israele, e regnò due anni. Ma la casa di Giuda seguì Davide. 11 Il tempo che Davide regnò a Ebron sulla casa di Giuda fu di sette anni e sei mesi.
- Abner, figlio di Ner, e la gente di Is-Boset, figlio di Saul, uscirono da Maanaim per marciare verso Gabaon. Anche Ioab, figlio di Seruia e la gente di Davide si misero in marcia. Si incontrarono presso lo stagno di Gabaon, e si fermarono gli uni da un lato, gli altri dall'altro dello stagno. Allora Abner disse a Ioab: “Vengano dei giovani e duellino con la spada in nostra presenza!”. E Ioab rispose: “Vengano pure!”. Quelli dunque vennero e si fecero avanti in numero uguale: dodici per Beniamino e per Is-Boset, figlio di Saul, e dodici della gente di Davide. E ciascuno di loro, preso l'avversario per la testa, gli piantò la spada nel fianco; così caddero tutti insieme. Perciò quel luogo, che è presso Gabaon, fu chiamato Chelcat-Asurim. In quel giorno ci fu una battaglia molto dura, nella quale Abner con la gente d'Israele fu sconfitto dalla gente di Davide.
- Là c'erano i tre figli di Seruia, Ioab, Abisai e Asael; e Asael era veloce come una gazzella della campagna. Asael si mise a inseguire Abner e non si voltava né a destra né a sinistra. Abner, guardandosi alle spalle, disse: “Sei tu, Asael?”. Egli rispose: “Sono io”. E Abner gli disse: “Voltati a destra o a sinistra, afferra uno di quei giovani, e prenditi le sue spoglie!”. Ma Asael non volle cessare di inseguirlo. E Abner di nuovo gli disse: “Smetti di inseguirmi! Perché obbligarmi a inchiodarti al suolo? Come potrei poi alzare la fronte davanti a tuo fratello Ioab?”. Ma lui si rifiutò di cambiare strada; allora Abner con l'estremità inferiore della lancia lo colpì al ventre, e la lancia lo trapassò. Asael cadde e morì in quello stesso luogo; e quanti passavano dal punto dove era caduto morto, si fermavano. Ma Ioab e Abisai inseguirono Abner; e il sole tramontava quando giunsero al colle di Amma, che è di fronte a Ghia, sulla via del deserto di Gabaon.
- I figli di Beniamino si radunarono dietro ad Abner, formarono un gruppo, e si collocarono in cima a una collina. Allora Abner chiamò Ioab e disse: “La spada divorerà per sempre? Non sai che alla fine ci sarà dell'amaro? Quando verrà dunque il momento che ordinerai al popolo di non dare più la caccia ai suoi fratelli?”. Ioab rispose: “Com'è vero che Dio vive, se tu non avessi parlato, il popolo non avrebbe smesso di inseguire i suoi fratelli prima di domani mattina”. Allora Ioab suonò la tromba e tutto il popolo si fermò, senza più inseguire Israele, e smise di combattere.
- Abner e la sua gente camminarono tutta quella notte per la campagna, passarono il Giordano, attraversarono tutto il Bitron e giunsero a Maanaim. Anche Ioab tornò dall'inseguimento di Abner e, radunato tutto il popolo, risultò che della gente di Davide mancavano diciannove uomini e Asael. Ma la gente di Davide aveva ucciso trecentosessanta uomini dei Beniaminiti e della gente di Abner. Portarono via Asael e lo seppellirono nel sepolcro di suo padre, a Betlemme. Poi Ioab e la sua gente camminarono tutta la notte; giunsero a Ebron mentre spuntava il giorno.
(Notizie su Israele, 26 gennaio 2026)
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Disarmo in cambio di legittimazione? Le indiscrezioni su un piano USA-Hamas
Hamas accetterebbe di disarmare e di consegnare le mappe dettagliate dell’infrastruttura sotterranea, ottenendo in cambio “legittimazione internazionale” come forza politica. La stessa fonte sostiene che l’intesa includerebbe anche la possibilità, per componenti della leadership politica e militare che lo desiderino, di lasciare Gaza, con un impegno americano perché Israele non li colpisca in futuro. Mentre si parla di integrazione di alcuni ex funzionari nella nuova amministrazione.
di Davide Cucciati
Secondo un report rilanciato il 22 gennaio 2026 da YnetNews, tra Hamas e l’amministrazione statunitense sarebbero maturate “intese” che prevedono un passaggio cruciale: la consegna delle armi e la fornitura di mappe della rete di tunnel di Gaza in cambio di una legittimazione politica del movimento come soggetto ammesso nel futuro assetto della Striscia.
Hamas accetterebbe di disarmare e di consegnare le mappe dettagliate dell’infrastruttura sotterranea, ottenendo in cambio “legittimazione internazionale” come forza politica. La stessa fonte sostiene che l’intesa includerebbe anche la possibilità, per componenti della leadership politica e militare che lo desiderino, di lasciare Gaza, con un impegno americano perché Israele non li colpisca in futuro.
Un ulteriore elemento, politicamente sensibile, riguarda l’eventuale integrazione di alcuni ex funzionari di sicurezza e amministrativi di Hamas, in particolare agenti di polizia e figure civili che in passato hanno gestito la quotidianità della Striscia, dentro una nuova amministrazione per Gaza, a condizione di un vaglio di sicurezza congiunto israeliano e statunitense.
Washington avrebbe edotto i mediatori relativamente alle riserve di Israele su parti dell’impianto. La stessa fonte aggiunge che l’Autorità Palestinese non avrebbe obiezioni di principio. Al momento non risultano commenti ufficiali di Israele, Stati Uniti o Hamas sul contenuto del report.
• La posta in gioco per Israele e per il dopo guerra
Se l’ipotesi di un Hamas quale “partito disarmato” entrasse davvero in un negoziato formale, Israele accetterebbe un compromesso che chiude la fase militare e che lascia un residuo di legittimità politica a chi ha guidato l’attacco del 7 ottobre rendendo sempre più fondate le previsioni avanzate da Fadwa Barghouti (moglie di Marwan Barghouti) che, poche settimane dopo il pogrom del Nova Festival, disse “Hamas non è solo un movimento politico e militare: è un’idea. Di azione. Perché la Storia dei movimenti di liberazione insegna che senza lotta armata, i negoziati non arrivano da nessuna parte”.
(Bet Magazine Mosaico, 26 gennaio 2026)
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Israele: il valico di Rafah viene aperto ai pedoni
GERUSALEMME – Il governo israeliano ha approvato una limitata apertura del valico di Rafah tra la Striscia di Gaza e l'Egitto. Il valico sarà accessibile ai pedoni dopo un controllo di sicurezza da parte di Israele, ha dichiarato domenica. L'apertura completa avverrà solo dopo che sarà stato fatto tutto il possibile per riportare in Israele il corpo dell'ostaggio Ran Gvili.
Nel fine settimana è stata avviata un'operazione di ricerca in un cimitero nella parte settentrionale della Striscia di Gaza. Lunedì pomeriggio Israele ha finalmente annunciato il successo dell'operazione: le truppe hanno trovato i resti di Ran Gvili e li hanno riportati in Israele. Gli esperti dell'istituto di medicina legale Abu Kabir hanno confermato l'identità sulla base della dentatura e delle impronte digitali.
Il ritorno segna la fine di un periodo di 843 giorni che è stato angosciante per tutti coloro che temevano per la sorte degli ostaggi. Il ministro della Difesa Israel Katz (Likud) ha parlato di un “momento doloroso di conclusione”.
• Per la prima volta dopo tanto tempo non ci sono più ostaggi
Per la prima volta dall'operazione militare del 2014, non ci sono più ostaggi nella Striscia di Gaza. Hamas aveva trattenuto a lungo i corpi dei soldati Hadar Goldin e Oron Schaul. L'esercito ha riportato i resti di Schaul in Israele nel gennaio 2025 e quelli di Goldin nel novembre 2025.
Anche i due cittadini israeliani Avraham Mengistu e Hischam al-Sajed sono tornati in Israele. Mengistu era finito nella Striscia di Gaza nel 2014 a causa di un disturbo mentale, Al-Sajed per gli stessi motivi un anno dopo. Entrambi sono stati liberati nel febbraio 2025.
Con questo sviluppo, anche dal punto di vista israeliano può iniziare la seconda fase del piano per Gaza. Diversi paesi, tra cui gli Stati Uniti, avevano recentemente chiesto l'apertura del valico di Rafah, nonostante l'ultimo ostaggio si trovasse ancora nella Striscia di Gaza. Israele ha sempre sottolineato che il ritorno di tutti gli ostaggi era un prerequisito per l'ulteriore attuazione del piano per Gaza.
• Preoccupazioni nel gabinetto
Lunedì è previsto l'arrivo in Israele dell'Alto Rappresentante per la Striscia di Gaza, il bulgaro Nickolay Mladenov. Sono in programma colloqui con rappresentanti israeliani e palestinesi sul valico di Rafah e sulla costituzione del governo tecnocratico per la Striscia di Gaza.
La partecipazione dell'Autorità Palestinese (AP) al governo tecnocratico sta tuttavia causando dissensi all'interno del gabinetto. Al centro delle preoccupazioni c'è il fatto che l'organizzazione terroristica Hamas rimanga armata e continui a rappresentare un rischio per la sicurezza di Israele.
Il ministro dei Trasporti Miri Regev (Likud) ha sottolineato che né Hamas né l'Autorità Palestinese dovrebbero governare nella Striscia di Gaza. Il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir (Forza Ebraica) ha accusato di ingenuità i consiglieri del governo americano Steve Witkoff e Jared Kushner. Entrambi avevano recentemente sollecitato l'attuazione del piano per Gaza. (df)
(Jüdische Allgemeine, 26 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dal rituale alla profanazione, Giornata della Memoria ribaltata
di Antonio Cardellicchio
La Giornata della Memoria, 27 gennaio, questa memoria di giornata istituita sul senso di colpa dei goyim, tra indifferenza e complicità per l’abominio genocida del razzismo antiebraico del nazionalsocialismo, dopo aver mostrato i suoi limiti e un certo fallimento delle buone intenzioni rischia ora di risolversi in una inutile ritualità, e anche in un evento controproducente. L’abominio antiebraico del 7 ottobre, in luogo della solidarietà alle vittime e della condanna dei carnefici, peggiori degli stessi nazisti, ha innescato un terremoto di odio antiebraico senza precedenti dalla Shoah al 2023. Il piano genocidario del nazislamismo non solo è stato velocemente emarginato e occultato, ma è stato definito come un’azione progressista, di resistenza. Tale ribaltamento osceno apocalittico ha evidenziato il fallimento delle commemorazioni della Giornata della Memoria e della didattica della Shoah, e il tragico declino di quel senso di colpa che aveva contribuito all’istituzionalizzazione del 27 gennaio. Anzi, una riflessione molto amara, disincantata, molto realistica e molto valoriale, ci induce a considerare che proprio una certa impostazione vittimistica della Giornata abbia contribuito a quella nefasta, diffusa ideologia della sostituzione, per la quale i palestinesi sarebbero i nuovi ebrei, e l’ebreo tra gli Stati il nuovo nazista. La nazificazione della realtà ebraica, nel suo tremendo ribaltamento, significa uccidere una seconda volta i sei milioni di martiri della Shoah, e fare degli ebrei vivi di oggi l’obiettivo di una nuova Shoah, in altra forma. L’urlo disumano – già l’8 ottobre – “Gas agli ebrei”, “Tornate ad Auschwitz “, “Continuiamo l’opera di Hitler” ha significato la vittoria postuma del sistema hitleriano, insieme alla giustificazione ed esaltazione di Hamas, che il giorno prima si era dimostrato più selvaggio e sfrenato delle SS. Dove Hitler aveva ordinato l’occultamento, Hamas invece esibiva la sua atrocità sconfinata. Non ci sono davvero limiti per il nuovo odio mortale antiebraico oggi, sulle ceneri delle buone intenzioni della Giornata della Memoria. Tutte le nostre peggiori previsioni sul nuovo antisemitismo israelofobico dilagante vengono superate da una realtà di illimitato fanatismo, di abominevole totalitarismo. Anche la ritualità benpensante, spesso ipocrita, della Giornata viene abolita. E proprio la data del 27 gennaio viene profanata e ribaltata, per distruggere la Memoria e cominciare a istituire una giornata di odio antiebraico. Hitler, Hamas e regime dell’Iran si uniscono nell’insperata vittoria dell’estremismo della dannazione degli ebrei. La parola d’ordine è “Gaza come Auschwitz”, per Ugo Volli “uno scherno antisemita”. Proprio il 27 gennaio diventa occasione di demonizzazione e deumanizzazione totalizzante degli ebrei, popolo e patria, nell’abolizione del senso di colpa della Shoah e nella legittimazione di un progetto di nuova Shoah. Ancora più terribile, altrettanto sanguinaria. Quando venne istituita la Giornata nessuno avrebbe mai immaginato un tale risultato alla rovescia, foriero di nuovi 7 ottobre. Da Milano a Pesaro, a Verona, in diverse università, scuole, comuni è in corso una nuova mostruosità. Crimine di esistere per il mondo ebraico, assoluzione e legittimazione dei carnefici. Vogliono impadronirsi del 27 gennaio, vogliono la Giornata dell’Oblio della Shoah e la santificazione di una nuova Shoah. L’Università e il Comune di Verona organizzano un raduno su “Gaza e il conflitto israelo-palestinese” per il Giorno della Memoria, per “ripensare il racconto e la didattica della Shoah”. A Milano, la Casa dei Diritti organizza un’adunata intitolata “Come nasce un genocidio”, con una docente accanita antisemita. Daniele Nahum, un ebreo consigliere comunale di centro-sinistra, dichiara: “Siamo all’assurdo, lo spazio del Comune si presta a un’operazione inaccettabile: la comparazione tra la Shoah e Gaza, usando la memoria della Shoah per diffondere tesi estremiste. Siamo davanti a un attacco frontale all’esistenza stessa dello Stato di Israele”. Al teatro Elfo Puccini di Milano c’è un dibattito dal titolo “Israele Palestina – A che punto è la notte” con l’immancabile Gad Lerner. Anche la didattica della Shoah viene invasa dal nuovo antisemitismo. Un corso di formazione per insegnanti su “Didattica della Shoah dopo Gaza” si svolge all’insegna di un ribaltamento genocidario: ebrei carnefici e Hamas vittima. Lo denuncia Michele Sarfatti, docente dell’Università di Pisa, ebreo di sinistra che dirige il Centro di documentazione ebraica contemporanea. Il furore antisemita si manifesta nella negazione della definizione IHRA, secondo la quale l’allineamento tra la difesa israeliana attuale e il nazismo è ufficialmente condannato come antisemitismo. Nel PD impazza una polemica astiosa contro Delrio, che tenta di ristabilire qualche ragionevolezza in un partito a netta maggioranza antisemita. La Giornata della Memoria, istituita contro il negazionismo, vede oggi il trionfo di un duplice negazionismo: dei paleo-nazisti hitleriani e dei neo-nazisti islamici, con la complicità dei “progressisti” islamizzati. Il nuovo antisemitismo apocalittico vive in uno stato fusionale, con una inciviltà disumana resa possibile dal collasso morale e dall’analfabetismo dilagante. Nel mentre, un Occidente contro Occidente tradisce e abbandona popoli e nazioni in eroica lotta per la libertà, che invocano l’aiuto di un vero Occidente: ucraini, ebrei, iraniani, afgani, curdi, venezuelani etc. L’antisemitismo-antisionismo non ha limiti o remore, uccide quello che tocca, non lascia niente di intentato. Si è inventato il “sionismo alimentare” e colpisce con boicottaggi, vandalismi, attentati i ristoranti kosher. Proprio il cibo, occasione di convivialità, civiltà elementare, libero gusto e pace diventa oggetto di odio distruttivo. I ristoranti ebraici, proprio perché non protetti come le sinagoghe e altre istituzioni ebraiche, diventano il vile oggetto della violenza antisemita: proprietari e gestori ebrei ricevono minacce di morte e bombe, i clienti hanno paura, i ristoranti costretti a chiudere. Il cibo kosher proprio a New York aveva dimostrato come i prodotti ebraici erano di largo consumo, con la loro garanzia di controllo di qualità, ed erano acquistati da tantissimi consumatori non ebrei. Un esempio tra i tanti: dopo la strage di ebrei a Bondi Beach (Sydney) ha dovuto chiudere la più nota panetteria ebraica della città. Dalle trattorie ariane che espellono turisti ebrei, alla distruzione della ristorazione ebraica. L’attuale deformazione-rovesciamento della Giornata della Memoria sembrerebbe dare ragione a coloro, tra ebrei e amici di Israele, che ne vorrebbero l’abolizione. Invece Claudio Velardi, Ugo Volli, Francesco Lucrezi (docente universitario, ebraista) problematizzano con efficacia la questione, e intendono mantenere questa istituzione. Volli sostiene che va ancora valorizzata proprio per la realtà del 7 ottobre. Ma di certo il suo mantenimento e possibile valorizzazione passa solo per la condanna netta del nuovo antisemitismo, per una memoria focalizzata sull’orrore del 7 ottobre, e solo dopo questa priorità ricordare la Shoah. I migliori libri sulla Shoah, del resto, documentano che essa fu resa possibile dall’ampiezza e profondità di tanti cerchi concentrici di indifferenza e complicità: Elie Wiesel, “La notte”; Georges Bensoussan, “Storia della Shoah”; Ugo Volli, “La Shoah e le sue radici”. Indifferenza e complicità che oggi vanno in estensione e radicalizzazione, nella creazione dell’attuale antiebraismo-antisionismo genocidario.
(L'informale, 25 gennaio 2026)
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Quali che siano i motivi che a suo tempo hanno portato ad istituire la cosiddetta "Giornata della Memoria", oggi, alla luce dei fatti, e sia pure con la scienza del poi, si dovrebbe avere la lucida onestà di riconoscere che per gli ebrei è stato un madornale errore omologarla. Invece di tentare forme contorte di rivitalizzazione di quella "infausta" giornata, sarebbe meglio cominciare a riflettere sui meccanismi mentali che hanno portato a commettere un così clamoroso errore. M.C.
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Quba e la vita ebraica in Azerbaijan: parla un rabbino di frontiera
Nel 2025 le autorità azere hanno sventato un piano attribuito alla Quds Force iraniana per assassinarlo, con il coinvolgimento di un narcotrafficante georgiano. Oggi Rav Shneor Segal è leader degli ebrei di Baku
di Davide Cucciati
Rav Shneor Segal è uno shaliach di Chabad Lubavitch in Azerbaijan ed è Rabbino Capo della Comunità ashkenazita di Baku. Nel 2025 il suo nome è finito anche nelle cronache internazionali: secondo un’inchiesta del Washington Post, ripresa da varie testate, le autorità azere avrebbero sventato un piano attribuito alla Quds Force iraniana per assassinarlo, con il coinvolgimento di un narcotrafficante georgiano che avrebbe ricevuto una somma di 200.000 dollari.
L’intervista che segue è stata realizzata a Baku a inizio dicembre 2025 presso il tempio ashkenazita di Baku.
- Rav Segal, da quanto tempo vivono ebrei in Azerbaijan?
Gli ebrei vivono in Azerbaijan da molto tempo. Dico sempre che gli ebrei ashkenaziti sono arrivati qui durante l’oil boom, il boom del petrolio (tra la metà dell’‘800 e l’inizio del ‘900 ndr). Molto importante, ad esempio, è stata la famiglia Landau. (Lev Davidovich Landau nacque a Baku il 22 gennaio 1908 in una famiglia ebraica: il padre lavorava come ingegnere nell’industria petrolifera locale e la madre era medico. Landau divenne uno dei più grandi fisici teorici sovietici del Novecento. ndr).
- Oltre agli ashkenaziti, quali altre comunità ebraiche ci sono?
Sono arrivati anche ebrei georgiani. Tuttavia, la comunità più interessante è quella degli ebrei della montagna. A Quba ci sono ebrei da circa 400 anni ma la versione più recente è che sarebbero lì fin dalla distruzione del Primo e del Secondo Tempio. Non ho trovato nessun documento che lo provi ma le persone lo dicono. Nell’estate 2022, a Baku, c’è stata una conferenza organizzata dell’Università Bar Ilan e uno dei professori ha affermato che gli ebrei vivono in Azerbaijan dalla distruzione del Secondo Tempio.
- Lei da quanto tempo vive qui?
Vivo in Azerbaijan da 15 anni. Sono cresciuto in Israele, in un quartiere con molti ebrei caucasici. C’è un piano per tutto.
- Com’è la convivenza con la società azera?
Gli ebrei qui si sono sempre sentiti a proprio agio e amici con i cittadini azeri non ebrei. Qui mi dicono che non hanno mai sentito antisemitismo. Gli ebrei fanno pienamente parte della società azera. La grande sfida, per noi, è tenere insieme le persone, la Comunità.
- E durante l’era sovietica?
Durante l’era sovietica l’ebraismo fu demolito e non c’era una scuola ebraica. Però, il tempio è stato tenuto in funzione. Forse, il motivo è che i popoli caucasici sono più conservatori.
- Oggi che cosa esiste a livello comunitario?
Oggi abbiamo l’asilo e la scuola ebraica. Quando l’abbiamo aperta, il Presidente dell’Azerbaijan è venuto all’inaugurazione. Ci supporta molto.
- Qual è l’obiettivo principale della vostra attività?
Uno dei nostri obiettivi è rafforzare l’identità ebraica e il legame con la Comunità. Per esempio, hai visto i giovani in sinagoga a Shabbat? Alcuni vengono da famiglie miste, con madre ebrea e padre non ebreo. Li accompagniamo, insegniamo Torà e tradizione ebraica, offriamo un quadro ebraico caldo e inclusivo che li aiuta a connettersi alle proprie radici e alla vita comunitaria.
- Quanti giovani partecipano?
Ogni settimana circa 200 giovani partecipano alle lezioni di Torà.
- Ha accennato anche a storie familiari legate alla guerra…
Abbiamo ebrei i cui avi, durante la Seconda guerra mondiale, hanno fatto matrimoni misti per salvarsi la vita e sono scappati qui in Azerbaijan. La scorsa estate, in un campeggio per giovani di due settimane, anche in quel contesto abbiamo ricostruito le radici ebraiche di una bambina che aveva un cognome comune azero ma andando a ritroso ne abbiamo appurato l’ebraicità.
- Lo Stato azero vi sostiene anche concretamente?
Lo Stato azero ci supporta molto. Economicamente, lo Stato azero dà alla Comunità ebraica ogni anno 620.000 dollari. Ma non è solo economico il punto; quando la Comunità ha bisogno di qualcosa sappiamo con chi parlare.
- E sul tema della sicurezza?
In Azerbaijan puoi camminare con la kippah in tutta sicurezza. Qui non è solo sicuro, anzi le persone sono calorose quando ci vedono con la kippah.
- Quanti shlichim avete nel Paese?
Qui in Azerbaijan abbiamo sette shlichim Chabad, uno a Quba, uno a Sumqayıt e cinque a Baku. Abbiamo la scuola ebraica, la nostra shechità, abbiamo tutto. Qui a Baku, questo Shabbat, tu c’eri, alla cena eravamo 130 persone. Ogni sera facciamo lezioni di Torà e aiutiamo le persone ad avvicinarsi alle mitzvot.
- Quanti ebrei ci sono complessivamente in Azerbaijan?
Circa 25.000.
- Io pensavo 7.000…
Sì, ma quando ti dico 25.000 tieni conto che una parte non sa di essere ebrea e un’altra parte pensa soltanto di avere radici ebraiche. Detto questo, non tutti sono attivamente coinvolti nella vita comunitaria o religiosa. Oggi abbiamo circa 3.000 persone nel nostro database e in qualche forma di contatto con la Comunità; questo non significa che migliaia vadano regolarmente al tempio, purtroppo non è così. Allo stesso tempo vediamo una tendenza positiva, sempre più persone si riavvicinano, partecipano ad attività educative, culturali e sociali, e prendono un ruolo attivo.
- Secondo lei la Comunità avrà un futuro qui oppure aumenterà l’aliyah?
Questa è un’ottima domanda. Solitamente, le comunità ebraiche hanno un futuro dove c’è un futuro dal punto di vista economico. La sicurezza è importante ma il lato economico, per alcune scelte di vita, lo è ancora di più. Lo vedi in Europa: anche se l’antisemitismo sta crescendo, non vedi gli ebrei scappare in massa perché le persone stanno comunque facendo la propria vita, solo ponendo più attenzione quando escono di casa. Qui ci sono giovani che riescono a vedere il proprio futuro in Azerbaijan perché questo Stato si sta sviluppando molto dal punto di vista economico. BH, noi vediamo stabilità e crescita nella qualità e nella profondità del coinvolgimento comunitario. Comunque, c’è chi fa aliyah, chi va negli USA, chi in Germania, chi in Russia. C’è una grande comunità di ebrei azeri a Mosca.
- Ho letto che il regime islamico iraniano avrebbe tentato di ucciderla e che la polizia azera avrebbe arrestato un uomo pagato per farlo.
Questo non significa che l’Azerbaijan sia insicuro. Semplicemente, se ne è parlato sui giornali. Io non ho altre informazioni, oltre a quello che è stato pubblicato; non mi occupo ulteriormente di questo tema.
- Perché i Pasdaran avrebbero voluto ucciderla?
Devi chiederlo a loro. Non lo so, non ho alcuna idea.
- Magari perché ha fatto hasbarà e si è esposto per Israele?
Non ne ho davvero idea. Perché dovrei utilizzare il mio tempo per cercare di capire queste cose?
- Il rapporto fra Comunità ebraica e Stato azero sembra molto stretto. Ho letto anche che gli ebrei azeri hanno sostenuto l’Azerbaijan sul Nagorno Karabakh.
Gli ebrei sono pienamente parte della società azera e le cose che sono un problema per l’Azerbaijan sono un problema anche per noi. Gli ebrei azeri combattono nell’esercito azero come ogni altro cittadino. Siamo stati molto felici e orgogliosi per la vittoria dell’Azerbaijan.
- Esistono minhaghim diversi?
Sì, ci sono certamente differenti minhaghim tra le comunità ebraiche caucasiche e fanno parte della ricchezza della vita ebraica qui. Anche se non sono personalmente esperto di ogni dettaglio, queste tradizioni esistono e sono rispettate. Ci sono tre comunità ebraiche in Azerbaijan: gli ebrei della montagna vivono a Quba – Red Village e Baku. Gli ashkenaziti vivono principalmente a Baku e Sumqayıt e ci sono anche ebrei georgiani. Noi siamo Chabad e accogliamo tutti: la nostra casa è aperta per ogni ebreo.
- Avete un organismo omnicomprensivo, tipo l’UCEI in Italia?
No, non c’è un’unica organizzazione ombrello che unisca tutte le comunità ebraiche in Azerbaijan. Però ci sono figure rappresentative riconosciute, come Sharovski, che è presidente e legale rappresentante della Comunità ashkenazita di Baku, e la leadership della comunità degli ebrei della montagna, tra cui Melikh Yevdayev e altri. C’è cooperazione e dialogo, anche senza un organismo unico formale.
- Mi parli ancora dei servizi educativi e religiosi.
Abbiamo scuole dall’asilo fino alle scuole superiori. Abbiamo shochèt e mohel. Non ci sono negozi di cibo kasher ma in sinagoga forniamo pasti e vendiamo carne. Abbiamo anche un catering kasher che fa consegne e allestisce rinfreschi.
Cè un ristorante kasher, Rimon, con ottima qualità e prezzi accessibili. Insomma, l’Azerbaijan è uno straordinario paese da visitare anche per vedere un mondo ebraico originale e vitale.
(Bet Magazine Mosaico, 25 gennaio 2026)
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L’ottavo comandamento
Dio protegge la libertà
di Marcello Cicchese
«Non rubare» (Esodo 20:15).
I giuristi, che sono persone ben allenate a fare sottili distinzioni, dicono che c'è differenza tra «proprietà», «possesso» e «detenzione». Senza dilungarci in minuziose definizioni, spieghiamoci con qualche esempio. Una persona ha la proprietà dell'automobile che ha acquistato e interamente pagato, ha il possesso dell'appartamento in cui vive come inquilino e di cui paga regolarmente l'affitto, e detiene la bicicletta che ha rubato davanti alla stazione e nasconde nel suo garage. Tenuto conto di queste specificazioni, e stando a quello che afferma la Bibbia, si può dire che sulla terra non devono esserci «detentori» di cose rubate, perché ciò contrasta con l'ottavo comandamento, e non ci sono «proprietari», perché l'unico, vero proprietario di ogni cosa è Dio. Gli uomini hanno soltanto il compito di amministrare (e devono farlo con grande cura) i beni di cui godono il «possesso».
«All'Eterno appartiene la terra e tutto ciò che è in essa, il mondo e i suoi abitanti» (Salmo 24:1);
«All'Eterno, al tuo Dio, appartengono i cieli; i cieli dei cieli, la terra e tutto quanto essa contiene»(Esodo 10:14);
«Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini» (Levitico 25:23).
Il popolo d'Israele era entrato in possesso del paese non per la sua potenza o per la sua giustizia (Deuteronomio 9:4), ma perché Dio aveva dato quella terra al popolo. Ogni famiglia ne aveva ricevuto una parte e su questa doveva lavorare e trafficare. La terra poteva essere usata per la produzione e per il commercio. In particolare, poteva essere venduta per pagare i debiti, e se non bastava, il debitore vendeva sé stesso al creditore, offrendosi come servo (Levitico 25:39- 40). Anche la libertà, quindi, era un bene come gli altri, che poteva essere posseduto, alienato o rubato. Infatti, il furto più grave era proprio il furto della libertà, che era anche l'unico ad essere punito con la morte:
«Quando si troverà un uomo che abbia rubato qualcuno dei suoi fratelli di tra i figli d'Israele, ne abbia fatto uno schiavo e l'abbia venduto, quel ladro sarà messo a morte; così torrai via il male di mezzo a te» (Deuteronomio 24:7).
Non bisogna però credere che con questa disposizione si volesse difendere il principio della libertà individuale, così come l'intendiamo noi dal tempo della Rivoluzione Francese in poi. Abbiamo già detto che la libertà personale poteva essere perduta, come qualsiasi altro bene, nell'ambito di un normale, anche se sfortunato, rapporto d'affari. Quello che la legge puniva era l'atto con cui si toglieva la libertà ad un altro uomo con la violenza e l'inganno, e si commutava quella libertà in denaro che andava ad ingrossare il patrimonio del ladro. Tutto questo è molto significativo, perché mette in evidenza che con l'ottavo comandamento Dio vuole proteggere le persone, e non i patrimoni. Una conferma si può trovare in un singolare caso di furto, che in sé sarebbe attualissimo, solo che noi non lo chiamiamo così: il «furto del cuore». Absalom, uno dei figli di Davide, coltivava l'ambizione di diventare re al posto del padre. Per guadagnare consenso tra il popolo si era fatto venire una brillante idea. Tutte le mattine si alzava presto, si metteva sulla strada che conduceva al palazzo reale e fermava tutte le persone che andavano dal re per ottenere giustizia nelle loro controversie. Ogni volta si faceva spiegare il problema e alla fine commentava: «Certamente tu hai ragione, solo che là non troverai nessuno che ti stia a sentire. Se fossi io il giudice in questo paese, tutti quelli che hanno delle controversie verrebbero da me e io farei giustizia a tutti». E detto questo gli stringeva la mano, l'abbracciava e lo baciava. In questo modo, dice la Bibbia, «Absalom rubò il cuore alla gente d'Israele» (Il Samuele 15:6). Anche l'interpretazione rabbinica del Vecchio Testamento prendeva in considerazione questa particolare forma di furto e la chiamava il «furto dei pensieri». Si trattava sempre, anche in questo caso, di un'appropriazione indebita della libertà dell'uomo, che con il raggiro e la «persuasione occulta» veniva costretto a fare quello che altri avevano deciso per lui. Queste considerazioni sulla libertà ci possono aiutare a capire meglio i motivi per cui Dio vieta il furto, considerato anche nel senso più usuale del furto di cose. Al tempo della creazione Dio aveva detto agli uomini: « Riempite la terra e rendetevela soggetta» (Genesi 1:28), e aveva dato loro il compito di lavorarla e custodirla (Genesi 2:15). In questo dominio sugli elementi della natura, l'uomo ricevette da Dio lo spazio della sua libertà. La Bibbia descrive questo con grande delicatezza, quando presenta l'Eterno Iddio che conduce gli animali all'uomo «per vedere come li chiamerebbe», perché aveva stabilito che «ogni essere vivente portasse il nome che l'uomo gli darebbe» (Genesi 2:19). Dio ha deciso dunque di dare all'uomo i beni della terra da lavorare, ordinare, accrescere, trasformare; e non soltanto per trarne il necessario per sopravvivere, ma anche per poter esercitare su di essi la propria libertà, per poterne disporre liberamente. È anche nella scelta dell'uso dei beni ricevuti da Dio che l'uomo esprime sé stesso, la sua umanità, il suo essere ad immagine di Dio. Come Dio esprime sé stesso in ciò che Egli fa della sua «proprietà», cioè dell'intera creazione, così l'uomo, creato a immagine di Dio, esprime sé stesso in ciò che egli fa dei beni che gli sono stati affidati. Quindi, per dirla con parole semplici e chiare: è anche dal modo in cui spendiamo i nostri soldi che si vede chi siamo. Rubare significa dunque, in senso biblico, invadere lo spazio di libertà dell'altro, negargli la possibilità di disporre di ciò che gli è stato affidato e su cui ha riversato le sue fatiche. Il furto è visto quindi come un attentato all'integrità della persona: sottraendogli i beni a sua disposizione, si distrugge una parte di lui. Ecco perché il sequestro di persona costituiva la forma più grave di furto: con esso si rubava tutta la persona, e non solo la parte legata a certi beni; e la libertà del derubato veniva interamente trasformata, mediante la vendita, in proprietà del ladro. Tuttavia, è anche vero che la legge in Israele consentiva che ci fossero padroni e servi, uomini liberi e uomini non liberi. Ma esaminiamo come dovevano essere considerati e trattati i servi, secondo la Bibbia. Nel popolo d'Israele il servo era un povero. E se il povero è uno che non può disporre, il servo era tanto povero che non poteva disporre nemmeno della sua persona. Ma la legge difendeva la dignità dei poveri, e quindi anche dei servi. Il servo era un «domestico» nella casa del padrone, faceva parte della famiglia, anche se in posizione chiaramente subordinata, come del resto anche la moglie e i figli. Prendeva parte alla vita religiosa della casa, partecipando con gli altri alle feste e osservando con loro il riposo del sabato. Dopo sei anni di servitù tornava in libertà, e il padrone doveva condividere con lui le benedizioni ricevute dal Signore facendogli generosamente dei doni (Deuteronomio 15:12-15). Inoltre, ogni cinquant'anni veniva proclamato l'anno giubilare, in cui « ciascuno tornava nella sua proprietà e nella sua famiglia» (Levitico 25:10). Anche se queste disposizioni riguardavano soltanto il popolo d'Israele e non si estendevano ai rapporti con gli stranieri, e anche se non sappiamo se e come il popolo le avrà osservate, resta il fatto che in esse Dio esprime la sua volontà di proteggere la persona, anche e proprio quando è caduta nello stato di massima necessità. Per esempio, chi prendeva dei lavoranti a giornata doveva essere molto scrupoloso nella paga:
«Non defrauderai il salariato povero e bisognoso ... ; gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole; poiché egli è povero, e l'aspetta con impazienza; così non griderà contro di te all'Eterno, e tu non commetterai un peccato» (Deuteronomio 24:14-15).
Chi aveva ricevuto in pegno un mantello da un povero, alla sera doveva restituirglielo, affinché questi potesse « dormire nel suo mantello» e benedire il suo creditore (Deuteronomio 24:13). Il creditore non poteva prendere in pegno uno strumento indispensabile per il lavoro « perché sarebbe come prendere in pegno la vita» (Deuteronomio 24:6). E non poteva neppure permettersi di umiliare il debitore, ma doveva mostrare verso di lui una delicatezza di modi che potrebbe essere esemplare anche ai giorni nostri:
«Quando presterai qualsivoglia cosa al tuo prossimo, non entrerai in casa sua per prendere il suo pegno; te ne starai di fuori: e l'uomo a cui avrai fatto il prestito, ti porterà il pegno fuori» (Deuteronomio 24:10-11).
La Scrittura difende dunque la persona nella sua possibilità di avere e amministrare dei beni, perché riconosce in questo un'opportunità per l'uomo di esprimere qualcosa di sé, della sua umanità. Ma proprio per questo pone dei limiti molto rigidi alle «leggi del mercato», e vieta a colui che per qualsiasi motivo si sia venuto a trovare in una posizione economicamente forte di sfruttare la miseria altrui a proprio vantaggio e di attentare alla vita e alla dignità di colui che si trova nel bisogno. Il cosiddetto «furto dall'alto», cioè il furto del potente ai danni del debole, viene quindi severamente condannato. Questo non significa che il « furto dal basso» venga giudicato con maggiore indulgenza. Il povero che ruba «profana il nome di Dio» (Proverbi 30:9). Quindi, la classica «cresta» della donna di servizio sulla spesa, un tempo guardata con benevolenza in campo ecclesiastico, o i più recenti «espropri proletari», da qualcuno legittimati in campo politico, non trovano giustificazioni nella Bibbia. Gesù dice che «i mansueti erediteranno la terra» (Matteo 5:5), e non chi sarà stato capace di arrangiarsi o di tirare fuori gli artigli. Anche nel Nuovo Testamento i ladri vengono giudicati con grande severità. Essi compaiono nella lista di coloro che « non erediteranno il regno di Dio» (1 Corinzi 6:10). I cristiani vengono esortati a «mangiare il loro pane, lavorando tranquillamente» (2 Timoteo 3:12). Anzi, chi prima di convertirsi era un ladro, non soltanto deve smettere di camminare in quella direzione, ma deve cominciare a muoversi nella direzione contraria: invece di togliere a chi ha, deve lavorare sodo per avere qualcosa da dare a chi non ha.
«Chi rubava non rubi più, ma si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno» (Efesini 4:28).
È chiaro che il discepolo di Cristo non può limitarsi a non rubare, a non invadere lo spazio della libertà altrui. Egli vive nella prospettiva della risurrezione, sa di avere «nel cielo» un'eredità incorruttibile e inalterabile che è conservata per lui (1 Pietro 1:4), e quindi non ha bisogno di legare la sua vita e la sua libertà a beni materiali, anche se ne riconosce l'intrinseca bontà. L'autore della lettera agli Ebrei può dire ai suoi destinatari:
« Voi accettaste con gioia la ruberia dei vostri beni: sapendo di possedere una ricchezza superiore e duratura» (Ebrei 10:36).
La capacità di lasciarsi togliere qualcosa senza inveire è la conferma di avere qualcos'altro di più importante che non può essere tolto. E non può essere tolto perché non è stato sottratto ad altri, ma è stato ricevuto dalle mani di Dio. E l'uomo, nella sua posizione di creatura, possiede veramente soltanto quello che ricevé da Dio. La serena gratitudine è quindi il sentimento dell'uomo realmente ricco. Chi invece si affanna ad arraffare e conservare gelosamente non può che essere dominato dalla paura: la paura di perdere quello che non è mai stato suo, perché non gli è stato affidato dal legittimo proprietario. È chiaro che dall'ottavo comandamento, nella sua forma lapidaria, non possiamo pretendere indicazioni inequivocabili ed esaurienti su tutto ciò che oggi è connesso con la proprietà e il furto. E neppure possiamo illuderci di essere a posto con Dio se ci limitiamo ad evitare di commettere i reati che la legge del nostro paese indica come reati di furto. La riflessione sui comandamenti di Dio deve renderci capaci di pensare biblicamente e di valutare anche la legislazione civile. Non potrebbe, per esempio, chiamarsi furto in senso biblico anche l'approfittare di leggi che consentono di arricchire sulla miseria altrui, cioè di sfruttare la posizione di debolezza di chi è nel bisogno per aumentare oltre misura il proprio tornaconto economico? E non potrebbe chiamarsi furto anche l'abilità con cui certi lavoratori dipendenti si destreggiano tra le pieghe della legge per riuscire a lavorare il meno possibile, e in ogni caso meno di quanto sarebbe onestamente dovuto? Sembra che il termine ebraico tradotto con «rubare» abbia un significato abbastanza generale, piuttosto simile a «portar via». Forse potremmo parlare di furto tutte le volte che si realizza l'umana tendenza a «portar via», cioè a prendere per sé dalla società più di quello che si è disposti a dare. Non era certamente questo l'atteggiamento dell'apostolo Paolo, che poteva dire: «Poveri, eppur arricchenti molti; non avendo nulla, eppur possedenti ogni cosa!» (II Corinzi 6:10). Questo significa che la presenza di un cristiano dovrebbe «arricchire» l'ambiente in cui vive, e non impoverirlo. Dovrebbe essere normale, per un cristiano, dare agli altri più di quello che da loro riceve.
«Bisogna ricordarsi delle parole di Gesù, il quale disse egli stesso: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere» (Atti 20:35).
L'ottavo comandamento può anche condurci a riflettere su quel particolare tipo di furto che nella nostra società è diventato il motore di ogni impresa economica o politica: la pubblicità. Considerate le dimensioni che essa ha raggiunto, per i credenti potrebbe essere arrivato il momento di resistere con decisione, richiamandosi direttamente alla legge di Dio, a tutto ciò che vuole invadere lo spazio di libertà concesso da Dio all'uomo mediante il tentativo di catturare in modo subdolo i pensieri e le emozioni delle persone. Quello che la Bibbia racconta di Absalom è molto simile a quello che fanno ogni giorno migliaia di uomini politici e uomini d'affari. Di Absalom è detto che rubò il cuore della gente, cioè il centro stesso delle persone, e non solo qualche oggetto di loro proprietà. E non si dica che è un linguaggio poetico e immaginoso: è linguaggio concreto, corporeo, diretto, che senza intellettualistiche astrazioni raffigura bene l'opera dei mistificatori di tutti i tempi. Un'ultima considerazione. Si è detto che anche nel popolo di Dio c'erano ricchi e poveri, padroni e servi. Ma si è visto anche che la legge difendeva con rigore il diritto a vivere e la dignità di tutti i cittadini di Israele, anche quelli che erano caduti al livello più basso della scala sociale. Se, alla luce di quello che ci è rivelato nel Nuovo Patto, crediamo che questo esprima l'atteggiamento di Dio verso tutti gli uomini, allora dobbiamo convincerci che nessuna legge di mercato e nessuna teoria economica potranno mai giustificare il fatto che qualcuno venga privato di ciò che è necessario per vivere a quel livello di dignità che compete ad ogni persona umana. «Gli affari sono affari», si dice correntemente; ma a questa massima cinica si deve contrapporre l'ammonimento biblico a non considerare la vita dell'uomo come un qualsiasi altro bene terreno, perché nessuno «può prendere in pegno la vita». Gli oggetti possono anche passare da una mano all'altra, ma nessuno deve credere di poter tenere impunemente in mano la vita di un altro uomo soltanto perché può dominare i mezzi che sono indispensabili alla sua sopravvivenza. Per la Bibbia questo significa «rubare un uomo», e nessun ladro sarà punito più severamente di colui che ruba gli uomini.
«O Eterno, chi è simile a te che liberi il povero da chi è più forte di lui: il povero e il bisognoso da chi vuole derubarlo?» (Salmo 35:10).
(da "Le dieci parole")
(Notizie su Israele - 25 gennaio 2026 - PDF
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Dalla Sacra Scrittura
2 SAMUELE
Capitolo 1
Davide riceve la notizia della morte di Saul e di Gionatan
- Dopo la morte di Saul, Davide, tornato dalla sconfitta degli Amalechiti, si fermò due giorni a Siclag. Al terzo giorno, ecco arrivare dall'accampamento di Saul, un uomo con le vesti stracciate e con il capo sparso di polvere, il quale, giunto alla presenza di Davide, si gettò in terra e gli si prostrò dinanzi. Davide gli chiese: “Da dove vieni?”. L'altro gli rispose: “Sono fuggito dall'accampamento d'Israele”. Davide gli disse: “Che è successo? dimmelo, ti prego”. Egli rispose: “Il popolo è fuggito dal campo di battaglia, e molti uomini sono caduti e sono morti; anche Saul e Gionatan, suo figlio, sono morti”. Davide domandò al giovane che gli raccontava queste cose: “Come sai che sono morti Saul e Gionatan, suo figlio?”. Il giovane che gli raccontava queste cose, disse: “Mi trovavo per caso sul monte Ghilboa e vidi Saul che si appoggiava sulla sua lancia e i carri e i cavalieri stavano per raggiungerlo. Lui si voltò indietro, mi vide e mi chiamò. Io risposi: 'Eccomi'. Mi chiese: 'Chi sei tu?'. Io gli risposi: 'Sono un Amalechita'. Lui mi disse: 'Avvicinati e uccidimi, poiché mi ha preso la vertigine, ma sono sempre vivo'. Io dunque mi avvicinai e lo uccisi, perché sapevo che, una volta caduto, non avrebbe potuto vivere. Poi presi il diadema che aveva in testa e il braccialetto che aveva al braccio e li ho portati qui al mio signore”.
- Allora Davide prese le sue vesti e le stracciò; e lo stesso fecero tutti gli uomini che erano con lui. E fecero cordoglio e piansero e digiunarono fino a sera, a causa di Saul, di Gionatan, suo figlio, del popolo dell'Eterno e della casa d'Israele, perché erano caduti per la spada.
- Poi Davide chiese al giovane che gli aveva raccontato quelle cose: “Di dove sei tu?”. Egli rispose: “Sono figlio di uno straniero, di un Amalechita”. E Davide gli disse: “Come mai non hai temuto di stendere la mano per uccidere l'unto dell'Eterno?”. Poi chiamò uno dei suoi uomini, e gli disse: “Avvicinati e colpisci costui!”. Quello lo colpì, ed egli morì. Davide gli disse: “Il tuo sangue ricada sul tuo capo, poiché la tua bocca ha testimoniato contro di te quando hai detto: 'Io ho ucciso l'unto dell'Eterno'”.
Elegia di Davide per la morte di Saul e di Gionatan
- Allora Davide compose questa elegia su Saul e su Gionatan, suo figlio, e ordinò che fosse insegnata ai figli di Giuda. È l'elegia dell'arco. Si trova scritta nel Libro del Giusto:
- “Il fiore dei tuoi figli, o Israele, giace ucciso sulle tue alture! Come mai sono caduti quei prodi? Non portate la notizia a Gat, non lo pubblicate per le strade di Ascalon; le figlie dei Filistei ne gioirebbero, le figlie degli incirconcisi ne farebbero festa.
- O monti di Ghilboa, su di voi non cada più né rugiada né pioggia, né ci siano più campi per le offerte; poiché là fu gettato via lo scudo dei prodi, lo scudo di Saul, che l'olio non ungerà più.
- L'arco di Gionatan non tornava mai dalla battaglia senza avere sparso sangue di uccisi, senza aver trafitto grasso di prodi; e la spada di Saul non tornava indietro senza avere colpito.
- Saul e Gionatan, tanto amati e cari, mentre erano in vita, non sono stati divisi nella loro morte. Erano più veloci delle aquile, più forti dei leoni!
- Figlie d'Israele, piangete su Saul, che vi rivestiva deliziosamente di scarlatto, che alle vostre vesti metteva degli ornamenti d'oro.
- Come mai sono caduti i prodi in mezzo alla battaglia? Come mai venne ucciso Gionatan sulle tue alture?
- Io sono in angoscia a causa tua, o Gionatan, fratello mio; tu mi eri molto caro e il tuo amore per me era più meraviglioso dell'amore delle donne. Come mai sono caduti i prodi? come mai sono state infrante le loro armi?”
(Notizie su Israele, 24 gennaio 2026)
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Il pessimo esordio del piano di pace per Gaza
di Giovanni Giacalone
Nelle ultime settimane decisioni fondamentali per la sicurezza di Israele sono state prese ma, paradossalmente, sono state prese all’estero, nonché a suo discapito e insaputa.
Prima è infatti emerso che Qatar e Turchia, i due principali paesi sunniti sostenitori di Hamas, sono stati inseriti da Trump nel suo “Board of Peace” che avrebbe il compito di sovrintendere il disarmo dell’organizzazione terrorista palestinese e la ricostruzione della Striscia di Gaza. Una decisione presa tenendo Israele all’oscuro di tutto, visto che Gerusalemme aveva posto il veto sull’inclusione di Doha e Ankara nel progetto e, ovviamente, con cognizione di causa.
Così, mentre il premier Netanyahu si vedeva pressoché costretto a unirsi al Board di Trump, il ministro per la Diaspora, Amichai Chikli, il quale ha sempre avuto le idee estremamente chiare sul funesto ruolo di Turchia, Qatar e della Fratellanza Musulmana, ha conseguentemente spinto per mettere al bando funzionari e politici turchi (tra cui Bilal Erdogan, figlio del presidente, il direttore degli Affari Religiosi Ali Erbas e Fehmi Bulent Yıldırım, a capo dell’organizzazione umanitaria turca İHH, nota a livello internazionale per il suo ruolo nella flottiglia Mavi Marmara del 2010).
Chikli ha inoltre affermato che la Turchia dovrebbe essere trattata come uno “stato nemico”, utilizzando un linguaggio che paragona tale provvedimento alle misure già intraprese nei confronti di organizzazioni terroriste.
La seconda sorpresa è arrivata venerdì 23 gennaio quando si è saputo che la prossima settimana verrà riaperto, in entrambe le direzioni, il valico di Rafah tra Gaza ed Egitto; una decisione imposta a Israele proprio dai nuovi “mediatori” del Board of Peace, ovvero Stati Uniti, Egitto, Qatar e Turchia.
Come illustrato dal Times of Israel, i mediatori erano ben consapevoli del fatto che Israele non avrebbe ceduto sulla questione, ma hanno pensato bene di annunciare comunque la riapertura del valico durante la cerimonia di firma del Board of Peace a Davos. Un funzionario arabo ha affermato che Israele era stato informato in anticipo che l’annuncio sarebbe stato fatto, pur senza essere stato consultato.
Sempre secondo il giornale israeliano, durante un recente incontro in Florida con Trump e i suoi collaboratori, il premier Netanyahu aveva ricevuto forti pressioni affinché venisse riaperto il valico.
Ovviamente sono tutti ben consapevoli delle ripercussioni sulla sicurezza di Israele che avrà la riapertura del valico. Una mossa assurda e sconsiderata nel momento in cui Hamas mantiene ancora il controllo di buona parte della Striscia, non ha ancora deposto le armi e non è minimamente disposta a farlo.
Fonti israeliane illustrano che I’IDF gestirà un sistema di sorveglianza a distanza nei pressi del valico, sarà responsabile della concessione di autorizzazioni preventive ai viaggiatori in entrata e in uscita dalla Striscia di Gaza e sarà in grado di scansionare qualsiasi computer o altro dispositivo elettronico in transito. Le forze di difesa israeliane gestiranno inoltre un proprio checkpoint nelle vicinanze per prevenire il contrabbando di armi, ma non saranno fisicamente presenti al valico che verrà invece sorvegliato da funzionari della Missione di Assistenza alle Frontiere dell’Unione Europea assieme a membri dell’ANP. Dinamiche non proprio rassicuranti per Israele.
Insomma, in entrambi i casi riportati (il Board e la riapertura del valico), il governo israeliano mostra di dovere mettere le pezze a decisioni prese fuori dai confini di Israele, che mettono a serio rischio la sicurezza del Paese e dei suoi cittadini. Le decisioni vengono prese da Trump e dai suoi collaboratori in base a interessi che non sembrano proprio andare nella medesima direzione di quelli israeliani.
I fatti indicati sono inoltre un chiaro preludio a ciò che rischia di avvenire col “piano di pace per Gaza” tanto voluto da Trump, ovvero, Israele estromesso dalle decisioni importanti a vantaggio di attori regionali come Turchia e Qatar (grande alleato di Trump) che faranno di tutto per mettere in salvo quanto può essere salvato di Hamas e operare con modalità ostili a Israele.
Come se non bastasse, il continuo accodarsi di Netanyahu alla volontà di Trump proietta anche un enorme danno di immagine a livello internazionale per Israele che non appare più in grado di decidere in maniera autonoma e risoluta su questioni legate alla propria sicurezza. Di certo, non è questo lo scenario che si vorrebbe e si dovrebbe vedere dopo un eccidio come quello del 7 ottobre 2023, il più grande pogrom di ebrei dai tempi della Shoah.
(L'informale, 24 gennaio 2026)
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La condanna del sionismo cristiano da parte dei patriarchi ortodossi della Terra Santa scatena feroci reazioni
Una lettera da Gerusalemme mette in luce le divisioni all'interno del cristianesimo sui legami con Israele.
di Etgar Lefkovits
I capi delle Chiese ortodosse armena e greca in Terra Santa hanno scatenato una faida intra-cristiana criticando aspramente i sionisti cristiani per il loro sostegno a Israele, mettendo in luce le profonde divisioni all'interno del cristianesimo sui legami con lo Stato ebraico.
La disputa arriva in un momento di fiorenti relazioni tra Israele e la comunità evangelica di tutto il mondo, considerata eretica dalla Chiesa cattolica locale.
Ciò avviene sullo sfondo degli sforzi compiuti dai cristiani arabi in Israele che vogliono integrarsi pienamente nella società, sforzi che hanno preso slancio dopo l'attacco guidato da Hamas contro il sud di Israele il 7 ottobre 2023.
Il patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, la voce più influente della Chiesa cattolica in Terra Santa, è rimasto volutamente fuori dalla disputa.
Una lettera del 17 gennaio dei patriarchi e dei capi delle chiese di Gerusalemme, in particolare una non pubblicata dal patriarca latino, recita: “Le recenti attività intraprese da individui locali che promuovono ideologie dannose, come il sionismo cristiano, fuorviano l'opinione pubblica, seminano confusione e danneggiano l'unità del nostro gregge.
” Queste iniziative hanno trovato il favore di alcuni attori politici in Israele e oltre, che cercano di promuovere un'agenda politica che potrebbe danneggiare la presenza cristiana in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente“, continua la lettera.
I capi delle chiese hanno espresso preoccupazione per il fatto che i sionisti cristiani ”sono stati accolti a livello ufficiale sia a livello locale che internazionale“ e hanno insistito con fermezza sul fatto che ”solo loro rappresentano le Chiese e il loro gregge nelle questioni relative alla vita religiosa, comunitaria e pastorale cristiana in Terra Santa". “
David Rosen, ex direttore internazionale degli affari interreligiosi dell'American Jewish Committee, ha dichiarato martedì a JNS: ”Con il crescente ricorso alle voci evangeliche a favore di Israele, i cristiani subiscono forti pressioni all'interno delle loro comunità, che temono di essere visti come agenti degli interessi di Israele dai loro vicini musulmani“.
Ha affermato che il patriarca latino è stato ”costantemente più equilibrato" grazie alla sua familiarità con Israele. Questo equilibrio non è condiviso dagli altri leader della Chiesa tradizionale in Terra Santa, in parte perché il Vaticano è stato più sensibile dal punto di vista politico, ma anche a causa della composizione eterogenea del suo gregge in Terra Santa, composto in maggioranza da israeliani.
Le notizie sulle critiche del clero della Terra Santa nei confronti di Israele, alcune delle quali riportate in modo errato, sono state sfruttate dalle voci antisemite negli Stati Uniti che stanno combattendo i sionisti cristiani all'interno del Partito Repubblicano per il loro sostegno a Israele.
• “La Scrittura come autorità della Chiesa”
“Amo i miei fratelli e sorelle in Cristo delle chiese tradizionali e liturgiche e rispetto le loro opinioni, ma non credo che nessuna setta della fede cristiana debba rivendicare l'esclusività nel parlare a nome dei cristiani di tutto il mondo”, ha dichiarato in un comunicato l'ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee.
“La mia fede cristiana si fonda sul giudaismo e senza di esso il cristianesimo non esisterebbe. Senza la visione del mondo giudaico-cristiana non esisterebbe la civiltà occidentale e senza la civiltà occidentale non esisterebbe l'America”, ha affermato.
Il ministro battista diventato ambasciatore ha continuato: “Il pensiero che Dio sia persino in grado di rompere un patto è anatema per noi che abbracciamo le Sacre Scritture come autorità della Chiesa”.
Huckabee ha recentemente tenuto un incontro con un leader cristiano israeliano, Ihab Shlayan, colonnello della riserva dell'IDF, che favorisce l'integrazione dei cristiani nella società israeliana. La successiva pubblicazione dell'incontro sui social media ha suscitato scalpore tra i leader religiosi in Terra Santa.
• Gli evangelici rispondono
“La lettera è inequivocabilmente sbagliata”, ha detto a JNS Sandra Hagee Parker, presidente di Christians United for Israel e figlia del suo fondatore, il leader evangelico texano John Hagee. “Non è altro che un palese tentativo di distorcere la fede cristiana per negare gli insegnamenti stessi di Gesù”.
“Dalla Genesi all'Apocalisse, la Bibbia è un documento sionista”, ha aggiunto.
“Negare il sostegno di Dio al suo Popolo Eletto significa negare la realtà della parola di Dio”.
Mike Evans, fondatore evangelico americano del Friends of Zion Museum di Gerusalemme, ha dichiarato in un'intervista telefonica con JNS: "Quando dicono di essere contrari ai sionisti cristiani, ciò che intendono realmente è che sostengono la ‘teologia della sostituzione’, secondo cui Dio ha annullato tutte le sue promesse al popolo ebraico.
“Sono terrorizzati dal sostegno di influenti pastori cristiani dopo aver pensato di aver emarginato il sionismo cristiano”, ha affermato.
Anche la International Christian Embassy Jerusalem, un'organizzazione evangelica sionista cristiana che ogni anno porta migliaia di pellegrini in Israele, ha condannato la dichiarazione dei leader della Chiesa.
“La promessa restaurazione di Israele nei tempi moderni gode di ampie credenziali bibliche sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento”, ha affermato la International Christian Embassy Jerusalem. “Il ritorno degli ebrei nella Terra di Israele riflette e afferma la natura fedele e il carattere di Dio di mantenere sempre le promesse del suo patto giurato, rafforzando così la fede cristiana invece di danneggiarla o minarla”.
La più grande organizzazione evangelica in Terra Santa ha aggiunto: “Il promesso ritorno degli ebrei a Sion è stato insegnato e abbracciato da molti cristiani devoti nel corso della storia della Chiesa, dagli apostoli originari e alcuni dei primi padri della Chiesa ai sacerdoti medievali, fino ai movimenti ecclesiastici protestanti ed evangelici dei giorni nostri”.
Il reverendo Peter Fast, amministratore delegato dell'organizzazione evangelica Bridges for Peace, ha dichiarato a JNS: “Questo sentimento codifica semplicemente una calunnia di lunga data che covava sotto la superficie da anni.
”In sostanza, la dichiarazione funge da cortina fumogena, un tentativo calcolato di distorcere e nascondere ciò che rappresenta il sionismo cristiano o biblico".
“I patriarchi e i capi delle chiese descrivono il sionismo cristiano come qualcosa di contrario alla fede biblica autentica, quando in realtà è vero il contrario”, ha detto Fast. “Alla fine, stanno resistendo alla loro stessa identità, al loro patrimonio e alle fondamenta della loro fede”.
Il vescovo Dennis Nthumbi, direttore africano della Israel Allies Foundation, ha detto: "Il tono di questa dichiarazione non è pastorale, è territoriale. Non sembra quello di un pastore che protegge le sue pecore, ma quello di amministratori che proteggono la loro giurisdizione.
“Ho il forte sospetto che la comunità cristiana in Israele sia sottoposta a forti pressioni politiche e religiose da parte di pericolosi elementi islamici al suo interno, e che la lettera sia il risultato dell'azione di gruppi radicali che odiano l'unità ecclesiastica degli ebrei e della comunità cristiana”, ha aggiunto il leader evangelico.
(JNS, 22 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Storica qualificazione: il bob israeliano debutta alle Olimpiadi
Israele scrive una nuova pagina della propria storia sportiva: per la prima volta una squadra di bob si è qualificata ai Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina 2026. «I sogni diventano realtà. Per questo sogno, oggi è il giorno giusto», ha commentato Adam Edelman, capitano del team che da oltre otto anni lavora per portare il bob israeliano sul palcoscenico olimpico, dopo aver già rappresentato Israele nello skeleton.
La qualificazione è arrivata grazie ai risultati ottenuti in Coppa Nordamericana e a un successivo ripescaggio. Accanto a Edelman correranno Menachem Chen, Ward Fawarsy e Omer Katz, con Uri Zisman come riserva. Prima di questa qualificazione, i componenti della squadra gareggiavano in altri sport. Chen è stato per anni campione nazionale israeliano nel lancio del peso, Katz arriva dal crossfit e dal sollevamento pesi, mentre Fawarsy e Zisman provengono dal rugby: entrambi sono atleti drusi della Galilea. Percorsi diversi, uniti dalla scelta di reinventarsi e di affrontare una disciplina praticamente inesistente in Israele. «Stiamo andando a Milano per scrivere un’altra pagina di storia», ha dichiarato Edelman.
Con il team del bob, la delegazione israeliana ai Giochi invernali si allarga a nove atleti.
(Shalom, 23 gennaio 2026)
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Riflessioni sullo Shabbat
Ci sono momenti nella vita e nella storia di un popolo in cui non si aspetta che tutto sia pronto. Momenti in cui la partenza stessa diventa una rivelazione.
di Anat Schneider
Lettura settimanale – בֹּא– Bo – Vieni ; Esodo 10,1 – 13,16 ; Geremia 46,13 – 28
La sezione settimanale Bo descrive proprio uno di questi momenti, il passaggio dall'oscurità alla luce, dalla paura alla libertà, dal noto al coraggio di affrontare l'ignoto. Questa porta della fretta che la Torah ci apre ci pone la stessa domanda di allora: quando arriverà il momento in cui dovremo semplicemente andare?
Alcuni “pensieri sullo Shabbat”. Nei cinque libri di Mosè viene raccontata la storia del popolo d'Israele, dalla creazione del mondo alla redenzione nella Terra Promessa che Dio aveva promesso ad Abramo. Questi cinque libri sono suddivisi in letture settimanali. 25 anni fa mio suocero Ludwig Schneider ha scritto il libro “Chiave della Torah” sulle 54 letture settimanali. Un filo conduttore messianico che attraversa la Torah. La Torah ha 70 volti, si dice in ebraico. Vorrei illustrare alcune di queste sfaccettature per ampliare ulteriormente la visione. Le letture settimanali della Torah aprono i nostri occhi e il nostro cuore all'intera Parola di Dio, la Bibbia. La Torah getta luce sull'intero testo biblico, e così ogni volta scopriamo qualcosa di nuovo che ci stimola a riflettere e rende la Bibbia attuale e viva.
L'esodo dall'Egitto non avviene in un momento di calma. Non avviene dopo che tutto si è sistemato, dopo che la paura è svanita o l'immagine è diventata chiara. L'esodo dall'Egitto avviene proprio nel momento in cui la tensione raggiunge il suo apice, nella notte tra l'oscurità e la luce.
La sezione settimanale Bo ci pone proprio su questa soglia. Non c'è più una lunga lotta contro il faraone, non ci sono più negoziati, ma solo questo unico, intenso momento in cui non si può più tornare indietro. Il popolo deve muoversi, ora.
Si capisce che la fretta in questo momento non è solo il modo di partire, ma anche il modo di imparare. Non c'è tempo per la teoria, non c'è tempo per la comprensione concettuale. Il popolo impara in movimento. La libertà non si impara in classe, ma con il corpo, con i piedi che lasciano il suolo, con le mani che tengono la pasta non lievitata, con il cuore pronto a scommettere sull'ignoto.
L'imperfezione della partenza e le condizioni dell'esodo non sono affatto ideali, la pasta, ad esempio, non ha avuto il tempo di lievitare. Le provviste sono incomplete. Il futuro è incerto. Eppure c'è una chiara indicazione: andate ora. Si tratta di una fretta esistenziale. Non una corsa frenetica, ma la profonda consapevolezza che nella vita ci sono momenti in cui non si può aspettare la piena maturità. Il momento è arrivato e l'uomo è chiamato ad affrontarlo così com'è. Si apre un'occasione unica che non si ripeterà.
In questo passo l'Egitto non è descritto solo come un luogo di sofferenza, ma anche come un luogo di adattamento. La lunga schiavitù crea un ordine. Il dolore prolungato genera familiarità. E questa familiarità, anche se opprimente, trasmette un'illusoria sensazione di stabilità. In questo senso, l'Egitto non è solo geografia, ma uno stato d'animo. Un luogo in cui l'uomo sa come sopravvivere, anche se ha smesso di essere veramente vivo. L'Egitto è l'unica casa che gli Israeliti conoscono e nella coscienza umana la “casa” è un luogo sicuro. Ecco perché è così difficile lasciarla.
L'esodo non deve avvenire lentamente, perché la lentezza lascia spazio a calcoli che fanno aumentare il livello di paura. La paura, mascherata da cautela, riporta l'uomo al luogo familiare. Forse questo è il motivo per cui la rottura deve essere così netta, non solo perché il tempo stringe, ma perché c'è il pericolo di tornare indietro, a causa della logica, dell'auto-persuasione, di quella voce interiore che chiede ancora più certezza prima di osare fare il primo passo.
Il matzo – il simbolo dell'incompiuto. Una notte. Un pasto. Un segno sulla soglia della porta. Tutto si concentra sul momento in cui la decisione non è più teorica. Il matzo, il pane che non è lievitato, diventa qui un simbolo preciso. Non rappresenta solo la povertà, ma anche un inizio incompiuto.
Rappresenta l'uomo che è pronto a partire mentre è ancora in fase di elaborazione, proprio come l'impasto. Quando la nuova identità non è ancora consolidata e non ha ancora una forma definitiva.
La lievitazione e la maturazione arriveranno più tardi. Il matzo non è segno di carenza, ma di coraggio. Della disponibilità a scegliere una strada, anche se non si è ancora “pronti”, anche se la forma è ancora poco chiara e la nuova identità deve ancora formarsi. Questo è l'esatto contrario della tendenza umana ad aspettare il momento in cui saremo davvero pronti. Aspettare fino a quando sapremo dove stiamo andando. Aspettare fino a quando non avremo più paura. Capite, ci sono situazioni in cui l'attesa stessa mantiene la schiavitù. Ed è proprio la fretta che apre la porta alla libertà.
Credere attraverso il movimento. In questo senso, la sezione settimanale ci insegna che la libertà non è un concetto filosofico, ma un'abilità di vita. Si acquisisce solo quando si è disposti ad agire prima di capire tutto e ad avere fiducia prima di vedere dove porta la strada. Più tardi, nel deserto, ritroveremo questo atteggiamento quando il popolo d'Israele dirà alla Torah di Dio: “Na'asse VeNishma” - “Faremo e poi ascolteremo”. In altre parole, prima ancora di capire cosa, come e perché, faremo. Nel movimento capiremo.
Dio non promette al popolo alcun conforto. Non promette chiarezza. Non promette tranquillità. Promette presenza lungo il cammino. Passo dopo passo, in un deserto che non si è ancora rivelato nella sua interezza. Si tratta di un altro tipo di fede, non una fede che richiede prove preventive, ma una fede che è pronta a nascere dal movimento e dal grande dubbio. Quando nasce una fede di questo tipo, essa si imprime nella mente e rimane profondamente radicata. È una fede che non dipende dal risultato, ma dalla decisione. Dalla decisione di partire, anche se la strada non è ancora pronta e le domande sono più numerose delle risposte.
La responsabilità del momento. La fretta non esonera dalla responsabilità. Al contrario, richiede una responsabilità più profonda. La responsabilità di ascoltare e di prendere decisioni con prudenza e saggezza, con la consapevolezza che questo è il momento giusto. È unico e probabilmente non ci sarà una seconda possibilità. Ci sono momenti nella vita in cui restare è pericoloso quanto partire. Il testo non chiede se avremo successo lungo il cammino, ma se siamo pronti a intraprenderlo.
La fretta dell'esodo e tutte le usanze pasquali che sono nate in questo periodo non servono solo a ricordare il passato. Servono a porci una nuova domanda: dove mi trovo ora, sulla soglia della partenza? Sto ancora aspettando che tutto sia pronto, lievitato e pronto da mangiare? O sono pronto ad andare così come sono?
Pronto a confidare nel fatto che il cammino diventerà più chiaro man mano che procederò e che la fede crescerà, si rafforzerà e metterà radici. In ogni generazione questa fretta assume forme diverse, una decisione che non può più essere rimandata. Una verità che non può più essere taciuta. Una fase della vita in cui è chiaro che la chiamata è già risuonata. L'unica domanda che rimane è: saremo all'altezza della sfida?
Shabbat Shalom!
(Israel Heute, 23 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 31
Gli Israeliti sconfitti dai Filistei. Morte di Saul
- I Filistei si disposero in battaglia contro Israele, e gli Israeliti fuggirono davanti ai Filistei, e caddero morti in gran numero sul monte Ghilboa. I Filistei inseguirono accanitamente Saul e i suoi figli e uccisero Gionatan, Abinadab e Malchisua, figli di Saul. Il peso della battaglia gravò contro Saul; gli arcieri lo raggiunsero, ed egli si trovò in grande angoscia a causa degli arcieri. Saul disse al suo scudiero: “Sfodera la spada e trafiggimi, affinché questi incirconcisi non vengano a trafiggermi e a farmi oltraggio”. Ma lo scudiero non volle farlo, perché era preso da grande paura. Allora Saul prese la propria spada e vi si gettò sopra. Anche lo scudiero di Saul, vedendolo morto, si gettò sulla propria spada e morì con lui. Così, in quel giorno, morirono insieme Saul, i suoi tre figli, il suo scudiero e tutta la sua gente. Quando gli Israeliti che stavano dall'altra parte della valle, e oltre il Giordano, videro che la gente d'Israele si era data alla fuga e che Saul e i suoi figli erano morti, abbandonarono le città e fuggirono; e i Filistei andarono ad abitarle.
- L'indomani i Filistei vennero a spogliare i morti e trovarono Saul e i suoi tre figli caduti sul monte Ghilboa. Tagliarono la testa a Saul, lo spogliarono delle sue armi e mandarono intorno per il paese dei Filistei ad annunciare la buona notizia nei templi dei loro idoli e al popolo; e collocarono le armi di lui nel tempio di Astarte, e appesero il suo cadavere alle mura di Bet-San.
- Ma quando gli abitanti di Iabes di Galaad udirono quello che i Filistei avevano fatto a Saul, tutti gli uomini valorosi si alzarono, camminarono tutta la notte, tolsero dalle mura di Bet-San il cadavere di Saul e i cadaveri dei suoi figli, tornarono a Iabes e là li bruciarono. Poi presero le loro ossa, le seppellirono sotto la tamerice di Iabes, e digiunarono per sette giorni.
(Notizie su Israele, 23 gennaio 2026)
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Board of Peace o Spectre? Il ricatto di Trump a Israele
Parliamoci chiaro, Israele nel cosiddetto “Board of Peace” non ci voleva proprio stare. Il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha resistito fino alla fine. Troppi i nemici dello Stato Ebraico nella lista dei partecipanti. Che poi partecipanti a cosa? Ma Israele è (ancora) troppo dipendente dagli aiuti militari americani per far arrabbiare Donald Trump, e il Presidente americano troppo vendicativo per poter dire di no. E alla fine Netanyahu ha dovuto cedere.
Ricattato, chiamiamo le cose con il loro nome. Anzi, l’ennesimo ricatto dopo quello che ha portato al cessate il fuoco con Hezbollah, all’interruzione della guerra con l’Iran e infine al cessate il fuoco con Hamas.
Trump sta facendo fare a Israele quello che vogliono le monarchie del Golfo, particolarmente il Qatar e l’Arabia Saudia. Trump stesso sembra fare quello che vogliono gli arabi, compreso il mancato attacco all’Iran.
Ma se Trump ha una forza militare tale da poter decidere quello da fare e quello no, Israele questa forza non ce l’ha, o meglio, è legata a doppio filo alle armi americane, almeno per il momento. E se deve buttare all’aria mesi di strepitose vittorie, fermare un’offensiva sull’Iran quando gli iraniani non hanno più niente con cui difendersi perché Trump ha deciso così, purtroppo lo deve fare.
Nessuno dirà mai che Trump ha costretto Netanyahu a fare quello che voleva lui, il consenso verso Israele in America è bipartisan e la comunità ebraica sposta voti, ma è così che è andata. Non c’è da girarci intorno.
E adesso questo fantomatico “Board of Peace” che assomiglia più ad una Spectre piuttosto che un “comitato per la pace”. L’idea era quella di creare qualcosa che coordinasse la ricostruzione di Gaza una volta che Hamas si fosse disarmato e ne avesse ceduto il controllo. Adesso sembra più un sostituto delle Nazioni Unite con però un unico capo (Trump) con diritto di vita e di morte su tutti. Un imperatore che raccoglie il peggio del peggio reperibile sulla Terra. Mancano i Talebani e poi i dittatori e violatori dei Diritti Umani ci sono tutti.
Netanyahu non voleva nemmeno cedere la Striscia di Gaza a Witkoff e soci, che poi sono immobiliaristi amici dell’Imperatore Trump, soci in affari dei figli e del genero e gente del genere. Ma già ieri il genero del boss, Jared Kushner, spiegava ai potenziali investitori quanto si potrebbe guadagnare a trasformare la Striscia di Gaza in un immenso resort con campi da golf e cosucce del genere. Quindi Netanyahu lo farà, perché non può non farlo… di nuovo.
(Rights Reporter, 23 gennaio 2026)
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Le gite scolastiche ad Auschwitz non hanno chiuso i cancelli
all’antisemitismo
di Lucetta Scaraffia
Tante celebrazioni strappacuore, tanti mai più, tante gite scolastiche ad Auschwitz, alle quali spesso si aggiungevano politici locali in cerca di visibilità: questo sono state le giornate della Memoria negli anni passati, e dopo il 7 ottobre abbiamo avuto la prova evidente che sono servite a poco o niente. O, peggio ancora, a far nascere nei confronti degli ebrei un leggero fastidio, sia perché la loro storia triste rovinava le festosità di una gita scolastica, sia perché il loro status di vittime, di vittime privilegiate, li poneva sempre in vantaggio in una società in cui il successo mediatico delle vittime stava diventando una realtà.
Non è facile per i non ebrei affrontare il 27 gennaio: anche se la colpa della Shoah viene attribuita interamente ai cattivi nazisti, ormai quasi completamente scomparsi, chiunque, anche a digiuno di storia, capisce che ci sono state tante complicità da parte degli altri di ogni Paese coinvolto nella persecuzione. Silenzi di chi non vuol vedere, non vuol sapere, non vuol credere a un male così tremendo, ma anche di chi ha usufruito di un posto di lavoro che un ebreo è stato costretto a lasciare o ha preso qualche oggetto che gli piaceva da una casa da dove erano stati trascinati via gli abitanti ebrei. Complicità con il male che vogliamo dimenticare, ricordando con gran risalto i pochi che hanno salvato gli ebrei nascondendoli, facendo finta che, oggi, tutti saremmo coraggiosi come loro.
Forse i ragazzi che militano nelle file dei pro-Pal, che denunciano il “genocidio” di Gaza, hanno colto questi silenzi, queste ipocrisie, e hanno deciso di dire quello che non si poteva dire: che gli ebrei sono cattivi, che l’antisemitismo ha delle buone ragioni per esistere. L’unica cosa che si può dire allora è la verità, ma completa, senza ipocrisie. Una verità che racconti come l’odio verso gli ebrei non è solo dei nazisti, ma ha radici lunghe e persistenti, che non sono state tagliate. Neppure da sei milioni di morti.
(Il Riformista, 23 gennaio 2026)
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«Israele è forte e ci protegge»
La prossima settimana terrà il discorso in occasione della Giornata della Memoria al Bundestag. Insieme al nipote Aron Goodman, Tova Friedman parla in un'intervista della sua visione della Germania e delle sue attività su TikTok.
di Michael Thaidigsmann
- Signora Friedman, da bambina è sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz. La prossima settimana parlerà alla cerimonia commemorativa della Giornata della Memoria nel Bundestag tedesco. È la prima volta che viene in Germania?
Friedman: No, è già la terza volta. Prima non volevo venire in Germania. Ma poi improvvisamente sono stata invitata. L'anno scorso sono stata a Bonn, dove ho potuto parlare davanti a circa 200 studenti nella bellissima Haus der Geschichte. È stato meraviglioso. L'altra volta sono stata a Dachau con mia nipote per cinque giorni, in occasione di una conferenza per giovani. Ora è il momento della mia terza visita.
- Sa già cosa dirà al Bundestag?
Friedman: Devo ancora preparare il discorso.
- Può già rivelarci qualcosa?
Friedman: Sarà un discorso semplice e chiaro. Parlerò lentamente, perché ogni parola è importante. Non sono una politica esperta. Mi è stato detto che vorrebbero sapere qualcosa della mia vita. Quindi racconterò della mia infanzia e della mia vita. Di come sono arrivata ad Auschwitz all'età di cinque anni e mezzo e delle esperienze che ho dovuto vivere lì. Inoltre spiegherò perché per me è così importante parlare ancora oggi di questo argomento. E accennerò un po' alla situazione mondiale attuale.
- Avrebbe mai immaginato di parlare un giorno al Parlamento tedesco?
Friedman: Assolutamente no! Se me lo avesse detto cinque anni fa, le avrei riso in faccia. Non volevo più sentire la lingua tedesca. E ho paura dei pastori tedeschi.
- Il latrato dei cani le fa ancora venire in mente Auschwitz?
Friedman: Assolutamente sì. Non solo i ricordi di Auschwitz, ma di tutto il periodo della guerra. Da quando avevo due o tre anni, i pastori tedeschi sono per me la cosa più terribile che esista. E fino a poco tempo fa non pensavo proprio di andare in Germania.
- Perché ha cambiato idea?
Friedman: Ha a che fare con il fatto che oggi la Germania prende molto sul serio la lotta contro l'antisemitismo. Al momento è uno dei pochi paesi che sta dalla nostra parte. Lo dico anche come sionista. Questo sostegno significa molto per me. Per questo sono felice di venire in Germania.
- Tuttavia, dal 7 ottobre 2023 anche in Germania si è registrato un drammatico aumento degli episodi di antisemitismo.
Friedman: Certo. Ma è successo ovunque. Recentemente ho letto un articolo sull'Inghilterra. È diventato così antisemita che è quasi impossibile visitarla! In ogni caso, non resterò a guardare senza fare nulla e non resterò in silenzio. Non è nel mio stile.
- Molti vedono un nesso tra il crescente odio verso gli ebrei e il conflitto in Medio Oriente. Crede che l'odio diminuirà quando la situazione a Gaza si sarà pacificata?
Friedman: Noi ebrei diciamo sempre: anche questo passerà.
- In altre parole: lei è ottimista.
Friedman: Sì. E sa perché? Perché abbiamo Israele. Israele è forte e ci protegge. L'antisemitismo è antico, esiste da più di 2000 anni. Ma i grandi popoli che volevano sterminarci sono scomparsi: gli antichi Greci, per esempio, e gli antichi Romani. Noi ebrei, invece, siamo ancora qui. C'eravamo già 3000 anni fa e ci saremo ancora tra 2000 anni.
- Ma perché l'odio verso gli ebrei continua ad esistere dopo tutto quello che è successo durante l'Olocausto?
Friedman: Vorrei saperlo. Ci sono molte teorie al riguardo. Una controdomanda: cosa risponderebbe lei? Forse tra i suoi amici o conoscenti ci sono degli antisemiti. Ha mai chiesto loro perché la pensano così su di noi? In Germania ho incontrato molte persone perbene che hanno scoperto che i loro genitori o nonni erano nazisti, ma loro non lo sono. Questo mi dà speranza. Non so quale sia la spiegazione giusta. Ma so che dobbiamo combattere l'antisemitismo. Non porgeremo l'altra guancia!
- È preoccupato che le giovani generazioni non sappiano quasi più cosa è stato fatto a lei e a molti altri ebrei durante l'Olocausto?
Friedman: Purtroppo è così. Molti non lo sanno. Ed è qui che entra in gioco mio nipote Aron. Grazie al suo lavoro raggiungiamo milioni di giovani. Vorrei che ci fossero più Aron. Sarebbe meraviglioso.
- Riceve molti commenti sui suoi video TikTok?
Friedman: Molti mi dicono: “Che nipote meraviglioso ha, che fa una cosa del genere con lei”. Oppure mi chiedono quanti anni ha. Per strada la gente mi ferma e mi dice: “Lei non è la nonna di Aron?” Recentemente qualcuno mi ha chiesto: “Ha davvero solo 20 anni? Sembra molto più maturo”...
Goodman: È la prima volta che sento questa storia...
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Tova Friedman con il suo niote Aron
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- Signor Goodman, quando ha iniziato a girare video con sua nonna?
Goodman: È stato quando ancora andavo a scuola, nel 2021.
- I video hanno avuto subito successo?
Goodman: No, all'inizio no. Le ho detto: “Non ti scoraggiare se nessuno li guarda”. Ma dopo alcuni mesi, quando ho pubblicato altri video, le visualizzazioni hanno iniziato ad aumentare.
- Come è successo? È stata una sua idea?
Goodman: Sì. Durante una cena di Shabbat ho chiesto a mia nonna se le andasse di fare qualcosa. In precedenza avevo visto molto antisemitismo e negazionismo dell'Olocausto sui social media. Le ho detto: «Dovremmo parlare della tua storia». Poi abbiamo semplicemente iniziato.
- Perché proprio su TikTok?
Goodman: Ci sono diversi motivi: in primo luogo, conosco bene l'algoritmo e so cosa funziona e cosa no. In secondo luogo, ho visto molto antisemitismo su TikTok. È stato fatto poco per contrastarlo. E in terzo luogo, molti della mia generazione ottengono le loro informazioni proprio da TikTok. Inoltre, in molte scuole degli Stati Uniti l'Olocausto viene insegnato poco o per niente, soprattutto nel sud del Paese, ma anche nel New Jersey. Vogliamo raggiungere e rivolgerci a questi giovani. Infine, vogliamo promuovere un insegnamento scolastico migliore in materia di Olocausto.
- Su TikTok non ci sono prevalentemente contenuti problematici, proprio su questo tema?
Goodman: Non vedo i nostri video come parte di una competizione tra informazioni buone e cattive. Alcuni guardano i nostri video, altri invece guardano contenuti antisemiti. Il nostro obiettivo è raggiungere le persone prima che ricevano informazioni errate. Molti ci scrivono: “Non avevo mai sentito parlare dell'Olocausto prima d'ora, ma ora mi sono imbattuto nel vostro video”. È proprio questo il punto.
- Signora Friedman, all'inizio sapeva cosa fosse TikTok?
Friedman: Mia figlia ha lavorato per l'azienda che produce Tic Tac. Sa, quelle caramelle bianche. Era tutto ciò che associavo a quel termine fino ad allora. E ho pensato: perché mai un'azienda che produce caramelle dovrebbe interessarsi all'Olocausto? Aron mi ha poi spiegato tutto. Mi ha chiesto: «Hai due minuti?» Io ho risposto: «Solo due minuti?» E lui: «La gente non guarda comunque più a lungo». Gli ho chiesto: «Ma chi lo guarderà?» Sa, non sono molto esperto di media, la mia generazione non è molto attiva sui social media. Ma poi abbiamo fatto due domande e risposte e due settimane dopo Aron mi ha detto: «Alcune persone stanno reagendo». Gli ho chiesto: «Chi sono queste persone?». Ed è così che è iniziato tutto. Mi ha insegnato come funziona.
- Quanti video ha prodotto finora?
Goodman: Più di 200. Le faccio delle domande e lei risponde, per cinque-dieci minuti. Poi monto tutto alla lunghezza giusta.
- Qual è la lunghezza giusta?
Goodman: Prima erano solo 15-30 secondi, ora tendono ad essere più di un minuto, perché questo è ciò che l'algoritmo preferisce. Ma è molto difficile selezionare i 60 secondi più importanti da dieci minuti.
- Difficile, ma non impossibile?
Friedman: Diciamo che è un'arte. E Aron la padroneggia. Mi dice anche quali parole funzionano e quali no. Dedica molte ore di lavoro a ciascuno di questi video.
- Aron, lei studia a St. Louis, sua nonna vive nel New Jersey. Come riesce a organizzare tutto dal punto di vista logistico?
Goodman: Quando la vedo durante le vacanze semestrali, la riprendo per diverse ore. Questo basta per diversi video. Poi li monto quando torno al college.
- E come scegli gli argomenti?
Goodman: Molte delle domande vengono dagli spettatori stessi. Inoltre, ormai conosco molto bene la storia della vita di mia nonna e ho un'idea di ciò che potrebbe interessare alle persone e di ciò che forse meno. Inoltre, ho naturalmente a disposizione i suoi video precedenti. A volte affrontiamo anche questioni di attualità. Abbiamo ampliato l'argomento oltre l'Olocausto e discutiamo anche questioni relative alla vita ebraica odierna, ad esempio gli attacchi agli ebrei ad Amsterdam o il 7 ottobre 2023.
- Con questi video vuole anche stimolare il dibattito?
Goodman: No. Abbiamo due obiettivi: diffondere informazioni sull'Olocausto e raggiungere il maggior numero possibile di persone. Evitiamo consapevolmente anche le controversie di politica interna. Ad esempio, “Fox News” voleva fare un'intervista su un funzionario di Trump e l'antisemitismo. Ma io ho rifiutato. Vogliamo raggiungere il maggior numero possibile di persone.
- Da dove provengono le persone che guardano i vostri video?
Goodman: La maggior parte proviene dagli Stati Uniti, a causa dell'algoritmo di TikTok. Ma circa il 25-30% proviene dall'estero. Abbiamo spettatori in tutto il mondo. Una volta mia nonna è stata riconosciuta persino in Kenya. Le scuole australiane ci scrivono e anche in India e Azerbaigian ci conoscono.
- Ha mai pensato di tradurre i video in altre lingue?
Goodman: Sì, soprattutto in spagnolo. Forse lo farò con degli amici che conoscono lo spagnolo. O con un'intelligenza artificiale. Una volta abbiamo anche realizzato un video in yiddish. Uno spettatore voleva sapere quante lingue parla mia nonna, e lo yiddish è una di queste.
- E quale dei suoi video ha avuto più successo?
Goodman: Quello in cui mostra il suo numero di Auschwitz tatuato. Perché lì tutti possono vedere che non si tratta solo di un racconto, ma che c'è una prova visibile.
- Signora Friedman, prima ha menzionato Israele. Ha la sensazione che il mondo stia voltando le spalle allo Stato ebraico?
Friedman: Assolutamente sì.
- Perché lo sta facendo?
Friedman: Perché molte persone semplicemente non sanno cosa sta succedendo. La gente cerca dei capri espiatori, ad esempio perché l'economia non va bene. Anche i tedeschi durante la guerra credevano che uccidendo gli ebrei la loro vita sarebbe migliorata. Ma io dico a tutti: non ci faremo più trasformare in capri espiatori! Una volta ho tenuto una conferenza in un'università del Midwest degli Stati Uniti, dove in precedenza c'erano state manifestazioni antisemite, anche se in realtà lì non vivono ebrei. Ho chiesto al rettore dell'università: «Perché mi ha invitato, se qui non ci sono ebrei?» Mi ha risposto: «Proprio per questo l'ho invitata. Perché qui si protesta contro persone che i manifestanti non conoscono affatto». Questo è proprio il punto: molte persone non ci conoscono.
Goodman: Ho lavorato a New York e lì mi sento al sicuro. L'unica cosa che mi ha davvero scioccato è stato il prezzo del biglietto della metropolitana.
- Cosa bisognerebbe fare per rendere il mondo più sicuro per gli ebrei?
Friedman: Bisognerebbe conoscerci. Intendo dire, conoscerci davvero. Noi ebrei siamo il popolo della Scrittura. L'istruzione è tutto per noi. Quest'anno compirò 88 anni, ma continuo ancora a studiare. Seguo tre corsi al giorno, su Zoom. Non siamo mai stati un popolo della spada. Purtroppo, il mondo ci costringe a diventarlo. Ah, se solo le persone ci conoscessero.
- Cosa succederà quando non ci saranno più sopravvissuti alla Shoah che potranno raccontare la loro storia?
Friedman: Aron, come pensi che sarà?
Goodman: Non so se la nostra generazione sarà in grado di portare avanti un tale retaggio. È una sfida enorme. Tu sei la prova vivente della Shoah. Puoi alzarti e dire: «Io c'ero, ero ad Auschwitz». Ma tra dieci o vent'anni non ci sarà più nessuno che potrà dirlo. Allora dovremo alzarci in piedi noi per voi. E questa è una grande responsabilità. Oggi si sentono voci che negano l'Olocausto. Ma troppo raramente si sentono le voci delle persone ragionevoli che conoscono la storia. Dobbiamo abbandonare l'atteggiamento secondo cui «tutti i bambini conoscono l'Olocausto». Non è così. Ci sono persone che non ne sanno nulla. Dobbiamo cambiare questa situazione.
Friedman: Penso spesso che persone come lei – cristiani che conoscono gli ebrei, che scrivono, che informano – siano importanti. Gli antisemiti forse ascoltano più lei e ciò che scrive piuttosto che persone come me. Nel mio caso si potrebbe pensare che io abbia un interesse personale, ma lei no. Abbiamo bisogno dei non ebrei nella lotta contro l'antisemitismo.
- Ma le persone sono davvero disposte ad ascoltare? O spesso hanno già opinioni consolidate?
Friedman: Molti sono semplicemente ignoranti. Urlano slogan come «From the River to the Sea» senza nemmeno sapere a quale mare si riferiscano. Alcuni non sanno nemmeno dove si trova Israele.
Goodman: È importante raggiungere sempre nuove persone. È il compito della nostra vita. E non finisce mai.
Friedman: E non dobbiamo raggiungerle solo una volta, ma sempre e continuamente. Le persone hanno bisogno di ripetizioni per comprendere davvero qualcosa e interiorizzarlo. Finché esisterà l'antisemitismo, dovremo continuare. E dobbiamo formare bene gli insegnanti.
- A proposito di formazione degli insegnanti: Yad Vashem sta progettando un centro di formazione sull'Olocausto in Germania. Cosa ne pensate?
Friedman: È una buona cosa. Ce ne dovrebbe essere uno in ogni paese. Almeno, questo è ciò che auspico.
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PROFILO
Tova Friedman è nata il 17 settembre 1938 come Tova Grossman a Gdynia, non lontano da Danzica. All'età di cinque anni fu deportata insieme alla madre nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. La bambina di sei anni si trovava insieme ad altri bambini in un'anticamera della camera a gas. Ma sopravvisse perché ci fu un guasto tecnico e l'uccisione fu interrotta dalle SS. Dopo la guerra, la ragazza trascorse diversi anni in un sanatorio tedesco per malati di tubercolosi e in vari campi profughi. Nel 1950 Friedman emigrò con i suoi genitori negli Stati Uniti. A New York studiò psicologia e letteratura. Con suo marito Maier Friedman si trasferì per dieci anni in Israele, dove insegnò all'Università Ebraica di Gerusalemme. In seguito diresse un servizio di consulenza familiare ebraico nel New Jersey. Ancora oggi Tova Friedman lavora lì come terapeuta. Sul profilo TikTok gestito da suo nipote Aron Goodman, dove racconta in brevi video le sue esperienze ad Auschwitz e risponde alle domande dei giovani, Friedman ha ormai 520.000 follower. Nel 2022 ha pubblicato insieme a Malcolm Brabant le sue memorie nel libro “Ich war das Mädchen aus Auschwitz” (Penguin-Verlag), che è rimasto a lungo nella classifica dei bestseller dello “Spiegel”. L'intervista all'ottantasettenne, che terrà il discorso commemorativo del 27 gennaio al Bundestag, e a suo nipote Aron Goodman (20) è stata condotta da Michael Thaidigsmann.
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(Jüdische Allgemeine, 23 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Irlanda: la metà degli adulti non sa che 6 milioni di ebrei sono stati assassinati nella Shoah
di Nina Prenda
La metà degli adulti irlandesi non sa che 6 milioni di ebrei sono stati assassinati durante la Shoah, ha rilevato un nuovo sondaggio della Conferenza sulle Rivendicazioni Materiali Ebraiche contro la Germania (Claims Conference).
Condotto dal 25 ottobre al 6 novembre 2025, il sondaggio online su 1.000 adulti irlandesi ha anche rilevato che l’8% delle persone in Irlanda crede che la Shoah sia un mito e non sia accaduta, mentre il 17% crede che il numero di ebrei uccisi sia stato notevolmente esagerato.
Il sondaggio si aggiunge a una serie di indagini della Claims Conference, che sponsorizza i programmi di educazione alla Shoah. Il numero di adulti irlandesi che credevano che il bilancio delle vittime della Shoah fosse stato notevolmente esagerato era leggermente superiore a quello degli Stati Uniti (dato al 15%) e del Regno Unito (dato all’11%), ma molto inferiore rispetto alla Francia, dove la Conferenza ha scoperto che un terzo degli adulti ritiene che il bilancio delle vittime sia stato notevolmente esagerato. Un quarto degli adulti irlandesi ha dichiarato di credere che la distorsione fosse comune nel proprio Paese, rispetto al 49% degli adulti negli Stati Uniti, al 44% in Francia e Germania e al 47% in Ungheria.
L’Irlanda, che conta circa 2.700 ebrei, è stata accusata di antisemitismo negli ultimi anni per le sue critiche pubbliche a Israele durante la guerra a Gaza. Nel dicembre 2024, Israele ha chiuso la sua ambasciata a Dublino, citando “la retorica antisemita del governo irlandese contro Israele”. A ottobre, il Paese ha eletto una nuova presidente, Catherine Connolly, che ha duramente criticato Israele in parlamento e ha dovuto affrontare reazioni negative per i suoi commenti in difesa di Hamas.
Anche in Irlanda si sono verificati episodi antisemiti che non hanno come obiettivo Israele. Il mese scorso, una strada rurale in Irlanda è stata imbrattata con graffiti che recitavano “RAT”, “JEW” e “USA”, insieme a svastiche e stelle di David.
La Claims Conference ha rilevato che nove adulti irlandesi su 10 credono che la Shoah dovrebbe essere insegnata nelle scuole.
“Metà degli adulti irlandesi non sa che sei milioni di ebrei sono stati assassinati, uno su cinque dubita della verità della Shoah e metà dei giovani sta vedendo la negazione online. Eppure quasi nove su dieci lo vogliono l’insegnamento del fenomeno nelle scuole. Questa non è una mancanza di volontà pubblica. È una lacuna nel nostro sistema educativo”, ha detto Maurice Cohen, presidente del Consiglio rappresentativo ebraico d’Irlanda, in una dichiarazione. “Il pubblico vuole in modo schiacciante l’educazione alla Shoah”.
In Irlanda, l’età media dei sopravvissuti è di 87 anni. Molti sopravvissuti di spicco – tra cui Josef “Joe” Veselsky, un campione di tennis da tavolo che è stato riconosciuto come l’uomo più anziano dell’Irlanda per oltre un anno prima della sua morte a dicembre – sono morti negli ultimi mesi.
“Mentre la Shoah si allontana da noi nel tempo, dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi per educare le giovani menti a cui sarà affidata questa eredità”, ha detto Oliver Sears, il fondatore di Holocaust Awareness Ireland, in una dichiarazione. “Combattere la negazione della Shoah e la distorsione su Internet e sui social media deve essere una priorità”.
(Bet Magazine Mosaico, 23 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 30
Gli Amalechiti saccheggiano e incendiano Siclag e sono poi sconfitti da Davide
- Tre giorni dopo, quando Davide e la sua gente furono giunti a Siclag, ecco che gli Amalechiti avevano fatto una scorreria verso il sud e verso Siclag; avevano preso Siclag e l'avevano incendiata; avevano fatto prigionieri le donne e tutti quelli che vi si trovavano, piccoli e grandi; non avevano ucciso nessuno, ma avevano portato via tutti e se ne erano tornati da dove erano venuti. Quando Davide e la sua gente giunsero alla città, ecco che essa era distrutta dal fuoco, e le loro mogli, i loro figli e le loro figlie erano stati portati via prigionieri. Allora Davide e tutti quelli che erano con lui alzarono la voce e piansero, finché non ebbero più forza di piangere. Le due mogli di Davide, Ainoam di Izreel e Abigail di Carmel che era stata moglie di Nabal, erano anche loro prigioniere.
- Davide fu grandemente angosciato perché la gente parlava di lapidarlo, essendo l'animo di tutti amareggiato a causa dei loro figli e delle loro figlie; ma Davide si fortificò nell'Eterno, nel suo Dio. Davide disse al sacerdote Abiatar, figlio di Aimelec: “Ti prego, portami qua l'efod”. E Abiatar portò l'efod a Davide. Davide consultò l'Eterno, dicendo: “Devo inseguire questa banda di predoni? la raggiungerò?”. L'Eterno rispose: “Inseguila, poiché certamente la raggiungerai e potrai recuperare ogni cosa”. Davide dunque andò con i seicento uomini che aveva con sé, e giunsero al torrente Besor, dove quelli che erano rimasti indietro si fermarono: ma Davide continuò l'inseguimento con quattrocento uomini: duecento erano rimasti indietro, troppo stanchi per poter attraversare il torrente Besor.
- Trovarono nella campagna un Egiziano e lo condussero a Davide. Gli diedero del pane che egli mangiò e dell'acqua da bere; e gli diedero un pezzo di schiacciata di fichi secchi e due grappoli d'uva. Quando egli ebbe mangiato, si riprese, perché non aveva mangiato pane né bevuto acqua per tre giorni e tre notti. Davide gli chiese: “A chi appartieni? e di dove sei?”. Egli rispose: “Sono un giovane Egiziano, servo di un Amalechita; e il mio padrone mi ha abbandonato perché tre giorni fa caddi malato. Abbiamo fatto una scorreria nella regione meridionale dei Cheretei, sul territorio di Giuda e nella regione meridionale di Caleb, e abbiamo incendiato Siclag”. Davide gli disse: “Vuoi condurmi giù dov'è quella banda?”. Egli rispose: “Giurami per il nome di Dio che non mi ucciderai e non mi darai nelle mani del mio padrone, e io ti condurrò giù dov'è quella banda”. Quando egli l'ebbe condotto là, ecco che gli Amalechiti erano sparsi dappertutto per la campagna, mangiando, bevendo e facendo festa, a motivo del gran bottino che avevano portato via dal paese dei Filistei e dal paese di Giuda. Davide diede loro addosso dalla sera di quel giorno fino alla sera del giorno dopo; e non ne scampò uno, tranne quattrocento giovani, che montarono su dei cammelli e fuggirono. Davide recuperò tutto quello che gli Amalechiti avevano portato via e liberò anche le sue due mogli. E non mancò nessuno, né dei piccoli né dei grandi, né dei figli né delle figlie, e nulla del bottino, né nessun'altra cosa che gli Amalechiti avessero preso. Davide ricondusse via tutto. Davide riprese anche tutte le greggi e tutte le mandrie; e quelli che conducevano questo bestiame e camminavano alla sua testa, dicevano: “Questo è il bottino di Davide!”.
- Poi Davide tornò verso quei duecento uomini che per la grande stanchezza non avevano potuto stargli dietro e che egli aveva fatto rimanere al torrente Besor. Quelli si fecero avanti incontro a Davide e alla gente che era con lui. Davide, accostatosi a loro, li salutò. Allora tutti i tristi e i perversi fra gli uomini che erano andati con Davide, presero a dire: “Poiché costoro non sono venuti con noi, non gli daremo nulla del bottino che abbiamo recuperato; tranne a ciascuno di loro la propria moglie e i propri figli; se li portino via e se ne vadano!”. Ma Davide disse: “Non fate così, fratelli miei, riguardo alle cose che l'Eterno ci ha date: Lui che ci ha protetti e ha dato nelle nostre mani la banda che era venuta contro di noi. Chi vi darebbe retta in questa proposta? La parte di chi scende alla battaglia dev'essere uguale alla parte di colui che rimane vicino ai bagagli; faranno tra loro parti uguali”. Da quel giorno in poi si fece così; Davide ne fece in Israele una legge e una norma, che sono durate fino al giorno d'oggi.
- Quando Davide fu tornato a Siclag, mandò parte di quel bottino agli anziani di Giuda, suoi amici, dicendo: “Eccovi un dono che viene dal bottino preso ai nemici dell'Eterno”. Ne mandò a quelli di Betel, a quelli di Bamot della regione meridionale, a quelli di Iattir, a quelli di Aroer, a quelli di Simot, a quelli di Estemoa, a quelli di Racal, a quelli delle città degli Ierameeliti, a quelli delle città dei Chenei, a quelli di Corma, a quelli di Cor-Asan, a quelli di Atac, a quelli di Ebron, e a quelli di tutti i luoghi che Davide e la sua gente avevano percorso.
(Notizie su Israele, 22 gennaio 2026)
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Trump ribadisce la sua minaccia di “spazzare via” Hamas, ma chi gli crede ancora?
A Davos, il presidente degli Stati Uniti ha nuovamente promesso un intervento militare qualora Hamas si rifiutasse di consegnare le armi, ma dopo mesi di minacce senza conseguenze, quasi nessuno in Israele o a Gaza lo prende sul serio.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - A Davos, il presidente degli Stati Uniti ha nuovamente promesso misure militari qualora Hamas si rifiutasse di consegnare le armi, ma dopo mesi di minacce senza conseguenze, quasi nessuno in Israele o a Gaza prende sul serio queste dichiarazioni.
Theodore Roosevelt esortava i capi di Stato e di governo a “camminare in silenzio e portare con sé un grosso bastone”. Dopo quello che ha fatto in Iran e in Venezuela, sarebbe sbagliato affermare che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non porti con sé un grosso bastone o abbia paura di usarlo. Ma di certo non cammina con passo leggero. E nonostante i suoi successi, ripetere la stessa minaccia e non metterla in atto non fa altro che rafforzare le posizioni dei nemici.
Mercoledì a Davos, Trump ha nuovamente lanciato un chiaro avvertimento a Hamas, dichiarando davanti al pubblico del Forum economico mondiale che l'organizzazione terroristica sarà “distrutta molto rapidamente” se non si disarmerà nell'ambito dell'iniziativa di pace del suo governo per la Striscia di Gaza.
Non è la prima volta che Trump usa parole del genere. In precedenza aveva giurato di “aprire le porte dell'inferno” a Hamas se non avesse rispettato la seconda fase del suo piano in 20 punti. Ma in ogni caso il copione si è ripetuto: Hamas rifiuta pubblicamente il disarmo e non ci sono conseguenze.
Durante una sessione di domande dal vivo con l'ex ministro degli Esteri norvegese Børge Brende, Trump ha insistito sul fatto che Hamas ha accettato di consegnare le armi. “Sono nati con un fucile in mano. Non è una cosa facile per loro, ma hanno accettato”, ha detto.
Ha promesso che il mondo saprà “nei prossimi due o tre giorni, sicuramente entro le prossime tre settimane” se Hamas rispetterà l'accordo. “Se non lo faranno, saranno spazzati via molto rapidamente”, ha aggiunto.
• Promesse fatte, scadenze non rispettate
La clausola sul disarmo è un pilastro della strategia di Trump per Gaza, che combina una forza di stabilizzazione multinazionale con un governo tecnocratico sotto un consiglio di pace guidato dagli Stati Uniti. Una cerimonia per la firma del consiglio è prevista per questa settimana a Davos, alla quale è stato invitato, tra gli altri, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
In pratica, tuttavia, Hamas non ha mostrato alcuna intenzione di rispettarlo. Nelle ultime settimane, il gruppo non solo ha apertamente rifiutato il disarmo, ma si è anche riarmato, riorganizzato e ha ripreso il controllo di ampie zone della Striscia di Gaza, secondo quanto riferito soggiogando la popolazione locale con arresti e intimidazioni armate.
I servizi segreti israeliani riferiscono che l'ala militare di Hamas sta consolidando le sue forze a Khan Yunis e nella città di Gaza, mentre gli attivisti politici hanno ripreso il controllo delle infrastrutture civili, proprio il comportamento che il piano di Trump avrebbe dovuto porre fine.
Da parte sua, Hamas ha ripetutamente definito “delirante” la richiesta di Trump di disarmarsi e ha ribadito che non rinuncerà mai alle sue armi finché Israele esisterà.
• Il divario di fiducia si allarga
Nonostante l'affermazione retorica di Trump secondo cui “decine di nazioni” sostengono il piano e “vogliono invadere e eliminare Hamas”, né le truppe statunitensi né le forze alleate hanno intrapreso azioni concrete per imporre il disarmo dall'inizio del cessate il fuoco.
Alti funzionari israeliani hanno abbandonato ogni speranza di un intervento militare significativo da parte degli Stati Uniti. “La probabilità che Hamas deponga le armi è pari a quella che Israele vinca i [mondiali di calcio]”, ha affermato il ministro Avi Dichter poco dopo l'entrata in vigore della tregua di Trump. “Deve essere fatto con la forza”.
In un'intervista rilasciata un anno prima, il professor Eyal Zisser aveva avvertito che l'invio di una forza internazionale inefficace a Gaza avrebbe solo aumentato la probabilità che Hamas conservasse le proprie armi. “Dipende tutto da Israele. Nessuno sconfiggerà Hamas al posto nostro”, aveva sottolineato. “Se loro [la forza internazionale di stabilizzazione] saranno lì, Israele non potrà fare nulla contro Hamas, perché quest'ultimo si nasconderà dietro di loro”.
Anche all'interno del governo statunitense ci sono segni di cautela. Il Pentagono si è tacitamente opposto a un calendario fisso per l'attuazione e i diplomatici continuano a dare la priorità alla creazione di coalizioni piuttosto che a misure coercitive.
Hamas sembra scommettere sul fatto che si tratterà solo di colloqui.
• Cosa succederà ora?
La dichiarazione di Trump a Davos potrebbe contribuire a rafforzare l'impressione che la sua architettura di pace stia guadagnando slancio. Sul campo, tuttavia, dove le armi sono ancora nelle mani di Hamas e l'ultimo ostaggio israeliano è ancora disperso, il divario di credibilità sta crescendo.
In definitiva, non si tratta di ciò che Trump dirà in seguito, ma piuttosto se Hamas crede che il suo rifiuto avrà mai delle conseguenze.
Finora la risposta è no.
(Israel Heute, 22 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Aumenta l’antisemitismo nel Regno Unito. E gli Usa considerano di offrire asilo agli ebrei
Robert Garson, avvocato personale di Donald Trump, ha dichiarato al Telegraph di essere in trattative con il Dipartimento di Stato per fornire rifugio agli ebrei in fuga dall’antisemitismo, dato che “il Regno Unito non è più un posto sicuro per gli ebrei”.
di Nina Prenda
Gli Stati Uniti stanno valutando di offrire asilo agli ebrei britannici in mezzo all’aumento dell’antisemitismo nel Regno Unito, ha detto domenica 18 gennaio 2026 Robert Garson, avvocato personale di Donald Trump, al Telegraph. Garson – che è nato a Manchester – ha detto al giornale che era stato in trattative con il Dipartimento di Stato per fornire rifugio agli ebrei in fuga dall’antisemitismo, dato che “il Regno Unito non è più un posto sicuro per gli ebrei”. Garson ha detto al Telegraph che l‘attacco terroristico a una sinagoga di Manchester il giorno di Yom Kippur e il diffuso antisemitismo successivo all’attacco di Hamas il 7 ottobre, potrebbe portare gli ebrei britannici a cercare rifugio negli Stati Uniti.
“Quando guardo cosa sta succedendo con gli ebrei in Gran Bretagna e quando guardo i cambiamenti demografici, non credo – e ne ho discusso con le persone dell’amministrazione Trump – che ci sia un futuro per gli ebrei nel Regno Unito”, ha detto. “Per me, è particolarmente triste.” Garson ha detto di aver sollevato l’idea con il rabbino Yehuda Kaploun, l’inviato speciale dell’amministrazione Trump per monitorare e combattere l’antisemitismo, il mese scorso.
• Sofer: Israele è la casa degli ebrei di tutto il mondo
Rispondendo all’articolo, il Ministro dell’integrazione di Israele Ofir Sofer ha detto: “La casa degli ebrei britannici, e degli ebrei in tutto il mondo, è lo Stato di Israele”. Ha aggiunto che il suo ministero sta lavorando per far progredire il processo dell’Aliyah attraverso una vasta gamma di programmi che forniscono guida e supporto per un’integrazione di successo nella vita comunitaria, nell’occupazione e nell’alloggio. “L’Aliyah è il valore fondamentale del sionismo e nutrirà e rafforzerà lo Stato di Israele”, ha detto.
(Bet Magazine Mosaico, 22 gennaio 2026)
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Per la prima volta, la polizia israeliana consente l'accesso ai fogli di preghiera ebraici sul Monte del Tempio
Lo status quo del sito ha generalmente impedito ai visitatori ebrei di portare con sé oggetti religiosi come libri di preghiere e tefillin.
di Akiva Van Koningsveld
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Ebrei in preghiera sul Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme, 2 aprile 2025
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Mercoledì la polizia israeliana ha confermato a JNS che, per la prima volta, ha consentito l'introduzione di “fogli guida” per la preghiera ebraica sul Monte del Tempio a Gerusalemme.
Lo status quo sul Monte del Tempio, formulato dall'allora ministro della Difesa israeliano Moshe Dayan dopo la conquista del complesso durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967, ha generalmente vietato ai visitatori ebrei di portare oggetti religiosi come libri di preghiere e tefillin, o filatteri, nel sito.
Dayan ha offerto al Waqf giordano il controllo delle attività all'interno delle mura del Monte stesso, mentre Israele sarebbe stato responsabile della sicurezza e dell'ordine pubblico. Dayan ha inoltre concesso ai musulmani il libero accesso al Monte e, sebbene non ci fosse un limite al numero di visitatori ebrei, a questi ultimi non sarebbe stato permesso di pregare lì.
Lo status quo è stato messo sempre più alla prova negli ultimi anni, con gli attivisti per i diritti degli ebrei che hanno spinto i limiti e la polizia che a volte sembrava tollerare la preghiera visibile, in particolare da quando il leader del partito Otzma Yehudit, Itamar Ben-Gvir, è entrato in carica come ministro della sicurezza nazionale alla fine del 2022.
Lo stesso Ben-Gvir ha guidato le funzioni mattutine sul Monte del Tempio il 3 agosto.
La decisione della polizia di consentire l'introduzione dei foglietti di preghiera nel sito è stata riportata per la prima volta mercoledì da Haaretz, che ha condiviso la foto di un foglio contenente una preghiera cabalistica “Leshem Yichud” (“per l'unificazione”) da recitare prima di salire sul Monte, nonché il testo dell'‘Amidah’, o “Shemoneh Esrei”, la preghiera silenziosa ebraica quotidiana centrale.
“A seguito di una richiesta presentata dall'amministrazione della Yeshivah del Monte del Tempio, la polizia ha approvato l'ingresso di fogli informativi per i visitatori”, ha detto un portavoce della polizia a JNS in risposta alla notizia.
L'uso dei fogli rimarrà ‘esclusivamente’ limitato a “aree specifiche definite dalla polizia” per mantenere “l'ordine esistente” sul Monte.
La dichiarazione ha sottolineato che la polizia opera durante tutto l'anno per “consentire la libertà di culto e di visita al Monte del Tempio a tutte le religioni e comunità, mantenendo rigorosamente l'ordine pubblico, le regole in vigore nel sito e in conformità con le direttive del livello politico”.
“La polizia israeliana continua ad agire con discrezione e responsabilità al fine di mantenere un equilibrio tra le varie esigenze del Monte del Tempio”, ha concluso.
Sotto l'attuale governo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il Monte del Tempio ha visto un aumento delle visite ebraiche, anche con culto aperto, soprattutto durante le festività importanti come il Tisha B'Av, il giorno che commemora la caduta del Tempio.
L'ufficio del primo ministro israeliano, tuttavia, ha dichiarato in un comunicato sul Tisha B'Av che la politica ufficiale di Gerusalemme sul Monte del Tempio “non è cambiata e non cambierà”.
Mercoledì l'Ufficio del Primo Ministro non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di JNS sul fatto che il permesso concesso dalla polizia di portare i teli da preghiera nel sito costituisse un cambiamento dello status quo.
(JNS, 21 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Noam Bettan rappresenterà Israele all’Eurovision Song Contest 2026
di Luca Spizzichino
Dopo mesi di audizioni, eliminazioni e prove decisive, il verdetto è arrivato: sarà Noam Bettan a portare la bandiera di Israele all’Eurovision Song Contest 2026, in programma a Vienna il 12, 14 e 16 maggio.
La finale di HaKokhav HaBa, il talent show che ogni anno seleziona il rappresentante israeliano per l’Eurovision, ha visto Bettan conquistare pubblico e giuria grazie a due interpretazioni particolarmente intense: “Nitsacht Itti Hakol” di Amir Benayoun e il celebre brano francese “Dernière Danse” di Indila. Performance che hanno confermato la sua cifra artistica, capace di fondere sensibilità emotiva, presenza scenica e una forte identità internazionale.
Sul podio finale si sono classificati al secondo posto Gal De Paz, seguita da Shira Zaluf al terzo e da Alona Erez al quarto.
La vittoria di Bettan è stata letta dai media israeliani come il punto di arrivo di un percorso lungo e non lineare. Nato nel 1998 e cresciuto a Ra’anana, è figlio di genitori francesi emigrati da Grenoble. Parla ebraico, inglese e francese: un elemento che non rappresenta soltanto un dato biografico, ma una componente centrale della sua identità artistica.
Circa dieci anni fa, ancora adolescente, aveva già tentato l’accesso a HaKokhav HaBa senza riuscire a superare le selezioni. Un episodio ricordato anche durante l’edizione attuale, quasi a sottolineare il valore simbolico di una rivincita costruita nel tempo. Nel 2018 ha partecipato a un altro talent musicale, Aviv o Eyal, chiudendo al terzo posto.
Negli anni successivi ha iniziato a definire il proprio percorso come cantautore, pubblicando musica originale a partire dal 2021. Brani come “Buba” e “Madam” hanno segnato una fase di crescita artistica che lo ha portato ad affrontare il programma con una consapevolezza profondamente diversa rispetto al passato.
In un’intervista rilasciata a Mako, Bettan ha raccontato anche il lato più intimo della sua esperienza nel talent. Ha spiegato come il percorso sia stato, prima di tutto, un confronto con le aspettative e con l’idea di dover essere sempre all’altezza, soprattutto davanti a giudici che già conoscevano il suo cammino. «Pensavo di dover essere perfetto», ha ammesso, aggiungendo che il vero lavoro è stato accettare la possibilità di sbagliare e restare umano. Un approccio che si riflette anche nel suo modo di vivere il palco: prima di ogni esibizione, ha raccontato, recita lo Shema Israel. Tra le influenze musicali che cita più spesso c’è Michael Jackson, l’artista che ha acceso i suoi primi sogni.
Il brano con cui Noam Bettan rappresenterà Israele sarà selezionato internamente da una commissione professionale. Secondo le prime indiscrezioni, la canzone includerà testi in ebraico, inglese e francese, riflettendo il background multiculturale dell’artista e una strategia pensata per parlare a un pubblico europeo ampio. Lo stesso Bettan ha espresso il desiderio di essere coinvolto direttamente nel processo creativo, anche nella scrittura.
Israele gareggerà nella prima semifinale dell’Eurovision 2026, in programma il 12 maggio, esibendosi nella seconda parte dello show. L’edizione di quest’anno vedrà la partecipazione di 35 Paesi. La presenza israeliana arriva dopo mesi di incertezza legata al contesto geopolitico: l’European Broadcasting Union ha confermato la partecipazione introducendo alcune modifiche regolamentari, mentre cinque Paesi hanno scelto di ritirarsi dalla competizione.
Nonostante le polemiche, Israele figura attualmente al primo posto nelle classifiche dei bookmaker, con una probabilità di vittoria stimata intorno all’11%, davanti a Finlandia, Svezia, Ucraina e Italia.
Per Noam Bettan, però, il focus resta il palco. Come ha lasciato intendere in più occasioni, l’obiettivo non è il risultato, ma “dare tutto”. Il resto, come ha detto, “non dipende da me”. Un approccio che ora dovrà misurarsi con la vetrina più grande della musica europea.
(Shalom, 21 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 29
Davide allontanato dall'esercito dei Filistei
- I Filistei radunarono tutte le loro truppe ad Afec, e gli Israeliti si accamparono presso la sorgente di Izreel. I prìncipi dei Filistei marciavano alla testa delle loro centinaia e delle loro migliaia, e Davide e la sua gente marciavano alla retroguardia con Achis. Allora i capi dei Filistei dissero: “Che fanno qui questi Ebrei?”. E Achis rispose ai capi dei Filistei: “Ma costui è Davide, servo di Saul re d'Israele, che è stato presso di me da giorni, anzi da anni, e contro il quale non ho avuto nulla da ridire dal giorno della sua diserzione a oggi!”. Ma i capi dei Filistei si adirarono contro di lui, e gli dissero: “Rimanda costui e se ne ritorni al luogo che tu gli hai assegnato, e non scenda con noi alla battaglia, affinché non sia per noi un nemico durante la battaglia. Poiché come potrebbe costui riacquistare il favore del suo signore, se non a prezzo delle teste di questi nostri uomini? Non è lui quel Davide di cui si cantava in mezzo alle danze: 'Saul ha ucciso i suoi mille, e Davide i suoi diecimila?'”.
- Allora Achis chiamò Davide e gli disse: “Com'è vero che l'Eterno vive, tu sei un uomo retto, e vedo con piacere il tuo andare e venire con me nel campo, poiché non ho trovato in te nulla di male dal giorno che arrivasti da me fino a oggi; ma tu non piaci ai prìncipi. Ora dunque, torna indietro e vattene in pace, per non dispiacere i prìncipi dei Filistei”. Davide disse ad Achis: “Ma che ho mai fatto? e che hai tu trovato nel tuo servo, in tutto il tempo che sono stato presso di te fino al giorno d'oggi, perché io non debba andare a combattere contro i nemici del re, mio signore?”. Achis rispose a Davide, dicendo: “Lo so; tu sei caro agli occhi miei come un angelo di Dio; ma i prìncipi dei Filistei hanno detto: 'Lui non deve salire con noi alla battaglia!'. Ora dunque, alzati domattina di buon'ora, con i servi del tuo signore che sono venuti con te; alzatevi di buon mattino e appena farà giorno, andatevene”. Davide dunque con la sua gente si alzò di buon'ora, per partire al mattino e tornare nel paese dei Filistei. E i Filistei salirono a Izreel.
(Notizie su Israele, 21 gennaio 2026)
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Smotrich chiede la fine del piano per Gaza guidato da Trump e invita alla risistemazione ebraica
Il ministro delle Finanze israeliano avverte che i piani per Gaza guidati dall'estero rischiano di ripetere il disastro del 2005 e dichiara che Israele deve consolidare nuovamente il controllo sulla striscia costiera.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Lunedì il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di sciogliere il Centro di coordinamento civile-militare (CMCC) guidato dagli Stati Uniti che opera nel sud di Israele. Il piano postbellicodell'amministrazione Trump per Gaza mette a rischio la sovranità e la sicurezza di Israele, ha affermato.
“È giunto il momento di sciogliere il quartier generale di Kiryat Gat”, ha dichiarato Smotrich in una dichiarazione riferendosi al centro che coordina gli sforzi internazionali per il futuro postbellico di Gaza. Il CMCC sarebbe un canale di influenza straniera che mina gli interessi e i processi decisionali israeliani. Ha espressamente citato l'Egitto e il Regno Unito come attori “ostili” all'interno dell'istituzione.
Il CMCC, istituito nell'ottobre 2025 dal Comando Centrale degli Stati Uniti, comprende rappresentanti di oltre 60 Stati e organizzazioni, tra cui Francia, Germania e Canada. Dall'inizio del cessate il fuoco nell'ottobre dello scorso anno, ha svolto un ruolo centrale nel facilitare gli aiuti umanitari a Gaza e costituisce un pilastro fondamentale del piano in 20 punti per Gaza del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che è recentemente entrato nella sua seconda fase di attuazione.
Pur ringraziando Trump per il suo aiuto nel rilascio degli ostaggi negli accordi recenti, Smotrich ha affermato che il piano più ampio degli Stati Uniti è “dannoso per lo Stato di Israele e deve essere accantonato”. Invece di commissioni internazionali e piani di ricostruzione, ha chiesto un controllo israeliano risoluto sulla Striscia di Gaza, compresa l'amministrazione militare e la ricostruzione delle comunità ebraiche.
“Gaza ci appartiene”, ha detto Smotrich. “Il suo futuro influenzerà il nostro futuro più di quello di qualsiasi altro”.
Il ministro delle Finanze ha fatto queste dichiarazioni durante un evento per celebrare la fondazione di Yatziv, una nuova comunità ebraica in Giudea, a sud di Gerusalemme. Nel suo discorso ha parlato a lungo del ritiro da Gaza nel 2005, che ha definito un “peccato” che Israele deve riparare.
“Il massacro più terribile che il popolo ebraico abbia subito dopo l'Olocausto non è stato sufficiente?”, ha chiesto Smotrich riferendosi al massacro del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele guidato da Hamas. L'attacco terroristico ha messo in luce le conseguenze del ritiro di Israele da Gush Katif, il blocco ebraico di 17 insediamenti all'interno di Gaza che era stato sgomberato sotto il primo ministro Ariel Sharon.
• Una decisione binaria
Smotrich ha proposto di dare a Hamas un breve ultimatum per disarmarsi e fuggire; altrimenti l'IDF avrebbe avviato un'operazione militare su vasta scala per smantellare il gruppo. Dopo la sua sconfitta, Israele avrebbe dovuto assumere il controllo diretto del territorio e promuovere l'emigrazione all'estero degli elementi ostili. Ha presentato le opzioni strategiche come binarie: o il controllo completo da parte di Israele e l'insediamento permanente, oppure l'instabilità persistente e l'influenza straniera.
L'attuale piano dell'amministrazione Trump prevede l'amnistia per i membri di Hamas che si disarmano e si impegnano a convivere pacificamente, nonché vie di fuga sicure per coloro che vogliono lasciare Gaza. Comprende anche l'istituzione di un “consiglio di pace” per supervisionare la ricostruzione di Gaza, con seggi per i rappresentanti del Qatar e della Turchia, due paesi che Smotrich ha criticato aspramente.
“Erdogan è Sinwar. Il Qatar è Hamas. Non c'è alcuna differenza”, ha affermato, condannando il coinvolgimento di questi Stati nella pianificazione postbellica. “O noi o loro”.
L'ufficio del primo ministro e il Dipartimento di Stato americano non hanno commentato le dichiarazioni di Smotrich. Anche i governi del Regno Unito e dell'Egitto, che Smotrich ha espressamente accusato di minare la sicurezza israeliana, non hanno rilasciato commenti.
Sebbene la proposta di Smotrich non sia stata ancora elevata a politica ufficiale, essa riflette le crescenti tensioni all'interno del governo israeliano su come gestire Gaza dopo la guerra. Il suo appello a chiudere il CMCC e a reintrodurre una presenza ebraica a Gaza mette apertamente in discussione l'approccio guidato dagli Stati Uniti e riporta alla ribalta questioni che per lungo tempo sono state considerate politicamente intoccabili.
(Israel Heute, 21 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Nessun piano di pace fermerà il jihad contro Israele
di Khaled Abu Toameh (*)
A più di due mesi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, il gruppo terroristico Hamas, sostenuto dall’Iran, sembra più determinato che mai a rimanere al potere e a continuare la sua lotta armata per distruggere Israele. Il 14 dicembre scorso, Hamas ha celebrato il 38° anniversario della sua fondazione elogiando l’invasione delle comunità nel sud di Israele, avvenuta il 7 ottobre 2023, come “un’enorme pietra miliare e una tappa fondamentale nella lotta per la libertà e l’indipendenza e per la sconfitta e l’eliminazione dell’occupazione (da parte di Israele)”. Quel giorno, più di 1.200 israeliani e cittadini stranieri sono stati assassinati e migliaia sono rimasti feriti. Altri 251 israeliani e cittadini stranieri sono stati rapiti e condotti nella Striscia di Gaza, dove Hamas tiene ancora in ostaggio i resti di un uomo. Hamas non ha rimpianti per il massacro commesso il 7 ottobre e per la guerra che ne è seguita, che ha causato la morte di migliaia di palestinesi e distrutto gran parte della Striscia di Gaza. Invece di scusarsi con i palestinesi per aver portato loro morte e distruzione, il gruppo terroristico ha rilasciato una dichiarazione congratulandosi con i “palestinesi per la loro leggendaria fermezza”. Hamas ha colto l’occasione per ribadire il suo “rifiuto categorico di qualsiasi forma di amministrazione fiduciaria o mandato sulla Striscia di Gaza”.
Si tratta di un riferimento al piano per la pace nella Striscia di Gaza del presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump. Il piano prevede l'istituzione di un organismo internazionale, il Board of Peace, per contribuire all’amministrazione, alla ricostruzione e alla ripresa economica della Striscia di Gaza dopo la guerra. Il piano, inoltre, prevede il dispiegamento di una “Forza internazionale di stabilizzazione” (Isf) e la smilitarizzazione della Striscia di Gaza. Dopo l’annuncio del piano di Trump, Hamas ha ripetutamente espresso la sua opposizione alla presenza di un organo di governo non palestinese nella Striscia di Gaza. Inoltre, il gruppo terroristico ha respinto l’idea di deporre le armi. Ha inoltre detto chiaramente che il ruolo di qualsiasi forza internazionale dovrebbe limitarsi al monitoraggio dell’attuazione del cessate il fuoco con Israele. Secondo Hamas, la Forza internazionale di stabilizzazione proposta dovrebbe essere dislocata ai confini della Striscia di Gaza, e non nelle aree controllate dal gruppo terroristico.
Hamas ha affermato nella sua ultima dichiarazione: “Solo il popolo palestinese decide chi lo governa e ha il legittimo diritto di resistere, liberare la propria terra e stabilire il proprio Stato indipendente con Gerusalemme come capitale. Hamas ribadisce il proprio impegno nei confronti dei principi che lo hanno animato sin dalla sua fondazione e la propria fedeltà al sangue dei martiri e ai sacrifici dei prigionieri, fino alla liberazione e al ritorno (dei rifugiati palestinesi e dei loro discendenti nelle loro antiche dimore all’interno di Israele). Gerusalemme e la Moschea di al-Aqsa rimarranno al centro del conflitto. Il popolo palestinese ha diritto a ogni forma di resistenza (ovvero: al terrorismo contro Israele)”.
Quando Hamas dice di restare fedele ai propri principi, si riferisce al suo Statuto del 1988 (che cita l’imam Hassan al-Banna, fondatore dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani) che afferma: “Israele esisterà e continuerà a esistere finché l’Islam non lo cancellerà, proprio come ha fatto con altri prima di lui”. Hamas si definisce “una delle ali dei Fratelli Musulmani in Palestina” e asserisce che “le iniziative, le cosiddette soluzioni pacifiche e le conferenze internazionali sono in contraddizione con i principi del Movimento di resistenza islamica (Hamas)”. Il gruppo terroristico, in altre parole, non ha rinunciato al suo sogno di eliminare Israele.
Khalil al-Hayya, un alto funzionario di Hamas che vive comodamente in Qatar, ha dichiarato in un discorso in occasione dell’anniversario della fondazione del suo gruppo che “la resistenza del popolo palestinese è ancora viva e la leadership (di Hamas) è salda e decisa”. Al-Hayya ha argomentato che la guerra di due anni nella Striscia di Gaza ha “dimostrato che (Israele) può essere sconfitto e che la liberazione della Palestina è possibile se si basa su un’attenta pianificazione e su sforzi congiunti”. Ha elogiato il massacro del 7 ottobre come “modello di ciò che potrebbe accadere se gli sforzi della Nazione (musulmana) fossero uniti” contro Israele. Il leader di Hamas si è vantato che la guerra ha “complicato e ostacolato” gli sforzi degli Stati Uniti per normalizzare le relazioni tra Israele e alcuni Paesi arabi e islamici, tra cui l’Arabia Saudita. Al-Hayya ha sottolineato il rifiuto di Hamas di “ogni forma di tutela o mandato sul popolo palestinese” e ha affermato che la missione del Board of Peace di Trump dovrebbe limitarsi a supervisionare l’attuazione del cessate il fuoco, il finanziamento e la supervisione della ricostruzione della Striscia di Gaza.
Riguardo alla Forza internazionale di stabilizzazione, al-Hayya ha rilevato che il suo ruolo dovrebbe limitarsi al mantenimento del cessate il fuoco, senza alcuna ingerenza negli affari interni della Striscia di Gaza. Le armi di Hamas e di altri gruppi terroristici palestinesi, ha aggiunto il funzionario, sono “un diritto legittimo garantito dal diritto internazionale, e questo diritto è legato alla creazione di uno Stato palestinese indipendente”. Un altro alto dirigente di Hamas, Hossam Badran,bbhe il suo gruppo “continuerà la sua lotta e il suo jihad per contrastare il progetto sionista in Palestina”, aggiungendo: “Fin dalla sua fondazione, Hamas ha condotto battaglie militari dirette contro il nemico (israeliano). Dobbiamo unire gli sforzi e tutte le energie per il ruolo più importante di liberare la Palestina”. Liberare la Palestina è un eufemismo per dire che bisogna distruggere Israele e sostituirlo con uno stato islamista.
È bene notare che diversi gruppi terroristici palestinesi, tra cui la Jihad islamica palestinese, si sono congratulati con Hamas per il 38° anniversario della sua fondazione e hanno promesso di appoggiare il jihad contro Israele. Inutile dire che i gruppi terroristici hanno anche espresso il loro sostegno alle atrocità del 7 ottobre. Queste dichiarazioni di Hamas e degli altri gruppi terroristici palestinesi dimostrano che essi non hanno alcuna intenzione di onorare il piano di Trump. Si limitano a considerarlo un cessate il fuoco temporaneo che consente loro di riorganizzarsi, riarmarsi e proseguire il loro jihad per annientare Israele. È semplicemente assurdo credere che un piano di pace possa porre fine al jihad dei terroristi contro Israele. Purtroppo, non c’è alternativa alla sconfitta totale e all’eliminazione di Hamas e dei suoi alleati
(*) Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme..
(Gatestone Institute, 21 gennaio 2026 - trad. di Angelita La Spada)
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Milano – Le case ebraiche svuotate: al Memoriale la storia delle confische fasciste
Un armadio in noce a un cassetto, due letti gemelli con reti metalliche, un tavolo in abete, cinque sedie diverse, tre cornici con fotografie. È un elenco asciutto, battuto a macchina, chiuso da un totale: 6.050 lire. A stilare l’inventario è un perito del Monte di Credito su Pegno, il 26 ottobre 1944, in un appartamento di via Casella 41, a Milano. Quegli oggetti appartenevano a Lea Behar. Quando i funzionari entrano in casa, Lea e la figlia Sara sono già state deportate e assassinate ad Auschwitz.
Il documento fa parte del Fondo Egeli, l’archivio dell’Ente di Gestione e Liquidazione Immobiliare creato dal fascismo nel 1939 per amministrare e liquidare i beni sottratti agli ebrei italiani. Carte che raccontano una violenza silenziosa e metodica: la spoliazione della vita quotidiana, stanza dopo stanza, mobile dopo mobile. Carte al centro della mostra “La persecuzione patrimoniale degli ebrei. Storie di vita dall’Archivio Storico Intesa Sanpaolo”, che si inaugura il 20 gennaio al Memoriale della Shoah di Milano.La vicenda di Lea Behar e delle figlie Sara e Stella Dana è una delle tre scelte per raccontare la persecuzione economica messa in atto dal regime fascista. Quando il perito varca la soglia dell’appartamento di via Casella, Stella è l’unica sopravvissuta, salvata nascondendosi presso una famiglia musulmana. Dopo la guerra tenterà di riavere quei beni presentando all’Egeli l’attestazione della Comunità israelitica di Milano sulla deportazione e la morte della madre e della sorella. Non basterà: gli oggetti verranno venduti all’asta e il ricavato incamerato dallo Stato.
Accanto alla famiglia Behar–Dana, il percorso espositivo segue le vicende dei Colorni e dei Levis: tre traiettorie diverse, accomunate dall’essere vittime della gelida burocrazia persecutoria messa in piedi dalfascismo. «Grazie all’inventario delle carte del Fondo Egeli che Intesa Sanpaolo ha svolto nel 2018, oggi al Memoriale si apre un nuovo capitolo su un argomento che per molti anni è risultato secondario rispetto alla persecuzione delle vite: quello della persecuzione economica, che si concretizzò nella confisca di ogni proprietà ebraica, dagli immobili agli oggetti di uso quotidiano», spiega Barbara Costa, responsabile dell’Archivio storico Intesa Sanpaolo e curatrice della mostra. «
L’Archivio Storico rende così disponibile una documentazione di grande rilevanza storica non solo a beneficio degli studiosi, ma soprattutto delle nuove generazioni, a cui questa mostra è destinata».Quella documentazione – oltre 300 faldoni e 1.400 fascicoli nominativi – permette di entrare nelle case e, insieme, nelle vite delle famiglie perseguitate. Elenchi che non registrano solo il valore economico dei beni, ma restituiscono abitudini, gusti, relazioni. «Queste carte vengono usate quasi sempre in negativo, per raccontare la spoliazione», osserva a Pagine Ebraiche l’economista Germano Maifreda, che per l’inaugurazione offrirà una contestualizzazione storica della mostra. «A me interessa anche usarli in positivo: ripartire dagli oggetti, dalle case, per capire come le famiglie ebraiche italiane vivevano prima delle leggi razziali».
Negli inventari compaiono biblioteche domestiche, arredi borghesi, strumenti di lavoro, giocattoli. Ma colpiscono anche le assenze. «Raramente troviamo, per esempio, gli oggetti più preziosi, di valore economico ma anche affettivo e simbolico, perché spesso vengono spostati, nascosti. A volte affidati ai vicini che poi nel Dopoguerra li restituiscono». Per Maifreda, «l’elenco degli oggetti ha un valore quasi pedagogico, perché umanizza immediatamente». Non è un caso, aggiunge, che «la Repubblica sociale italiana arriverà a vietare la pubblicazione di questi elenchi: ne coglieva la forza».
Il Dopoguerra, raccontano le carte, non coincide sempre con una restituzione. Per molti sopravvissuti le pratiche sono lunghe, costose, spesso umilianti; in altri casi non vengono nemmeno avviate. «Anche l’assenza di restituzione è un dato storico», sottolinea Maifreda. «C’è chi rinuncia, chi non vuole riaprire quella ferita, chi non torna affatto. È una seconda rimozione».
La mostra del Memoriale si inserisce in un discorso più ampio, che Maifreda ha sviluppato nel volume La memoria restituita. Storie di imprenditori e dirigenti ebrei nell’Italia delle leggi razziali, appena uscito in libreria ed edito da Il Sole 24 Ore. Un lavoro, conclude l’economista, che, come la mostra, «invita a leggere la storia degli ebrei non come capitolo separato, ma come parte integrante della storia italiana».
(moked, 20 gennaio 2026)
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La testimonianza di tre ex ambasciatori: «Cosa abbiamo capito di Israele»
ROMA – «Stiamo aprendo una breccia. Lo so anche per esperienza personale, è molto difficile entrare negli ambienti universitari e discutere di questi temi in modo pacato. È un autentico privilegio». Nelle parole di Luigi Mattiolo c’è forse una sintesi dell’incontro “Israele, il Medio Oriente e l’Italia dopo il 7 ottobre: la prospettiva di tre ex ambasciatori d’Italia in Israele” svoltosi martedì pomeriggio nel campus dell’Università Luiss di Roma. L’evento è stato presentato come una possibilità per ragionare con degli addetti ai lavori qualificati, in un periodo in cui a prevalere in molti ambienti, università incluse, sono estremismi ideologici e polarizzazioni. Accanto a Mattiolo, che ha rappresentato l’Italia in Israele dal 2008 al 2012, c’erano i suoi successori Francesco Talò (2012-2017) e Sergio Barbanti (2021-2024). Ha introdotto l’incontro un intervento di Giovanni Orsina, a capo del dipartimento di Scienze Politiche dell’ateneo. Le riflessioni degli ambasciatori sono state moderate dalla storica Carolina De Stefano.
«Israele è il paese più energetico in cui ho vissuto», ha esordito Mattiolo. «E questo nonostante il senso di precarietà e l’insicurezza percepite, perché l’isolamento non diventa mai rassegnazione. E se la percezione della minaccia è profonda e capillare, essa si traduce in forme di vigilanza anziché di paura». Mattiolo ha descritto Israele come un paese «dalla coesione sociale fortissima, anche per il fatto che ragazze e ragazzi condividono l’esperienza del militare». Gli anni in Israele hanno lasciato un segno anche nei suoi colleghi. «In Israele ho visto cose belle e cose e brutte e da entrambe ho tratto degli insegnamenti», ha raccontato Talò. «Penso a Shimon Peres e al suo libro No room for small dreams: alcuni sogni si sono realizzati, altri no. Nonostante le difficoltà, Israele è un paese sospinto da una forte volontà di innovazione». Come prima di lui Mattiolo, anche Talò ha puntato il dito contro una narrazione spesso avvelenata nei confronti di uno stato «che non è il paradiso, ma che ha segnato alcuni successi fantastici: la lettura che si fa di Israele è figlia del pregiudizio». Gli organismi internazionali hanno un ruolo in ciò. E pure gli organi di stampa, ha fatto capire Talò, soffermandosi sulla scelta ricorrente di qualificare Tel Aviv come la città di riferimento «quando la capitale d’Israele è Gerusalemme, che piaccia o meno». Barbanti ha vissuto i massacri del 7 ottobre e l’inizio della guerra a Gaza. In merito al conflitto, Barbanti ritiene che le Idf «abbiano preso tutte le precauzioni necessarie» per alleviare, nei limiti del possibile, la sofferenza dei civili. Il diplomatico ha anche ricordato che quando si promuovono istanze di boicottaggio «ciò colpisce anche il circa 20 per cento di palestinesi di Israele». Quale il ruolo della diplomazia? Per Barbanti, «se gli organismi internazionali non funzionano si tornerà all’uso della forza e alla deterrenza». a.s.
(moked, 21 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 28
Saul consulta l'evocatrice di spiriti a En-Dor
- In quei giorni i Filistei radunarono i loro eserciti per fare guerra a Israele. E Achis disse a Davide: “Sappi che verrai certamente con me alla guerra, tu e la tua gente”. Davide rispose ad Achis: “E tu vedrai quello che il tuo servo farà”. E Achis a Davide: “E io ti affiderò per sempre la guardia della mia persona”. Ora Samuele era morto; tutto Israele aveva fatto cordoglio e lo avevano sepolto a Rama, nella sua città. Saul aveva scacciato dal paese gli evocatori di spiriti e gli indovini.
- I Filistei si radunarono e andarono ad accamparsi a Sunem. Anche Saul radunò tutto Israele e si accamparono a Ghilboa. Quando Saul vide l'accampamento dei Filistei ebbe paura e il cuore gli tremò forte.
- Saul consultò l'Eterno, ma l'Eterno non gli rispose né per mezzo di sogni, né mediante l'Urim, né attraverso dei profeti. Allora Saul disse ai suoi servi: “Cercatemi una donna che sappia evocare gli spiriti e io andrò da lei a consultarla”. I servi gli dissero: “Ecco, a En-Dor c'è una donna che evoca gli spiriti”. Allora Saul si camuffò, si mise altri abiti, e partì accompagnato da due uomini. Giunsero di notte dalla donna, e Saul le disse: “Dimmi il futuro, ti prego, evocando uno spirito, e fammi salire colui che ti dirò”. La donna gli rispose: “Ecco, tu sai quello che Saul ha fatto, come ha sterminato dal paese gli evocatori di spiriti e gli indovini; perché dunque tendi un'insidia alla mia vita per farmi morire?”. Saul le giurò per l'Eterno dicendo: “Com'è vero che l'Eterno vive, non ti toccherà nessuna punizione per questo!”. Allora la donna gli disse: “Chi debbo farti salire?”. Egli rispose: “Fammi salire Samuele”.
- E quando la donna vide Samuele elevò un gran grido e disse a Saul: “Perché mi hai ingannata? Tu sei Saul!”. Il re le disse: “Non temere; ma che cosa vedi?”. E la donna a Saul: “Vedo un essere sovrumano che esce da sotto terra”. Ed egli a lei: “Che forma ha?”. Lei rispose: “È un vecchio che sale ed è avvolto in un mantello”. Allora Saul comprese che era Samuele, si chinò con la faccia a terra e gli si prostrò dinanzi.
- Samuele disse a Saul: “Perché mi hai disturbato, facendomi salire?”. Saul rispose: “Io sono in grande difficoltà, poiché i Filistei mi fanno guerra, e Dio si è ritirato da me e non mi risponde più né mediante i profeti né per mezzo di sogni; perciò ti ho chiamato perché tu mi faccia sapere quello che devo fare”. Samuele disse: “Perché consulti me, mentre l'Eterno si è ritirato da te ed è diventato tuo avversario? L'Eterno ha agito come aveva annunciato attraverso di me; l'Eterno ti strappa dalle mani il regno e lo dà a un altro, a Davide, perché non hai ubbidito alla voce dell'Eterno e non hai lasciato sfogare l'ardore della sua ira contro Amalec; perciò l'Eterno oggi ti tratta così. E l'Eterno darà anche Israele con te nelle mani dei Filistei, e domani tu e i tuoi figli sarete con me; l'Eterno darà pure il campo d'Israele nelle mani dei Filistei”.
- Allora Saul cadde all'istante lungo disteso a terra, perché spaventato dalle parole di Samuele; inoltre era senza forza, perché non aveva preso cibo tutto quel giorno e tutta quella notte.
- La donna si avvicinò a Saul e, vedendolo terrorizzato, gli disse: “Ecco, la tua serva ha ubbidito alla tua voce; io ho messo a repentaglio la mia vita per ubbidire alle parole che mi hai detto. Ora dunque anche tu ascolta la voce della tua serva e lascia che io ti metta davanti un boccone di pane; mangia per prendere forza se vuoi rimetterti in viaggio”. Ma egli rifiutò e disse: “Non mangerò”. I suoi servi, però, insistettero insieme alla donna, ed egli si arrese alle loro istanze; si alzò da terra e si pose a sedere sul letto. La donna aveva in casa un vitello ingrassato, che si affrettò ad ammazzare; poi prese della farina, la impastò e fece dei pani senza lievito; mise quei cibi davanti a Saul e ai suoi servi, e quelli mangiarono, poi si alzarono e ripartirono quella stessa notte.
(Notizie su Israele, 20 gennaio 2026)
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La testimonianza di tre ex ambasciatori: «Cosa abbiamo capito di Israele»
ROMA – «Stiamo aprendo una breccia. Lo so anche per esperienza personale, è molto difficile entrare negli ambienti universitari e discutere di questi temi in modo pacato. È un autentico privilegio». Nelle parole di Luigi Mattiolo c’è forse una sintesi dell’incontro “Israele, il Medio Oriente e l’Italia dopo il 7 ottobre: la prospettiva di tre ex ambasciatori d’Italia in Israele” svoltosi martedì pomeriggio nel campus dell’Università Luiss di Roma. L’evento è stato presentato come una possibilità per ragionare con degli addetti ai lavori qualificati, in un periodo in cui a prevalere in molti ambienti, università incluse, sono estremismi ideologici e polarizzazioni. Accanto a Mattiolo, che ha rappresentato l’Italia in Israele dal 2008 al 2012, c’erano i suoi successori Francesco Talò (2012-2017) e Sergio Barbanti (2021-2024). Ha introdotto l’incontro un intervento di Giovanni Orsina, a capo del dipartimento di Scienze Politiche dell’ateneo. Le riflessioni degli ambasciatori sono state moderate dalla storica Carolina De Stefano.
«Israele è il paese più energetico in cui ho vissuto», ha esordito Mattiolo. «E questo nonostante il senso di precarietà e l’insicurezza percepite, perché l’isolamento non diventa mai rassegnazione. E se la percezione della minaccia è profonda e capillare, essa si traduce in forme di vigilanza anziché di paura». Mattiolo ha descritto Israele come un paese «dalla coesione sociale fortissima, anche per il fatto che ragazze e ragazzi condividono l’esperienza del militare». Gli anni in Israele hanno lasciato un segno anche nei suoi colleghi. «In Israele ho visto cose belle e cose e brutte e da entrambe ho tratto degli insegnamenti», ha raccontato Talò. «Penso a Shimon Peres e al suo libro No room for small dreams: alcuni sogni si sono realizzati, altri no. Nonostante le difficoltà, Israele è un paese sospinto da una forte volontà di innovazione». Come prima di lui Mattiolo, anche Talò ha puntato il dito contro una narrazione spesso avvelenata nei confronti di uno stato «che non è il paradiso, ma che ha segnato alcuni successi fantastici: la lettura che si fa di Israele è figlia del pregiudizio». Gli organismi internazionali hanno un ruolo in ciò. E pure gli organi di stampa, ha fatto capire Talò, soffermandosi sulla scelta ricorrente di qualificare Tel Aviv come la città di riferimento «quando la capitale d’Israele è Gerusalemme, che piaccia o meno». Barbanti ha vissuto i massacri del 7 ottobre e l’inizio della guerra a Gaza. In merito al conflitto, Barbanti ritiene che le Idf «abbiano preso tutte le precauzioni necessarie» per alleviare, nei limiti del possibile, la sofferenza dei civili. Il diplomatico ha anche ricordato che quando si promuovono istanze di boicottaggio «ciò colpisce anche il circa 20 per cento di palestinesi di Israele». Quale il ruolo della diplomazia? Per Barbanti, «se gli organismi internazionali non funzionano si tornerà all’uso della forza e alla deterrenza». a.s.
(moked, 21 gennaio 2026)
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I patriarchi attaccano il sionismo cristiano e rivendicano il monopolio della rappresentanza della vita cristiana in Terra Santa
Leader religiosi accusano i cristiani filoisraeliani di “ingannare l'opinione pubblica”, ma le loro stesse affermazioni sollevano questioni più profonde sulla rappresentanza e la realtà.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - In una combattiva dichiarazione congiunta, i capi delle principali Chiese cattoliche, cattoliche orientali, ortodosse e di altre Chiese regionali hanno condannato il sionismo cristiano. Lo hanno definito una delle “ideologie dannose” attualmente attive in Israele e lo hanno accusato di fuorviare i cristiani e di minare l'unità della Chiesa.
I patriarchi e i capi delle Chiese in Terra Santa, il cui comunicato è stato pubblicato questa settimana, hanno avvertito che le aspirazioni sioniste cristiane “hanno trovato riscontro in alcuni attori politici in Israele e oltre”, che – secondo loro – “vogliono promuovere un'agenda politica che potrebbe danneggiare la presenza cristiana in Terra Santa e nel Medio Oriente in generale”.
Questi leader religiosi hanno inoltre espresso la loro preoccupazione per il fatto che i sionisti cristiani “sono stati accolti a livello ufficiale sia a livello locale che internazionale” e hanno dichiarato che solo loro “rappresentano le Chiese e i loro fedeli nelle questioni relative alla vita religiosa, comunitaria e pastorale cristiana in Terra Santa”.
La portata di questa lettera è notevole. Secondo i firmatari, il sostegno cristiano allo Stato di Israele – non solo di natura teologica, ma anche politica e pratica – dovrebbe essere considerato illegittimo, non cristiano e dannoso per lo stesso cristianesimo in Medio Oriente.
Tuttavia, questa affermazione non solo è teologicamente discutibile, ma anche oggettivamente insostenibile.
• Il cristianesimo di chi?
Sebbene i patriarchi affermino di parlare “a nome delle Chiese”, la loro autorità non è riconosciuta all'unanimità dai cristiani in Israele né in tutto il mondo. Molti cattolici israeliani e fedeli ortodossi hanno preso le distanze da simili dichiarazioni politiche in passato, criticando l'uso improprio delle loro istituzioni per fini di propaganda politica. Le comunità evangeliche e cristiane indipendenti – molte delle quali profondamente radicate nel Paese – sono completamente escluse da questo consenso ecclesiastico autoproclamato.
Rivendicando l'esclusiva autorità interpretativa sulla “vita cristiana” in Terra Santa, gli autori della lettera svalutano la fede vissuta da migliaia di credenti, la cui comprensione della Bibbia include il mandato di benedire Israele, pregare per Gerusalemme e riconoscere l'alleanza permanente di Dio con il popolo ebraico.
Lungi dall'essere un fenomeno marginale, il sionismo cristiano rappresenta oggi milioni di fedeli in tutto il mondo e intrattiene stretti e visibili rapporti con i leader politici sia israeliani che americani. Al contrario, la lettera dei patriarchi riprende modelli di argomentazione diffusi nei circoli anti-israeliani e rischia di allontanare uno dei pochi gruppi globali che ancora si impegnano attivamente a favore delle comunità cristiane della regione.
• Israele è una minaccia per i cristiani?
La dichiarazione ripete inoltre un'affermazione sempre più familiare, ma infondata: che il sostegno cristiano-sionista a Israele danneggi il cristianesimo nella regione.
In realtà, Israele continua ad essere l'unico Paese del Medio Oriente in cui la popolazione cristiana è in crescita, le chiese sono protette dalla legge e i fedeli godono di piena libertà di religione, di parola e di movimento. Al contrario, le comunità cristiane nella regione più ampia – dal Libano all'Iraq all'Autorità Palestinese – sono soggette a persecuzioni, fughe e declino demografico.
Affermare che il rafforzamento di Israele minacci la vita cristiana non solo è inesatto, ma nasconde le vere cause del declino regionale del cristianesimo e distoglie l'attenzione dai regimi e dalle ideologie che effettivamente espellono i cristiani.
• Una dichiarazione radicata nel potere, non nella teologia
In sostanza, la condanna del sionismo cristiano da parte dei patriarchi sembra motivata più da ragioni istituzionali che teologiche. Essa riflette la frustrazione per la crescente influenza dei cristiani che non si sottomettono alle gerarchie ecclesiastiche storiche, ma sostengono invece Israele in modo diretto, pubblico e senza scuse.
Ci possono essere differenze reali nell'interpretazione e nell'escatologia, ma bollare l'amore cristiano per Israele come “confusione” o “danno” significa ridefinire il cristianesimo stesso in termini puramente politici.
Se la Chiesa in Terra Santa vuole mantenere la credibilità che rivendica, deve evitare di confondere il desiderio di controllo con una pretesa di superiorità morale o teologica.
(Israel Heute, 20 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Honduras, ecco Nasry Asfura il nuovo presidente: palestinese e filoisraeliano
Leader del partito di destra, nipote di immigrati palestinesi cristiani, Nasry Asfura, entrerà ufficialmente in carica entro la fine del mese. Ha dimostrato una certa vicinanza a Israele, più del precedente governo di sinistra. Durante la visita in Israele con Netanyahu, pace, fratellanza e cooperazione, sono stati i temi al centro dell’incontro
di Nathan Greppi
Il neoeletto presidente dell’Honduras, Nasry Asfura, si è recato in visita a Gerusalemme domenica 18 gennaio, esprimendo la sua speranza per una “nuova era” nelle relazioni bilaterali con Israele.
Come spiega JNS la dichiarazione e il viaggio di Asfura, che entrerà ufficialmente in carica entro la fine del mese, hanno segnato un ritorno a legami più stretti, dopo un recente periodo di relazioni tese sotto il suo predecessore, che aveva richiamato l’ambasciatore Israele a causa della guerra di Gaza.
“Stiamo rimodellando le relazioni tra Israele e l’Honduras in linea con i tradizionali legami di amicizia, ma vogliamo anche abbracciare il futuro”, ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu ad Asfura, secondo un resoconto del loro incontro. “Ti do il benvenuto a Gerusalemme, è una città antica, ma è anche una città che guarda all’innovazione e alla cooperazione con te e il popolo honduregno”, ha proseguito il primo ministro. “Sono convinto che in tutto ciò che hai menzionato saremo in grado di migliorare e anche di proseguire per il bene della pace, della fratellanza e del futuro dei nostri paesi”, ha risposto Asfura.
• Chi è Asfura
Leader del Partito Nazionale di destra, eletto presidente dell’Honduras il 30 novembre 2025 dopo essere stato sindaco della capitale Tegucigalpa dal 2014 al 2022, Nasry “Tito” Asfura è nipote di immigrati palestinesi cristiani. Analogamente al presidente di El Salvador Nayib Bukele, anch’egli di origini palestinesi, ha dimostrato una certa vicinanza a Israele, più del precedente governo di sinistra.
Prima della sua elezione, il Partito Nazionale dell’Honduras aveva già dimostrato un forte sostegno allo Stato Ebraico quando, nel 2021, l’allora presidente Juan Orlando Hernandez ha aperto l’ambasciata honduregna a Gerusalemme. Anche lui era dello stesso partito di Asfura.
• Relazioni tra i due paesi
L’Honduras ha riconosciuto ufficialmente Israele nel 1948, ed è attualmente uno dei pochi paesi al mondo ad avere l’ambasciata in Israele a Gerusalemme invece che a Tel Aviv (gli altri sono Stati Uniti, Guatemala, Paraguay, Kosovo, Papua Nuova Guinea e Fiji).
Nel corso degli anni, Israele è stato un importante partner nei settori della difesa e della cybersicurezza per l’Honduras, al quale ha fornito aerei da combattimento per combattere il narcotraffico. Ha anche fornito al paese centroamericano assistenza e know-how nei settori dell’agricoltura, della tecnologia idrica, della salute e dell’innovazione.
Il rafforzamento delle relazioni tra i due paesi fa parte di una più ampia tendenza dell’America Latina: di recente, con i cambi di governo sono migliorate anche le relazioni con la Bolivia e il Cile, che sotto i precedenti governi avevano adottato posizioni ferocemente antisraeliane, senza contare lo sviluppo dei legami con l’Argentina sotto l’attuale presidente Javier Milei.
(Bet Magazine Mosaico, 20 gennaio 2026)
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Musica – Umana, umanistica, umanitaria
di Francesco Lotoro
Il termine Olocausto, dal greco holokauston, ossia sacrificio (animale) interamente bruciato, è una grecizzazione del termine ebraico olà che indicava uno dei tipi di offerta quotidiana nel Beit ha-Mikdash in cui l’animale era completamente consumato dal fuoco sull’altare; la Hebdomēkonta (traduzione in greco della Bibbia ebraica) coniò il termine holokáutoma, dalla seconda metà del XX secolo il suo uso (negli Usa e Paesi anglofoni prevale il termine Holocaust) si riferisce storicamente e unicamente allo sterminio della popolazione ebraica d’Europa da parte del Terzo Reich ma altresì dei paesi collaborazionisti senza il quale convinto sostegno il piano di sterminio partorito dal nazionalsocialismo sarebbe stato di gran lunga più contenuto almeno nei numeri.
Invero il termine era stato usato in precedenza in inglese e altre lingue per descrivere in senso figurato o letterale distruzioni, massacri e sacrifici su larga scala, spesso con la presenza dell’elemento fuoco a contraddistinguere e giustificare l’uso del termine; nel 1895 il New York Times usò il termine Holocaust in riferimento al massacro degli armeni cristiani da parte dei turchi ottomani (precedente il Medz Yeghern del 1915-1917) mentre il grande poeta italiano Gabriele D’Annunzio, nella storica impresa di Fiume e Quarnero del 1919, si riferì ai fatti utilizzando il termine olocausta femminilizzando il termine e dando a esso una connotazione insieme poetica e nazionalistica.
Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale scrittori e giornalisti anglofoni utilizzarono estesamente il termine Holocausta descrivere eventi di distruzione di massa come il bombardamento di Dresda del 13 febbraio 1945 da parte dei bombardieri Alleati (circa 40.000 vittime) o lo sgancio dell’atomica a Hiroshima e Nagasaki (oltre 200.000 vittime); nell’era corrente il termine è spesso utilizzato (talora in modo improprio) in merito a dinamiche persecutorie messe in atto durante la Seconda Guerra Mondiale quantomeno differenti dai fatti ai quali il termine dovrebbe storicamente riferirsi.
Nel 1948 furono gli estensori della Megillat HaAtzmaut ossia la Dichiarazione d’Indipendenza (Mordechai Beham, Zvi Berenson, Moshe Sharett, David Ben-Gurion) a utilizzare ufficialmente il termine Shoah (catastrofe) nella proclamazione ufficiale dello Stato d’Israele laddove all’inizio del quarto capoverso è scritto Ha-Shoah she-nitcholela al Am Yisrael ba-zman ha-acharon, bah huchre’u le-tevach milyonei Yehudim be-Eiropa (la catastrofe che ha colpito recentemente il popolo ebraico ossia il massacro di milioni di ebrei in Europa); da notare l’uso dell’espressione huchre’u le-tevach laddove il termine indicativo del massacro è altresì indicativo dell’abbattimento dell’animale per la macellazione e ciò è qualcosa che va al di là dell’elemento fuoco associato al termine Olocausto.
Ma Ben-Gurion e altri intendevano altresì comunicare qualcosa che si trova nella continuazione del testo ossia che quanto accaduto «è stata un’altra chiara dimostrazione dell’urgenza di risolvere il problema della sua mancanza di patria attraverso la ricostituzione in Eretz Israel dello Stato ebraico che spalancherà le porte della patria a ogni ebreo e conferirà al popolo ebraico la posizione di membro con uguali diritti nella famiglia delle nazioni». È l’immagine letteraria di quanto si stava consumando nei giorni eroici della proclamazione dello Stato d’Israele non già e non solo come un generico fenomeno post-coloniale accelerato dall’emergenza dei fatti ma come postulato inalienabile di appartenenza del popolo ebraico alla propria terra storica, cuore e anima del sionismo.
In ossequiosa osservanza alle linee politiche ufficiali dell’Unione Sovietica prima e dopo la morte di Stalin, l’establishment sovietico tracciò una netta distinzione tra ‘buoni ebrei sovietici’ (Khoroshiye sovetskiye yevrei) completamente degiudaizzati e antisionisti nonché pienamente assimilati all’ideologia stalinista e i ‘nazisti-sionisti’ (natsisty-sionisty) in base a un perversa mistificazione propagandistica comunista che associava all’ebreo le categorie del suo storico persecutore; fedele ai dettami del partito comunista sovietico, la leadership del Soyuz sovetskikh kompozitorov SSSR (Unione dei compositori sovietici) etichettò i compositori ebrei come ‘aggressori sionisti’ o ‘agenti dell’imperialismo mondiale’ arrivando a formulare nei loro riguardi accuse di degenerazione ideologica e ostilità alla cultura musicale sovietica, l’accusa di sionismo era formulata persino nei riguardi di musicisti non ebrei ma semplicemente di idee e opinioni diverse come Nikolaij Roslavets.
L’universo musicale concentrazionario riuscì a dare a qualsiasi contesto risposte molto più congrue e razionali, la musica prodotta in cattività era intensa e persino drammatica ma mai dettata da rancore, dura ma mai violenta neanche nei riguardi del persecutore e carnefice, tenace e resiliente ma mai dettata da esacerbazione; la risposta musicale fu umana, umanistica, umanitaria.
Il 14 giugno 1942 presso la Royal Albert Hall di Londra la London Philharmonic Orchestra diretta da Sir Adrian Boult eseguì in prima assoluta il Piano Concerto No.1 op.16 del compositore e pianista ebreo tedesco Franz Theodor Reizenstein scritto presso il Central Camp di Douglas durante l’internamento come Enemy Alien (il PianoConcerto sarà completato da Reizenstein dopo l’internamento), al pianoforte l’autore; lo stesso giorno, in un orario diverso, la Royal Albert Hall ospitò un altro evento storico, un concerto della London Symphony Orchestra diretto per la prima volta da un direttore d’orchestra nero, Rudolph Dunbar.
La Seconda Guerra Mondiale era in pieno svolgimento, le risorse dei Paesi in conflitto venivano prosciugate e convogliate al fronte, i bombardamenti e le restrizioni avevano ridotto in tocchi il Regno Unito; eppure nei ghetti e nei lager si allestivano teatri, si assemblavano orchestre e cori degni della Scala, si scriveva tanta musica da bastare per dieci generazioni mentre nella Londra assediata si eseguivano opere scritte in campi di internamento e si cambiava letteralmente la storia sociale.
La musica prodotta nell’universo concentrazionario non ha fornito tutte le risposte su quanto accaduto ad Auschwitz e durante l’Olocausto; in compenso ci ha consentito di porre numerose domande e, come per i famosi quesiti matematici internazionali non ancora risolti, avanzeremo nella civiltà e nell’arte man mano che sapremo rispondere a ognuna di queste domande.
Non appena raggiunto il futuro, esso diventa presente; questa musica ha raggiunto il suo futuro.
(moked, 20 gennaio 2026)
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Nel mondo ci sono ancora 196.600 sopravvissuti ebrei all'Olocausto
Secondo le stime della Claims Conference, nel mondo ci sono ancora 196.600 sopravvissuti ebrei all'Olocausto. Si tratta quasi esclusivamente di persone che più di 80 anni fa, quando erano bambini, sono sfuggite allo sterminio di massa degli ebrei in Europa da parte del regime nazista, come ha comunicato lunedì l'organizzazione a New York. L'età media dei sopravvissuti all'Olocausto è di 87 anni; il 62% sono donne, circa un terzo ha 90 anni o più.
Secondo i dati, la maggior parte dei sopravvissuti ebrei all'Olocausto risiede in Israele (50%), seguita dagli Stati Uniti (16%), dalla Francia (9%) e dalla Russia (7%). Al quinto posto si trova la Germania con il 5%. Rispetto all'inizio dell'anno precedente, il numero dei testimoni oculari ha continuato a diminuire. All'inizio del 2025, gli statistici della Claims Conference hanno registrato circa 220.000 sopravvissuti ebrei all'Olocausto.
• Commemorazione della liberazione di Auschwitz
Il 27 gennaio si commemorano in tutto il mondo le vittime del nazionalsocialismo. Il 27 gennaio 1945 fu liberato il campo di concentramento di Auschwitz. In Germania, 30 anni fa, l'allora presidente federale Roman Herzog ha istituito questa giornata come giorno commemorativo nazionale.
La Conference on Jewish Material Claims Against Germany (Claims Conference) è un'organizzazione senza scopo di lucro con uffici a New York, Israele, Germania e Austria, che garantisce risarcimenti materiali ai sopravvissuti all'Olocausto in tutto il mondo. Secondo le proprie dichiarazioni, per l'anno 2025 la Claims Conference ha distribuito in tutto il mondo circa 530 milioni di dollari USA in risarcimenti ai sopravvissuti e 960 milioni di dollari USA in misure di assistenza ai sopravvissuti, quali assistenza domiciliare, medicinali e generi alimentari.
(Jüdische Allgemeine, 20 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 27
Davide nel paese dei Filistei. Suo soggiorno a Siclag- Davide disse nel suo cuore: “Un giorno o l'altro io morirò per mano di Saul; non c'è nulla di meglio per me che rifugiarmi nel paese dei Filistei, in modo che Saul, persa ogni speranza, finisca di cercarmi per tutto il territorio d'Israele; così scamperò dalle sue mani”. Davide dunque si alzò e con i seicento uomini che aveva con sé, si recò da Achis, figlio di Maoc, re di Gat. Davide abitò con Achis a Gat, lui e la sua gente, ciascuno con la propria famiglia. Davide aveva con sé le sue due mogli: Ainoam, di Izreel, e Abigail, di Carmel, che era stata moglie di Nabal. E Saul, informato che Davide era fuggito a Gat, smise di cercarlo.
- Davide disse ad Achis: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, mi sia dato un luogo dove io possa stabilirmi, in una delle città della campagna; e perché il tuo servo dovrebbe abitare con te nella città reale?”. Achis, in quel giorno, gli diede Siclag; perciò Siclag è appartenuta ai re di Giuda fino al giorno d'oggi. Il tempo che Davide rimase nel paese dei Filistei fu di un anno e quattro mesi.
- Davide e la sua gente salivano e facevano delle scorrerie nel paese dei Ghesuriti, dei Ghirziti e degli Amalechiti; poiché queste popolazioni da tempi antichi abitavano il paese, dal lato di Sur fino al paese d'Egitto. Davide devastava il paese, non lasciava in vita né uomo né donna e prendeva pecore, buoi, asini, cammelli e indumenti; poi ritornava e andava da Achis. Achis domandava: “Dove avete fatto la scorreria quest'oggi?”. E Davide rispondeva: “Verso il sud di Giuda, verso il sud degli Ierameeliti e verso il sud dei Chenei”. E Davide non lasciava in vita né uomo né donna per condurli a Gat, poiché diceva: “Potrebbero parlare contro di noi e dire: 'Davide ha fatto così'”. Questo fu il suo modo di agire tutto il tempo che dimorò nel paese dei Filistei. Achis aveva fiducia in Davide e diceva: “Egli si rende odioso a Israele, suo popolo; e così sarà mio servo per sempre”.
(Notizie su Israele, 19 gennaio 2026)
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Hamas vista dall’interno: la diserzione che incrina il mito
Quando l’ideologia diventa un cappio e la guerra una truffa ai danni dei civili
di Paolo Montesi
C’è un punto, nelle guerre lunghe e ideologiche, in cui la retorica si sfalda e resta soltanto la materia grezza dei fatti, insieme alla voce di chi ha vissuto dall’interno ciò che per anni è stato raccontato come destino, necessità, sacrificio. L’intervista rilasciata a N12 da Hamza Mahra, ex membro delle unità Nukhba di Hamas e nipote di uno dei fondatori dell’organizzazione, appartiene a questa categoria scomoda e per questo rivelatrice. Non siamo di fronte a un’abiura spettacolare né una confessione costruita per il pubblico occidentale, ma a un racconto lineare e duro di una disillusione maturata nel tempo, dentro Gaza, dentro Khan Yunis, nel cuore stesso di quella struttura che per decenni ha preteso di incarnare la resistenza.
Mahra non parla come un uomo sconfitto, bensì come qualcuno che ha smesso di credere a un sistema che prometteva dignità e ha prodotto macerie, prometteva protezione e ha lasciato i civili esposti a ogni rappresaglia possibile. Quando dice che l’ideologia di Hamas è falsa, non sta facendo un’operazione teorica, bensì una constatazione pratica, nata dall’osservazione quotidiana di una leadership che, a suo giudizio, ha trasformato la vita dei palestinesi in una moneta di scambio, utile solo a perpetuare il proprio potere.
Il passaggio più destabilizzante riguarda il 7 ottobre, definito senza ambiguità un errore devastante. Non un atto eroico mal riuscito, non una risposta sproporzionata a un’ingiustizia, ma una scelta che ha riportato Gaza indietro di decenni, cancellando in poche ore ciò che era stato costruito con fatica in anni di lavoro e adattamento. In quelle parole non c’è indulgenza né tentativo di giustificazione, bensì la consapevolezza che l’azione armata, sganciata da qualsiasi responsabilità verso la popolazione, diventa una forma di autodistruzione collettiva.
Il fatto che Mahra abbia deciso di unirsi alla milizia di Hussam al-Astal, collaborando con Israele, segna un ulteriore scarto rispetto alla grammatica tradizionale del conflitto. Qui non siamo davanti a un riposizionamento tattico, ma a una rottura simbolica, perché implica il riconoscimento che il nemico assoluto, così come è stato insegnato per generazioni, non esiste nella forma semplificata proposta dall’indottrinamento. Israele, in questo racconto, smette di essere un’entità astratta e diventa un interlocutore con cui, per quanto difficile, è necessario fare i conti se l’obiettivo è la sopravvivenza dei civili e non la glorificazione della morte.
Colpisce anche l’assenza di timore dichiarata nei confronti di Hamas. Mahra sa bene cosa rischia, conosce i metodi, le ritorsioni, il prezzo che viene imposto a chi rompe la disciplina, e tuttavia rivendica il diritto di vivere una vita normale, sottraendosi alla catena familiare e ideologica che avrebbe dovuto determinarne il destino. In questo rifiuto dell’eredità, più che in qualsiasi slogan, si intravede la crepa più profonda nel sistema: quando i figli e i nipoti dei fondatori iniziano a considerare quell’eredità come un peso e non come un onore, qualcosa si è irrimediabilmente incrinato.
Questa testimonianza non risolve il conflitto, né pretende di farlo, ma costringe a guardare Hamas per ciò che è diventata agli occhi di una parte dei suoi stessi uomini, ovvero un apparato che divora le energie della società che dice di difendere. Ed è proprio per questo che risulta intollerabile per chi continua a raccontare Gaza come un blocco monolitico, privo di dissenso interno e di conflitti reali. La voce di Hamza Mahra, piaccia o no, ricorda che anche lì esistono scelte, fratture, risvegli tardivi, e che la pace, per quanto lontana, comincia spesso da una diserzione.
(Setteottobre, 19 gennaio 2026)
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Israele osserva con attenzione il problema dei Fratelli Musulmani in Europa
Le società democratiche possono permettersi di ignorare movimenti il cui potere non risiede in ciò che distruggono, ma in ciò che trasformano silenziosamente?
di James Spiro
Quando questa settimana Washington ha classificato tre rami dei Fratelli Musulmani come organizzazioni terroristiche, l'annuncio ha attirato l'attenzione ben oltre il Medio Oriente.
Per i politici israeliani e le comunità ebraiche di tutta Europa, ciò ha confermato una preoccupazione di lunga data. Vale a dire che gran parte del continente continua a non essere in grado o non è disposta a opporsi ai movimenti islamici estremisti che agiscono non con la violenza aperta, ma attraverso una sottile infiltrazione delle sue istituzioni.
Gli americani hanno classificato il ramo libanese della Fratellanza come organizzazione terroristica straniera e i suoi rami giordano ed egiziano come terroristi globali specificatamente designati.
Ciò riflette un'attenzione particolare all'infrastruttura ideologica piuttosto che agli attacchi fisici isolati, facilmente identificabili come tali, confondendo il confine tra ciò che è considerato violenza e una minaccia generale all'armonia e alla sicurezza di un paese.
Questo approccio si è affermato più lentamente in Europa, dove le organizzazioni legate alla Fratellanza operano spesso legalmente come enti di beneficenza, gruppi di interesse o associazioni religiose.
E la crescente popolazione musulmana in tutto il continente ha solo aumentato la pressione sui politici europei, che sono cauti nel non irritare un elettorato sempre più influente.
Israele ha seguito con attenzione questo sviluppo, in particolare negli ultimi anni dopo l'attacco di Hamas contro Israele e la reazione mondiale alla guerra che ne è seguita.
Da anni i funzionari della sicurezza e gli analisti israeliani avvertono i loro colleghi europei che Hamas non può essere considerato isolatamente, ma deve essere visto nel contesto più ampio dell'ecosistema della Fratellanza Musulmana che lo sostiene, in particolare con l'aiuto di paesi come l'Iran e il Qatar.
Mentre Israele ha affrontato questa realtà con mezzi militari, l'Europa ha trattato la questione principalmente come una questione di integrazione, coesione sociale e libertà civili.
Questo approccio è ora naturalmente sotto pressione.
• Il problema dell'Europa con la Fratellanza Musulmana
Nel Regno Unito, in Francia e in Germania, i governi stanno attualmente esaminando la presenza di reti islamiste che non sempre incitano apertamente alla violenza, ma promuovono valori antiliberali e creano un ambiente in cui prosperano l'antisemitismo e i sentimenti antioccidentali.
In Francia, il governo del presidente Emmanuel Macron ha cercato di combattere il “separatismo islamista”, citando le preoccupazioni relative alle società parallele e alla radicalizzazione.
Allo stesso modo, le autorità tedesche hanno intensificato la sorveglianza sui gruppi legati alla Fratellanza, definendoli una minaccia a lungo termine per l'ordine democratico.
Nel Regno Unito, le indagini parlamentari hanno ripetutamente esaminato le organizzazioni legate alla Fratellanza (senza però arrivare a vietarle). Ancora oggi, i governi europei reagiscono con sensibilità alle accuse di prendere di mira le comunità musulmane o di violare la libertà di religione. E poiché la Fratellanza opera nella zona grigia tra fede, politica e attivismo, parte di questo approccio comporta dei rischi per i politici ambiziosi.
• Gli ebrei lasciati indietro
Per le comunità ebraiche di tutta Europa, le conseguenze dell'inazione sono tangibili.
L'antisemitismo legato all'ideologia islamista è diventato una caratteristica distintiva della situazione europea dopo il 7 ottobre. Le manifestazioni a favore di Hamas, gli appelli alla distruzione di Israele e le minacce alle istituzioni ebraiche hanno costretto molti governi ad affrontare questioni scomode sulle correnti ideologiche presenti nelle loro città.
L'antisemitismo dell'estrema destra rimane una minaccia, ma i leader ebraici sottolineano che anche gli ambienti islamisti e di estrema sinistra sono fonte di ostilità, spesso minimizzata dai media o da altre istituzioni.
Il deputato ebreo britannico Damien Egan ha dovuto annullare una visita in una scuola della sua circoscrizione dopo che un gruppo locale filopalestinese ha protestato contro la sua visita a causa del suo sostegno a Israele – uno dei tanti episodi recenti che evidenziano le tensioni a cui sono sottoposte le personalità pubbliche ebree.
“Il governo [americano] ha compiuto un passo enorme per contrastare la minaccia dei Fratelli Musulmani in tutto il mondo”, ha affermato Charles Asher Small, direttore esecutivo dell'Institute for the Study of Global Antisemitism and Policy (ISGAP), che ha informato i politici occidentali sulla strategia globale dei Fratelli Musulmani. Il movimento sta cercando di integrarsi nei sistemi democratici e di trasformare gradualmente le norme e il discorso dall'interno.
Questa strategia, nota come “entrismo strategico”, trova particolare riscontro in Europa, dove il sostegno statale alle istituzioni religiose e civili può involontariamente fornire legittimità e risorse a gruppi con obiettivi islamisti.
Israele ha avvertito che tali reti non hanno bisogno di compiere attacchi fisici per indebolire le società democratiche o normalizzare le narrazioni antisemite. E la classificazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe rendere questi avvertimenti ancora più chiari.
• La via americana (e israeliana)
Prendendo di mira le ramificazioni della Fratellanza per il loro sostegno a Hamas e non per la violenza diretta, Washington ha finalmente segnalato la sua disponibilità a trattare l'abilitazione ideologica come un problema di sicurezza.
Questo punto di vista è più in linea con l'analisi delle minacce di Israele, che privilegia i sistemi rispetto ai sintomi.
Riflette anche il modo in cui Israele vede altri avversari ideologici. La strategia regionale dell'Iran, ad esempio, si basa meno sullo scontro con Israele e più sulla promozione di rappresentanti, istituzioni e narrazioni che sopravvivono ai singoli leader o governi.
In Europa, la Fratellanza rappresenta una sfida diversa (ma non meno duratura): un gioco lungo, sul modello cinese, che punta più sulla pazienza che sulla provocazione.
Le implicazioni per l'Europa sono significative. Con l'aumento dell'antisemitismo e la rivalutazione del loro futuro nel continente da parte delle comunità ebraiche, i governi si trovano sotto crescente pressione per dimostrare che la tolleranza democratica non si applica ai movimenti che minano i valori democratici stessi.
Finora non sono stati all'altezza di questa sfida.
Per Israele si tratta più di sicurezza che di solidarietà. I dibattiti interni dell'Europa sull'Islam politico influenzano tutto, dalle alleanze diplomatiche alla cooperazione nella lotta al terrorismo.
Un'Europa che sottovaluta l'estremismo ideologico è, dal punto di vista israeliano, un'Europa meno disposta ad affrontare le forze che destabilizzano il Medio Oriente.
Questo non significa che la Fratellanza Musulmana sia sempre violenta. Ma il continente deve chiedersi se le sue società democratiche possono permettersi di ignorare movimenti il cui potere non risiede in ciò che distruggono, ma in ciò che intercettano e trasformano silenziosamente nel corso del tempo.
Israele ha imparato presto queste regole. Gli Stati Uniti hanno ora iniziato ad agire di conseguenza. L'Europa dovrà probabilmente decidere presto se vuole continuare a giocare... o continuare a fingere che il gioco non esista.
(Israel Heute, 19 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele: le donne ultraortodosse entrano nel cuore dell’hi-tech
di Michelle Zarfati
In Israele un numero crescente di donne ultraortodosse (haredi) sta trovando sempre più spazio nel settore dell’alta tecnologia, rompendo barriere culturali e professionali storiche. A favorire questa trasformazione è KamaTech, un’organizzazione che offre formazione avanzata e accompagnamento al lavoro per membri della comunità haredi, con un’attenzione particolare alle donne.
Nel centro di Bnei Brak, decine di partecipanti seguono corsi intensivi che le preparano a ruoli tecnici richiesti da grandi aziende internazionali come Google, Apple e Amazon. Ad oggi, circa 7.000 donne hanno completato i programmi, e 2.000 sono già impiegate nel settore hi-tech. Il percorso non è solo professionale: le partecipanti imparano anche a muoversi in un ambiente lavorativo laico, mantenendo però le proprie tradizioni religiose. Molte ottengono l’approvazione delle autorità rabbiniche, che vedono nell’hi-tech una via per garantire stabilità economica alle famiglie.
Secondo i promotori del progetto, l’iniziativa rappresenta un ponte tra due mondi spesso considerati incompatibili e contribuisce a ridisegnare il ruolo delle donne haredi nella società israeliana, offrendo nuove opportunità di autonomia e crescita economica.
(Shalom, 19 gennaio 2026)
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Israele respinge il piano statunitense per Gaza – L'invito di Erdoğan acuisce le tensioni in Medio Oriente
Mentre gli Stati Uniti istituiscono il loro “Board of Peace” (Consiglio di pace) per riorganizzare la Striscia di Gaza, il primo ministro Benjamin Netanyahu prende apertamente le distanze da alcune parti del piano: troppo grandi sono le preoccupazioni in materia di politica di sicurezza nei confronti del coinvolgimento degli attori regionali.
In una dichiarazione insolitamente chiara, l'ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha criticato aspramente la recente iniziativa statunitense sulla futura amministrazione della Striscia di Gaza. La creazione di un cosiddetto Gaza Executive Board – un comitato direttivo internazionale che, nell'ambito del Board of Peace (Consiglio di pace), dovrebbe coordinare l'amministrazione transitoria, le questioni relative alla sicurezza e la ricostruzione di Gaza – sarebbe in contrasto con la politica ufficiale israeliana e sarebbe stata resa pubblica senza previa consultazione con Gerusalemme.
Il governo statunitense, guidato dal presidente Donald Trump, aveva presentato il Consiglio di pace come organo direttivo centrale per la seconda fase del suo piano per Gaza. Questo organo internazionale dovrebbe coordinare, tra l'altro, l'amministrazione transitoria, la smilitarizzazione e la ricostruzione della fascia costiera – un mandato con conseguenze politiche e di sicurezza di vasta portata.
• Chiaro rifiuto da Gerusalemme
L'ufficio del primo ministro ha dichiarato che la composizione del Gaza Executive Board non è accettabile per Israele. Particolarmente problematico è il coinvolgimento di Stati che, secondo la valutazione israeliana, intrattengono stretti rapporti politici con Hamas o almeno legittimano indirettamente questa organizzazione.
Netanyahu avrebbe incaricato il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar di esprimere chiaramente il malcontento nei confronti del Dipartimento di Stato americano. La leadership israeliana sottolinea che le decisioni sul futuro di Gaza non possono essere prese senza tenere conto degli interessi centrali di Israele in materia di sicurezza.
A Gerusalemme, il ruolo degli attori regionali è visto con particolare occhio critico. Dal punto di vista israeliano, c'è il rischio che le considerazioni politiche all'interno del Consiglio di pace possano portare a un indebolimento della chiara richiesta di completa destituzione delle strutture terroristiche.
• Invito a Recep Tayyip Erdoğan
Il dibattito è stato ulteriormente alimentato dalla conferma da parte di Ankara che Donald Trump ha invitato il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan a entrare a far parte del Board of Peace (Consiglio di pace). Secondo fonti turche, l'invito è stato esteso già a metà gennaio ed è considerato ad Ankara un segno dell'importanza strategica della Turchia.
Dal punto di vista israeliano, questo sviluppo è molto delicato. Fin dall'inizio della guerra di Gaza, la Turchia ha assunto una posizione apertamente contraria a Israele e ha attaccato Netanyahu in modo aggressivo in diverse occasioni. Pertanto, a Gerusalemme si guarda con grande scetticismo a un ruolo formale di Ankara nella futura amministrazione di Gaza.
Inizialmente non è stata rilasciata alcuna dichiarazione ufficiale israeliana specifica sull'invito di Erdoğan. Tuttavia, negli ambienti governativi si sostiene che una tale configurazione sarebbe difficilmente compatibile con la dottrina di sicurezza di Israele.
• Ambizioni internazionali, riserve israeliane
Il Consiglio di pace dovrebbe comprendere, oltre agli attori regionali, anche personalità internazionali del mondo della politica, dell'economia e della diplomazia. L'obiettivo di Washington è quello di conferire legittimità internazionale al piano per Gaza e di guidare la ricostruzione in modo ordinato.
In Israele questo approccio incontra riserve trasversali a tutti i partiti. I critici avvertono che un organo internazionale troppo ampio potrebbe imporre compromessi politici che a lungo termine creerebbero nuova instabilità invece di garantire la sicurezza.
L'aperta opposizione di Gerusalemme lo dimostra chiaramente: Israele non è disposto a mettere da parte i propri interessi fondamentali in nome dei processi internazionali. Il dibattito sul Consiglio di pace evidenzia ancora una volta le tensioni tra le ambizioni diplomatiche americane e le priorità di sicurezza israeliane. Resta da vedere se il piano statunitense porterà a un accordo postbellico stabile a Gaza o se aprirà nuove linee di conflitto.
(Israel Heute, 18 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Hamas ricostruisce la leadership di Gaza dal circolo di Sinwar
Mentre Donald Trump annuncia il “Comitato di pace” di Gaza, l'organizzazione terroristica si sta ricostruendo. Dai prigionieri liberati nell'accordo Shalit al “comandante di brigata” che ha sostituito Mohammed Deif, oltre a tre comandanti di battaglione veterani che sono sfuggiti ai tentativi di assassinio.
di Shachar Kleiman
Nel mezzo della tempesta che circonda l'istituzione del “consiglio di pace”, Israele ha ucciso un terrorista di alto rango di Hamas di nome Mohammed al-Houli, noto anche come Abu Fouad, che era a capo delle operazioni del campo centrale e aveva partecipato ai preparativi per il massacro del 7 ottobre.
Abu Fouad si aggiunge a una serie di terroristi eliminati durante il cessate il fuoco sullo sfondo delle violazioni di Hamas. Tuttavia, molte figure di spicco rimangono nella leadership dell'organizzazione a Gaza, con conti ancora da regolare. Questi individui sono responsabili del tentativo di rafforzamento delle forze, delle continue violazioni, del rifiuto di disarmarsi e di un ritardo di tre mesi nella restituzione di tutti gli ostaggi deceduti.
La figura di più alto rango eliminata negli ultimi tre mesi è stata Raad Saad. Il fondatore delle unità Nukhba e della forza navale di Hamas, che per decenni ha ricoperto il ruolo di uno dei comandanti di alto rango dell'ala militare, era salito al secondo posto nella gerarchia dell'ala dopo due anni di guerra. Saad, ucciso il 13 dicembre mentre viaggiava nel suo veicolo con le guardie del corpo, supervisionava la produzione di armi ed era responsabile dell'assemblaggio di ordigni esplosivi utilizzati contro le forze dell'IDF.
All'inizio di dicembre sono stati uccisi il comandante del battaglione di Rafah Est Abu Ahmed al-Bawab e il suo vice Ismail Abu Labda. Entrambi avevano trascorso molto tempo in un tunnel sotterraneo dopo l'entrata in vigore del cessate il fuoco in ottobre. Il 22 novembre è stato eliminato Alaa al-Hadidi, una figura di spicco responsabile dell'approvvigionamento e delle attrezzature nell'apparato produttivo dell'ala militare. Due giorni prima era stato ucciso Abdullah Abu Shamala, che ricopriva il ruolo di capo dell'apparato navale di Hamas.
• Nuova struttura di potere
Al vertice della piramide di Gaza sono riemersi i collaboratori di Yahya Sinwar, che hanno preso il posto di altre figure di spicco eliminate.
Il quotidiano saudita Asharq Al-Awsat ha riportato all'inizio di questo mese che Ali al-Amodi, uno dei prigionieri rilasciati nell'accordo Shalit del 2011 che era a capo dell'apparato “propagandistico” a Gaza e accompagnava Sinwar, è diventato il capo de facto dell'Ufficio di Gaza. Il rapporto afferma anche che è considerato la figura centrale nella Striscia.
Fonti hanno indicato che non si sono tenute elezioni per l'Ufficio di Gaza, ma che ha avuto luogo una “consultazione”. In tale processo, Tawfiq Abu Naim sarebbe stato nominato membro dell'ufficio. Come abbiamo riportato in ottobre nel supplemento “Israel This Week”, la valutazione prevalente era che Abu Naim, come altre figure di spicco, fosse stato chiamato a ricoprire posizioni chiave all'interno di Hamas a causa del crescente divario ai vertici della leadership. In precedenza, Abu Naim comandava i meccanismi di polizia dell'organizzazione terroristica. Come al-Amodi, è stato rilasciato nell'ambito dell'accordo Shalit ed è uno dei collaboratori di Sinwar.
• Parla ebraico, si è tinto i capelli e si è tagliato i capelli per sfuggire
Al vertice dell'ala militare c'è ancora Izz al-Din al-Haddad. Ex membro di Fatah, è diventato l'unico comandante di brigata di Hamas nell'ala non eliminata durante la guerra.
Secondo fonti straniere, al-Haddad, in qualità di comandante della brigata della città di Gaza, era tra i pochi a conoscere la data dell'attacco del 7 ottobre. Come altri, è stato coinvolto nella pianificazione e nell'esecuzione del massacro di massa. Dopo l'uccisione di Mohammed Deif, Marwan Issa e Mohammed Sinwar, è stato nominato capo dell'ala. A seguito della caccia all'uomo, si è persino tinto i capelli e ha cambiato taglio per nascondere la sua identità.
Gli ostaggi rilasciati hanno riferito che al-Haddad parla ebraico. Anche il capo dei servizi segreti Mohammed Odeh è sopravvissuto nell'ala militare. Secondo fonti arabe, è stato nominato comandante della brigata della Striscia settentrionale al posto di Ahmed Ghandour, rimasto ucciso.
Un terrorista di nome Mohanad Rajab è stato nominato comandante della brigata della città di Gaza. Oltre a lui, tre comandanti di battaglione “veterani” sono sopravvissuti alla guerra: Imad Aslim e Haitham Hawajari della brigata di Gaza e Hussein Fayyad di Beit Hanoun.
Oltre alle figure di spicco sopravvissute, Hamas controlla ancora i meccanismi di polizia e un'ala militare. Secondo i dati pubblicati, i tre meccanismi di polizia contano almeno 20.000 membri. Tuttavia, la maggior parte dei razzi è stata distrutta e la maggior parte dei terroristi addestrati dell'ala militare è stata uccisa. Inoltre, Israele stima che Hamas sia stata costretta a nominare comandanti sul campo di livello inferiore dopo che decine di comandanti di battaglione e di compagnia sono stati uccisi durante la guerra.
• La leadership dell'organizzazione all'estero
Allo stesso tempo, c'è ovviamente l'“ufficio politico” di Hamas all'estero, quello attaccato a Doha il 9 settembre. La maggior parte dei suoi membri risiede in Qatar e Turchia, mentre il resto in altri paesi come l'Iran e l'Algeria. In totale, si tratta di diverse decine di membri senior e junior dell'ufficio che vivono lì.
Al vertice di questo ufficio c'è un consiglio direttivo composto da cinque membri: Khalil al-Hayya, Khaled Mashaal, Mohammed Darwish, Zaher Jabarin e Nizar Awadallah. Al-Hayya è il capo regionale di Gaza e Zaher Jabarin è il capo regionale della Cisgiordania. Mashaal è responsabile della diaspora all'estero e Mohammed Darwish è responsabile del Consiglio della Shura dell'organizzazione. Awadallah fa anche parte dell'ufficio di Gaza.
Per la carica di capo dell'ufficio, rimasta vacante dopo l'uccisione di Sinwar e Ismail Haniyeh, al-Hayya e Mashaal sono ora i principali contendenti. Nell'ambito del processo elettorale, è prevista anche la nomina di un vice dopo l'uccisione di Saleh Arouri nel 2024.
(IsraelHayom, 18 gennaio 2026)
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Gli araldi di Trump ci fanno sapere
di Niram Ferretti
Gli araldi di Trump ci fanno sapere che dobbiamo avere fede, che, per citare San Paolo, noi ora vediamo le cose “come in uno specchio, oscuramente”, ma che ciò che ci sembra in un modo, in realtà è in un altro. Quindi, il mancato attacco all’Iran, anticipato da roboanti dichiarazioni presidenziali, che se ai manifestanti il regime avesse torto un capello, se ne sarebbe pentito, le esortazioni a scendere in piazza spavaldi contro il regime perché poi sarebbero arrivati gli aiuti, e il tradimento di quanto dichiarato, il suo spudorato tradimento, sarebbero in realtà da comprendere e scusare perché vanno inseriti in una più ampia prospettiva.
Trump ha una mente strategica, nulla di quanto fa sfugge a un disegno che solo lui e pochi adepti sono in grado di contemplare. Questo disegno, per il Medioriente include anche avere messo in piede una elefantiaca architettura per allestire il futuro di Gaza, fatta di ex capi di Stato e diplomatici di vecchio corso, (ma dove progressivamente vengono imbarcati tutti) in cui, perché no?, sono stati inclusi anche funzionari del Qatar e della Turchia, ovvero i principali sponsor della Fratellanza Musulmana di cui Hamas, che controlla ancora il 48 per cento di Gaza, è un pezzo. Decisione presa alle spalle di Israele, come quella, nei mesi scorsi, di trattare direttamente con Hamas, cosa che nessun altra amministrazione americana aveva mai fatto prima.
L’idea è di Steven Witkoff, il Mr. Wolf di Trump, il problem solver. Anche avere scelto Witkoff come emissario per il Medioriente e interlocutore di Putin, mano sul miocardio, è un altra prova, per gli araldi di Trump, della sua lungimiranza.
Witkoff, per il quale alla fine i jihadisti di Hamas sono persone ragionevoli, e il clan Al Thani, sponsor di Hamas e ricchissimo foraggiatore del radicalismo islamico, è composto da brava gente. Ma Witkoff a parte, e tornando all’Iran, Trump ci ha informato che gli è stato assicurato che 800 esecuzioni sono state sospese in quel di Teheran, (e forse, in realtà, è stato Witkoff a farglielo sapere), anche se il Procuratore Generale di Teheran, a stretto giro ha dichiarato che saranno eseguite puntualmente mentre Khamenei gli ha fatto sapere che la sedizione è stata stroncata.
Migliaia di morti, si dice dodicimila se non di più, e per i quali nessuna folla oceanica è scesa in piazza in Occidente. Però, attenzione, sempre gli araldi ci dicono che Trump ha fatto bene, perché uno strike qui e là non avrebbe fatto cadere il regime, così gli è stato detto dai militari. Ma se le cose stanno in questo modo, perché esortare i manifestanti ad andare contro il regime? Perché generare la speranza?Ah, ma questo, Trump lo ha saputo dopo. Lui prima scrive i post, poi si informa sulla situazione. Certo si tratta di un eloquente segno di finezza strategica e politica. Tempo al tempo, ci dicono gli araldi, e poi Trump metterà fine al regime iraniano e vendicherà i morti e, naturalmente, aprirà finalmente e definitivamente le porte dell’inferno per Hamas a Gaza, sempre che l’emiro Al Thani e Erdogan siano d’accordo.
“Questo, è il nostro show”, ha detto un funzionario americano indispettito dalle lagnanze di Netanyahu per l’inserimento del Qatar e della Turchia nel board di Gaza. Parola non può essere più precisa. Si tratta, infatti, e sempre, di uno show, come la cattura di Maduro a Caracas con tanto di dispiegamento hollywoodiano di mezzi e truppe. Mancava solo la colonna sonora di Poledouris.
In attesa delle prossime puntate possiamo solo assistere allo spettacolo e, come ci esortano gli araldi, a non fare troppo gli schizzinosi. “Trump è il migliore amico di Israele”, “Se al suo posto ci fosse stata Kamala Harris sarebbe stata una catastrofe”. Con queste due frasi ogni critica dovrebbe essere tacitata, come a dire che se qualcosa ci disgusta, dovremmo subito pensare a qualcosa che ci disgusterebbe ancora di più. Il disgusto passa così, dobbiamo essere adulti, cinicamente adulti. Rino Formica già ce lo diceva tempo fa che la politica è “sangue e merda”, condensando grossolanamente Machiavelli. Soprattutto merda a quanto pare.
Fatelo sapere ai parenti dei ragazzi morti a centinaia a Gaza per liberarla da Hamas e a quelli dei giovani manifestanti che lo stratega americano ha esortato a ribellarsi.
(L'informale, 18 gennaio 2026)
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Perché Dio ha creato il mondo? - 22
Un approccio olistico alla rivelazione biblica.
di Marcello Cicchese
• Il settimo giorno
Questo è quello che ha detto l'Eterno: 'Domani è un solenne riposo (shabat): un sabato (shabat) sacro all'Eterno’”.
Raccoglietene durante sei giorni; ma il settimo giorno è il sabato (shabat); in quel giorno non ve ne sarà”.
Considerate che l'Eterno vi ha dato il sabato (shabat)” (Esodo 16: 23,25,29).
È cominciato tutto nel deserto di Sin, il quindicesimo giorno del secondo mese dopo la partenza dal paese d’Egitto (Esodo 16:1): è lì che l’Eterno ha deciso di dare a Israele il sabato, con l’intenzione evidentemente di mantenerglielo a lungo, perché gli ebrei continuano a praticarlo ancora oggi. Ma che oggetto è il sabato? Perché è collegato al settimo giorno? In che senso Dio lo ha dato a Israele? Fino a questo punto, tutto ciò che sappiamo dal testo biblico sul sabato è contenuto in tre versetti:
1 Così furono compiuti i cieli e la terra e tutto l'esercito loro. 2 Il settimo giorno, Dio compì l'opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l'opera che aveva fatta. 3 E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso si riposò da tutta l'opera che aveva creata e fatta (Genesi 2:1-3).
Il riposo di Dio sembra dunque essere collegato al settimo giorno. Per capirne l’importanza, non si può allora che riandare ai sei giorni che l’hanno preceduto. Bisognerà dunque ripartire dall’inizio.
• Il lavoro di Dio nella creazione
1 Nel principio Dio creò i cieli e la terra. 2 La terra era informe e vuota, e le tenebre coprivano la faccia dell'abisso, e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque (Genesi 1:1-2).
Il versetto 2 presenta lo spettacolo di una terra devastata da un cataclisma di cui non ci vengono descritti i particolari, ma di cui la Bibbia nella sua totalità può aiutarci a capire il senso. L’abisso è ciò che è diventato l’”Eden il giardino di Dio” (Ezechiele 28:11-13) in cui si trovava il “cherubino dalle ali distese” (Ezechiele 28:14), che dopo la caduta viene chiamato Satana, ed è capo della schiera degli angeli ribelli a Dio. Senza tentare qui una difesa biblica di questa posizione (p. es. Arnold G. Fruchtenbaum, The Book of Genesis), cercheremo di far vedere come questa interpretazione si inserisce bene in un “approccio olistico alla rivelazione biblica”. Vedremo subito qualcosa nei prossimi commenti. La terra su cui regnava Satana è stata colpita dal giudizio di Dio e ora è “un cumulo di macerie”, come diremmo noi oggi; la Bibbia dice che è “informe e vuota”. Le acque fanno parte del giudizio con cui Dio ha colpito il regno angelico, il cui centro si trova ora nell’abisso, che è il luogo da cui regna Satana con l’esercito dei suoi angeli (Proverbi 15:11, Luca 8:31) e le tenebre sono il suo spazio di manovra. Sulle macerie del regno angelico si volge lo sguardo di Dio, il cui Spirito aleggia sulla superficie delle acque, senza entrare in contatto con i contaminati rottami del mondo decaduto, ma osservando dall’alto. E dà inizio all’opera:
3 Dio disse: “Sia la luce!”, e la luce fu. 4 Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre. 5 Dio chiamò la luce “giorno” e le tenebre “notte”. Fu sera, poi fu mattina: primo giorno (Genesi 1:3-5).
Alle tenebre in cui opera Satana si contrappone ora la luce che nella Bibbia esprime la presenza di Dio che agisce nella sua creazione (p.es. Giobbe 38:19, Giovanni 1:1-8). “Sia la luce!” è un ordine. È un ordine che Dio pronuncia di fronte alle tenebre. “E la luce fu” è l’esecuzione dell’ordine. Quando vogliamo entrare in una stanza che si trova al buio, con il pulsante diamo di fatto un ordine: “sia la luce!” e la luce entra; dopo di che il buio scompare. Qui invece accade che le tenebre non scompaiono, ma sono costrette a fare spazio alla luce che penetra di autorità in mezzo alle tenebre. Nel versetto 4 Dio osserva il risultato dell’ordine e vede compiaciuto che funziona: la luce invade lo spazio delle tenebre e queste sono costrette a ridimensionarsi. Ben fatto! Il re delle tenebre potrà ancora operare nello spazio che gli resta, ma non potrà superare i limiti posti dal Re della luce. Il versetto 5 è grandioso nella sua disarmante, profonda semplicità. Dio dà un nome alla luce e un nome alle tenebre. Chiama la luce “giorno” e le tenebre “notte”. Ma che significa? La luce e le tenebre hanno già i loro nomi, che sono appunto “luce” e “tenebre”, perché allora indicarle con altri nomi, di cui non si conosce ancora il significato? Senza significato appaiono anche gli altri due nomi: “sera” e “mattina”, che non sono stati ancora definiti. Se quei quattro nomi volessero indicare quello che noi oggi intendiamo, sarebbe un evidente anacronismo, perché dipendono tutti dalla posizione del sole rispetto alla terra, e in questo momento il sole non è stato ancora creato. Sarebbe un’ingenuità, ma solo se il testo della Genesi fosse opera di uno scrittore che vuole dire qualcosa riguardante Dio con una sua opera letteraria, perché le finzioni, anche se artistiche, devono avere comunque una loro coerenza interna. Nel testo biblico invece non è l’uomo che parla di Dio partendo da sé, ma è Dio che parla all’uomo partendo da Sé, usando un linguaggio adatto a farsi capire. I nomi “giorno” e “notte”, insieme a quelli di “sera” e “mattina” che qui compaiono, non sono collegati al sole della geografia terrestre che noi conosciamo, ma traggono il loro significato dai nomi “luce” e “tenebre” dati in origine da Dio, che non per nulla compaiono per primi, e fino al versetto 4 riguardano soltanto Dio e il suo Avversario. Con il suo primo ordine Dio penetra con la sua luce nelle tenebre che ancora avvolgono il mondo angelico decaduto, con l’intenzione di costruire un mondo nuovo sulle rovine del vecchio. Il lavoro della luce si svolge a tappe, chiamate “giorni”. Il termine “giorni” usato al plurale sta ad indicare che la luce eterna di Dio, chiamata “giorno” nel versetto 4, è entrata nel tempo e si articola in “giorni” di lavoro che la luce di Dio svolge in mezzo alle tenebre avvolgenti la creazione angelica decaduta. È indicato il numero dei giorni di lavoro, ma non la durata temporale di ciascuno di essi. È sottolineato invece, e ripetutamente, che ogni giorno comincia la sera e si conclude la mattina. Dio comincia ogni giorno operando nelle tenebre del mondo decaduto e prosegue nella creazione progressiva di uno spazio e di una realtà immersi nella luce. Per il Creatore sono sei giorni di lavoro; ed è bene sottolineare questa parola per ricordare che il Dio della Bibbia è un Dio che agisce, sia nella natura, sia nella storia degli uomini, sia nella storia eterna.
• Inizio dei lavori. Giorno uno.
“Fu sera, poi fu mattina: primo giorno”. Così si traduce di solito in italiano la parte finale del versetto 5. Ma nell’originale ebraico quello che si traduce con primo giorno è יום אחד (yom echad), e אחד significa uno, mentre il termine corrispondente a primo sarebbe ראשון (rishon). Si osserva dunque il fatto che nell’enumerazione dei sette giorni della creazione, l’originale biblico usa sempre l’aggettivo numerico ordinale (secondo, terzo, ecc.) salvo che nel primo caso, in cui si usa l’aggettivo numerico cardinale uno. È un’osservazione che non c’è negli usuali commentari italiani, ma si trova invece nel commentario ebraico “Genesi - Bereshit, edito dalla casa editrice Mamash Edizioni Ebraiche, già citata nel capitolo 13. Il commentario traduce così il versetto di Genesi 1:5:
“Dio chiamò la luce giorno e il buio chiamò notte. Fu sera e fu mattina, un giorno”.
E aggiunge un commento:
"יומ אחד - Un giorno: avrebbe dovuto essere scritto primo giorno, come è scritto per gli altri, nei versetti seguenti: secondo giorno, terzo giorno… Perché è scritto un? Perché Hashem era da solo - Uno - nel Suo mondo, in quanto fino al secondo giorno non erano ancora stati creati gli angeli (Rashì)”.
Proporremo qui una lettura diversa da quella di Rashì. Senza voler esagerare l’importanza della differenza lessicale, che pure esiste e va giustificata, il giorno uno gioca una parte unica nella lista perché nella parola “Sia la luce!” che Dio pronuncia in quel giorno è contenuto in potenza l’intero programma creativo. Il giorno uno diventa un primo giorno quando il programma comincia a svolgersi nel tempo e si fa avanti un secondo giorno, seguito poi da tutti gli altri. La parola “Sia la luce!” non è un atto creativo di Dio, ma un’espressione della Sua volontà. Non è il primo atto della serie, ma è il momento in cui Dio decide di penetrare come Luce nelle tenebre del mondo angelico decaduto con l’obiettivo di generare in esse una nuova creazione conforme alla sua “buona e perfetta volontà” (Romani 12:2). Paragonando la creazione biblica alla costruzione di un importante edificio, si potrebbe dire che il giorno uno è quello in cui si fa “la posa della prima pietra”. Esiste un'interessante definizione di questo atto inaugurale:
“La posa della prima pietra è un atto che segna l'inizio ufficiale della costruzione di un edificio, o di un'opera importante, rappresentando allo stesso tempo la fine del progetto e l'inizio concreto della sua realizzazione, unendo simbolicamente passato, presente e futuro”.
Qualcosa di simile avviene nel programma della creazione, dove a una prima pietra inaugurale non segue la posa di una seconda pietra, ma una serie di giorni di lavoro fino al completamento definitivo dell’opera. La parola con cui Dio annuncia che la Sua luce si fa spazio nelle tenebre unisce il passato della caduta angelica, il presente della decisione di Dio e il futuro del pieno compimento dell’opera progettata. Il giorno uno dunque è unico: non c’è un giorno due simile ad esso. Ma c’è invece un altro giorno diverso da tutti gli altri, ed è il settimo giorno. Primo giorno e settimo giorno sono due giorni speciali che hanno una cosa in comune: in entrambi non si lavora. Nel primo dei due, il lavoro attivo non è ancora iniziato; nel secondo, il lavoro attivo è finito. Nel primo dei due Dio decide, nel secondo Dio riposa. Nel paragone con l’edificio si potrebbe dire che se il primo giorno è quello in cui si posa la prima pietra, il settimo giorno è quello in cui si taglia il nastro. E con il taglio del nastro ha inizio l’ordinata fruizione del fine per cui l’opera è stata pensata ed eseguita. Nel nostro caso, la Bibbia dice che "Il settimo giorno, Dio compì l'opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l'opera che aveva fatta" (Genesi 2:2).
È dunque il riposo di Dio il fine a cui tende il lavoro della creazione. Abbiamo già detto qualcosa su questo giorno di riposo (Capitolo 19), volgiamo allora la nostra attenzione agli altri giorni di lavoro.
• I giorni della creazione
Non vogliamo qui addentraci nell’interpretazione di ciò che Dio ha creato in ogni specifico giorno di lavoro, ma piuttosto fare una riflessione sulla modalità con cui Dio ha operato nell’arco di tempo della sua lavorazione. L’interpretazione scelta è di tipo strettamente letterale, senza svicolamenti allegorici. La difficoltà che si ha talvolta a collegare in modo diretto parole bibliche a fatti di usuale esperienza non va superata elaborando fantasiose metafore, ma sforzandosi di comprendere il linguaggio che la Bibbia usa per trasmettere verità di valore eterno a noi uomini mortali, legati alla terra per posizione fisica e accecati nella mente per posizione spirituale. Il racconto della creazione è poi di particolare difficoltà perché in essa tutto è buono o molto buono. Il Signore allora deve presentare quella che in origine era la sua perfetta creazione a uomini che sono ormai dall’altra parte della barricata (il frutto proibito) e vivono in una realtà devastata dalla maledizione che ha colpito la terra e dalla malvagità che è penetrata nel cuore dell’uomo. Ecco perché noi uomini, nella nostra congenita cattiveria, facciamo molta fatica a immaginare un mondo in cui tutto è “molto buono”, e allora ce la caviamo dicendo che è tutta una favola. Ma poiché non è una favola, è legittimo proporre tentativi di comprensione di queste parole, in accordo con il resto della Scrittura. Esaminiamo allora la frase che viene ripetuta per tutti i giorni di lavoro della creazione:
Fu sera, poi fu mattina: x.mo giorno, con la x che varia da 1 a 6. Chiediamoci allora: come mai la serie non è stata estesa fino a 7? Si dirà che il settimo giorno è di riposo, mentre gli altri sono di lavoro. Ma che c’entra? I nostri giorni, che siano di lavoro o di riposo, hanno tutti la stessa durata, perché allora questa differente formulazione per l’ultimo giorno? Fino a 6 le frasi della serie cominciano tutte con un “Poi Dio disse: ...” e si concludono con “Fu sera, ecc.”. Si sarebbe potuto usare lo stesso schema anche per l’ultimo giorno, cambiando soltanto i termini “Poi Dio disse.. .” con “Poi Dio si riposò...” e il risultato sarebbe stato una frase simile a tutte le altre: “Poi Dio si riposò… Fu sera, poi fu mattina: settimo giorno”. Se così non è scritto, si deve dedurre che i termini sera e mattina, anche se usati in forma analogica, non sono applicabili al settimo giorno. Resta allora anzitutto da capire in quale senso questi termini sono usati per i giorni di lavoro. Il presupposto interpretativo qui scelto è che nel racconto della creazione il dualismo mattina- sera, collegato al dualismo giorno-notte, sia espressione del dualismo luce-tenebre, collegato al dualismo Dio-Satana. In questa lettura, ciascuno dei primi sei giorni comincia la sera, quando Dio inizia a lavorare in uno spazio in cui dominano le tenebre; e termina la mattina, in uno spazio sottratto alle tenebre in cui regna la luce e si compie in esso l’opera creativa di Dio. Giorno dopo giorno, il lavoro procede ininterrotto, ricominciando ogni volta dalle tenebre della sera per giungere alla luce della mattina. Arrivata la mattina del sesto giorno, il lavoro a quel punto è terminato. La luce di Dio regna sovrana e la costruzione è completa. Domanda: come dovrà avvenire l’inizio del giorno successivo al sesto? Non certo nelle tenebre della sera, perché le tenebre ormai non sono più. Il suo inizio dunque non potrà che avvenire nella luce. Conclusione inaspettata: il settimo giorno comincia la mattina. Non è una battuta, è un invito a riflettere.
(Notizie su Israele, 18 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 26
Davide si reca nuovamente nel deserto di Zif. Saul risparmiato un'altra volta da Davide
- Gli Zifei andarono da Saul a Ghibea e gli dissero: “Davide è nascosto sulla collina di Achila di fronte al deserto”. Allora Saul si alzò e scese nel deserto di Zif avendo con sé tremila uomini scelti d'Israele, per cercare Davide nel deserto di Zif. E Saul si accampò sulla collina di Achila che è di fronte al deserto, presso la strada. E Davide, che stava nel deserto, avendo saputo che Saul veniva nel deserto per cercarlo, mandò delle spie e seppe con certezza che Saul era giunto. Allora Davide si alzò, arrivò al luogo dove si era accampato Saul, e notò il luogo dove erano coricati Saul e Abner, il figlio di Ner, capo del suo esercito. Saul stava coricato nel parco dei carri, e la sua gente era accampata intorno a lui.
- Davide prese a dire ad Aimelec, l'Ittita, e ad Abisai, figlio di Seruia, fratello di Ioab: “Chi scenderà con me verso Saul nel campo?”. E Abisai rispose: “Scenderò io con te”.
- Davide e Abisai dunque andarono di notte da quella gente; ed ecco che Saul riposava addormentato nel parco dei carri, con la sua lancia conficcata a terra, dalla parte della testa; e Abner e la sua gente gli stavano coricati intorno. Allora Abisai disse a Davide: “Oggi Iddio ha messo il tuo nemico nelle tue mani; ora lascia, ti prego, che io lo colpisca con la lancia e lo inchiodi a terra con un colpo solo e non ci sarà bisogno di un secondo”. Ma Davide disse ad Abisai: “Non lo ammazzare; chi potrebbe mettere le mani addosso all'unto dell'Eterno senza rendersi colpevole?”. Poi Davide aggiunse: “Com'è vero che l'Eterno vive, soltanto l'Eterno sarà colui che lo colpirà, sia che venga il suo giorno e muoia, sia che scenda in campo di battaglia e perisca. Mi guardi l'Eterno dal mettere le mani addosso all'unto dell'Eterno! Prendi ora soltanto, ti prego, la lancia che è vicino alla sua testa e la brocca dell'acqua, e andiamocene”. Davide dunque prese la lancia e la brocca dell'acqua che Saul aveva vicino alla sua testa, e se ne andarono. Nessuno vide la cosa né si accorse di nulla; e nessuno si svegliò, tutti dormivano, perché l'Eterno aveva fatto cadere su di loro un sonno profondo.
- Poi Davide passò dalla parte opposta e si fermò in lontananza sulla cima del monte, a grande distanza dall'accampamento di Saul; e gridò alla gente di Saul e ad Abner, figlio di Ner: “Non rispondi, Abner?”. Abner rispose e disse: “Chi sei tu che gridi al re?”. Davide disse ad Abner: “Non sei tu un valoroso? E chi è pari a te in Israele? Perché dunque non hai fatto buona guardia al re, tuo signore? Poiché uno del popolo è venuto per ammazzare il re tuo signore. Ciò che hai fatto non va bene. Com'è vero che l'Eterno vive, meritate la morte, voi che non avete fatto buona guardia al vostro signore, all'unto dell'Eterno! E ora guarda dov'è la lancia del re e dov'è la brocca dell'acqua che stava vicino alla sua testa!”.
- Saul riconobbe la voce di Davide e disse: “Questa è la tua voce, figlio mio Davide?”. Davide rispose: “È la mia voce, o re, mio signore!”. Poi aggiunse: “Perché il mio signore perseguita il suo servo? Che ho fatto? Che male ho commesso? Ora dunque, il re mio signore, si degni di ascoltare le parole del suo servo. Se l'Eterno è colui che ti incita contro di me, accetti egli un'oblazione! Ma se sono gli uomini, siano essi maledetti davanti all'Eterno, poiché oggi mi hanno scacciato per separarmi dall'eredità dell'Eterno, dicendomi: 'Va' a servire a degli dèi stranieri!'. Ora dunque il mio sangue non cada a terra lontano dalla presenza dell'Eterno! Poiché il re d'Israele è uscito per andare in cerca di una pulce, come si va dietro a una pernice su per i monti”.
- Allora Saul disse: “Ho peccato; torna, figlio mio Davide, poiché io non ti farò più nessun male, poiché oggi la mia vita è stata preziosa ai tuoi occhi; ecco, io ho agito da stolto e ho commesso un grande errore”. Davide rispose: “Ecco la lancia del re; uno dei tuoi giovani passi qua a prenderla. L'Eterno retribuirà ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà; poiché oggi l'Eterno ti aveva dato nelle mie mani e io non ho voluto mettere le mani addosso all'unto dell'Eterno. E come è stata preziosa oggi la tua vita ai miei occhi, così sarà preziosa la mia vita agli occhi dell'Eterno; ed egli mi libererà da ogni tribolazione”.
- E Saul disse a Davide: “Sia tu benedetto, figlio mio Davide. Tu agirai da forte, e sarai certamente vittorioso”. Davide continuò il suo cammino, e Saul tornò a casa sua.
(Notizie su Israele, 17 gennaio 2026)
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I drusi siriani aspirano a un'alleanza con Israele
Dopo essere sopravvissuto ai massacri sostenuti dal regime, il leader spirituale dei drusi di Sweida chiede l'indipendenza e un'alleanza con lo Stato ebraico: «Ci consideriamo parte integrante dell'esistenza di Israele».
In un momento cruciale per i drusi oppressi nel sud della Siria, lo sceicco Hikmat al-Hijri, leader spirituale della comunità drusa nella provincia di Sweida, ha pubblicamente formulato una visione che mette in discussione le pretese di Damasco nei confronti delle sue minoranze e ridefinisce le dinamiche di sicurezza regionali: piena indipendenza per Sweida, sostenuta da un'alleanza strategica con lo Stato di Israele.
Le dichiarazioni di Al-Hijri al quotidiano israeliano Yediot Achronot segnano un netto allontanamento dalla posizione tradizionale dei leader drusi siriani, che per lungo tempo hanno preferito una cauta simmetria con Damasco. Ma dopo che la scorsa estate una brutale violenza di matrice religiosa si è abbattuta su Sweida – al-Hijri ha descritto esecuzioni, stupri e villaggi bruciati durante gli scontri tra sostenitori del regime e milizie – la situazione per la sua comunità è cambiata radicalmente.
“Ci consideriamo parte integrante dell'esistenza dello Stato di Israele”, ha dichiarato al-Hijri, descrivendo il rapporto non come opportunistico, ma come storico, radicato in legami di sangue e legami tribali comuni con i drusi delle alture del Golan.
Ha avvertito che la Siria sta andando verso una divisione di fatto e che l'unico futuro sostenibile per gli oltre 300.000 drusi di Sweida è l'autonomia – e infine la sovranità – garantita da un garante esterno. Per al-Hijri, Israele è questo garante.
“L'unico crimine per cui siamo stati uccisi è quello di essere drusi”, ha affermato, descrivendo il governo di transizione di Damasco come un sistema alleato dei jihadisti, non diverso dalla brutalità dell'ISIS. Ha sottolineato che gli attacchi aerei israeliani del luglio 2025, condotti per difendere le comunità druse, sono stati l'unico intervento militare che ha fermato le uccisioni.
Questo linguaggio è drastico, ma segnala una svolta strategica. Le affermazioni di Al-Hijri sul genocidio e sulla minaccia esistenziale alle minoranze riflettono un cambiamento strutturale più ampio nel Levante: le minoranze si stanno allontanando dal vecchio modello statale arabo centralista e cercano nuove alleanze per garantire la loro sopravvivenza.
Da un punto di vista geopolitico, l'appello dei drusi a Israele non è solo simbolico. Esso riflette un profondo riallineamento, spinto dalla guerra, dai cambiamenti demografici e dal crollo della legittimità dello Stato siriano in gran parte del sud. I rappresentanti di Teheran e le fazioni jihadiste sunnite hanno colmato il vuoto lasciato da Damasco, ponendo le minoranze come i drusi di fronte a una scelta difficile: sottomettersi o ottenere un'autonomia strategica sotto la protezione di Israele.
Al-Hijri ha anche espresso delusione nei confronti del mondo arabo, affermando che nessun governo arabo ha condannato la violenza a Sweida o offerto un sostegno significativo, il che sottolinea il grado di isolamento che ha spinto la sua comunità verso Israele.
Questo annuncio arriva in un momento in cui Israele sta riorientando la sua posizione regionale: passando da una contenzione difensiva ai suoi confini a un impegno proattivo con le minoranze simpatizzanti negli Stati in dissoluzione. L'appello dei drusi coincide con l'interesse strategico di Israele di impedire agli attori ostili di consolidare il loro controllo sul fronte siriano e, allo stesso tempo, di promuovere organizzazioni cuscinetto che promuovano la coesistenza e la deterrenza.
Il futuro è incerto. Damasco rifiuta qualsiasi idea di divisione, ribadisce le sue rivendicazioni di sovranità su Suwayda e lo spettro della frammentazione minaccia di distruggere l'integrità territoriale della Siria. Ma per i drusi di Sweida, che hanno subito massacri e abbandono da parte dello Stato, l'indipendenza – con Israele come garante – non è più un obiettivo teorico, ma una questione di sicurezza.
Questo momento non rappresenta più i drusi solo come una minoranza intrappolata tra due fuochi, ma come un attore strategico con capacità di agire, che preferisce un partenariato con uno Stato sovrano come Israele alla letargia di un ordine arabo in disgregazione. Si tratta sotto ogni aspetto di un nuovo capitolo nella riorganizzazione del Levante.
(Israel Heute, 16 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La strategia comune tra Mossad e Usa per stabilizzare Gaza e arginare l’Iran
Il capo dell’intelligence israeliana vola negli Stati Uniti per il colloquio con Witkoff. Debellare il terrorismo finanziato da Teheran per garantire la pace nella Striscia
di Iuri Maria Prado
Donald Trump ha annunciato l’avvio della seconda fase del Piano per Gaza, il quale prevede la costituzione del “Board of Peace” in funzione di amministrazione transitoria “che stabilirà la cornice e coordinerà il finanziamento per la ricostruzione” della Striscia. Alcuni hanno ironizzato su Trump che si incorona rappresentante di quell’amministrazione. Liberi di farlo, ovviamente. Liberi, cioè, di far passare la cosa come l’ennesima manifestazione di megalomania di un mezzo matto che si sveglia una mattina e si dichiara imperatore della ricostruzione di Gaza. Il guaio, come sempre, è la realtà: perché era il Piano per Gaza, adottato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione dello scorso novembre, a prevedere che quell’organismo sarebbe stato presieduto dal presidente degli Stati Uniti.
Solitamente adorate come pronunciamenti intangibili e oracolari, le risoluzioni dell’Onu diventano materia trascurabile quando – come in questo caso – preannunciano un andazzo diverso, urtando il biennio di retoriche alla “All eyes on Gaza” che non ha portato nessun sollievo alla popolazione civile e ha invece dato respiro e legittimazione di fatto alle formazioni terroristiche della Striscia.
Se si gratta via la superficie della comune avversione al Piano per Gaza, ci si accorge che ad essere avversata non è la matrice “trumpiana”, ma la sostanza di quell’accordo. A cominciare dall’esordio, che reclama una soluzione complessiva della crisi sul presupposto che Gaza costituisce un pericolo per la regione e per i Paesi circostanti. Vale la pena di ricordare, citandolo testualmente, quale fosse il primo punto del Piano: “Gaza sarà una zona deradicalizzata e libera dal terrorismo, che non rappresenterà una minaccia per i suoi vicini”. E varrà la pena di ricordare come il Piano si proponesse di affrontare – e risolvere – il problema: distruggendo le capacità militari delle formazioni terroristiche di Gaza e impedendone la ricostituzione.
Si vedrà in quale misura e con quale efficacia il Piano sarà attuato, ma è palese che a frenarne l’attuazione, o a subirla con dispetto, saranno i tanti che presso le cancellerie occidentali, presso il “deep state” delle Nazioni Unite e, ovviamente, presso i ranghi del terrorismo terrorizzato dalla propria fine, pensavano che la soluzione del conflitto coincidesse con il puro e semplice ritiro israeliano e con mezzo governo dello Stato ebraico alla sbarra dell’Aia.
Pur rischioso, pur esposto a pericoli di insuccesso, pur complicato, il Piano per Gaza aveva, e mantiene, una grande angolatura, che comprende ma va ben oltre Gaza proprio perché ha riconosciuto in Gaza, e nella radicalizzazione che ancora la assedia, un motivo di instabilità addirittura ultra-regionale. La concomitanza della visita negli Stati Uniti del capo del Mossad per colloqui con l’inviato di Trump, Steve Witkoff, è casuale solo per chi non considera che la guerra di Gaza, appunto, andava oltre i confini della Striscia e avrebbe smosso i rapporti di forza con il regime – quello iraniano – che aveva organizzato e finanziato ogni istanza terroristica non solo lì ma in Libano, in Siria, in Iraq, nello Yemen. Si parla di Iran, quando si discute del terrorismo palestinese. Si discute del terrorismo palestinese, quando si parla del regime iraniano.
(Il Riformista, 17 gennaio 2026)
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Tanti nemici di Israele e amici di Hamas nel comitato per Gaza
di Franco Londei e Sarah G. Frankl
Più che un comitato per Gaza, o meglio, un comitato che supervisionerà la gestione postbellica di Gaza (qualsiasi cosa voglia dire), mi sembra un comitato pro-Hamas.
Ieri l’Amministrazione Trump ha reso noti i membri che faranno parte di questo fantomatico “comitato per Gaza” e tra di loro figurano i più importanti sostenitori nonché finanziatori di Hamas.
Giusto per fare qualche nome. Nel comitato per Gaza figurano il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, l’alto diplomatico del Qatar Ali Thawadi, il capo dell’intelligence egiziana Hassan Rashad, il ministro della cooperazione internazionale degli Emirati Arabi Uniti Reem Al-Hashimy e l’ex primo ministro del Regno Unito Tony Blair.
Turchia è Qatar non dovrebbero nemmeno nominare “Gaza” perché da sempre non solo sono sostenitori di Hamas, ma ne sono i maggiori finanziatori insieme all’Iran. L’Egitto farà di tutto per bloccare le uscite degli arabi da Gaza e quello sarà il suo unico e vero compito. Gli Emirati Arabi Uniti non sono invece ostili a Israele, mentre Tony Blair te lo raccomando.
Temo che a Gerusalemme non saranno molto contenti delle scelte della Casa Bianca. La Turchia ha definito il massacro del 7 ottobre “un atto di resistenza” mentre ad Ankara ospita gli uffici di Hamas e considera il gruppo terrorista un “gruppo resistente”.
Dal canto suo il Qatar è quello che ha sborsato centinaia di milioni di dollari che hanno permesso ad Hamas di costruire il più grande reticolo di tunnel del mondo e di acquistare le armi usate contro Israele, il tutto sapendo perfettamente a cosa servivano quei soldi.
Secondo Trump, Qatar e Turchia avrebbero facilitato il raggiungimento dell’accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele e per questo sarebbero nel comitato per Gaza. Ma per cosa lo hanno fatto? Non certo per gli ostaggi israeliani o per una improvvisa voglia di pace. Lo hanno fatto perché era l’unico modo per salvare Hamas. Lo hanno fatto per salvare la loro creatura in modo che possa essere ancora una minaccia seria per Israele.
Non so se questo lo hanno capito a Washington. Parrebbe di no. Soprattutto non hanno capito la voglia, quasi la necessità per la Turchia di posizionare il suo esercito al confine con Israele.
La speranza è che Netanyahu rimanga fermo sulle sue posizioni di non voler nessun tipo di partecipazione turca sul terreno a Gaza. E con “nessun tipo” si intende sia una anche minima presenza militare che partecipazioni di ONG turche o riconducibili alla Turchia alla ricostruzione di Gaza.
Faranno parte del comitato esecutivo anche l’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff, il principale collaboratore di Trump Jared Kushner, il CEO di Apollo Global Management Marc Rowan, l’imprenditore israelo-cipriota Yakir Gabay, l’ex coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite Sigrid Kaag e l’ex inviato delle Nazioni Unite in Medio Oriente Nickolay Mladenov. Sembra più un comitato d’affari piuttosto che di controllo.
Il Comitato esecutivo supervisionerà il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG), un comitato altrettanto nuovo di tecnocrati palestinesi che sarà responsabile della fornitura di servizi di base agli abitanti di Gaza.
Giovedì al Cairo, il NCAG dei tecnocrati palestinesi ha tenuto il suo primo incontro con Mladenov, al quale si sono uniti virtualmente Kushner e Witkoff.
Il NCAG sarà guidato dall’ex viceministro della pianificazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, Ali Shaath, che la Casa Bianca, nel suo annuncio di venerdì, ha definito “un leader tecnocratico ampiamente rispettato che supervisionerà il ripristino dei servizi pubblici essenziali, la ricostruzione delle istituzioni civili e la stabilizzazione della vita quotidiana a Gaza, gettando al contempo le basi per un governo autosufficiente e a lungo termine”.
“Il dott. Sha’ath vanta una profonda esperienza nell’amministrazione pubblica, nello sviluppo economico e nell’impegno internazionale, ed è ampiamente rispettato per la sua leadership pragmatica e tecnocratica e per la sua comprensione delle realtà istituzionali di Gaza”, ha affermato la Casa Bianca.
Va detto che la scelta di Ali Shaath ha fatto storcere il naso a parecchia gente a Gerusalemme. Sebbene venga considerato un “critico pragmatico” di Israele, la sua equidistanza da Hamas e dalla Autorità Palestinese non è una garanzia di efficienza. Anzi, recenti critiche verso l’operato di Israele senza criticare nel contempo Hamas, fanno pensare che non sia la persona più adatta a ricoprire quel ruolo.
Per quanto riguarda la Forza di stabilizzazione internazionale, ancora da istituire, che avrà il compito di garantire la sicurezza della Striscia e di eliminare gradualmente le IDF, la Casa Bianca ha annunciato che il comandante delle operazioni speciali del Comando centrale, il generale di divisione Jasper Jeffers, è stato nominato comandante delle ISF “dove guiderà le operazioni di sicurezza, sosterrà la smilitarizzazione completa e consentirà la consegna sicura di aiuti umanitari e materiali per la ricostruzione”
In precedenza Jeffers è stato co-presidente del Cessation of Hostilities Implementation Mechanism, che ha monitorato il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah in Libano raggiunto nel novembre 2024.
Al momento non sembrano esserci molti paesi disposti a inviare propri soldati per la forza di stabilizzazione internazionale. Gli unici “contenti” di farlo sono i turchi.
(Rights Reporter, 17 gennaio 2026)
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Scandalo in Francia, il veleno che passa dai manuali scolastici
Un testo per il baccalauréat riscrive il 7 ottobre e apre una falla inquietante nel sistema educativo.
di Paolo Montesi
In Francia è esploso uno scandalo che va ben oltre il perimetro di una polemica editoriale e tocca un nervo scoperto del sistema educativo repubblicano. Al centro della vicenda c’è un manuale di revisione destinato agli studenti che si preparano al baccalauréat, l’esame di maturità che conclude il percorso delle scuole superiori e che rappresenta, per milioni di ragazzi, un passaggio decisivo non solo sul piano scolastico ma anche simbolico. Il bac non è un semplice test finale: è lo strumento con cui lo Stato certifica un livello di conoscenze e, implicitamente, una capacità di orientarsi nel mondo contemporaneo. Proprio per questo ciò che entra in quei manuali conta, pesa e lascia tracce profonde per tutta la vita culturale e civile dello studente che diventa cittadino.
Il testo finito sotto accusa è stato pubblicato da Hachette, uno dei colossi storici dell’editoria francese ed europea, da decenni fornitore privilegiato di materiali scolastici e parascolastici. In un passaggio dedicato all’attacco del 7 ottobre 2023, il manuale proponeva una ricostruzione che ha suscitato sconcerto e indignazione, perché descriveva l’uccisione di oltre 1.200 persone come la morte di “coloni ebrei” nel corso di una generica sequenza di violenze, senza qualificare adeguatamente la natura dell’azione né i suoi responsabili. Una formulazione che, nella sua apparente neutralità, finiva per stravolgere i fatti, attenuando la portata del massacro e introducendo un’idea di equivalenza che non regge alla prova della realtà.
Il punto ovviamente non è solo una questione terminologica. Definire in quel modo le vittime, che vivevano all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele, e omettere il riferimento esplicito a Hamas come autore dell’attacco, significa spostare l’asse interpretativo e suggerire implicitamente una lettura che diventa una ripugnante giustificazione. È qui che il problema è apertamente politico e culturale prima ancora che didattico, perché quel tipo di riscrittura non resta confinata sulla carta ma entra nel circuito della formazione, si deposita nelle menti di studenti che si affidano a quei testi per comprendere eventi complessi e drammatici.
Di fronte alle proteste, alle prese di posizione di insegnanti, associazioni e rappresentanti istituzionali, Hachette ha ritirato il manuale e ha riconosciuto l’errore, parlando di una formulazione inaccettabile. Il gesto è stato necessario, ma non basta a chiudere la questione. Resta infatti la sensazione di un cedimento più profondo, di una vigilanza allentata proprio in un ambito che dovrebbe essere presidiato con il massimo rigore. Un manuale di revisione non è un pamphlet militante né un post sui social: è uno strumento che si inserisce nel sistema venoso dell’educazione, circola silenziosamente, viene assimilato senza troppe difese critiche.
Questo episodio mostra quanto sia fragile l’equilibrio tra informazione, scuola e conflitti contemporanei, e quanto facilmente possa insinuarsi una distorsione che, magari in nome di una presunta semplificazione o di un malinteso equilibrio, finisce per alterare i fatti. In un momento storico segnato da una crescita dell’antisemitismo e da una polarizzazione crescente del dibattito pubblico, l’idea che simili ambiguità possano trovare spazio nei materiali destinati agli studenti è motivo di seria preoccupazione.
Il caso del manuale per il bac non è dunque un incidente marginale, ma – per chi lo voglia sentire – un campanello d’allarme e ricorda a noi tutti che l’educazione non è un terreno neutro e che ogni concessione alla confusione o all’approssimazione rischia di produrre effetti duraturi. Nelle aule scolastiche non si prepara soltanto un esame ma si formano cittadinanze. E quando il veleno entra nei libri, il danno non è immediato, ma profondo, lento e, noi tutti sappiamo quanto, difficile da estirpare.
(Setteottobre, 17 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 25
Davide e Nabal
- Samuele morì e tutto Israele si radunò e fece cordoglio; lo seppellirono nella sua proprietà, a Rama. Allora Davide si alzò, e scese verso il deserto di Paran.
- A Maon c'era un uomo che aveva i suoi beni a Carmel; era molto ricco, aveva tremila pecore e mille capre, e si trovava a Carmel per la tosatura delle sue pecore. Quest'uomo si chiamava Nabal, e il nome di sua moglie era Abigail, donna di buon senso e di bell'aspetto; ma l'uomo era duro e malvagio nelle sue azioni; discendeva da Caleb.
- Davide, avendo saputo nel deserto che Nabal tosava le sue pecore, gli mandò dieci giovani, ai quali disse: “Salite a Carmel, andate da Nabal, salutatelo a nome mio, e dite così: 'Salute! pace a te, pace alla tua casa, e pace a tutto quello che ti appartiene! Ho saputo che tu hai i tosatori; ora, i tuoi pastori sono stati con noi e noi non abbiamo fatto loro nessun oltraggio, e non gli è stato portato via nulla per tutto il tempo che sono stati a Carmel. Domandalo ai tuoi servi e te lo diranno. Questi giovani trovino dunque grazia agli occhi tuoi, poiché siamo venuti in un giorno di gioia; e da', ti prego, ai tuoi servi e a tuo figlio Davide ciò che avrai fra le mani'”.
- Quando i giovani di Davide arrivarono, ripeterono a Nabal tutte queste parole in nome di Davide, poi tacquero. Ma Nabal rispose ai servi di Davide, dicendo: “Chi è Davide? E chi è il figlio di Isai? Sono molti, oggi, i servi che scappano dai loro padroni; e io dovrei prendere il mio pane, la mia acqua e la carne che ho macellato per i miei tosatori, per darli a gente che non so da dove venga?”.
- I giovani ripresero la loro strada, tornarono e andarono a riferire a Davide tutte queste parole. Allora Davide disse ai suoi uomini: “Ognuno di voi prenda la sua spada”. Ognuno prese la sua spada, e Davide pure prese la sua, e salirono dietro a Davide circa quattrocento uomini; duecento rimasero vicino ai bagagli.
- Abigail, moglie di Nabal, fu informata della cosa da uno dei suoi servi, che le disse: “Ecco, Davide ha inviato dal deserto dei messaggeri per salutare il nostro padrone e lui li ha trattati male. Eppure, quella gente è stata molto buona verso di noi; noi non abbiamo ricevuto nessun oltraggio e non ci hanno portato via nulla per tutto il tempo che siamo andati intorno con loro quando eravamo per la campagna. Di giorno e di notte sono stati per noi come una muraglia, per tutto il tempo che siamo stati con loro pascolando le greggi. Ora dunque rifletti e vedi quello che tu debba fare; poiché è certo che avverrà un guaio al nostro padrone e a tutta la sua casa, ed egli è un uomo talmente malvagio che non gli si può parlare”.
- Allora Abigail prese in fretta duecento pani, due otri di vino, cinque montoni pronti da cuocere, cinque misure di grano arrostito, cento grappoli di uva passa e duecento schiacciate di fichi, e caricò ogni cosa su degli asini. Poi disse ai suoi servi: “Andate davanti a me; ecco, io vi seguirò”. Ma non disse nulla a Nabal suo marito. E mentre lei, sul dorso del suo asino, scendeva il monte per un sentiero coperto, ecco Davide e i suoi uomini che scendevano di fronte a lei, e lei li incontrò. Ora Davide aveva detto: “Ho dunque protetto invano tutto ciò che costui aveva nel deserto, in modo che nulla è mancato di tutto ciò che egli possiede; ed egli mi ha reso male per bene. Così tratti Iddio i nemici di Davide con il massimo rigore! Fra qui e lo spuntare del giorno, io non lascerò in vita un solo uomo tra tutto quello che gli appartiene”.
- Quando Abigail vide Davide scese in fretta dall'asino e, gettandosi con la faccia a terra, si prostrò davanti a lui. Poi, gettandosi ai suoi piedi, disse: “O mio signore, la colpa è mia! Ti prego, lascia che la tua serva parli in tua presenza e tu ascolta le parole della tua serva! Ti prego, signor mio, non fare caso a quell'uomo da nulla che è Nabal; poiché lui è ciò che dice il suo nome; si chiama Nabal, e in lui non c'è che stoltezza; ma io, la tua serva, non vidi i giovani mandati dal mio signore. Ora dunque, signor mio, com'è vero che vive l'Eterno e che vive l'anima tua, l'Eterno ti ha impedito di spargere il sangue e di farti giustizia con le tue proprie mani. I tuoi nemici e quelli che vogliono fare del male al mio signore, siano come Nabal! Adesso, ecco questo regalo che la tua serva porta al mio signore; sia dato ai giovani che seguono il mio signore. Ti prego, perdona lo sbaglio della tua serva; poiché per certo l'Eterno renderà stabile la casa del mio signore, perché il mio signore combatte le battaglie dell'Eterno, e in tutto il tempo della tua vita non si è trovata malvagità in te. Se mai sorgesse alcuno a perseguitarti e ad attentare alla tua vita, la vita del mio signore sarà custodita nello scrigno della vita presso l'Eterno, che è il tuo Dio; ma la vita dei tuoi nemici l'Eterno la lancerà via, come dall'incavo di una fionda. E quando l'Eterno avrà fatto al mio signore tutto il bene che ti ha promesso e ti avrà stabilito come capo sopra Israele, il mio signore non avrà questo dolore e questo rimorso di avere sparso del sangue senza motivo e di essersi fatto giustizia da sé. E quando l'Eterno avrà fatto del bene al mio signore, ricordati della tua serva”.
- Davide disse ad Abigail: “Sia benedetto l'Eterno, l'Iddio d'Israele, che oggi ti ha mandato incontro a me! E sia benedetto il tuo senno, e benedetta sia tu che oggi mi hai impedito di spargere del sangue e di farmi giustizia con le mie mani! Poiché certo, com'è vero che vive l'Eterno, l'Iddio d'Israele, che mi ha impedito di farti del male, se tu non ti fossi affrettata a venirmi incontro, fra qui e lo spuntare del giorno a Nabal non sarebbe rimasto un solo uomo”. Davide quindi ricevette dalle mani di lei quello che lei aveva portato, e le disse: “Risali in pace a casa tua; vedi, io ho dato ascolto alla tua voce e ho avuto riguardo per te”.
- Abigail andò da Nabal; ed ecco che egli faceva un banchetto in casa sua, un banchetto da re. Nabal aveva il cuore allegro, perché era completamente ubriaco; perciò lei non gli fece sapere nessuna cosa, piccola o grande, fino allo spuntare del giorno. Ma la mattina, quando gli fu passata l'ubriachezza, la moglie raccontò a Nabal queste cose; allora gli si freddò il cuore ed egli rimase come di pietra. Circa dieci giorni dopo, l'Eterno colpì Nabal, ed egli morì.
- Quando Davide seppe che Nabal era morto, disse: “Sia benedetto l'Eterno, che mi ha reso giustizia dell'offesa che mi ha fatto Nabal, e ha preservato il suo servo dal fare del male! L'Eterno ha fatto ricadere la malvagità di Nabal sul suo capo!”. Poi Davide mandò dei messaggeri ad Abigail per proporle di diventare sua moglie. E i servi di Davide andarono da Abigail a Carmel, e le parlarono così: “Davide ci ha mandati da te, perché vuole prenderti in moglie”. Allora lei si alzò, si prostrò con la faccia a terra, e disse: “Ecco, la tua serva farà da schiava, per lavare i piedi ai servi del mio signore”. Abigail si alzò in fretta, montò sopra un asino e, con cinque fanciulle, seguì i messaggeri di Davide e divenne sua moglie.
- Davide sposò anche Ainoam di Izreel, ed entrambe furono sue mogli. Saul aveva dato Mical sua figlia, moglie di Davide, a Palti, figlio di Lais, che era di Gallim.
(Notizie su Israele, 16 gennaio 2026)
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Quando essere ebrei diventa pericoloso: l’Europa che spinge i giovani verso Israele
La più grande aliyah giovanile dal 7 ottobre racconta il fallimento dell’Europa nel proteggere i suoi cittadini ebrei.
di Barbara Covili
C’è una notizia che rischia di passare come un fatto di cronaca, ma che in realtà è una radiografia impietosa dell’Occidente contemporaneo. 213 giovani ebrei sono arrivati in Israele questa settimana dall’Europa e da altri Paesi occidentali: la più grande “aliyah” (immigrazione ebraica in Israele) giovanile dall’inizio della guerra del 7 ottobre. Non un gesto ideale, ma una scelta dettata dalla paura. Una paura concreta, quotidiana, misurabile.
I racconti di questi ragazzi parlano di vite improvvisamente ristrette. Di simboli ebraici nascosti sotto i vestiti, di università diventate luoghi ostili, di insulti e minacce normalizzate. “Temevo per la mia vita perché ebrea”, racconta una giovane arrivata da Londra. Un’altra, da Parigi, spiega di aver smesso di esprimere apertamente la propria identità per evitare ritorsioni. Non sono storie isolate. Sono il riflesso di un fenomeno ormai strutturale.
I dati sull’antisemitismo lo confermano con brutalità perché in Europa, dopo il 7 ottobre, le aggressioni agli ebrei e ai loro luoghi sono esplose: in molti Paesi sono raddoppiate o triplicate rispetto agli anni precedenti. Aggressioni fisiche, vandalismi contro sinagoghe e scuole, minacce online, intimidazioni nei campus. Secondo i principali osservatori europei, mai dal dopoguerra si era registrata una simile concentrazione di atti antiebraici in un arco di tempo così breve. L’antisemitismo è entrato nel discorso pubblico, spesso mascherato da attivismo politico, tollerato quando non apertamente giustificato.
È in questo contesto che va letta la decisione di questi 213 giovani: una scelta razionale di sopravvivenza. Israele non rappresenta per loro una meta ideale, ma un luogo in cui poter vivere senza chiedere scusa per la propria esistenza. Per questi giovani, Israele non è soltanto un approdo temporaneo, ma un orizzonte di vita. Un luogo in cui studiare, lavorare, costruire relazioni, mettere radici. Un Paese che, pur attraversato da conflitti e contraddizioni, continua a offrire opportunità concrete di integrazione sociale, professionale e civile. È fondamentale che questo futuro esista: non solo per Israele, ma per l’intero mondo ebraico. Perché senza un luogo in cui la propria identità non sia una colpa o una giustificazione da fornire, la libertà diventa fragile, reversibile, negoziabile.
Israele è un paese nato dall’immigrazione, costruito da ondate successive di rifugiati: dagli ebrei che fuggivano dall’antisemitismo ai sopravvissuti alla Shoah, dagli ebrei espulsi dai Paesi arabi agli ebrei etiopi a quelli dell’ex Unione Sovietica: il paese ha assorbito milioni di persone in fuga da persecuzioni, esclusioni, cancellazioni identitarie.
Questa nuova aliyah, quindi, si inserisce perfettamente in quella stessa storia ma con una differenza inquietante: oggi a spingere i giovani verso Israele non sono regimi totalitari, ma democrazie occidentali incapaci – o non disposte – a contrastare l’odio antiebraico quando si traveste da militanza, da slogan, da “giusta causa”.
Israele, ancora una volta, diventa rifugio perché resta uno dei pochi luoghi al mondo in cui un ebreo non deve nascondere il proprio nome, moderare le proprie parole o giustificare il diritto di esistere. Il paradosso è feroce: mentre l’Europa si proclama paladina dei diritti, c’è chi prepara le valigie perché quei diritti, nella pratica, non sono più garantiti.
I 213 giovani arrivati in Israele non sono un’anomalia statistica. Sono un segnale politico, morale e civile, e come tutti i segnali ignorati troppo a lungo, raccontano molto più di quanto l’Occidente sia disposto a riconoscere su sé stesso.
(Setteottobre, 16 gennaio 2026)
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Iran, si muove la macchina della menzogna
La macchina della menzogna va di nuovo a tutta velocità, come dopo il 7 ottobre. Stavolta parla di crudeli infiltrati responsabili dei numeri gonfiati dei morti e dei feriti.
di Fiamma Nirenstein
Guarda caso, Al Jazeera è l'unico media a Teheran, dove manca l'elettricità e la connessione a tutti, fuorché a loro: così può amplificare la versione degli ayatollah, come a Gaza ha fatto con Hamas.
La macchina della menzogna va di nuovo a tutta velocità, come dopo il 7 ottobre. Stavolta parla di crudeli infiltrati responsabili dei numeri gonfiati dei morti e dei feriti: la propaganda è a uso di Donald Trump, per fermare l'aiuto promesso al popolo iraniano ucciso, ferito, decimato. Dopo il 7 ottobre Hamas e i suoi ignobili amici risposero alle prove della strage più atroce di uomini, donne e bambini squartati, violentati e bruciati accusando gli ebrei di essere ignobili coloni. Adesso Aragchi, il ministro degli esteri iraniano, a Fox News non nega che gli uccisi arrivino a 12.000. Ma spiega: infiltrati terroristi (americani e israeliani) hanno sparato sulle forze dell'ordine, hanno bruciato e decapitato! Quindi, le file dei ragazzi nei sacchi neri fra cui si aggiravano le famiglie disperate, i mutilati negli ospedali a migliaia, con gli occhi strappati, le ferite mortali sul viso, li ha causati un intervento di Israele che ha fatto più morti possibile per invitare Trump a intervenire.
Ma Trump ci casca? Impossibile. Quando raffredda la promessa di intervenire, chiede lo stop alle impiccagioni. Ma questo significa che ci sta pensando: soppesa tempi e modi, pareri diversi (da una parte Vance, dall'altra Rubio): forse vorrebbe una di quelle azioni veloci che piacciono a lui, ma l'Iran è grande e difficile. È la fonte inesauribile di crisi mondiali, non si può sbagliare, in sette mesi dalla guerra dei 12 giorni ha preparato una riserva di missili balistici. E se non ha impiccato adesso, impiccherà ancora.
Trump certo vuole eliminare la Repubblica Islamica, alleata della Cina e della Russia, minaccia atomica e balistica. Se ha detto con tono conciliante che il regime ha promesso di non ammazzare più e valuta se la gente tornerà in piazza, la Sesta Flotta è nei Caraibi, la Abraham Lincoln (CVN 72)con le sue sei navi naviga dal Mar della Cina verso il Golfo Persico; la base in Qatar non è più in allerta, ma gli Usa hanno altri punti di appoggio, come in Germania. Si tratta di costruire una strategia impegnativa. Le bugie non funzioneranno.
Trump sa che le promesse non realizzate ne faranno un leader debole: la strage è stata immensa e crudele come solo l'Islam estremo sa fare. Il mondo antidemocratico, fiancheggiato da Cina e Russia, sarà molto eccitato se Trump si ferma: gli uccisi innocenti chiedono azione, gli iraniani hanno diritto a cacciare via il regime che li perseguita.
Israele tiene aperti i rifugi e si interroga: il popolo iraniano ha invocato Trump e Netanyahu chiedendo aiuto. Israele sa che è uno scontro vitale, è sul chi vive. Khamenei ha spedito un miliardo e mezzo a Dubai mentre la gente urla di dolore per la perdita dei propri cari.
(il Giornale, 16 gennaio 2026)
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"... il popolo iraniano ha invocato Trump e Netanyahu chiedendo aiuto". Purtroppo diranno che se Trump non ha aiutato gli iraniani la colpa è di Israele, Si veda l'articolo seguente. M.C.
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Iran – Israele prepara le difese, solidarietà Ucei ai manifestanti
La Guerra dei Dodici giorni del giugno 2025 contro l’Iran è stata un successo militare per Israele, ma ha avuto un prezzo: il sistema di difesa antimissile è stato messo sotto forte pressione dagli attacchi iraniani ed è ancora in fase di ripristino. Anche per questo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto al presidente Usa Donald Trump di attendere prima di colpire il regime di Teheran, scosso da giorni di proteste diffuse in tutto il Paese.
Netanyahu, riferiscono i media americani, ha avvertito Washington che un’operazione diretta contro l’Iran rischia di protrarsi nel tempo e di innescare una risposta regionale ampia. Una prospettiva a cui Israele guarda con cautela, mentre deve fare i conti con il logoramento delle proprie capacità difensive. Una valutazione condivisa anche negli ambienti militari statunitensi, che hanno deciso di rafforzare la presenza americana in Medio Oriente con l’invio di ulteriori sistemi di difesa aerea e una portaerei nella regione.
Nel frattempo, le proteste in Iran stanno perdendo slancio dopo la dura repressione del regime, riporta l’emittente israeliana Kan. A Gerusalemme si ritiene che arresti di massa e uso sistematico della violenza abbiano molto ridotto la capacità di mobilitazione. Alcune ong parlano di oltre 10mila manifestanti uccisi dal regime, altre stime – tra cui quelle dell’intelligence israeliana – di almeno 5mila. Una strage di civili a cui ha fatto riferimento anche l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, esprimendo «profonda vicinanza e sincera solidarietà al popolo iraniano», definito «appeso al dubbio di quale percorso possa portare salvezza dopo cinquant’anni di regime integralista». In una nota, l’Ucei richiama il legame storico tra ebraismo e Persia, «terra di persecuzione e salvezza», e afferma un dovere morale di vicinanza «alle donne, ai giovani, alle studentesse e agli studenti e a tutta la popolazione civile», includendo i cittadini iraniani che vivono in Italia. L’auspicio è che al popolo iraniano sia riconosciuto «il diritto a vivere in sicurezza e libertà nel pieno rispetto dei diritti fondamentali e dignità della persona, oggi marginalizzati dal fondamentalismo religioso». Un ultimo invito poi dall’Ucei è diretto alle istituzioni italiane a mantenere «prontezza e coerenza nel rafforzare i presidi di vigilanza democratica, anche nel nostro paese».
Sullo sfondo della crisi in Medio Oriente, un altro attore ha provato a inserirsi: il presidente russo Vladimir Putin, che si è candidato a mediatore con telefonate separate al primo ministro Netanyahu e al presidente iraniano Masoud Pezeshkian, dichiarando la disponibilità di Mosca a «intensificare gli sforzi politici e diplomatici» per la stabilità regionale.
(moked, 16 gennaio 2026)
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Israele verso lo stop agli aiuti militari USA
di Davide Cucciati
Entro un decennio, Israele potrebbe rinunciare agli aiuti americani in ambito militare. Sarebbe una svolta storica perché l’attuale architettura dell’assistenza USA, consolidata dagli anni Ottanta nella forma contemporanea e codificata nell’accordo decennale firmato nel 2016 durante la presidenza di Obama, è un pilastro della sicurezza israeliana.
Ad aprile 2025, Netanyahu si è recato alla Casa Bianca per discutere anche della politica di dazi statunitensi. Reuters evidenzia che, in quell’occasione, Netanyahu ha promesso di muoversi sul terreno commerciale per ridurre il surplus israeliano con gli Stati Uniti. Trump ha ricordato allo Stato ebraico che “gli Stati Uniti danno a Israele miliardi ogni anno”.
• Netanyahu rilancia: gli aiuti entrano nella partita dei dazi
In un quadro simile, Netanyahu intende rinunciare agli aiuti americani anche per avere margine di trattativa sul tema tariffario. A sua volta, Trump può presentare l’eventuale riduzione degli aiuti come un successo dell’America First: un alleato che “sceglie” di rinunciare ai miliardi senza doversi assumere il costo politico di un taglio imposto dall’alto a un partner strategico.
• L’indicatore politico: Greene esce ma il segnale resta
Qui entra un dettaglio utile per leggere lo scenario MAGA. La repubblicana Marjorie Taylor Greene non è più in Congresso ma la sua traiettoria racconta qualcosa della pressione interna a destra contro aiuti e interventismo: Greene ha annunciato l’uscita dal Congresso a inizio gennaio 2026, consumando la rottura con Trump dopo settimane di attacchi reciproci e una postura sempre più ostile agli aiuti e alle “foreign wars”. Il punto è che, per una parte dell’elettorato repubblicano, il rapporto con gli alleati non è più un riflesso valoriale ma una voce di costo. Fino a quando la classe media statunitense sarà in difficoltà, ogni aiuto verso partner stranieri sarà percepito come un tradimento dell’“America First”. Netanyahu sembra voler disinnescare questa dinamica.
• Il conto israeliano: la coperta è corta
C’è però un problema strutturale. L’accordo in vigore, firmato nel 2016, prevede quasi 40 miliardi di dollari fino al 2028 e rappresenta un elemento strutturale della pianificazione della difesa israeliana. Dire “arriviamo a zero” mentre si discute di rafforzamento militare nazionale apre inevitabilmente un quesito fiscale: chi paga la transizione, con quali imposte, quali tagli e quali priorità? Globes riporta che il Ministro della Finanze Smotrich ha apertamente parlato della necessità di “tasse più alte o una riduzione della spesa pubblica altrove.”
• Il contesto americano: lavoro e crescita
C’è poi un ultimo livello, che spiega perché Trump tenda a ricondurre tutto al tema degli aiuti. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno creato 584.000 posti di lavoro, circa 49.000 al mese, un dato molto basso rispetto agli anni immediatamente precedenti. È scritto nero su bianco nel comunicato del Bureau of Labor Statistics, che ricorda anche che nel 2024 l’aumento era stato di 2,0 milioni. Se allarghiamo l’arco agli ultimi anni, i numeri che contano per l’americano medio sono questi: nel 2021 circa 6,7 milioni di posti in più, nel 2022 circa 4,5 milioni, nel 2023 circa 2,7 milioni, nel 2024 circa 2,0 milioni, nel 2025 584.000. Ciononostante, la crescita del PIL ha continuato a sorprendere. Il punto è che sempre più osservatori descrivono una crescita concentrata su high tech, data center, semiconduttori e investimenti legati all’AI, con un resto dell’economia assai meno brillante.
È qui che la politica estera torna a essere, per Trump, materia interna. Se la percezione diffusa è che lavoro, salari e costo della vita decidano le elezioni di midterm più di qualunque “spettacolo geopolitico” permanente allora la voce “aiuti all’estero” diventa un bersaglio naturale. Netanyahu, proponendo una traiettoria di riduzione, prova a togliere alla Casa Bianca un argomento facile e a trasformarlo in merce di scambio nel negoziato sui dazi.
In sintesi, l’annuncio del primo ministro israeliano va letto come un’offerta fatta nel linguaggio dell’America First per ottenere margini sul commercio. Il vero test arriverà dopo, quando la tattica negoziale dovrà diventare politica di bilancio e la promessa di autonomia dovrà passare dai titoli alle scelte concrete.
(Bet Magazine Mosaico, 15 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 24
Davide, nella caverna di En-Ghedi, risparmia la vita a Saul
- Poi Davide partì di là e si stabilì nelle roccaforti di En-Ghedi. Quando Saul fu tornato dall'inseguire i Filistei, gli vennero a dire: “Ecco, Davide è nel deserto di En-Ghedi”. Allora Saul prese tremila uomini scelti fra tutto Israele, e andò in cerca di Davide e della sua gente fin sulle rocce delle capre selvatiche; e giunse ai recinti di pecore che erano presso la via; là c'era una caverna, nella quale Saul entrò per fare i suoi bisogni. Davide e la sua gente se ne stavano in fondo alla caverna. La gente di Davide gli disse: “Ecco il giorno nel quale l'Eterno ti dice: 'Vedi, io do nelle tue mani il tuo nemico; fa' di lui quello che ti piacerà'”. Allora Davide si alzò e, senza farsi scorgere, tagliò il lembo del mantello di Saul. Ma dopo il cuore gli batté per aver tagliato il lembo del mantello di Saul. E Davide disse alla sua gente: “Mi guardi l'Eterno, dall'agire contro il mio signore, che è l'unto dell'Eterno, mettendogli le mani addosso; poiché egli è l'unto dell'Eterno”. Con le sue parole Davide dissuase la sua gente e non le permise di gettarsi su Saul. Saul si alzò, uscì dalla caverna e continuò il suo cammino.
- Poi anche Davide si alzò, uscì dalla caverna, e gridò dietro a Saul, dicendo: “O re, mio signore!”. Saul si guardò indietro, e Davide si inchinò con la faccia a terra e si prostrò. Davide disse a Saul: “Perché dai retta alle parole della gente che dice: 'Davide cerca di farti del male?'. Ecco in quest'ora stessa, tu vedi con i tuoi propri occhi che l'Eterno ti aveva dato oggi nelle mie mani in quella caverna; qualcuno mi ha detto di ucciderti, ma io ti ho risparmiato, e ho detto: 'Non metterò le mani addosso al mio signore, perché egli è l'unto dell'Eterno'. Ora, padre mio, guarda qui nella mia mano il lembo del tuo mantello. Se io ti ho tagliato il lembo del mantello e non ti ho ucciso, da questo puoi vedere chiaramente che non c'è né malvagità né ribellione nella mia condotta, e che io non ho peccato contro di te, mentre tu mi tendi insidie per togliermi la vita! L'Eterno sia giudice fra me e te e l'Eterno mi vendichi di te; ma io non ti metterò le mani addosso. Dice il proverbio antico: 'Il male viene dai malvagi'; io quindi non ti metterò le mani addosso. Contro chi è uscito il re d'Israele? Chi stai perseguitando? Un cane morto, una pulce. L'Eterno sia dunque arbitro e giudichi fra me e te, veda e difenda la mia causa e mi renda giustizia, liberandomi dalle tue mani”.
- Quando Davide ebbe finito di dire queste parole a Saul, Saul disse: “Questa è la tua voce, figlio mio Davide?”. Saul alzò la voce e pianse. E disse a Davide: “Tu sei più giusto di me, poiché tu mi hai reso bene per male, mentre io ti ho reso male per bene. Tu hai mostrato oggi la bontà con la quale ti comporti verso di me; poiché l'Eterno mi aveva dato nelle tue mani, e tu non mi hai ucciso. Se uno incontra il suo nemico, lo lascia forse andare in pace? L'Eterno ti renda dunque la ricompensa del bene che mi hai fatto quest'oggi! Ora, ecco, io so che per certo tu regnerai, e che il regno d'Israele rimarrà stabile nelle tue mani. Ora dunque giurami nel nome dell'Eterno che non distruggerai la mia progenie dopo di me e che non cancellerai il mio nome dalla casa di mio padre”. Davide lo giurò a Saul. Poi Saul se ne andò a casa sua, e Davide e la sua gente risalirono alla loro roccaforte.
(Notizie su Israele, 15 gennaio 2026)
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Israele, tensione in aumento per l’attacco americano contro l’Iran. Netanyahu si mette in salvo?
di Giuseppe Kalowski
TEL AVIV - In Israele la tensione è in aumento. Un eventuale attacco americano contro l’Iran — più volte evocato da Donald Trump come possibile risposta alla repressione violenta delle proteste interne — potrebbe innescare una reazione diretta contro lo Stato ebraico. In particolare, si teme il lancio di missili balistici verso i centri abitati israeliani, sia da parte iraniana sia attraverso i suoi proxy regionali. Per questo Israele si trova in uno stato di massima allerta, anche se in parte mascherato.
A Tel Aviv come a Gerusalemme, almeno in apparenza, la popolazione continua a vivere la quotidianità, come spesso accaduto alla vigilia di conflitti precedenti. Tuttavia, sotto la superficie, i segnali di allarme non mancano. In questo contesto si inseriscono voci non confermate secondo cui il primo ministro Benjamin Netanyahu sarebbe volato a Creta per motivi di sicurezza, nell’eventualità di un attacco iraniano. Il decollo accertato dell’aereo ufficiale ha suscitato curiosità e interrogativi. Nonostante la smentita del governo, la coincidenza temporale con l’attuale escalation regionale rende l’episodio quantomeno significativo. Secondo alcune ipotesi, a bordo potrebbe non esserci stato lo stesso Netanyahu.
Israele, in questa fase, è costretta ad affidarsi a una strategia di pazienza e coordinamento, soprattutto con Washington. Trump ha ormai alzato la posta e in gioco non c’è solo il confronto con Teheran, ma anche la sua credibilità internazionale. Le promesse di agire contro il regime iraniano, qualora la repressione delle proteste proseguisse, hanno creato aspettative non solo tra gli oppositori interni al regime, ma anche tra gli alleati regionali degli Stati Uniti. Le vittime delle repressioni in Iran sono difficili da quantificare, ma le testimonianze parlano di migliaia di morti e di un sistema carcerario ormai saturo. Non è chiaro se Trump opterà per interventi limitati e mirati, come in Venezuela e in Iran durante la guerra dei 12 giorni, o per un’operazione più ampia che colpisca infrastrutture strategiche, programmi nucleari, sistemi missilistici e risorse chiave del Paese. Qualunque scenario implicherebbe un coordinamento strettissimo tra Stati Uniti e Israele, data la quasi certezza di ritorsioni che coinvolgerebbero il territorio israeliano.
A Gerusalemme, intanto, le scuole cristiane non hanno potuto riaprire per il secondo semestre perché le autorità israeliane hanno sospeso o limitato i permessi di lavoro per circa 171 insegnanti provenienti dalla Cisgiordania, lasciando molte classi senza docenti. Il legame con le tensioni regionali è indiretto e riguarda soprattutto l’attuale clima di sicurezza generale. A complicare ulteriormente il quadro si sovrappone l’annunciato avanzamento del piano di pace americano per Gaza. Proprio nelle ore di massima tensione con l’Iran, Trump potrebbe presentare la fase 2 del piano, articolata in circa venti punti, dedicata alla gestione del dopoguerra. Si parlerebbe di smilitarizzazione, governance e ricostruzione, con l’obiettivo di delineare una roadmap politica credibile. Fonti egiziane hanno rivelato che sono state individuate quindici personalità palestinesi che potrebbero far parte del nuovo governo tecnico, incaricato, secondo il piano Trump, per la gestione degli affari correnti di Gaza.
Le due dinamiche — Iran e Gaza — non sono legate da un nesso causale diretto, ma possono essere lette come parte di una strategia più ampia volta a riaffermare il ruolo centrale degli Stati Uniti nella regione. Un messaggio rivolto tanto a Hamas quanto a Israele, ma anche all’intero Medio Oriente. Resta il nodo iraniano: per Washington è diventato sempre più difficile ignorare le aspettative della maggioranza della società iraniana che guarda all’Occidente come a un possibile sostegno. Senza un aiuto esterno, il popolo iraniano rischia di non avere scampo, stretto tra un regime sanguinario e una repressione senza limiti.
(Il Riformista, 15 gennaio 2026)
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“Lo Stato di Israele sarà immediatamente riconosciuto”
Il principe ereditario iraniano in esilio Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo scià, ha presentato una visione di ampio respiro per un Iran post-regime, alla luce delle proteste che da settimane scuotono il Paese. In un recente videomessaggio in inglese con sottotitoli in persiano, ampiamente diffuso sui social media, Pahlavi ha delineato un cambiamento radicale nella politica estera iraniana in caso di crollo della Repubblica Islamica. Ha promesso il riconoscimento immediato di Israele e la fine del sostegno di Teheran al terrorismo e al suo programma nucleare.
Pahlavi, che dalla sua residenza negli Stati Uniti è diventato una voce di spicco dell'opposizione, ha descritto l'attuale regime guidato dalla Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei come uno che ha trasformato l'Iran in un simbolo di “terrorismo, estremismo e povertà”. A ciò ha contrapposto quella che ha definito la vera identità storica del Paese: una nazione pacifica, prospera e ricca di cultura, così come era prima della rivoluzione islamica del 1979. “Il vero Iran è un Iran diverso”, ha affermato, esprimendo la fiducia che esso “risorgerà dalle ceneri” non appena finirà il dominio clericale.
Al centro del suo messaggio c'era l'impegno per la pace regionale e la responsabilità globale. Pahlavi ha dichiarato che un “Iran libero” avrebbe immediatamente interrotto il suo programma nucleare militare e cessato ogni sostegno ai gruppi militanti che agiscono per suo conto. Il Paese dovrebbe invece posizionarsi come forza stabilizzatrice e combattere il terrorismo, la criminalità organizzata, il traffico di droga e le ideologie estremiste insieme ai partner regionali e internazionali. Ha definito la normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti e il riconoscimento esplicito di Israele come priorità fondamentali.
“Lo Stato di Israele sarà immediatamente riconosciuto”, ha affermato Pahlavi. Ha inoltre proposto di ampliare gli attuali accordi di Abramo – accordi di pace tra Israele e diversi Stati arabi – e di trasformarli in quelli che lui ha definito “accordi di Ciro”. Prendendo il nome dall'antico re persiano Ciro il Grande, noto per la sua tolleranza e per aver permesso agli ebrei in esilio di tornare a Gerusalemme, questo nuovo quadro dovrebbe unire un Iran democratico, Israele e il mondo arabo in una cooperazione reciproca basata sulla sovranità e sugli interessi comuni.
Pahlavi ha inoltre sottolineato il potenziale dell'Iran come fornitore affidabile di energia per il mondo, che sfrutta le sue vaste riserve di petrolio e gas con regole trasparenti e prezzi stabili. Ha promesso di rispettare gli standard internazionali nella lotta al riciclaggio di denaro e alla corruzione e ha annunciato l'apertura dell'Iran al commercio, agli investimenti e all'innovazione, per sostituire l'isolamento con nuove opportunità. “Un Iran libero sarà una forza per la pace, la prosperità e la collaborazione”, ha concluso, sostenendo che questi cambiamenti andranno a beneficio non solo degli iraniani, ma dell'intera regione e della comunità internazionale.
La dichiarazione arriva sullo sfondo delle proteste in corso in tutto il Paese, inizialmente scatenate da emergenze economiche come l'iperinflazione e il crollo del rial, ma che ora includono richieste più ampie per porre fine al dominio clericale. Le manifestazioni si sono estese alle grandi città come Teheran, Mashhad e altre; secondo alcune fonti, gli scioperi stanno paralizzando i mercati e i negozi. La risposta del regime è dura: le stime sul numero delle vittime variano notevolmente, da migliaia a cifre molto più elevate, a cui si aggiungono arresti di massa e numerosi feriti.
La visione di Pahlavi trova riscontro in una parte dei manifestanti, come dimostrano i cori “ œJavid Shah” (“Lunga vita allo Scià”) in diverse città, diffusi dagli attivisti della diaspora. Tuttavia, secondo sondaggi indipendenti, il ripristino della monarchia continua ad essere considerato una posizione minoritaria; molti sono favorevoli a una repubblica laica o sono ancora indecisi.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha espresso cautela sulla situazione. In recenti dichiarazioni ha definito Pahlavi “molto simpatico”, ma si è mostrato incerto sul suo sostegno all'interno dell'Iran e ha osservato: “Non so come se la caverebbe nel suo Paese”. Trump ha ammesso la possibilità di un crollo del regime alla luce dei disordini, ma ha sottolineato che “ogni regime può fallire” e ha sottolineato che un eventuale intervento degli Stati Uniti dovrebbe essere rapido e deciso, piuttosto che rischiare un conflitto di lunga durata.
(Israel Heute, 15 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Rapinatori travestiti da soldati israeliani
HEBRON – Martedì alcuni rapinatori travestiti da soldati israeliani hanno assaltato una gioielleria palestinese in Cisgiordania. L'esercito e le forze di sicurezza palestinesi hanno arrestato diversi sospetti. Si tratta di beduini provenienti dal Negev, nel sud di Israele, e di almeno un palestinese.
La rapina è avvenuta nella città palestinese di Daharia, a nord-ovest di Hebron. Le riprese video mostrano alcuni dei rapinatori che, armi in pugno, sorvegliano l'area antistante il negozio. Gli altri fanno irruzione nel negozio e rubano gioielli e oro.
• Collaborazione con le forze di sicurezza palestinesi
Per la fuga, i malviventi hanno utilizzato un veicolo con lampeggianti e targa israeliana, simile ai fuoristrada dell'esercito. Dopo la rapina, è stato allertato l'esercito.
Secondo un articolo del quotidiano “Ma'ariv”, i soldati hanno arrestato quattro sospetti che viaggiavano a bordo del veicolo. Altri due presunti rapinatori sono stati catturati dalle forze di sicurezza palestinesi e consegnati alla polizia israeliana.
I malviventi indossavano giubbotti antiproiettile, uniformi e elmetti dell'esercito. Erano mascherati con passamontagna neri.
I soldati hanno recuperato parte del bottino e lo hanno restituito ai proprietari palestinesi. Mercoledì a mezzogiorno si stava ancora cercando il resto. Nel veicolo sono stati trovati sette fucili M16, due pistole, parti di armi e munizioni. I sospetti sono ancora sotto interrogatorio da parte della polizia israeliana.
(Israelnetz, 15 gennaio 2026)
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Be’eri, una sola casa resterà in piedi: la memoria del 7 ottobre e la scelta di guardare avanti
di Nicole Nahum
Nel kibbutz Be’eri, uno dei luoghi più duramente colpiti dal massacro del 7 ottobre, resterà in piedi una sola abitazione. Tutte le altre case verranno demolite e ricostruite, in un tentativo di conciliare memoria e futuro. L’edificio che non sarà abbattuto è la casa della famiglia Dvori, destinata a rimanere per almeno cinque anni come testimonianza di quanto la comunità ha vissuto. Successivamente, secondo gli impegni dello Stato, dovrebbe essere trasferita in un’area commemorativa o in un museo dedicato alle vittime del kibbutz. La decisione è maturata dopo settimane di dibattito interno, spesso aspro. Le posizioni erano divergenti: alcuni chiedevano di conservare tutte le case distrutte, altri solo alcune, altri ancora volevano cancellare ogni traccia visibile della distruzione. Alla votazione finale hanno partecipato centinaia di membri del kibbutz, 196 dei quali hanno votato a favore e 146 contro. Tra le argomentazioni contrarie, Yogev Dvori ha spiegato come “la commemorazione deve riguardare le persone che abbiamo perso, non gli edifici. Be’eri deve tornare a vivere”. Una posizione condivisa dalla leadership del kibbutz, che ha sottolineato come la presenza di case bruciate possa risultare insopportabile per molti dei sopravvissuti. La soluzione di compromesso è stata lasciare una sola casa come simbolo di memoria. La casa dei Dvori è stata scelta perché si trova ai margini del quartiere Carmela, una delle zone da cui è partita l’infiltrazione dei terroristi, vicino ai campi agricoli, e non farà parte del paesaggio quotidiano dei residenti quando torneranno a vivere nel kibbutz. Inoltre, il 7 ottobre la famiglia non era in casa: due giorni prima era partita per una breve vacanza a Paphos, a Cipro. Yogev racconta: “Ognuno di noi aveva con sé solo un piccolo bagaglio a mano. In pratica, è tutto ciò che ci è rimasto”. Nonostante l’assenza delle persone, i terroristi incendiarono la casa prima di proseguire il massacro nel resto del kibbutz. Soggiorno, cucina e camere da letto furono distrutte, mentre solo la stanza sicura riportò danni minori. In totale, oltre 130 abitazioni saranno demolite. Anche la casa dei Dvori non è destinata a restare lì per sempre, sebbene Yogev esprima forti dubbi sulla possibilità concreta di spostarla: “Non vedo come riusciranno a trasferirla. Non ne è rimasto nulla”. La famiglia tornerà a vivere a Be’eri nel 2027, in una nuova abitazione in un altro quartiere. Nonostante il legame profondo con il kibbutz, il peso del trauma è ancora enorme. “Non passa un solo giorno senza che il 7 ottobre venga nominato”, dice Yogev. Anche sul piano economico la ferita è aperta. L’officina di riparazione motociclette gestita da Yogev fatica a riprendersi: molti clienti sono stati uccisi o non sono tornati. “Ho cancellato uno per uno i nomi dei clienti morti”, ricorda. “Abbiamo perso persone, amici, e anche il nostro lavoro ne porta i segni”. Per molti abitanti, il punto non è come ricordare, ma come rientrare in possesso della propria vita. A Be’eri la ricostruzione riguarda non solo le case, ma anche e soprattutto le persone. La memoria non va cancellata, ma nemmeno deve imprigionare chi vuole tornare a vivere.
(Shalom, 15 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 23
Davide salva Cheila e fugge nel deserto di Zif e di Maon- Poi vennero a dire a Davide: “Ecco, i Filistei hanno attaccato Cheila e saccheggiano le aie”. E Davide consultò l'Eterno, dicendo: “Devo andare a sconfiggere questi Filistei?”. L'Eterno rispose a Davide: “Va', sconfiggi i Filistei e salva Cheila”. Ma la gente di Davide gli disse: “Tu vedi che qui in Giuda abbiamo paura; e che sarà se andiamo a Cheila contro le schiere dei Filistei?”. Davide consultò di nuovo l'Eterno, e l'Eterno gli rispose e gli disse: “Alzati, scendi a Cheila, perché io darò i Filistei nelle tue mani”. Davide dunque andò con la sua gente a Cheila, combatté contro i Filistei, portò via il loro bestiame e inflisse loro una grande sconfitta. Così Davide liberò gli abitanti di Cheila.
- Quando Abiatar, figlio di Aimelec, si rifugiò da Davide a Cheila, portò con sé l'efod. -
- Saul fu informato che Davide era giunto a Cheila. E Saul disse: “Iddio lo dà nelle mie mani, poiché è venuto a rinchiudersi in una città che ha porte e sbarre”. Saul dunque convocò tutto il popolo per andare alla guerra, per scendere a Cheila e cingere d'assedio Davide e la sua gente. Ma Davide, venuto a conoscenza che Saul macchinava del male contro di lui, disse al sacerdote Abiatar: “Porta qua l'efod”. Poi disse: “Eterno, Dio d'Israele, il tuo servo ha sentito come cosa certa che Saul cerca di venire a Cheila per distruggere la città a causa mia. Gli abitanti di Cheila mi daranno nelle sue mani? Saul scenderà come il tuo servo ha sentito dire? O Eterno, Dio d'Israele, ti prego, fallo sapere al tuo servo!”. L'Eterno rispose: “Scenderà”. Davide chiese ancora: “Quelli di Cheila daranno me e la mia gente nelle mani di Saul?”. L'Eterno rispose: “Vi daranno nelle sue mani”. Allora Davide e la sua gente, circa seicento uomini, si alzarono, uscirono da Cheila e andarono qua e là a caso e Saul, avvertito che Davide era fuggito da Cheila, rinunciò alla sua spedizione. Davide rimase nel deserto in luoghi sicuri; e se ne stette nella regione montuosa del deserto di Zif. Saul lo cercava continuamente, ma Dio non glielo diede nelle mani.
- E Davide, sapendo che Saul si era mosso per togliergli la vita, restò nel deserto di Zif, nella foresta. Allora Gionatan, figlio di Saul, si alzò e si recò da Davide nella foresta. Egli fortificò la sua fiducia in Dio, e gli disse: “Non temere, poiché Saul, mio padre, non riuscirà a metterti le mani addosso: tu regnerai sopra Israele, e io sarò il secondo dopo di te; e lo sa bene anche Saul mio padre”. E i due fecero alleanza in presenza dell'Eterno; poi Davide rimase nella foresta, e Gionatan se ne andò a casa sua.
- Ora gli Zifei salirono da Saul a Ghibea e gli dissero: “Davide non sta forse nascosto fra noi, nei luoghi sicuri della foresta, sul colle di Achila che è a mezzogiorno del deserto? Scendi dunque, o re, poiché tutto il desiderio della tua anima è di scendere, e penseremo noi a darlo nelle mani del re”. Saul disse: “Siate benedetti dall'Eterno, voi che avete pietà di me! Andate, vi prego, informatevi ancora con più certezza per sapere e scoprire il luogo dove è solito fermarsi, e chi l'abbia visto là; poiché mi dicono che egli è molto astuto. Vedete di conoscere tutti i nascondigli dove lui si rifugia; poi tornate da me con notizie sicure, e io verrò con voi. Se è nel paese, io lo cercherò fra tutte le migliaia di Giuda”. Quelli dunque si alzarono e se ne andarono a Zif, davanti a Saul; ma Davide e i suoi erano nel deserto di Maon, nella pianura a mezzogiorno del deserto.
- Saul con la sua gente partì in cerca di Davide; ma lui, che ne fu informato, scese dalla roccia e rimase nel deserto di Maon. E quando Saul lo seppe, andò in cerca di Davide nel deserto di Maon. Saul camminava da un lato del monte e Davide con la sua gente dall'altro lato; e mentre Davide affrettava la marcia per sfuggire a Saul e Saul e la sua gente stavano per circondare Davide e i suoi per prenderli, arrivò a Saul un messaggero che disse: “Affrettati a venire, perché i Filistei hanno invaso il paese”. Così Saul cessò di inseguire Davide e andò ad affrontare i Filistei; perciò quel luogo fu chiamato Sela-Ammalecot.
(Notizie su Israele, 14 gennaio 2026)
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Gantz apre le porte a un governo di unità nazionale guidato da Netanyahu
Il leader dell'opposizione Benny Gantz non esclude un governo di unità nazionale guidato da Benjamin Netanyahu e mette in guardia da una pericolosa divisione interna di Israele.
Il leader dell'opposizione Benny Gantz non esclude un governo di unità nazionale guidato da Benjamin Netanyahu e mette in guardia da una pericolosa divisione interna di Israele.
Il panorama politico israeliano potrebbe essere sul punto di subire una svolta sorprendente. Il leader del partito Blu-Bianco, Benny Gantz, ha dichiarato di essere aperto a un governo di unità nazionale guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu, se ciò potesse contribuire a contenere l'estremismo e a prevenire un'ulteriore escalation delle tensioni interne.
• Abbandono del principio “Tutti tranne Netanyahu”
In un'intervista alla rete televisiva israeliana Channel 12, Gantz ha affermato che è giunto il momento di abbandonare il paradigma politico “Tutti tranne Bibi”. L'attenzione dovrebbe invece concentrarsi su “Tutti tranne gli estremisti”. Ha avvertito che Israele si sta avvicinando pericolosamente a una situazione in cui le tensioni politiche potrebbero sfociare in violenze reali.
Gantz ha sottolineato che non garantirà automaticamente a Netanyahu la maggioranza decisiva di 61 seggi alla Knesset. In passato, ha partecipato ai governi solo quando non c'era un'alternativa realistica. L'obiettivo non è quello di bloccare gli avversari politici, ma di evitare danni al Paese.
• Un governo di unità nazionale come rimedio alla divisione politica
Se Netanyahu dovesse ottenere la maggioranza parlamentare, Gantz ha dichiarato che incoraggerebbe anche altri politici dell'opposizione ad aderire a un governo di unità nazionale. Tra questi ha citato Yair Lapid, Avigdor Liberman e Gadi Eisenkot. Una coalizione ampia potrebbe contribuire a calmare il clima politico e a ripristinare la stabilità dello Stato.
Gantz ha anche chiarito che non sosterrà un governo di minoranza che dipenda dai voti dei partiti arabi. Le decisioni, ha affermato, devono essere prese alle urne. Ha inoltre criticato le forze politiche che, a suo avviso, si concentrano più sul rifiuto personale di Netanyahu che sul bene del Paese.
Queste dichiarazioni segnano un notevole cambiamento di tono nella politica israeliana. Resta da vedere se si arriverà effettivamente a un governo di unità nazionale. È chiaro, tuttavia, che con la sua posizione Gantz amplia il margine di manovra politico e rilancia il dibattito sui possibili modelli di governo.
Le prossime elezioni per la Knesset si terranno nell'ottobre di quest'anno.
(Israel Heute, 14 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il turismo in Israele è in ripresa
Dopo diversi anni di crisi, il numero di visitatori in Israele è nuovamente in aumento. I turisti provenienti dai paesi di lingua tedesca contribuiscono in modo significativo a questo risultato.
GERUSALEMME – Nel 2025 circa 1,3 milioni di turisti hanno visitato Israele. Si tratta di un aumento del 35% rispetto all'anno precedente, quando i turisti erano stati circa 961.000. L'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo vede in questi dati “chiari segni di ripresa”.
Nella lista dei visitatori, i paesi di lingua tedesca occupano il quinto posto: secondo i dati, lo scorso anno 67.300 visitatori provenienti da Germania, Austria e Svizzera hanno viaggiato in Israele. La Germania ha contribuito con 43.100 visitatori, la Svizzera con 15.400 e l'Austria con 8.800.
• I legami personali come motore
Secondo un comunicato dell'Ufficio del Turismo, la responsabile per la regione DACH, Ksenia Kobiakov, si è detta fiduciosa che l'interesse continuerà ad aumentare quest'anno. I legami personali sono un motore fondamentale per i visitatori. Il 45% dei viaggiatori ha dichiarato di essere andato a trovare amici e parenti. Questo valore è rimasto stabile rispetto all'anno precedente.
La maggior parte dei turisti proveniva dagli Stati Uniti (400.000), dalla Francia (159.000) e dalla Gran Bretagna (95.000). Questi paesi rappresentano insieme il 55% di tutti gli arrivi. Seguono nella lista dei singoli paesi la Russia, la Germania, l'Ucraina, il Canada e la Romania.
• Ampliamento dell'offerta
Anche il ministro del Turismo Chaim Katz (Likud) prevede che il numero di turisti continuerà ad aumentare quest'anno. Ciò è dovuto alla diminuzione delle avvertenze di viaggio e all'ampliamento dell'offerta di voli. Inoltre, il Ministero del Turismo ha stanziato circa 49 milioni di euro per ampliare la capacità ricettiva con 2.050 nuove camere d'albergo.
Tuttavia, Israele è ancora lontano dall'anno record del 2019, con 4,5 milioni di turisti. Le crisi degli ultimi anni hanno causato un calo. Dopo aver toccato il minimo nel 2021 con 396.000 turisti a causa della pandemia di coronavirus, i numeri sono tornati a salire prima dello scoppio della guerra di Gaza, raggiungendo 2,7 milioni (2022) e 3 milioni (2023).
(Israelnetz, 14 gennaio 2026)
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Per la libertà
Da settimane migliaia di persone in tutto l'Iran protestano contro il regime. La Germania e l'Europa devono finalmente reagire: con la massima severità.
di Shahrzad Eden Osterer *
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Shahrzad Eden Osterer
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Ciò che attualmente, a pochi giorni dalle proteste nazionali, trapela dall'Iran è frammentario, ma inequivocabile: video e foto di sacchi per cadaveri allineati davanti agli istituti di medicina legale, nei cimiteri e persino ai bordi delle strade. Parenti che cercano i loro cari tra foglietti con la scritta “sconosciuto”. Allo stesso tempo, un blackout quasi totale di telefoni e Internet impedisce che si veda la portata di questa violenza. Non si tratta di un guasto tecnico, ma di uno strumento politico: l'isolamento serve a nascondere al mondo un massacro. In questo contesto, il 13 gennaio Exilmedium Iran International ha pubblicato un rapporto che cerca di quantificare la portata della repressione. Secondo le proprie ricerche, basate su personale medico, testimoni oculari e fonti interne, durante la repressione delle proteste all'inizio di gennaio sarebbero state uccise fino a 12.000 persone in due giorni. Verifiche indipendenti sono difficilmente possibili nelle condizioni di blackout. Ma la storia di questo regime dimostra che le fucilazioni di massa, i funerali segreti e l'insabbiamento sistematico non sono eccezioni, ma una pratica di governo collaudata. Parlando con testimoni oculari che in questi giorni sono riusciti a lasciare l'Iran, gravemente traumatizzati, spesso incapaci di esprimere a parole ciò che hanno vissuto, emerge un quadro che va ben oltre qualsiasi cifra. Raccontano di sparatorie mirate contro i manifestanti, di persone colpite in strada, di forze di repressione che non disperdono, ma uccidono. E sempre la stessa frase: è molto peggio di quanto possiate immaginare. A questo si aggiunge la ricerca disperata di bambini e familiari scomparsi negli ospedali, dove la Guardia Rivoluzionaria continua a fare irruzione per portare via i feriti direttamente dai tavoli operatorio. Nessuno sa esattamente quante migliaia di persone siano state arrestate e dove si trovino molte di loro. Parallelamente inizia la fase successiva della repressione. Le prime condanne a morte vengono pronunciate in processi sommari, in udienze che spesso durano solo pochi minuti, senza difesa, senza prove. Il regime fa capire che alle pallottole seguiranno le forche. Non scrivo di questo da lontano. Sono iraniana. Ho vissuto metà della mia vita in Iran. I miei genitori vivono a Teheran. Questo blackout non è astratto per persone come me. Significa incertezza, paura, impotenza e la consapevolezza che lo Stato uccide mentre si sottrae al mondo. Mentre in Iran si spara, il linguaggio politico all'estero, almeno negli Stati Uniti, sta cambiando. Il presidente americano Donald Trump ha pubblicamente esortato il popolo iraniano a continuare a protestare contro la Repubblica islamica e a prendere il controllo delle sue istituzioni. Ha sospeso i colloqui con Teheran e ha annunciato che seguiranno aiuti. Non si tratta di una frase retorica. È un annuncio di intervento politico e forse militare. Per molte persone in Iran, proprio quest'uomo, che non è esattamente sinonimo di principi democratici o Stato di diritto, è ormai considerato l'ultima speranza per porre fine al massacro e abbattere il sistema della Repubblica Islamica. E l'Europa? In Germania, il più grande partner commerciale della Repubblica Islamica dell'Iran all'interno dell'UE, il ministro degli Esteri Johann Wadephul (CDU) ha dichiarato che il regime di Teheran non ha più alcuna legittimità. È una frase storica. È la prima volta che un ministro degli Esteri tedesco afferma così apertamente che questo governo non ha più il diritto di governare il Paese. Ma le parole da sole non hanno protetto il popolo iraniano. Durante le proteste “Donna, Vita, Libertà”, esiliati iraniani, attivisti, giornalisti, giuristi e gruppi per i diritti umani hanno presentato alla politica europea le richieste concrete della popolazione civile in Iran. In innumerevoli colloqui, lettere e incontri, la politica dell'UE è stata sollecitata, spesso addirittura implorata, ad aiutare la popolazione. Sanzioni mirate contro l'élite politica. L'isolamento del sistema attraverso la rottura delle normali relazioni politiche ed economiche. L'inserimento delle Guardie Rivoluzionarie nella lista delle organizzazioni terroristiche. Ma quasi nulla di tutto ciò è stato realizzato. Al contrario, sono seguite sanzioni poco incisive e dichiarazioni morali. Questo ha lasciato il segno nella società iraniana. Molti hanno chiuso con l'Europa. Sui social network, nelle conversazioni con gli attivisti e la società civile e nei commenti sotto i video non domina più la speranza, ma l'amarezza e il disprezzo. L'Europa è considerata esitante, ipocrita, irrilevante, in parte persino amica della Repubblica Islamica.
• Eppure l'Europa ha ancora delle responsabilità.
Mentre vedo queste immagini, sacchi per cadaveri, ferite da arma da fuoco, famiglie disperate, mentre in Iran le persone vengono uccise e contemporaneamente condannate a morte in processi farsa, rimane solo un ultimo appello. L'Europa può agire. Non in modo simbolico, ma istituzionale. Ogni Stato può adire il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il Consiglio di sicurezza può trattare questa situazione per quello che è: una grave minaccia alla vita umana in un contesto di isolamento sistematico. Il diritto internazionale non lo impedisce. La strada è aperta. Gli strumenti esistono. Il ricorso al Consiglio di sicurezza non sarebbe un atto formale, ma l'inizio di una procedura che, secondo la Carta delle Nazioni Unite, può arrivare fino all'autorizzazione di un intervento militare. È proprio per questo che è stato creato il principio della responsabilità di proteggere: per situazioni in cui uno Stato uccide la propria popolazione su larga scala e allo stesso tempo si sottrae al mondo. Un massacro accompagnato da un blackout di Internet non è un evento interno. È una prova per l'ordine internazionale. E l'Europa non deve perderla di nuovo, semplicemente distogliendo lo sguardo.
* L'autrice è redattrice presso la Bayerischer Rundfunk (BR) e vive a Monaco di Baviera.
(Jüdische Allgemeine, 14 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele, analisi di uno Stato perfettamente normale
di Alessandro Verdoliva *
Ogni analisi dovrebbe reggersi su una solida domanda di studio; invece, nel caso di Israele, prima avviene l’affermazione e solo dopo la domanda. La vera domanda non è “perché Israele attua determinati comportamenti?”; la vera domanda dovrebbe essere: “come si comporterebbe qualsiasi soggetto internazionale sottoposto alle stesse contingenze storiche di Israele in un ordinamento internazionale anarchico?”. Da questo ritorno al rigore analitico prende forma questo breve articolo.
• Introduzione: il rifiuto dell’eccezionalismo morale
L’analisi contemporanea su Israele è inquinata da un grave vizio metodologico originario: la premessa, esplicita o latente, è che lo Stato ebraico sia un’anomalia storica, una deviazione dai valori universali o un’eccezione morale. Questa visione, dominante nei circoli intellettuali post-modernisti, ha contaminato la letteratura scientifica e giuridica. Israele è trattato in modo speciale? Assolutamente sì, ma esattamente nel modo opposto a quello inteso nella narrazione dominante.
Lo scopo di questo studio è dimostrare che, applicando il principio del ceteris paribus (a parità di condizioni), Israele opera secondo le medesime logiche di sopravvivenza, sicurezza e potenza che governano qualunque Stato in un sistema anarchico. Non è Israele a essere “eccezionale”, ma la situazione strutturale in cui si colloca; di riflesso, è la percezione occidentale a risultare distorta.
• Geografia e vincoli materiali: il fattore spazio
Occorre partire dalle condizioni materiali per comprendere se Israele sia uno Stato “normale”; a tal fine è necessario chiarire dove questo soggetto è collocato. A differenza delle grandi potenze protette da ampie linee difensive, Israele soffre di un’assoluta assenza di profondità strategica.
La profondità strategica non è un requisito universale: ne hanno bisogno solo quei soggetti caratterizzati da specifiche condizioni. La necessità di profondità strategica dipende dal peso specifico di un soggetto geopolitico: essere un egemone, detenere grandi risorse, possedere un valore simbolico. Queste tre categorie definiscono quali attori abbiano una necessità vitale di profondità strategica.
È evidente che soggetti come il Lussemburgo, privi di peso strategico, di risorse e di un ruolo egemonico, non presentano alcuna necessità vitale di profondità strategica. Israele, al contrario, pur povero di risorse minerarie e ancora immaturo per ergersi a egemone, possiede un valore simbolico: la sacralità totemica dello spazio che occupa.
Questo spazio ha un valore geopolitico definibile come “discorsivo” o “immateriale”. È il valore simbolico a forgiare la retorica anti-israeliana, non le questioni umanitarie legate ai conflitti che vi si sono succeduti. Nessun valore simbolico è attribuito alle terre abitate dai curdi; nessun valore simbolico è attribuito ai curdi stessi. Gli ebrei, invece, detengono un elevato valore simbolico nel secolare conflitto religioso.
La posta in gioco è immateriale, ma per ampie componenti del mondo musulmano — dai Fratelli Musulmani agli sciiti — tale posta è centrale, e intorno ad essa ruota l’intera macchina della comunicazione politica. Israele, dunque, necessita di profondità strategica; allo stesso tempo, dispone di un territorio minuscolo e stretto, in cui la distanza tra le linee nemiche e i centri densamente popolati è ridotta a pochi chilometri.
Questa vulnerabilità ha plasmato la dottrina di sicurezza nazionale fin dalle origini: laddove lo spazio manca, si interviene sul tempo o sullo spazio altrui. Ne deriva una politica che può apparire aggressiva, ma che è in realtà fisiologica alla condizione di qualsiasi soggetto caratterizzato da elevatissimo peso strategico e nulla profondità territoriale.
Uno dei primi a comprendere questo vincolo strutturale, e a formalizzarne la dottrina, fu David Ben-Gurion: non disponendo di spazio per assorbire le ripetute aggressioni dei vicini, Israele doveva strutturarsi per portare il conflitto sul campo avverso.
Il concetto di “confini difendibili” trova la sua formulazione più autorevole nel discorso di Yitzhak Rabin alla Knesset del 5 ottobre 1995, nel quale la Valle del Giordano veniva indicata come margine di sicurezza imprescindibile per compensare l’assenza di profondità territoriale. Questa visione si salda storicamente al principio strategico di Ben-Gurion, documentato negli archivi di sicurezza fin dagli anni Cinquanta, secondo cui l’esiguità dello spazio difensivo impone la proiezione della guerra nel territorio nemico per evitare l’annientamento immediato.
Come confermano le analisi di Efraim Inbar e Charles D. Freilich (Oxford University Press, 2018), esiste una continuità strutturale tra queste radici storiche e la dottrina contemporanea: la sicurezza nazionale di Israele si fonda su una sintesi di deterrenza credibile, superiorità operativa e azione preventiva, elementi che compensano la vulnerabilità geografica.
L’azione preventiva, scarsamente tollerata dalla dottrina giuridica, trova la propria razionalità in questo frame strategico: se non è possibile ottenere profondità in termini di spazio fisico, essa deve essere acquisita in termini temporali, anticipando il nemico prima che colpisca, poiché un attacco riuscito comprometterebbe l’esistenza stessa dello Stato.
• Razionalità strategica in un sistema anarchico
In politica internazionale, la condotta degli Stati non è determinata da astrazioni etiche, ma dai vincoli del sistema. Seguendo i modelli di Morgenthau, Bull, Waltz e Mearsheimer, gli attori rispondono alle minacce strutturali con strategie che, isolate dal contesto, possono apparire discutibili, ma che risultano pienamente razionali se analizzate come strumenti di sopravvivenza.
Questo sistema interpretativo ha senso solo se inserito nel realismo del diritto internazionale. Il comportamento di Israele risulterebbe altrimenti incomprensibile senza una conoscenza preliminare delle caratteristiche dell’ordinamento internazionale e della natura della cosiddetta “società anarchica”.
In un sistema privo di un’autorità superiore in grado di garantire l’incolumità dei singoli soggetti, l’accumulo di potenza, la deterrenza e la difesa preventiva non rappresentano opzioni ideologiche, ma imperativi categorici volti a evitare l’estinzione.
Non esiste oggi un’altra democrazia i cui vicini non avanzino richieste di concessioni politiche o territoriali, bensì invochino esplicitamente la distruzione totale dello Stato in virtù della sua composizione etnica.
L’esposizione a una minaccia esistenziale permanente — dai razzi di Gaza agli arsenali di Hezbollah — rende la sicurezza una necessità empirica. In tale contesto, la risposta militare costituisce l’esercizio del diritto-dovere di protezione dei civili. Come stabilito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, la legittima difesa è un diritto inalienabile contro attacchi armati, statuali o ibridi.
Negare questo diritto a Israele significa negare il principio di realtà che governa ogni Stato sovrano e applicare, ancora una volta, un parametro speciale esclusivamente allo Stato ebraico.
• Il peccato storico
Un ulteriore marchio attribuito a Israele è quello del colonialismo. Anche accettando le ragioni strategiche, resta un altro peccato, più radicale: l’esistenza stessa. Anche in questo caso, l’interpretazione terzomondista, ripresa dal discorso woke e post-modernista, utilizza categorie selettive per descrivere come anormale ciò che è strutturalmente normale.
La narrativa post-moderna legge l’azione israeliana attraverso la lente della “colonialità”, ignorando che Israele rappresenta, al contrario, un esito del processo di decolonizzazione e che opera in un contesto di minacce senza equivalenti in Occidente. Si omette inoltre che il Medio Oriente e la regione MENA ((Middle East North Africa) non sono mai stati oggetto di colonialismo occidentale, bensì di colonialismo arabo.
Quando si parla impropriamente di colonialismo, ci si riferisce in realtà ai regimi amministrativi mandatari sotto l’egida della Società delle Nazioni, che costituiscono una categoria storica e giuridica distinta dal colonialismo propriamente detto.
Un ulteriore elemento sistematicamente rimosso riguarda la dimensione cronologica ed etnica. Al di là della natività degli ebrei in Medio Oriente e nel Levante meridionale — le lingue semitiche sono native della regione, non dell’Europa orientale — è spesso ignorato che lo stesso Corano riconosce tale continuità storica.
I principali insediamenti israeliani, come Tel Aviv, non furono fondati durante il mandato britannico, bensì sotto l’Impero ottomano. Viene inoltre rimosso il fatto che gran parte delle terre fu acquistata legalmente dal Fondo della Diaspora, e non sottratta con la forza, come frequentemente sostenuto.
Infine, tutti gli Stati sorti dai mandati franco-britannici sono entità politiche create ex novo. La tradizione istituzionale arabo-musulmana non conosce la forma dello Stato-nazione, bensì quella della Ummah e del Califfato. Le categorie di Stato e di nazione sono categorie occidentali attraverso cui si tenta di interpretare realtà storiche differenti, spesso senza comprenderle.
Se dunque Israele, nato dalle ceneri del mandato britannico, viene definito uno Stato coloniale creato dagli europei, la medesima definizione dovrebbe applicarsi al Libano, all’Iraq, alla Siria e alla Giordania. In un’analisi coerente e razionale non possono esistere figli di un dio minore: se la legittimità di Israele viene messa in discussione, lo stesso criterio deve valere per i suoi vicini.
* Analista geopolitico e internazionale AIAIG e presidente di The Delphi Institute, è autore di Contropotere e collaboratore in ambito di diritto internazionale presso Università di Bologna. Si occupa di geopolitica strutturale, diritto internazionale e forecasting strategico.
(InOltre, 12 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 22
Davide ad Adullam e nel paese di Moab. 22:1 Davide partì di là e si rifugiò nella caverna di Adullam; quando i suoi fratelli e tutta la famiglia di suo padre lo seppero, scesero là per unirsi a lui. 2 E tutti quelli che erano in ristrettezze, che avevano dei debiti o che erano scontenti, si radunarono presso di lui, ed egli divenne loro capo, ed ebbe con sé circa quattrocento uomini. - 3 Di là Davide andò a Mispa di Moab e disse al re di Moab: “Ti prego, permetti che mio padre e mia madre vengano a stare da voi, fino a quando io sappia quello che Iddio farà di me”. 4 Egli dunque li condusse davanti al re di Moab, ed essi rimasero con lui tutto il tempo che Davide fu nella sua fortezza.
- 5 Il profeta Gad disse a Davide: “Non stare più in questa fortezza; parti e recati nel paese di Giuda”. Davide allora partì, e andò nella foresta di Cheret.
- 6 Saul seppe che Davide e gli uomini che erano con lui erano stati scoperti. Saul si trovava allora a Ghibea, seduto sotto la tamerice che è sull'altura; aveva in mano la lancia, e tutti i suoi servi gli stavano intorno. 7 Saul disse ai servi che gli stavano intorno: “Ascoltate ora, Beniaminiti! Il figlio di Isai darà forse a tutti voi dei campi e delle vigne? Farà di tutti voi dei capi di migliaia e dei capi di centinaia, 8 che avete tutti congiurato contro di me, e non c'è nessuno che mi abbia informato dell'alleanza che mio figlio ha fatto con il figlio di Isai, e non c'è nessuno di voi che mi compianga e mi informi che mio figlio ha sollevato contro di me il mio servo perché mi tenda insidie come fa oggi?”.
- 9 E Doeg, l'Idumeo, il quale era preposto ai servi di Saul, rispose e disse: “Io vidi il figlio di Isai venire a Nob da Aimelec, figlio di Aitub, 10 il quale consultò l'Eterno per lui, gli diede dei viveri, e gli diede la spada di Goliat il Filisteo”.
Saul fa uccidere i sacerdoti e gli abitanti di Nob
- 11 Allora il re mandò a chiamare il sacerdote Aimelec, figlio di Aitub, e tutta la famiglia di suo padre, vale a dire i sacerdoti che erano a Nob. E tutti andarono dal re. 12 E Saul disse: “Ora ascolta, figlio di Aitub!”. Ed egli rispose: “Eccomi, signore mio!”. 13 E Saul gli disse: “Perché tu e il figlio d'Isai avete congiurato contro di me? Perché gli hai dato del pane e una spada e hai consultato Dio per lui affinché insorga contro di me e mi tenda insidie come fa oggi?”. 14 Allora Aimelec rispose al re, dicendo: “E chi c'è fra tutti i tuoi servi, fedele come Davide, genero del re, pronto al tuo comando e onorato nella tua casa? 15 Ho io forse cominciato oggi a consultare Iddio per lui? Lungi da me il pensiero di tradirti! Non imputi il re nulla di simile al suo servo o a tutta la famiglia di mio padre; perché il tuo servo non sa nessuna cosa, né piccola né grande, di tutto questo”. Il re disse: “Tu morirai senz'altro, Aimelec, tu con tutta la famiglia di tuo padre!”.bsp;E il re disse alle guardie che gli stavano intorno: “Avvicinatevi e uccidete i sacerdoti dell'Eterno, perché anche loro sono d'accordo con Davide; sapevano che egli era fuggito, e non mi hanno informato”. Ma i servi del re non vollero mettere le mani addosso ai sacerdoti dell'Eterno. Il re disse a Doeg: “Avvicinati tu, e colpisci i sacerdoti!”. E Doeg, l'Idumeo, si avvicinò, si avventò addosso ai sacerdoti e uccise in quel giorno ottantacinque persone che portavano l'efod di lino. Saul passò a fil di spada anche Nob, la città dei sacerdoti, uomini, donne, fanciulli, lattanti, buoi, asini e pecore: passò tutto a fil di spada.
- Tuttavia, uno dei figli di Aimelec, figlio di Aitub, di nome Abiatar, scampò e si rifugiò presso Davide. Abiatar riferì a Davide che Saul aveva ucciso i sacerdoti dell'Eterno. Davide disse ad Abiatar: “Io sapevo bene quel giorno che Doeg, l'Idumeo, era là, e che avrebbe senza dubbio avvertito Saul; io sono la causa della morte di tutte le persone della famiglia di tuo padre. 23 Resta con me, non temere; chi cerca la mia vita cerca la tua; con me sarai al sicuro”.
(Notizie su Israele, 13 gennaio 2026)
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Teheran troppo debole, Hamas pronto a lasciar Gaza
di Francesca Musacchio.
Hamas prepara il passaggio dei poteri a Gaza mentre il regime degli ayatollah trema sotto i colpi delle proteste popolari. La decisione annunciata dal movimento islamista di consegnare l’amministrazione della Striscia a un comitato indipendente di tecnocrati palestinesi, che dovrebbe amministrare l’enclave in base al piano di cessate il fuoco del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, potrebbe segnare una svolta per il destino di Gaza. Il portavoce di Hamas, Hazem Kassem, in una dichiarazione video ha chiarito: «Questa decisione è chiara e definitiva e contiene anche istruzioni per facilitare il successo del lavoro di questa agenzia palestinese, in linea con il superiore interesse nazionale e con il piano per porre fine alla guerra nella Striscia di Gaza».
L’organizzazione terroristica, fino a poche settimane fa, respingeva qualsiasi ipotesi di disarmo o arretramento politico. Ma adesso la scelta di lasciare il potere arriva mentre a Teheran il regime è sotto pressione interna ed esterna e mentre i segnali militari attorno all’Iran si moltiplicano. Un caso probabilmente, ma secondo alcuni analisti dietro questa decisione ci sarebbe la consapevolezza che, caduto il regime iraniano, anche per Hamas sarebbe più complicato andare avanti.
Hamas, proxy strategico della Repubblica islamica e beneficiario diretto del suo sostegno politico, finanziario e militare, sembra infatti muoversi come se il centro di gravità stesse cedendo. Dietro l’attacco del 7 ottobre 2023 contro Israele c’era l’Iran. Oggi, nel momento in cui Teheran appare più vulnerabile, Hamas compie un passo che somiglia più a una presa di distanza che a una mossa tattica volontaria. Il contesto regionale, infatti, è incandescente. Secondo segnalazioni circolate nelle ultime ore l’Iran, con il supporto pare della Turchia, starebbe coordinando preparativi ostili verso Nato e Israele, mentre militanti di Hamas verrebbero trasferiti a Cipro del Nord con l’ipotesi di attacchi contro obiettivi israeliani in caso di un’azione iraniana. Sullo sfondo, il movimento incessante di assetti militari statunitensi racconta una regione in allerta. Dal Golfo Persico al confine tra Iran e Pakistan, l’attività aerea americana è fuori dall’ordinario. Aerei cisterna KC-135R sarebbero decollati dal Qatar, insieme a bombardieri strategici B-52. I droni MQ-4C Triton monitorano l’Iran meridionale. Velivoli di rifornimento e sorveglianza entrano e rientrano ripetutamente dallo spazio aereo iraniano, suggerendo la presenza di caccia stealth non rilevabili dai radar. In parallelo, aerei speciali statunitensi sono atterrati in Pakistan, alimentando l’ipotesi che quelle basi siano nuovamente a disposizione di Washington per un’eventuale operazione contro Teheran, dopo contatti tra i vertici militari pakistani e una delegazione israelo-americana.
Mentre lo scenario esterno si fa minaccioso, all’interno l’Iran mostra il volto più cupo. L’Organizzazione di intelligence dei Pasdaran avrebbe diffuso direttive operative che ordinano l’infiltrazione delle proteste con agenti travestiti da manifestanti, incaricati di guidare i cortei e persino di scandire slogan monarchici a favore dei Pahlavi, nel tentativo di delegittimare la rivolta. La repressione intanto si inasprisce. Sono iniziate impiccagioni pubbliche di manifestanti condannati per apostasia dopo processi per direttissima. E il ministero dell’Intelligence di Teheran ha fatto sapere che dieci persone sono state arrestate perché considerate «terroristi» aiutati da attori esterni.
Intanto Israele si prepara allo scenario peggiore. Il Ministero della Salute ha infatti ordinato agli ospedali di passare in modalità emergenza, richiamando le lezioni dell’operazione «Rising Lion» contro l’Iran.
(Il Tempo, 13 gennaio 2026)
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Hamas deve decidere: accordo o no?
L'organizzazione terroristica non rispetta l'accordo di cessate il fuoco con Israele e ne ritarda l'attuazione. È ora indispensabile aumentare la pressione su Hamas.
di Sarah Cohen-Fantl
In Israele esiste un proverbio che dice «Kol akawa le towa», che significa «Ogni ritardo è utile a qualcosa», ed è probabilmente questo il motivo per cui qui non abbiamo ancora perso completamente la fede. Infatti, il piano di pace di Trump per Gaza è in ritardo già da tre mesi.
Nella prima fase, tutti gli ostaggi vivi e morti avrebbero dovuto tornare a casa, ma il poliziotto israeliano assassinato Ran Gvili è ancora nelle mani di Hamas, che avrebbe dovuto deporre le armi – cosa a cui nessuno in Israele ha mai creduto –, non l'ha ancora fatto e ha annunciato che non intende farlo.
Al contrario: la scorsa settimana Hamas ha lanciato un razzo verso Israele che, secondo l'IDF, è caduto proprio a Gaza. Le azioni di Hamas parlano chiaro e non hanno nulla a che vedere con il ben intenzionato piano di pace di Trump.
Tutto questo non è sorprendente. Ma il fatto che Donald Trump, uno degli uomini d'affari di maggior successo e più assertivi al mondo, voglia ora avviare la seconda fase dell'accordo senza che Hamas rispetti la sua parte dell'intesa e continui a minacciare di terrore Gaza e la popolazione locale e circostante, è deludente e viene respinto dal governo israeliano, dalla maggioranza della popolazione e dalla famiglia di Ran Gvili.
Cosa succederà ora? È una domanda che ci poniamo ogni giorno. Desideriamo la pace e la sicurezza per i nostri figli. Con Hamas non avremo né l'una né l'altra. Spetta a Trump e ai partner arabi come l'Egitto e la Giordania inviare un segnale chiaro a Hamas: se non rispettate l'accordo, non ci sarà uno Stato palestinese. E anche se non vogliamo la guerra, alla fine combatteremo, perché un futuro di Gaza con Hamas al potere significherebbe, prima o poi, un altro 7 ottobre. Un futuro di Israele con Hamas come vicino? No deal.
* L'autrice è una giornalista freelance e vive in Israele.
(Jüdische Allgemeine, 13 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Cristiani olandesi regalano bulbi di tulipani
GERUSALEMME – Più di 50.000 tulipani stanno sbocciando lungo il confine con la Striscia di Gaza, ricordando che un nuovo inizio e forse anche la guarigione sono possibili. Dietro questo splendido spettacolo floreale c'è l'organizzazione olandese “Christenen voor Israel” (CVI, Cristiani per Israele). Alla fine di novembre 2025 ha organizzato un viaggio per portare i bulbi di tulipano nei kibbutz.
• Organizzazione cristiana: i fiori dimostrano solidarietà con Israele
Il progetto non è nuovo: da ormai 25 anni l'organizzazione cristiana porta bulbi di tulipano in Israele come segno di amicizia e solidarietà.
Per la consegna, ogni autunno CVI organizza i cosiddetti “tour dei tulipani”. In questo modo, ogni anno più di 100.000 bulbi di fiori arrivano in Israele. I partecipanti aiutano a piantarli e possono anche conoscere Israele “al di là dei titoli dei giornali”, ha spiegato domenica il responsabile del progetto Johan van der Ham, secondo quanto riportato dal sito di notizie israeliano “Times of Israel”.
Dal 7 ottobre 2023, l'attenzione si è concentrata sui luoghi che sono stati duramente colpiti dal massacro di Hamas. Dei circa 150.000 bulbi di tulipano che CVI ha portato in Israele lo scorso autunno, circa un terzo è andato nella regione di confine di Gaza, ha spiegato van der Ham. In alcuni luoghi anche gli asili partecipano all'iniziativa.
• Commovente incontro con Sharabi
Durante l'ultimo “tour dei tulipani”, il gruppo ha incontrato l'ex ostaggio Eli Sharabi, l'israeliano liberato nel febbraio 2025. In un articolo pubblicato sul sito web della CVI, il responsabile del progetto ha espresso la sua gratitudine per l'incontro. I bulbi di tulipano sono “un regalo semplice ma simbolico dai Paesi Bassi e dal Belgio: un segno di affetto, amore e solidarietà. I tulipani, che rifioriscono dopo l'inverno, ci ricordano la guarigione, la resilienza e la nuova vita”.
Van der Ham cita poi un versetto della Bibbia tratto da Amos 9,15: “Li pianterò nel loro paese, perché non siano più sradicati dal paese che ho dato loro, dice il Signore, tuo Dio”. La storia di Eli è una testimonianza vivente di questa promessa. “Il popolo ebraico vive e ritorna”.
L'organizzazione “Cristiani per Israele” è stata fondata nel 1979 nei Paesi Bassi e ha sede a Nijkerk. Si considera un movimento interconfessionale ed è presente in tutto il mondo, tra cui negli Stati Uniti e nella Corea del Sud. Nel maggio 1998 è nata l'organizzazione tedesca “Cristiani al fianco di Israele”.
(Israelnetz, 13 gennaio 2026)
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L'Europa non capisce il Medio Oriente, ma agisce comunque
Perché le buone intenzioni da sole non garantiscono la sicurezza: l'approccio dell'Europa al Medio Oriente.
di Dov Eilon
Non è un caso che io stia scrivendo questo testo proprio ora. Proprio ieri [domenica] Israele e Germania hanno firmato a Gerusalemme un nuovo patto di sicurezza. Si tratta di cooperazione, sicurezza informatica, protezione delle infrastrutture critiche e responsabilità condivisa. La Germania ha ribadito ancora una volta che la sicurezza di Israele è più di una semplice frase politica.
Proprio questo momento rende visibile una tensione che si avverte da tempo in Israele. Mentre a livello bilaterale si sottolineano il partenariato e gli interessi di sicurezza, a livello europeo si inasprisce il tono politico nei confronti di Israele. Entrambe le cose procedono in parallelo e caratterizzano attualmente il rapporto tra Israele ed Europa.
• Dopo il patto con la Germania: due linee europee
Il patto con la Germania rappresenta una linea chiara e statale: sicurezza, cooperazione, interessi comuni. A livello europeo la situazione è diversa. Qui dominano procedure, valutazioni e segnali politici. Sostegno e critica coesistono, spesso senza un coordinamento riconoscibile.
Dal punto di vista israeliano, ciò appare contraddittorio. Non necessariamente perché l'Europa sarebbe contro Israele, ma perché logiche politiche diverse agiscono contemporaneamente. Per l'Europa ciò è spiegabile. Per Israele rimane difficile da classificare.
• Il linguaggio dell'Europa – la realtà di Israele
Sono cresciuto in Germania e conosco bene il linguaggio politico europeo. È un linguaggio di compromessi, dialogo e processi. I conflitti devono essere gestiti, possibilmente senza escalation. È comprensibile. È il risultato della storia europea.
Vivo in Israele da quasi quattro decenni. E qui ho imparato che il Medio Oriente funziona in modo diverso. Non meglio, non peggio, ma diverso. Qui la sicurezza non è una grandezza teorica. Si decide nella vita quotidiana.
In questa regione raramente vince l'argomento migliore. Ciò che conta è chi è credibile nel dissuadere, chi stabilisce confini chiari e chi è disposto a far rispettare questi confini. La debolezza non è vista come un invito al dialogo, ma come un'opportunità. Non si tratta di un'affermazione ideologica, ma della realtà quotidiana.
• Cosa ne consegue?
Nel giugno 2025, il Consiglio europeo ha dichiarato nuovamente che la situazione a Gaza era “inaccettabile”. Ha chiesto un cessate il fuoco, il rilascio di tutti gli ostaggi e ha esortato Israele a rispettare il diritto internazionale umanitario. Tali dichiarazioni sono moralmente comprensibili. Tuttavia, dal punto di vista politico cambiano poco.
Spesso, infatti, l'Europa non è d'accordo su quanto sia disposta ad andare oltre e quali conseguenze sia pronta ad accettare.
Le conseguenze della guerra di Gaza ne sono l'esempio più recente. Quasi nessun altro conflitto è stato commentato così intensamente in Europa. Dichiarazioni del Consiglio europeo, riunioni straordinarie dei ministri degli Esteri, risoluzioni e ammonimenti pubblici si susseguono in rapida successione. Sempre le stesse richieste: cessate il fuoco, pause umanitarie, protezione della popolazione civile.
Sembra giusto, e in gran parte lo è. Ma qui in Israele ci si pone inevitabilmente una semplice domanda: cosa ne consegue?
Ciò è emerso anche dal dibattito sull'accordo di associazione tra l'Unione Europea e Israele. Si esaminano le indicazioni, si formulano raccomandazioni, si avviano procedure. Allo stesso tempo, alcuni Stati membri frenano. Alla fine si crea una situazione intermedia: molta pressione politica, poca chiarezza. In Israele questo non appare neutrale, ma indeciso.
Un'esperienza personale vissuta a Gerusalemme mi ha fatto capire in modo particolarmente chiaro questo modo di pensare europeo. Qualche tempo fa ho riferito di un evento organizzato dall'ambasciata norvegese. Si è svolto in una mattinata e ha riguardato il “Piano d'azione contro l'antisemitismo 2025-2030” della Norvegia. Si è parlato di responsabilità, di antisemitismo in Europa e di posizione politica.
I rappresentanti norvegesi si sono mostrati seri e impegnati. Ascoltavano, volevano capire. Eppure mi è rimasta questa sensazione di fondo molto europea: la convinzione che alla fine dovrebbero bastare un piano, parole chiare e impegni politici. Durante i colloqui è emerso chiaramente quanto sia ormai grande il divario tra i concetti politici e la vita quotidiana degli ebrei in Europa. Le parole creano consapevolezza, ma non garantiscono la sicurezza.
La differenza tra il pensiero europeo e la realtà regionale è particolarmente evidente nel caso dell'Iran. L'Europa continua a puntare sulla diplomazia, sul dialogo e sugli accordi. È comprensibile. In Israele non si mette fondamentalmente in discussione questo atteggiamento. Ma si pone una semplice domanda: cosa succede se la diplomazia fallisce? E chi è disposto ad accettarne le conseguenze?
L'Europa ragiona in termini di processi. Il Medio Oriente ragiona in termini di risultati. L'Europa crede nel potere delle parole. Il Medio Oriente nel potere della deterrenza. Israele vive proprio tra questi due mondi.
Qui le decisioni non vengono prese per fare bella figura a livello internazionale, ma per proteggere la propria popolazione. Spesso sotto pressione. Spesso sotto minaccia. E spesso con la consapevolezza che gli errori non rimangono teorici.
Non lo scrivo per difendermi, ma per esperienza. Conosco il desiderio europeo di ordine, regole ed equilibrio. Ma vivo in una regione in cui l'ordine non è scontato.
L'Europa non diventa rilevante in Medio Oriente perché ha ragione dal punto di vista morale. Diventa rilevante quando agisce in modo chiaro, compatto e coerente. Finché ciò non accadrà, l'Europa continuerà ad agire, ma ignorando la realtà di questa regione.
(Israel Heute, 12 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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“Se non capisci il 1929, non capirai mai il 7 ottobre”
In un'intervista al JNS Book Club, l'autrice americana Yardena Schwartz ha sostenuto che il massacro di Hebron del 1929 è stato il “punto zero” del conflitto arabo-israeliano.
di Steve Linde
Quando la pluripremiata giornalista e autrice Yardena Schwartz ha iniziato a fare ricerche sul massacro degli ebrei a Hebron nel 1929, non aveva idea che avrebbe scoperto quello che ora definisce il “punto zero” del conflitto arabo-israeliano. Né immaginava che, quasi un secolo dopo, gli schemi che aveva individuato sarebbero riemersi con devastante chiarezza il 7 ottobre 2023.
Il suo libro, Ghosts of a Holy War, esplora come l'omicidio di 67 ebrei a Hebron, un tempo considerata una delle comunità ebraiche più sicure della Palestina mandatoria, abbia dato il via a incitamenti religiosi, campagne di disinformazione e politiche di rifiuto che, secondo lei, continuano a plasmare il conflitto ancora oggi.
“Mi sono resa conto che questo massacro a Hebron del 1929, a lungo dimenticato, è in realtà l'unico contesto necessario per comprendere le forze motrici di questo conflitto”, ha detto Schwartz durante un'intervista al JNS Book Club il 7 gennaio. “Tutto è iniziato lì”.
Ghosts of a Holy War: The 1929 Massacre in Palestine That Ignited the Arab-Israeli Conflict, pubblicato il 1° ottobre 2024 e presentato in Israele al Menachem Begin Heritage Center di Gerusalemme lo scorso maggio, non è un libro di facile lettura. Ma Schwartz ritiene che confrontarsi con la sua storia sia essenziale.
“Se non si capisce il 1929”, ha detto a JNS, “non si capirà mai il 7 ottobre, né perché questo conflitto continui a tornare allo stesso punto mortale”.
Nel 1929, la scintilla fu l'accusa che gli ebrei intendessero impadronirsi del Monte del Tempio e della Moschea di Al-Aqsa. Hamas avrebbe poi dato a questo mito un nome moderno: “Al-Aqsa Flood”.
Il libro ha ricevuto ampi consensi, in particolare nel mondo ebraico.
“Se volete leggere un libro che vi aiuti a comprendere l'attuale tragedia mediorientale, questo è quello che fa per voi”, ha affermato lo scrittore Yossi Klein Halevi, senior fellow presso lo Shalom Hartman Institute di Gerusalemme.
• L’autrice
Nata e cresciuta nel New Jersey, Schwartz si è laureata alla Columbia Journalism School, dove ha ottenuto il massimo dei voti nel 2011. In seguito ha ricevuto una nomination agli Emmy per il suo lavoro come produttrice alla MSNBC e un premio per l'eccellenza nel giornalismo televisivo.
Ha vissuto in Israele per un decennio fino al 2023, dove ha scritto numerosi articoli sulla regione per vari quotidiani e riviste, e ora vive nella Hudson Valley di New York con il marito e i figli.
Ha trascorso cinque anni a fare ricerche e a scrivere Ghosts of a Holy War, il suo primo libro, che rintraccia le radici della violenza moderna non nei confini o nel nazionalismo, ma nella disinformazione religiosa, in particolare nelle false affermazioni secondo cui gli ebrei avrebbero cercato di impossessarsi dei luoghi sacri dell'Islam.
• Tutto è iniziato con una scatola di lettere
Inizialmente Schwartz non aveva intenzione di scrivere una storia definitiva del conflitto arabo-israeliano. Il progetto è iniziato nel 2019 con una scatola di lettere scoperta in una soffitta a Memphis, nel Tennessee. Le lettere appartenevano a David Shainberg, un ebreo americano di 22 anni arrivato a Hebron nel 1928 per studiare nella prestigiosa yeshiva di Hebron. Fu assassinato un anno dopo durante il massacro.
“Le sue lettere sono state una rivelazione”, ha detto Schwartz. “Descrivono una Hebron che era un faro di convivenza, qualcosa che oggi è quasi impossibile immaginare”.
Gli scritti di Shainberg dipingono un vivido ritratto della vita ebraica nella Palestina mandatoria, dai kibbutz a Rishon LeZion, e alla città di Abramo, dove ebrei e arabi avevano vissuto fianco a fianco per secoli. Essi rivelano anche una mentalità sconosciuta a molti lettori odierni: Shainberg era profondamente religioso e legato alla Terra di Israele, ma apertamente antisionista.
“Descriveva il sionismo come un movimento vile e antiebraico”, ha detto Schwartz. “E quello che ho imparato è che questa percezione era piuttosto comune tra i vecchi Yishuv, ebrei religiosi, sefarditi e mizrahi che consideravano il sionismo pericolosamente laico”.
Il massacro cambiò le cose. In seguito, molti ebrei che si erano opposti al sionismo si schierarono a suo favore, rendendosi conto che né le autorità britanniche né la buona volontà internazionale li avrebbero protetti.
“Gli inglesi si dimostrarono non solo incapaci di proteggere gli ebrei”, ha detto Schwartz, “ma anche riluttanti a farlo, per paura di provocare la violenza araba”.
• Il Gran Muftì di Gerusalemme
La ricerca di Schwartz ha scoperto un altro filo conduttore che rimane inquietantemente attuale: il potere della disinformazione. Nel 1929, molto prima dei social media, le menzogne si diffondevano attraverso i giornali, i sermoni e i discorsi pubblici. La figura centrale era Haj Amin al-Husseini, il Gran Muftì di Gerusalemme, che sosteneva che gli ebrei stavano complottando per distruggere Al-Aqsa e ricostruire il Tempio.
“Quella menzogna alimentò l'odio che si era accumulato nel corso di un anno”, ha detto Schwartz, “non solo a Gerusalemme, ma anche a Hebron, dove i leader musulmani locali sostenevano che gli ebrei stavano per impadronirsi della Tomba dei Patriarchi”.
Per 700 anni agli ebrei era stato vietato l'accesso al sito e potevano pregare solo fuori dalle mura, spesso subendo vessazioni. L'idea che volessero impossessarsene era sufficiente per scatenare violenze di massa.
Schwartz ha affermato di essere rimasta scioccata dalla profondità dell'influenza di al-Husseini e da quanto poco sia compresa oggi la sua eredità.
“È stato il primo leader arabo a rifiutare la pace con gli ebrei di Palestina”, ha affermato. “Non si è limitato a opporsi a uno Stato ebraico, ma ha respinto l'idea stessa che gli ebrei rimanessero in Palestina”.
Secondo lei, questo rifiuto arabo è una linea retta che va dal 1929 alla rivolta araba, al rifiuto della spartizione nel 1947, ai “tre no” di Khartoum e ai ripetuti rifiuti delle offerte di uno Stato nel 2000 e nel 2008.
• La Commissione Peel
Il libro include la testimonianza agghiacciante della Commissione Peel del 1936, in cui i leader sionisti Chaim Weizmann e Ze'ev Jabotinsky avvertirono i funzionari britannici che gli ebrei europei stavano esaurendo i luoghi in cui fuggire. La risposta del Gran Muftì fu secca: gli ebrei non avevano alcun diritto sulla Palestina e quelli che già vi si trovavano non potevano rimanere.
Schwartz inizialmente intendeva far terminare il libro alcuni decenni prima. Poi arrivò il 7 ottobre 2023.
“Non avrei mai immaginato che ciò che era accaduto nel 1929 potesse ripetersi”, ha detto. “Non in questo modo”.
“Nel 1929, in un certo senso, fu peggio, perché non c'erano armi da fuoco”, ha detto Schwartz. “Le persone venivano massacrate vive con spade e asce. I neonati venivano uccisi tra le braccia delle loro madri. Le donne venivano violentate. Gli uomini venivano castrati”.
Ciò che ha cambiato il libro, ha detto, è stata la consapevolezza che la storia si stava ripetendo, non solo nella violenza, ma anche nelle conseguenze.
“L'accusa alle vittime, la negazione, la punizione delle vittime: abbiamo visto tutto questo nel 1929”, ha detto.
C'erano differenze cruciali. Nel 1929 non esisteva lo Stato di Israele e, due decenni prima dell'Olocausto, la stampa internazionale riportò il massacro in modo chiaro e comprensivo. Un secolo dopo, la negazione e la giustificazione si sono diffuse a livello globale in poche ore, alimentate dai social media.
Schwartz ha affermato di aver tagliato interi capitoli dopo il 7 ottobre, compreso uno sulla comunità ebraica contemporanea di Memphis e un altro su un giovane palestinese di Hebron che, secondo lei, avrebbe potuto rappresentare una futura leadership moderata.
“Non era più appropriato”, ha riflettuto.
• Rimodellare il sionismo e l'identità ebraica
Il massacro del 1929, secondo Schwartz, ha rimodellato il sionismo stesso. Ha rafforzato la Haganah, accelerato la formazione dell'Irgun e rafforzato la convinzione che la sopravvivenza ebraica richiedesse sovranità e autodifesa.
“Il Gran Muftì ha usato la religione come arma per distruggere il sionismo”, ha detto. “E gli si è ritorto contro”.
Oggi vede una dinamica simile.
“Dopo il 7 ottobre, gli ebrei di tutto il mondo che erano distaccati dalla loro identità hanno improvvisamente capito quanto fosse importante”, ha detto. “All'interno di Israele, c'è una rinnovata consapevolezza che proteggeremo noi stessi, indipendentemente dalle pressioni internazionali”.
Alla domanda sul perché la gente comune possa rivolgersi con tanta crudeltà ai propri vicini, Schwartz ha indicato nuovamente l'incitamento religioso. A Hebron nel 1929, ha scoperto che i musulmani che hanno salvato gli ebrei avevano profondi legami personali con loro, mentre gli aggressori spesso avevano solo rapporti transazionali.
“Un uomo si è opposto alla folla e ha detto: ‘Questa famiglia è la mia famiglia’”, ha ricordato. “Quella differenza era importante”.
In definitiva, lei rifiuta l'interpretazione del conflitto come meramente territoriale o nazionalista.
“Nessun arabo in Palestina allora, e nessun arabo a Gaza o in Cisgiordania oggi, definisce questa una guerra di liberazione”, ha affermato. “La chiamano jihad. L'Occidente non vuole sentirlo, perché rende il conflitto molto più difficile da risolvere”.
Schwartz ha affermato che, al di là delle lezioni storiche, le conseguenze del 7 ottobre hanno anche ridefinito l'identità ebraica per molti in tutto il mondo. “Molti ebrei che erano distaccati da Israele e dalle loro radici ebraiche hanno capito dopo il 7 ottobre quanto sia importante quel legame”.
(JNS, 9 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 21
Fuga di Davide a Nob e a Gat
- Davide andò a Nob dal sacerdote Aimelec; Aimelec gli venne incontro tutto tremante e gli disse: “Perché sei solo e non hai nessuno con te?”. Davide rispose al sacerdote Aimelec: “Il re mi ha dato un incarico e mi ha detto: 'Nessuno sappia nulla dell'affare per cui ti mando e dell'ordine che ti ho dato'; e quanto alla mia gente, le ho detto di trovarsi in un certo luogo. E ora che cos'hai tu sotto mano? Dammi cinque pani o quelli che si potrà trovare”. Il sacerdote rispose a Davide, dicendo: “Non ho sotto mano del pane comune, ma c'è del pane consacrato; ma la tua gente si è almeno astenuta da contatto con donne?”. Davide rispose al sacerdote: “Da quando sono partito, tre giorni fa, siamo rimasti senza donne; e quanto ai vasi della mia gente erano puri; e se anche la nostra incombenza è profana, essa sarà oggi santificata da quello che si porrà nei vasi”. Il sacerdote gli diede dunque del pane consacrato perché non c'era altro pane tranne quello della presentazione, che era stato tolto davanti all'Eterno, per mettervi invece del pane caldo nel momento in cui si toglieva l'altro.
- Quel giorno, un certo uomo tra i servi di Saul si trovava là, trattenuto alla presenza dell'Eterno; si chiamava Doeg, era Edomita e capo dei pastori di Saul. Davide disse ad Aimelec: “Non hai tu qui disponibile una lancia o una spada? Perché io non ho preso con me né la mia spada né le mie armi, tanto premeva l'incarico del re”. Il sacerdote rispose: “C'è la spada di Golia, il Filisteo, che tu uccidesti nella valle dei terebinti; è là avvolta in un panno dietro all'efod; se la vuoi prendere, prendila, perché qui non ce n'è un'altra all'infuori di questa”. Davide disse: “Nessuna è pari a quella; dammela!”.
- Allora Davide si alzò, e quel giorno fuggì per timore di Saul, e andò da Achis, re di Gat. I servi del re dissero ad Achis: “Non è costui Davide, il re del paese? Non è colui del quale cantavano nelle loro danze: 'Saul ha ucciso i suoi mille, e Davide i suoi diecimila?'”.
- Davide si tenne in cuore queste parole ed ebbe grande timore di Achis, re di Gat. Cambiò il suo modo di fare in loro presenza, faceva il pazzo in mezzo a loro, tracciava dei segni sui battenti delle porte, e si lasciava scorrere la saliva sulla barba. Achis disse ai suoi servi: “Guardate, è un pazzo; perché me lo avete condotto? Mi mancano forse dei pazzi, che mi avete condotto questo a fare il pazzo in mia presenza? Costui non entrerà in casa mia!”.
(Notizie su Israele, 12 gennaio 2026)
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Rubio ha telefonato a Netanyahu per discutere di un possibile intervento degli Stati Uniti
Sullo sfondo delle proteste, in Israele cresce la preoccupazione per un'escalation regionale. Il primo ministro Benjamin Netanyahu: «L'Iran dovrà affrontare gravi conseguenze se attaccherà Israele».
di Sabine Brandes
Parallelamente alle proteste in corso in Iran, cresce in Israele la preoccupazione per un'escalation regionale. In questo contesto, il governo di Gerusalemme ha ordinato ai propri ministri di non esprimersi pubblicamente su possibili interventi stranieri in relazione ai disordini, come riportato domenica dall'emittente pubblica Kan.
Tra i fattori che hanno contribuito all'aumento della tensione vi è una telefonata avvenuta sabato tra il segretario di Stato americano Marco Rubio e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Secondo le informazioni dell'agenzia di stampa Reuters, la conversazione avrebbe riguardato anche possibili scenari di un intervento americano in Iran. Un rappresentante del governo americano ha confermato la telefonata, ma non ha fornito dettagli sul suo contenuto. Secondo Reuters, in Israele è stato quindi aumentato lo stato di allerta.
• Nessun indizio che Israele stia valutando un intervento militare
La cautela di Gerusalemme fa seguito a chiari avvertimenti da Teheran. Se il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovesse ordinare un attacco militare contro l'Iran, il regime attaccherà le installazioni militari israeliane e americane in Medio Oriente, secondo quanto riportato dai media citando fonti governative nella capitale iraniana. Nonostante la situazione tesa, secondo Kan non ci sono attualmente indicazioni che Israele stia valutando un proprio intervento militare.
Tuttavia, alcuni membri della coalizione israeliana hanno espresso simpatia per il movimento di protesta. Il ministro della Scienza e della Tecnologia Gila Gamliel aveva precedentemente espresso solidarietà ai manifestanti. Gamliel è inoltre in contatto con il principe ereditario iraniano in esilio Reza Pahlavi, uno dei più noti oppositori del regime, che sostiene le proteste.
La situazione è ulteriormente aggravata dalle dure dichiarazioni provenienti da Washington. Secondo Trump, «l'esercito statunitense sta valutando opzioni molto forti» nei confronti di Teheran, alla luce della violenta repressione dei manifestanti da parte delle forze di sicurezza iraniane.
Secondo gli attivisti, dall'inizio delle proteste il 28 dicembre sono state uccise almeno 538 persone. Il crescente numero di vittime aumenta la pressione internazionale sull'Iran e allo stesso tempo aumenta il rischio che la crisi interna si trasformi in un conflitto regionale.
• Netanyahu e Trump sono d'accordo
Il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva già avvertito una settimana fa che l'Iran avrebbe dovuto aspettarsi «conseguenze molto gravi» se avesse attaccato Israele. In un dibattito speciale alla Knesset, al quale hanno partecipato anche i leader dell'opposizione, ha affermato che, dopo il loro incontro nella tenuta di Trump a Mar-a-Lago in Florida, Israele e il presidente degli Stati Uniti sono sostanzialmente d'accordo sulla questione iraniana e sui problemi regionali.
«Per quanto riguarda l'Iran, che tira le fila del terrorismo in Medio Oriente e oltre, il presidente Trump e io abbiamo assunto una posizione chiara», ha affermato Netanyahu. «Non permetteremo all'Iran di ricostruire la sua industria missilistica e tanto meno di riprendere il suo programma nucleare».
(Jüdische Allgemeine, 12 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Discriminazione sanitaria e antisemitismo. Un evento dell’AME
Dopo il 7 ottobre l’odio contro gli ebrei ha avuto dei risvolti anche in un settore, quello medico e sanitario, dove in teoria tutti dovrebbero avere diritto alle stesse cure a prescindere da etnia, religione o posizioni politiche. L’evento ha analizzato diversi aspetti di questo tema con interventi prestigiosi.
di Nathan Greppi
 In un’epoca in cui a parole si vuole combattere tutte le forme di odio, paradossalmente è stata sdoganata la più antica al mondo, quella nei confronti degli ebrei. Un fenomeno che dopo il 7 ottobre ha avuto dei risvolti anche in un settore, quello medico e sanitario, dove in teoria tutti dovrebbero avere diritto alle stesse cure a prescindere da etnia, religione o posizioni politiche.
Di questo e molto altro si è parlato nel corso di un evento tenutosi domenica 11 gennaio presso la sede della Comunità Ebraica di Milano, organizzato dall’AME (Associazione Medica Ebraica) e intitolato Quando la cura incontra l’odio. Discriminazione sanitaria e antisemitismo. Tutti i relatori sono stati moderati dalla psicanalista Simonetta Diena.
• Il pregiudizio dei media
Alla radice di questo odio vi è una narrazione distorta della guerra tra Israele e Hamas, che in questi due anni è diventata egemone sui media mainstream. Stefano Gatti, ricercatore dell’Osservatorio Antisemitismo della Fondazione CDEC, ha spiegato che dopo il 7 ottobre, “inizialmente i mezzi di comunicazione […] rimasero sconvolti. Ma questo sconvolgimento è durato un battito di ciglia”. Già il 10 ottobre 2023, “si è tenuta la prima manifestazione propal”.
Diversi miti delle narrazioni antigiudaiche sono state dissotterrate, compresa l’immagine dell’ebreo vendicativo e deicida rispolverata da diversi alti prelati. Oggi, per difendersi da accuse di antisemitismo, dicono di prendersela con i “sionisti” ed etichettano come “buoni” solo gli ebrei che prendono le distanze dal sionismo. “Come ha detto l’ex-presidente del Consiglio Conte che, in un modo esplicito, ha detto ‘cari ebrei, dovete prendere le distanze dal vostro Stato, sennò siete complici’”, ha ricordato Gatti.
In tutto questo, “hanno avuto un peso centrale i mezzi di comunicazione, […] che sono diventati come dei postini dei mezzi di comunicazione propal”. Ha fatto l’esempio dei molti media che citano Al Jazeera, “che a sua volta fa riferimento al Ministero della Sanità di Gaza”, controllato da Hamas.
• L’odio antisraeliano in medicina
A causa di questo clima d’odio imperante, sono aumentati gli episodi di discriminazione nel settore sanitario, con una crescente politicizzazione della medicina. Il pediatra Daniele Radzik, membro del consiglio direttivo dell’AME e consigliere della Comunità Ebraica di Venezia, ha spiegato che “il confine tra informazione, ideologia e scienza è diventato sempre più sottile” dopo il 7 ottobre.
“Il punto di origine di questa ondata di delegittimazione di Israele”, ha affermato, “a mio parere è stata la pubblicazione del rapporto di Amnesty International nel dicembre 2024 dal titolo Ti senti come fossi un subumano”. Una analisi che, tramite interviste ad operatori sanitari di Gaza, ha accusato Israele di genocidio e apartheid.
“In realtà, questo rapporto di Amnesty ha molte criticità metodologiche e scientifiche”, ha dichiarato Radzik, spiegandone il motivo tramite una serie di slide. In questo come in altri rapporti analoghi, erano presenti numerose lacune: viene ignorato il contesto geopolitico, non vengono menzionati gli aiuti umanitari israeliani né l’utilizzo di strutture civili per scopi militari da parte di Hamas. Nonostante ciò, “il rapporto è diventato la base per campagne di boicottaggio e accuse contro medici e ricercatori israeliani, quando sappiamo che la cura non può convivere con l’odio”.
• Il punto della situazione sui boicottaggi
A dispetto di questa situazione, non in tutti gli ambiti vengono toccati allo stesso modo. Rosanna Supino, presidente dell’AME, ha raccontato qual è la situazione del boicottaggio antisraeliano in vari paesi, basandosi sugli scambi avuti con colleghi da tutto il mondo: “Recentemente, in Inghilterra per la prima volta il tribunale ha dichiarato esplicitamente che il comportamento di un medico universitario, lanciando un boicottaggio, aveva minato la fiducia pubblica nella professione medica”.
Guardando ai singoli Stati, la Supino ha detto: “Il governo italiano, in nome della libertà di espressione, ha lasciato libertà alle imprese e alle università. Per cui, le attività BDS e propal sono legali”. Di contro, in Germania sono stati messi al bando, mentre in Francia i boicottaggi sono stati perseguiti penalmente nel timore che alimentino l’antisemitismo. Guardando ad altri continenti, negli Stati Uniti il BDS è presente soprattutto nei campus ma poco influente nella società, mentre in Australia gode di maggiore libertà. Mentre in Asia e in Africa, è presente soprattutto in India e in Sudafrica.
• Il caso della Toscana
Dopo aver guardato la situazione a livello nazionale e internazionale, si è provato a restringere la visuale su un contesto locale, quello di una regione storicamente di sinistra come la Toscana. “Vivendo in una città dove gli ebrei sono pochi, la maggior parte delle relazioni sociali che ho sempre portato avanti riguarda non ebrei, e dopo il 7 ottobre mi sono ritrovato inaspettatamente a rimodulare queste relazioni, perché mi veniva richiesto di esprimere una critica nei confronti d’Israele”, ha raccontato Federico Prosperi, membro del direttivo AME e segretario della Comunità Ebraica di Pisa.
Ha ricordato l’aumento considerevole di aggressioni antisemite avvenute in Toscana, come quella avvenuta a settembre contro due turisti ebrei americani a Firenze. Un fenomeno che si è manifestato anche in ambito sanitario: a tal proposito, Prosperi ha fatto diversi esempi, tra cui la decisione del sindaco di Sesto Fiorentino di bloccare la vendita di farmaci israeliani nelle farmacie comunali, o il video di una dottoressa e un’infermiera a Pratovecchio Stia, in provincia di Arezzo, che buttano nel cestino i farmaci prodotti dall’azienda israeliana Teva.
• L’odio nel mondo della psicologia
Anche nel settore della psicologia ci sono state diverse manifestazioni d’odio nei confronti d’Israele e degli ebrei. Lo ha testimoniato la psicoterapeuta Dalia Segrè, la quale ha spiegato che nei due anni successivi al 7 ottobre “non abbiamo visto comunicati del CNOP (Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi) che parlassero di guerra. Solo dopo l’insediamento del nuovo consiglio, intorno agli inizi del 2025, osserviamo invece un comunicato del maggio 2025 che parla della guerra a Gaza”, che sosteneva posizioni fortemente propal e invitava i vari ordini regionali a fare altrettanto.
In questo modo, secondo la Segré, “il CNOP ha abdicato al suo ruolo di cura e di tutela di tutti gli iscritti indistintamente. […] Il CNOP, da un punto di vista deontologico, ha tradito il suo stesso codice etico, specialmente negli articoli 3 e 4, esprimendo proprio un posizionamento che non rappresenta la totalità degli iscritti”. In tale appello si esprime solidarietà per Gaza, ma non vengono citate le vittime israeliane del 7 ottobre né le azioni terroristiche di Hamas.
Guardando in generale a cos’è successo nella società di psicologia in Italia dopo il 7 ottobre, ha raccontato che “abbiamo osservato dei comportamenti gravi. Per fare un esempio, la chat della Società Psicanalitica Italiana, dove sono comparse offese anche a sfondo antisemita verso autorevoli colleghi ebrei”. Mentre nel 2024, è saltata una conferenza a Roma promossa dall’Associazione italiana di psicologia analitica (Aipa) e dall’Associazione per la ricerca in psicologia analitica (Arpa), a causa della presenza di relatori israeliani
• Antisemitismo consapevole o inconsapevole
Un tema emerso più volte, è che oggi molte esternazioni antisemite avvengono inconsciamente: se il neonazista con la svastica e il braccio teso è facilmente riconoscibile, al contrario in molti non si rendono conto che ritrarre gli israeliani come i persecutori di Gesù, come fanno molti vignettisti, richiama l’antica accusa di deicidio che per quasi due millenni è stata alla base dell’antigiudaismo cristiano.
A tal proposito, lo psicanalista Yasha Reibman ha spiegato: “Per definizione, dell’inconscio non abbiamo accesso diretto, possiamo coglierne solo i derivati. […] E tutti i pregiudizi seminano lì e nei meccanismi che usiamo per difenderci dalle irruzioni dell’inconscio nella nostra vita quotidiana”. Ha aggiunto che “ciascuno di noi ha i propri pregiudizi”, ma anche che “più siamo consapevoli dei nostri pregiudizi, e meno questi ci controllano nella nostra vita. Viceversa, ciò che non riconosciamo dentro di noi finisce per governarci”.
Rifacendosi ad altri interventi precedenti, ha sottolineato che “molti colleghi non ebrei sono anche dalla nostra parte, ci stanno aiutando in questo momento e ci hanno dato un supporto preziosissimo”. Ha fatto un esempio relativo alle tifoserie nel calcio: “Le curve dello stadio in Germania non sono antisemite. Diverse squadre tedesche hanno esposto in questi anni striscioni di supporto alle comunità ebraiche, a Israele e agli israeliani”.
Ha fatto l’esempio della squadra del Werder Brema, che ha reso omaggio all’ostaggio israeliano ucciso da Hamas Hersh Goldberg-Polin, che era un loro tifoso. “E dopo quello che è successo in Australia, i tifosi del Werder Brema hanno esposto uno striscione dove hanno detto ‘globalizzare l’Intifada significa uccidere gli ebrei’”. Sul versante opposto, “subito dopo il 7 ottobre a Roma hanno iniziato a bruciare e a rovinare le pietre d’inciampo, che nulla c’entrano con Israele”.
(Bet Magazine Mosaico, 12 gennaio 2026)
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Israele e Germania rafforzano la cooperazione in materia di sicurezza informatica
La Germania intende imparare da Israele come potenziare la sicurezza informatica. Il ministro federale dell'Interno Dobrindt si reca a Gerusalemme proprio per questo motivo.
GERUSALEMME – Israele e Germania hanno concordato di ampliare la cooperazione nel campo della sicurezza informatica e dell'intelligenza artificiale (IA). Il ministro federale dell'Interno Alexander Dobrindt (CSU) e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (Likud) hanno firmato domenica a Gerusalemme un accordo in tal senso.
Nell'ambito di questo accordo, i due paesi intendono creare un centro comune per l'IA e l'innovazione informatica. È previsto anche uno scambio di informazioni sul progetto tedesco “Cyberdome”. Altri aspetti riguardano la difesa dai droni, la protezione civile, la lotta al terrorismo e la lotta all'antisemitismo.
La cooperazione tra Germania e Israele è già ‘eccellente’, ha comunicato il Ministero federale dell'Interno. Dobrindt ha dichiarato: “Abbiamo un grande interesse a imparare come Israele ha costruito il Cyberdome”.
• Sa'ar: classificare la Guardia rivoluzionaria iraniana come gruppo terroristico
Netanyahu ha sottolineato davanti ai giornalisti che attribuisce grande importanza alla cooperazione tra Germania e Israele; i due paesi sono “partner naturali”. Il settore cibernetico rappresenta tuttavia una delle maggiori minacce per la sicurezza interna e le infrastrutture. Netanyahu ha definito Dobrindt “amico di Israele” e ha aggiunto: “Grazie per la vostra amicizia, grazie per il vostro sostegno”.
Durante il suo soggiorno in Israele, Dobrindt ha incontrato anche il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar (Nuova Speranza). Durante l'incontro, quest'ultimo ha dichiarato che l'Unione Europea deve classificare la Guardia Rivoluzionaria Iraniana come gruppo terroristico. “Questa è da tempo la posizione della Germania e ora anche altri paesi ne comprendono l'importanza”.
• Unanimità necessaria per la classificazione
Il Parlamento europeo ha ripetutamente invitato il Consiglio dell'UE a inserire la Guardia rivoluzionaria nella lista delle organizzazioni terroristiche, l'ultima volta nell'aprile 2025. Gli Stati Uniti hanno classificato la Guardia rivoluzionaria come organizzazione terroristica nell'aprile 2021.
La base per la classificazione da parte dell'UE può essere una sentenza relativa al tentato incendio doloso della sinagoga di Bochum nel 2022. Nella sua sentenza, la Corte d'appello di Düsseldorf ha stabilito che la pianificazione dell'attacco risale a un'agenzia governativa iraniana. Per la classificazione è necessario un voto unanime del Consiglio dell'UE.
• Previsto l'ampliamento di Arrow 3
Nel frattempo, la Germania sta ampliando il sistema di difesa missilistica Arrow 3, acquistato da Israele e messo in servizio a dicembre. Domenica, il gruppo industriale Israel Aerospace Industries ha annunciato un accordo in tal senso con il Ministero della Difesa israeliano. Si tratta di un “significativo aumento del tasso di produzione di missili e lanciamissili”.
Già a metà dicembre il Ministero della Difesa israeliano aveva annunciato l'ampliamento. Secondo quanto comunicato, l'accordo ha un valore di circa 2,7 miliardi di euro. Insieme all'accordo originale Arrow 3, il valore complessivo del sistema Arrow 3 ammonta quindi a circa 5,8 miliardi di euro: si tratta del più grande accordo nel settore degli armamenti nella storia di Israele.
(Israelnetz, 12 gennaio 2026)
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Intesa record tra Germania e Israele: nuovo contratto da 3,1 miliardi per l’Arrow 3
di Luca Spizzichino
La cooperazione strategica tra Germania e Israele compie un nuovo passo in avanti. Berlino e Israel Aerospace Industries hanno firmato un contratto da 3,1 miliardi di dollari che amplia l’accordo già in vigore sul sistema antimissile Arrow 3. L’estensione si aggiunge al contratto iniziale da 3,5 miliardi siglato due anni fa, portando il valore complessivo dell’operazione a oltre 6,5 miliardi di dollari, il più grande accordo di esportazione militare mai concluso da Israele.
La firma è arrivata dopo l’approvazione del Bundestag, che lo scorso 17 dicembre ha dato il via libera all’intesa, e a poche settimane dal dispiegamento operativo della prima batteria Arrow 3 in Germania, avvenuto con una cerimonia ufficiale presso la base aerea di Holzdorf.
Il nuovo accordo prevede un aumento significativo della produzione di intercettori e lanciatori Arrow 3 destinati alle forze armate tedesche. Secondo i ministeri della Difesa dei due Paesi, la misura consentirà di rafforzare in modo sostanziale la capacità di difesa aerea e antimissile della Germania. “Abbiamo concordato un incremento rilevante dei ritmi produttivi, così da garantire alla Germania un livello di protezione più elevato e tempestivo”, ha fatto sapere il Ministero della Difesa israeliano in una nota congiunta con Berlino.
Per Israele, l’estensione del contratto rappresenta anche un segnale politico. “L’ampliamento dell’accordo sull’Arrow 3 è un altro traguardo significativo nel rafforzamento della nostra partnership strategica con la Germania, il nostro principale alleato in Europa”, ha dichiarato il direttore generale del Ministero della Difesa israeliano, Amir Baram. “Un’intesa di questo valore riflette la strategia di Israele di espandere le esportazioni nel settore della difesa, rafforzando al contempo la sicurezza nazionale e l’industria del Paese”. Sulla stessa linea il capo della Direzione Ricerca e Sviluppo del ministero, Daniel Gold, che ha sottolineato la valenza simbolica e operativa del sistema: “L’Arrow è una componente centrale della nostra architettura di difesa multilivello, che ha protetto i cittadini israeliani durante il conflitto. Oggi questo sistema è schierato anche a difesa dei cieli tedeschi”.
Il presidente e amministratore delegato di IAI, Boaz Levy, ha evidenziato il rapporto di fiducia costruito con Berlino. “Il ruolo di IAI nel sistema di difesa aerea tedesco dimostra la fiducia del governo tedesco nelle nostre capacità tecnologiche”, ha affermato. “La consegna dell’Arrow 3 appena due anni dopo la firma del contratto iniziale è la prova della nostra affidabilità”. Levy ha aggiunto che “la fiducia reciproca, le capacità tecnologiche dimostrate sul piano operativo e il rispetto delle tempistiche hanno portato la Germania ad approvare questa nuova fase di acquisizione del sistema Arrow”.
Il comandante della difesa aerea tedesca, colonnello Dennis Kruger, ha spiegato che Berlino ha colmato una lacuna strategica e che altri Paesi europei potrebbero seguire lo stesso percorso. “La Germania si è mossa per prima e sta dando un esempio”, ha detto. “Le minacce non riguardano solo noi, ma tutta l’Europa. È realistico pensare che altri Stati prenderanno la stessa direzione”. In prospettiva, ha aggiunto Kruger, la Germania potrebbe guardare anche alle future evoluzioni del programma, inclusi i sistemi Arrow 4 e Arrow 5, una volta che saranno pienamente operativi.
(Shalom, 12 gennaio 2026)
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Come il 7 ottobre ha cambiato il modo in cui gli ebrei israeliani “piuttosto osservanti” praticano il giudaismo
Dai pop-up sui tefillin all'accensione delle candele dello Shabbat, molti israeliani - tra cui pop star ed ex ostaggi - si sono sempre più rivolti alla religione durante la guerra: “La fede ha fornito un punto di riferimento”.
di Deborah Danan
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La conduttrice televisiva israeliana Ofira Asayag è laica, ma nel 2024, durante la guerra tra Israele e Hamas, ha acceso le candele dello Shabbat in diretta televisiva, riflettendo una tendenza diffusa tra gli israeliani.
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JTA — Nelle settimane successive all'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, sui social media hanno iniziato a circolare video dal forte contenuto religioso. Decine di giovani donne hanno pubblicato video in cui tagliavano i loro abiti “immodesti”, jeans, top corti, minigonne, giurando di sostituirli con gonne modeste e copricapi.
In un video virale su TikTok, una giovane influencer taglia solennemente il suo guardaroba a brandelli, dichiarando che si tratta di un'offerta per la liberazione nazionale. “Creatore del mondo, mentre taglio questi vestiti, taglia via i severi decreti contro Israele”, dice, spiegando che non donerebbe nemmeno gli indumenti per non “far inciampare qualcun altro” indossandoli.
Sono circolate anche altre immagini, di tefillin pop-up, challah cotte nel quartiere e, sia sui social media che per strada, un notevole aumento di amuleti e ciondoli religiosi. Hamsas, stelle di David e collane a forma di mappa di Israele o dell'antico Tempio di Gerusalemme sono apparse ovunque.
Due anni dopo, mentre la guerra devastante a Gaza si è in gran parte conclusa, quelle prime scene hanno assunto il sapore di un momento specifico nel tempo. Tuttavia, lo shock spirituale di quelle prime settimane non è ancora completamente svanito e l'aumento della pratica religiosa è diventato parte del ritmo quotidiano del Paese.

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Un uomo indossa i tefillin per le strade di Tel Aviv, 25 marzo 2025.
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Un sondaggio pubblicato a novembre dal Jewish People Policy Institute ha rilevato che il 27% degli israeliani ha aumentato la propria osservanza delle usanze religiose dall'inizio della guerra. Circa un terzo degli ebrei israeliani afferma di pregare più frequentemente rispetto a prima della guerra e circa il 20% riferisce di leggere più spesso il Tanach o i salmi.
Il direttore del JPPI, Shuki Friedman, ha affermato che molti israeliani, soprattutto i giovani, ritengono che la guerra li abbia ricollegati alla tradizione e all'identità ebraica “non necessariamente in modo halachico, ma in un modo che si manifesta con grande forza nella loro vita e nello spazio pubblico”.
Fondamentalmente, il cambiamento è stato più drammatico tra gli israeliani che avevano già un piede nella tradizione, ovvero quelli cresciuti in famiglie “masorti” o tradizionali ma non rigorosamente osservanti. Sebbene la categoria masorti abbia le sue radici nelle comunità mediorientali e nordafricane (Mizrahi), dove l'osservanza religiosa era storicamente più integrata nella vita quotidiana ma meno rigida rispetto all'ortodossia europea, oggi gli israeliani masorti abbracciano tutti i settori della società israeliana. (La categoria è distinta dal movimento Masorti, il nome dato al giudaismo conservatore in Israele e in Europa). Circa un terzo degli ebrei israeliani si identifica come masorti, con il JPPI che divide il gruppo in due categorie: “abbastanza religiosi” e “non così religiosi”.
Il demografo ebreo Steven M. Cohen una volta ha scherzato dicendo che gli israeliani masorti sono coloro che “violano le leggi che non desiderano cambiare”, nel senso che accettano la legge ebraica tradizionale, nota come halacha, come valida, ma la osservano in modo selettivo nella pratica. Cohen ha anche osservato che non esiste un vero equivalente americano, anche se il parallelo più vicino potrebbe essere “ortodosso non osservante”.
Tra i giovani ebrei che si identificano come masorti “abbastanza religiosi”, il 51% degli intervistati nel sondaggio ha riferito di aver approfondito le proprie pratiche religiose durante la guerra.
David Mizrachi è uno di loro. Cresciuto in una famiglia masorti, Mizrachi non era mai stato costante nella frequenza alla sinagoga, nell'osservanza dello Shabbat o nell'indossare i tefillin. Dal 7 ottobre, ha detto, fa tutte e tre le cose - religiosamente.
Per lui, il cambiamento è nato dallo shock degli attacchi e dalle perdite che hanno colpito la sua cerchia di conoscenti. Conosceva personalmente i gemelli Vaknin, uccisi alla festa Nova, ed Elkana Bohbot, l'ostaggio rapito dal rave, che è stato rilasciato dopo due anni di prigionia. Questi eventi, ha detto, lo hanno spinto al “cheshbon nefesh”, una riflessione ebraica sulla sua identità.
“Ho capito che questi nemici e terroristi sono venuti perché eravamo ebrei, non perché eravamo israeliani”, ha detto.
In alcune famiglie la risposta è andata ancora oltre. Rozet Levy Dy Bochy, cresciuta masorti e sposata con un uomo olandese non ebreo che dopo il 7 ottobre ha deciso di convertirsi, ha detto che il 7 ottobre l'ha spinta ad approfondire la sua osservanza.
“Ci sembrava di essere in un film dell'orrore, ma la fede ci ha fornito un punto di riferimento”, ha detto. “Sapere che tutto faceva parte del piano di Dio e che alla fine ci aspettava qualcosa di diverso, qualcosa di buono, era confortante”.
La dinamica vissuta da Mizrachi, plasmata dalla violenza che ha colpito persone che conosceva personalmente, è in linea con un altro sondaggio pubblicato a settembre dall'Università Ebraica, che ha rilevato che l'esposizione diretta alla guerra, sia attraverso il lutto che attraverso le ferite, era strettamente associata a cambiamenti nella religiosità e nella spiritualità. Circa la metà degli intervistati ha riportato livelli più elevati di religiosità e spiritualità, tra cui un quarto che ha dichiarato di essere diventato più religioso e un terzo che ha descritto un aumento della spiritualità.
Questa tendenza si è riflessa in modo particolarmente evidente nei resoconti degli ostaggi liberati che hanno riempito i media ebraici nell'ultimo anno, con ex ostaggi che hanno descritto di aver fatto il kiddush sull'acqua, di aver osservato lo Shabbat per la prima volta o di aver rifiutato le pita durante la Pasqua ebraica nei tunnel sotto Gaza.
Questo fenomeno ha avuto ripercussioni anche sulla cultura popolare. L'attrice Gal Gadot ha detto ai suoi 106 milioni di follower su Instagram che, pur non essendo “una persona religiosa”, aveva deciso di accendere una candela e pregare per il ritorno sano e salvo di tutti gli ostaggi.
La più grande pop star israeliana, Noa Kirel, non nota per la sua osservanza religiosa, ha celebrato il suo matrimonio a novembre con un'immersione nel mikveh, un raduno hafrashat challah (separazione della challah) e una festa con l'henné, tipica degli ebrei mizrahi.
Un altro dei cantanti più popolari di Israele, Omer Adam, a lungo considerato laico, ora indossa lo tzitzit, studia la Torah e osserva lo Shabbat.
Ora è comune vedere celebrità israeliane condividere i rituali dell'accensione delle candele dello Shabbat, tra cui la conduttrice televisiva laica Ofira Asayag, che, a un anno dall'inizio della guerra, si è impegnata a farlo in diretta fino al ritorno degli ostaggi.
Per il sociologo Doron Shlomi, che studia la religiosità israeliana, nulla di tutto ciò è sorprendente, perché le crisi collettive spesso producono effetti simili. Basandosi su ricerche relative a terremoti, guerre e pandemia di Covid-19, ha descritto i due anni di guerra come “una sorta di laboratorio” per osservare come le persone si rivolgono alla fede.
“La guerra porta sempre con sé due cose”, ha affermato. “Più religiosità e più gravidanze”.
Shlomi ha tuttavia sostenuto che gli ostaggi e le loro famiglie sono un caso a parte rispetto al resto della popolazione. Per molti di loro, ha detto, il ricorso alla religione è stato uno strumento di sopravvivenza, e si aspetta che alcuni continueranno a vivere una vita pienamente osservante.
Ma nel pubblico più ampio vede due modelli principali. Il primo è la pietà come forma di servizio pubblico e solidarietà che si manifesta in abitudini personali, come osservare un singolo Shabbat o indossare tzitzit in onore degli ostaggi, dei caduti e dei soldati.
L'altro modello attraversa istituzioni e organizzazioni che hanno colto l'attimo, dai gruppi ultraortodossi come Chabad che organizzano barbecue nelle basi militari ai cristiani evangelici che si uniscono agli sforzi di sostegno.
Sebbene gli aumenti abbiano superato i cali, sia lo studio dell'Università Ebraica che quello del JPPI hanno riscontrato una piccola controcorrente. Circa il 14% dei rispondenti laici in entrambi i sondaggi ha dichiarato che la propria religiosità si era indebolita, e il 9% dei rispondenti ebrei nel sondaggio del JPPI ha riportato un calo nella fede in Dio, una cifra che è salita al 16% tra gli ebrei laici.
I ricercatori dell'Università Ebraica hanno inquadrato i loro risultati attraverso una lente psicologica, attingendo alla teoria della gestione del terrore, secondo la quale il confronto con la mortalità spinge le persone a raddoppiare le loro visioni del mondo esistenti, approfondendo la pratica religiosa per alcuni e indebolendola per altri.
“Durante i periodi di stress prolungato, gli individui possono riorganizzare i loro orientamenti religiosi o spirituali aumentando o diminuendo la loro importanza”, ha detto Yaakov Greenwald, che ha guidato lo studio.
Non è la prima volta che la guerra spinge gli israeliani verso la fede. Dopo la guerra dello Yom Kippur del 1973, Israele ha registrato un notevole aumento delle persone che sono tornate alla religione, comprese figure laiche di alto profilo. Il regista Uri Zohar ha scioccato la nazione diventando ultraortodosso nel 1977. Un anno dopo, Effi Eitam, un brigadiere generale decorato e in seguito politico, ha fatto lo stesso.
Gli storici discutono su quanto fosse realmente grande quell'ondata post-'73, ma all'epoca si diffuse la narrazione secondo cui l'esperienza di morte imminente dello Stato – Israele fu colto alla sprovvista e temette l'annientamento nei primi giorni di quella guerra – seguita da una svolta contro ogni previsione, fu percepita da molti come un miracolo.
Shlomi ha affermato che è ancora troppo presto per fare previsioni certe sulla durata dell'attuale tendenza, dato che il Paese sta solo ora uscendo dalla crisi. Ciononostante, ritiene che la portata della guerra e l'ondata religiosa che ha prodotto siano state così profonde che, tra dieci anni, saranno ancora presenti
E se l'esperienza del marito di Rozet Levy Dy Bochy, Peter Griekspoor, è indicativa, la guerra potrebbe lasciare il Paese non solo più osservante, ma anche con un numero maggiore di ebrei.
All'inizio, ha detto Rozet, suo marito ha reagito in modo “molto europeo”, cercando un equilibrio e “prendendo le parti di entrambi” nella situazione. Lei gli ha detto che quello era un lusso che poteva permettersi solo chi non era ebreo, ma che “per noi, qualcosa nel nostro DNA reagisce in momenti come questo. Ci siamo già passati”.
Ma non ci è voluto molto perché l'equilibrio si inclinasse. Mentre le proteste si diffondevano in Europa e Nord America e le teorie del complotto sugli israeliani e gli ebrei circolavano online, Peter ha detto che “cominciava a sentirsi parte della narrazione”.
“Sentivo che l'antisemitismo era personale”, ha detto. “Ora mi sento davvero ebreo. Sento di voler far parte di questo popolo. Sono belli, sono forti, sono resilienti”, ha detto, prima di aggiungere con una risata: “E sono anche orribili. Litigano sempre, combattono sempre tra loro”.
Shlomi ha detto che, mentre gran parte della rinascita è nata da un desiderio reale di unità e appartenenza, in parte ha acquisito un carattere coercitivo, con alcuni rabbini e altri che trattano il “ritorno” alla fede come l'unica risposta legittima e investono ingenti fondi per amplificarlo. “I tefillin e i barbecue costano un sacco di soldi”, ha detto.
Ha anche osservato che l'aumento della pratica religiosa spesso è andato di pari passo con un riallineamento politico, con alcune figure pubbliche che hanno abbracciato apertamente l'osservanza. Nel programma di attualità di punta del Canale 14, “Patriots”, il conduttore di destra Yinon Magal ora parla spesso di essere diventato più osservante dopo la guerra, un cambiamento che collega la fede alla politica nazionalista.
Numerosi sopravvissuti dei kibbutz tradizionalmente di sinistra al confine con Gaza, attaccati il 7 ottobre, hanno descritto un movimento simile nelle loro vite, adottando pratiche più religiose, come risposarsi con una cerimonia ortodossa, e identificandosi più fortemente con la destra. I dati del sondaggio JPPI mostrano la stessa tendenza tra i giovani ebrei, con una chiara deriva verso destra nella maggior parte dei campi politici.
Mizrachi, tuttavia, va contro questa tendenza. Attivista per la pace e membro del consiglio di Standing Together, un movimento popolare ebraico-arabo che ha fatto campagna contro la guerra, è diventato più osservante senza cambiare le sue idee politiche.
“Sono prima di tutto ebreo, poi israeliano, poi democratico, poi mizrahi”, ha detto. "Vedo Dio in ogni aspetto della vita. Ma mi chiedo anche: fino a quando vivremo con la spada e saremo pieni di odio per i gazawi? Questo non è il modo di vivere ebraico".
Per Griekspoor, il modo di vivere ebraico significava il modo halachico, e negli ultimi sei mesi si è iscritto a un programma di conversione ortodosso sotto il rabbinato israeliano, un percorso che impone la piena osservanza della legge ebraica. Dice di sapere che la sua scelta di diventare ebreo sfida la logica.
“Ci sono le persecuzioni, l'odio, l'antisemitismo... e non si possono mangiare i cheeseburger”, ha detto. “Ma non c'è una spiegazione razionale. È più forte di me”.
(The Times of Israel, 11 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Comprensione e disperazione
“La possibilità del cambiamento costituisce per ogni uomo, in qualunque posizione si trovi, un invito alla speranza che è nello stesso tempo un richiamo alla sua responsabilità.”
di Marcello Cicchese
Chi sa dare soltanto comprensione non fa che diffondere disperazione.
La vita è piena di problemi. Ciascuno di noi ha i suoi problemi personali. Ma uno dei problemi più grossi è quello di dover aver a che fare con i problemi personali di un altro. Infatti, per quanto è possibile, cerchiamo di evitare simili situazioni. "I dolori sono come i soldi: chi ce li ha se li tiene", dice un proverbio tutt'altro che biblico; e anche se il detto si riferisce ai dolori corporali, in pratica viene esteso volentieri a tutti i tipi di sofferenze. E' buona regola - così si pensa - evitare di farsi invischiare nei guai altrui.
Ma certamente non può essere questo il principio a cui si ispira la condotta dei cristiani, i quali hanno conosciuto qualcuno che si è talmente immedesimato nei loro problemi da dare la sua vita per loro. Nel loro stare insieme i cristiani sono chiamati a "servirsi gli uni gli altri" (Galati 5.13), a "portare i pesi gli uni degli altri" (Galati 6.2), a "sopportarsi gli uni gli altri" (Efesini 4.2), a "sottoporsi gli uni agli altri" (Efesini 5.21), ad "esortarsi gli uni gli altri" (Ebrei 3.13), ad "ammaestrarsi ed ammonirsi gli uni gli altri" (Colossesi 3. 16), a "consolarsi gli uni gli altri" (1 Tessalonicesi 4.18).
Non c'è quindi alcun dubbio che la famosa regola del "ciascuno per sé e Dio per tutti" sia quanto di meno biblico ci possa essere in fatto di saggezza. Quando è necessario, i cristiani devono essere pronti a lasciarsi coinvolgere nelle difficoltà personali dell'altro.
Però la cosa non è molto semplice, perché il prossimo da servire non sempre è paragonabile all'incolpevole uomo ferito sulla strada di Gerico, di cui parla la parabola del buon samaritano. I problemi dell'altro sono spesso di natura tale da non poter escludere una sua parte di responsabilità. Non è certo facile sapere come ci si deve comportare quando si viene a contatto con crisi matrimoniali, problemi di omosessualità, questioni di droga, tanto per fare degli esempi. Ha senso parlare di peccato e di colpa? E' giusto invitare al pentimento?
Si può fare appello alla volontà del singolo? Nel Vecchio Testamento molte questioni venivano risolte sulla base del precetto: "L'anima che pecca sarà quella che morrà" (Ezechiele 8.4). Nell'antico patto la trasgressione della legge introduceva un elemento di ingiustizia e di disordine che poteva essere eliminato soltanto con la punizione del peccatore. Nel caso dell'omicidio, per esempio, il sangue sparso contaminava il paese, e questa contaminazione poteva essere cancellata soltanto mediante lo spargimento di altro sangue: quello dell'uccisore (Numeri 35.33).
A noi, uomini d'oggi, questo modo d'agire appare barbaro e primitivo. Come credenti, però, non dobbiamo dimenticare che proprio questo è stato il modo d'agire di Dio con l'uomo in un certo periodo della storia. Soltanto Dio, e non l'uomo, può dichiarare "antico" il suo patto; ed Egli lo ha fatto presentandoci un "nuovo" patto (Ebrei 8.13), che certamente è "migliore", perché "fondato su migliori promesse" (Ebrei 8.6). Ma se siamo noi a giudicare antiche delle soluzioni che Dio per un certo tempo ha scelte, sulla base di nostre, autonome, progredite, moderne visioni, possiamo essere certi che ricadremo nei mali antichi dell'uomo e continueremo a restare schiavi del nostro peccato e della nostra cecità. Il modo d'agire di Dio nell'antico patto ci ricorda che il peccato è una cosa grave, e che la sua realtà non può essere cancellata abolendone il concetto o cambiando la disposizione d'animo di coloro che stanno attorno al peccatore. "L'occhio tuo non ne avrà pietà" (Deuteronomio 19.13). "Così toglierai via il male di mezzo a te" (Deuteronomio 19.20).
Ecco qual era il fatto importante: togliere il male. E questo non poteva avvenire senza togliere di mezzo il peccatore.
Oggi, a causa di una sensibilità che certamente è dovuta anche all'influsso del vangelo, l'interesse generale è rivolto al peccatore (che per la verità nessuno si sogna più di chiamare così). Di fronte a chi, per esempio, pratica l'omosessualità o mantiene una relazione extraconiugale non avrebbe senso parlare di "colpa": chi ha certi comportamenti sarebbe già così aggravato da situazioni pesanti e angosciose, che a nulla servirebbe la "colpevolizzazione" da parte dell'ambiente circostante. Il compito di chi è vicino a queste persone sarebbe principalmente quello di accoglierle, ascoltarle, comprenderle, solidarizzare con loro, liberarle dai loro complessi di colpa, favorirne l'inserimento nella società; parlare di "peccato" e di "pentimento" non potrebbe che peggiorare le cose, perché introdurrebbe un elemento di giudizio e di condanna in una situazione già abbastanza intricata.
Questo atteggiamento di comprensione potrebbe sembrare molto cristiano; in realtà, se proprio non si vuol dire che è "anticristiano", si potrebbe chiamarlo "acristiano", il che è la stessa cosa.
L'atteggiamento di indulgente comprensione è il più nobile comportamento possibile per chi non crede che il male possa essere tolto, che i peccati possano essere rimessi, che le cose possano veramente cambiare. Infatti, se il male non può essere tolto, perché si dovrebbe ancora chiamarlo "male"? E perché chiamare peccatore colui che ha soltanto il torto di soffrire? Perché non cercare invece di lenire le sue sofferenze accogliendolo così com'è? Perché non togliergli almeno il sentimento di colpa che si aggiunge alle sue altre numerose disgrazie?
Resi sensibili da queste domande, davanti a certe situazioni critiche che vediamo intorno a noi, nelle nostre famiglie e nelle nostre chiese, forse ci limitiamo a tacere, indulgenti e comprensivi ma anche impotenti. Siamo disposti ad accogliere l'altro così com'è; ma ben presto l'altro s'accorge che, per quanto dipende da noi, è destinato a rimanere così com'è. E siccome così com'è non vive affatto bene, la nostra comprensione non lo aiuta molto, perché anche se può dargli un sollievo momentaneo, alla lunga non può che confermarlo nella convinzione che la sua situazione non ha vie di scampo. "Non è colpa tua - gli diciamo -, non dipende da te". Ma se è vero che non dipende da lui, è anche vero che lui non può farci niente e quindi è destinato a rimanere così com'è.
La nostra indulgente comprensione, con cui gli abbiamo tolto la responsabilità, gli ha tolto anche la speranza.
Se, per esempio, a un drogato sappiamo soltanto dire che la causa per cui lui si droga risiede nella società, gli diamo un motivo in più per continuare a drogarsi.
«Un uomo si trovava in prigione. Un amico andò a trovarlo e gli rivolse queste parole: "Se sei in prigione è perché ti sei comportato male. La colpa è tua. Sei in prigione e ci resterai, perché è giusto che tu subisca le conseguenze del tuo comportamento sbagliato". Parole dure, che certamente non migliorarono la situazione del prigioniero, ma anzi, alla costrizione fisica della prigione aggiunsero il peso morale della condanna.
Un altro amico andò a trovarlo e gli rivolse queste parole: "La prigione è il frutto di una società violenta e ingiusta. Tu non sei peggiore né di me né dei magistrati che ti hanno condannato. Hai tutta la mia comprensione e solidarietà". Parole nobili, senza dubbio, che furono di conforto al prigioniero. Dopo qualche tempo, però, l'uomo non poté fare a meno di osservare che mentre l'amico e i magistrati se ne stavano tranquillamente in libertà, lui, che non era peggiore di loro, continuava a stare in prigione. E poiché la società che l'aveva condannato era ingiusta, non c'era nemmeno da sperare che si preoccupasse troppo di questa ingiustizia e si desse troppa pena per le sue sofferenze. E così, alla costrizione fisica della prigione si aggiunse la rabbia della disperazione.
Un altro amico andò a trovarlo e gli rivolse queste parole: "La società in cui sei vissuto è certamente violenta e ingiusta. Tu però, da parte tua, non ti sei affatto distinto, ma anzi hai dato il tuo particolare e originale contributo di cattiveria e ingiustizia. Sei stato un mascalzone e non meriti niente di meglio di quello che hai. Se però ammetti francamente la tua colpa e desideri tornare in libertà per ricominciare una vita nuova, ti posso indicare un'autorità che è superiore a chi ti ha condannato, a cui potrai rivolgere una domanda di grazia".»
Quale dei tre amici è stato il prossimo per l'uomo che si trovava in prigione?
Gesù non ha mai mostrato verso i peccatori quella morbida comprensione che tutto accetta, tutto giustifica e tutto lascia come prima. Gesù ha rimesso i peccati e ha operato guarigioni. Qualche volta ha guarito le persone senza alcun intervento della loro volontà, per dimostrare che se esiste una realtà di male che non dipende dai peccati del singolo, esiste anche la realtà del regno di Dio che non dipende dagli sforzi di buona volontà del singolo. Altre volte ha guarito le persone in risposta alla loro fede, per dimostrare che l'unico atteggiamento giusto dell'uomo che vive nel male è quello del pentimento e della fiducia in Dio.
Gesù non ha accettato il lebbroso "così com'è", non si è limitato a favorire il suo reinserimento nella società religiosa di quel tempo cercando di abbattere i pregiudizi verso i lebbrosi: Gesù ha liberato il lebbroso dalla sua lebbra e ne ha fatto un uomo nuovo.
Gesù non si è limitato a "comprendere" l'adultera, non ha cercato per lei delle attenuanti, non ha cercato di indurre il marito a darle l'atto di divorzio, non ha tentato di modificare la legislazione in modo che l'adulterio non figurasse più tra i reati punibili con la pena capitale. Gesù ha perdonato; e con il suo perdono ha ridato la vita ad una persona, perché ne ha cancellato un passato che nulla e nessuno avrebbe potuto modificare. Se Gesù non avesse perdonato, a niente sarebbero valsi gli sforzi della donna per cambiare vita: sarebbe comunque rimasta un'adultera, degna di essere lapidata in ogni momento. Il perdono di Gesù le ha offerto la possibilità di un nuovo inizio: da quel momento poteva andare e "non peccare più".
Gesù ha eseguito in modo perfetto e definitivo il comandamento che era già stato dato nell'antico patto: "Così toglierai via il male di mezzo a te" (Deuteronomio 19.20). Se adesso il male può essere tolto via senza richiedere la morte del peccatore, è soltanto perché Gesù stesso è morto per tutti noi. Ma resta il fatto che il male non può essere né compreso, né abbellito, né accettato: deve essere tolto. Questo è possibile soltanto attraverso il pentimento e la fiducia in Gesù Cristo, "il quale è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione" (Romani 4.25).
Si può quindi dire che la legge che dà la morte, elemento fondamentale dell'antico patto, è stata superata nel nuovo patto dalla grazia che dà la vita. La grazia di Dio in Gesù Cristo è la vera novità che è stata introdotta nel mondo.
Chi, invece, accantona le disposizioni legali del Vecchio Testamento soltanto perché culturalmente superate, dimostra di non capire la profondità del messaggio contenuto in quelle leggi: il male ha radici profonde tra gli uomini, e il toglierlo di mezzo non è mai un'operazione indolore: "Senza spargimento di sangue, non c'è remissione di peccato" (Ebrei 9.22).
In Gesù Cristo le catene del male sono state spezzate, il peccato è stato vinto, il perdono è a portata di mano, il cambiamento è possibile. Questa possibilità di cambiamento costituisce per ogni uomo, in qualunque posizione si trovi, un invito alla speranza che è, nello stesso tempo, un richiamo alla sua responsabilità. Non gli è più lecito continuare a lamentarsi di un destino ineluttabile e crudele: adesso può e deve incamminarsi in un sentiero di speranza, sulle orme di Gesù Cristo.
I cristiani, dunque, non solo possono, ma devono parlare di peccato. Agli adulteri, agli omosessuali, ai drogati bisogna saper dire che il loro problema è fondamentalmente un problema di peccato. Dire "peccato" non equivale a dire "colpa", perché anche la malattia e la morte sono manifestazioni del peccato. Ma il peccato che ci circonda e ci attanaglia comincia a diventare il nostro peccato quando non lo riconosciamo come tale, quando reagiamo ad esso in modo sbagliato e cominciamo ad elaborare teorie con cui tentiamo di difendere e giustificare i nostri comportamenti presentandoli come inevitabili. Di tali persone la Scrittura dice che "pur conoscendo che secondo i decreti di Dio quelli che fanno queste cose sono degni di morte, non soltanto le fanno, ma anche approvano chi le commette" (Romani 1.32).
I cristiani possono parlare di peccato perché possono parlare di grazia. Le situazioni di peccato non si modificano con gli atteggiamenti di comprensiva complicità, ma con il ravvedimento e la fede nel Signore. Chi nasconde agli uomini la gravità del loro peccato, impedisce loro di ricevere la grazia liberante di Dio. Il peccato deve diventare "estremamente peccante" affinché la grazia di Dio possa "sovrabbondare". A chi soffre e vive male perché si trova in una posizione di disubbidienza alla volontà di Dio, qualche volta bisogna avere il coraggio di dire: "E' responsabilità tua se ti trovi in questa condizione, e non ne verrai fuori fino a che non lo riconoscerai pienamente e non ti rivolgerai a Dio per essere perdonato e aiutato: perché Dio può e vuole perdonarti e aiutarti in Gesù Cristo".
Parole come queste possono apparire dure, ma sono tali solo per chi non crede che Dio possa veramente trasformare le cose e le persone. Chi non crede nella potenza trasformante del perdono di Dio non può che sminuire la gravità del peccato e manifestare il massimo della sua umanità nel non giudicare l'altro, nel non rifiutarlo, nell'accettarlo "così com'è". Ma proprio questa è la tragedia: "così com'è!'. Non si parla più di peccato che può essere perdonato e cancellato, ma di "diversità", di "particolarità" che deve essere riconosciuta e accettata. E colui che soffre perché in realtà vive al di fuori della volontà di Dio viene confermato nell'opinione che tutto è normale e che non ha da cercare e sperare niente di meglio.
Davanti alla tentazione di praticare un cristianesimo di questo tipo, fluido e inconsistente, che non osa parlare di peccato perché non sa parlare di grazia, che si rifugia nella comprensione e nell'accettazione dell'altro così com'è perché non sa offrirgli una speranza di cambiamento, dobbiamo crescere nella conoscenza "per esperienza" del Dio che può e vuole trasformare uomini e cose. Solo così potremo sperare di contagiare gli altri con la nostra fiducia nella realtà della presenza di Dio. Non limitiamoci a offrire la nostra comprensione, ma indichiamo la via di Dio che conduce al perdono e alla speranza.
(“Credere e comprendere”, novembre 1984) - PDF
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 20
Patto fra Davide e Gionatan
- Davide fuggì da Naiot, presso Rama, andò a trovare Gionatan e gli disse: “Che cosa ho fatto? Qual è la mia colpa, qual è il mio peccato verso tuo padre, che egli vuole la mia vita?”. Gionatan gli rispose: “Non sia mai! tu non morirai; ecco, mio padre non fa nessuna cosa, né grande né piccola, senza rendermene partecipe; perché dovrebbe nascondermi questa? Non è possibile”. Ma Davide replicò, giurando: “Tuo padre sa molto bene che io ho trovato grazia agli occhi tuoi; perciò avrà detto: 'Gionatan non sappia questo, affinché non ne abbia dispiacere'; ma com'è vero che l'Eterno vive e che vive l'anima tua, fra me e la morte non c'è che un passo”.
- Gionatan disse a Davide: “Che cosa desideri che io ti faccia?”. Davide rispose a Gionatan: “Domani è la luna nuova, e io dovrei sedermi a mensa con il re; lasciami andare e mi nasconderò per la campagna fino alla terza sera. Se tuo padre nota la mia assenza, tu gli dirai: 'Davide mi ha pregato con insistenza di poter fare una scappata fino a Betlemme, sua città, perché c'è il sacrificio annuale per tutta la sua famiglia'. Se egli dice: 'Va bene', il tuo servo avrà pace; ma, se si adira, sappi che il male che mi vuole fare è deciso. Mostra dunque la tua bontà verso il tuo servo, poiché hai fatto entrare il tuo servo in un patto con te nel nome dell'Eterno; ma se c'è in me qualche colpa dammi tu la morte; perché dovresti condurmi da tuo padre?”. Gionatan disse: “Lungi da te questo pensiero! Se io venissi a sapere che da parte di mio padre il male è deciso e sta per venirti addosso, non te lo farei sapere?”. Davide disse a Gionatan: “Chi mi informerà nel caso che tuo padre ti dia una risposta dura?”. Gionatan disse a Davide: “Vieni, andiamo fuori alla campagna!”. E andarono entrambi fuori alla campagna.
- Gionatan disse a Davide: “L'Eterno, l'Iddio d'Israele, mi sia testimone! Quando domani o dopodomani, a quest'ora, io avrò indagato le intenzioni di mio padre, se egli è ben disposto verso Davide, e io non mando a fartelo sapere, l'Eterno tratti Gionatan con tutto il suo rigore! Nel caso poi che mio padre voglia farti del male, te lo farò sapere e ti lascerò partire perché tu te ne vada in pace; e l'Eterno sia con te, come è stato con mio padre! E, se sarò ancora in vita, non agirai verso di me con la bontà dell'Eterno, affinché io non sia messo a morte? Non cessare mai di essere buono verso la mia casa, neppure quando l'Eterno avrà sterminato dalla faccia della terra fino all'ultimo i nemici di Davide”. Così Gionatan strinse alleanza con la casa di Davide, dicendo: “L'Eterno faccia vendetta dei nemici di Davide!”. E, per l'amore che gli portava, Gionatan fece di nuovo giurare Davide; perché egli lo amava come l'anima propria.
- Poi Gionatan gli disse: “Domani è la nuova luna e la tua assenza sarà notata, perché il tuo posto sarà vuoto. Dopodomani dunque tu scenderai giù fino al luogo dove ti nascondesti il giorno del fatto e rimarrai presso la pietra di Ezel. Io tirerò tre frecce da quel lato, come se tirassi a segno. Poi subito manderò il mio ragazzo, dicendogli: 'Va' a cercare le frecce'. Se dico al ragazzo: 'Guarda, le frecce sono di qua da te, prendile!', tu allora vieni, perché tutto va bene per te e non hai nulla da temere, come l'Eterno vive! Ma se dico al ragazzo: 'Guarda, le frecce sono di là da te', allora vattene, perché l'Eterno vuole che tu parta. Quanto a quello che abbiamo convenuto fra noi, fra me e te, ecco, l'Eterno ne è testimone per sempre”.
- Davide dunque si nascose nella campagna; e quando venne il novilunio, il re si mise a sedere a mensa per il pasto. Il re, come al solito, si mise a sedere sulla sua sedia che era vicina al muro; Gionatan si alzò per mettersi di fronte, Abner si sedette accanto a Saul, ma il posto di Davide rimase vuoto. Tuttavia Saul non disse nulla quel giorno, perché pensava: “Gli è successo qualcosa ed egli non deve essere puro; per certo egli non è puro”. Ma l'indomani, secondo giorno della luna nuova, il posto di Davide era ancora vuoto; e Saul disse a Gionatan, suo figlio: “Perché il figlio d'Isai non è venuto a mangiare né ieri né oggi?”. Gionatan rispose a Saul: “Davide mi ha chiesto con insistenza di lasciarlo andare a Betlemme; e ha detto: 'Ti prego, lasciami andare, perché abbiamo in città un sacrificio di famiglia e mio fratello mi ha raccomandato di andarci; ora dunque, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, ti prego, lasciami fare una scappata per vedere i miei fratelli'. Per questa ragione egli non è venuto alla mensa del re”. Allora l'ira di Saul si accese contro Gionatan, e gli disse: “Figlio perverso e ribelle, non lo so io forse che prendi le parti del figlio d'Isai, a tua vergogna e a vergogna del seno di tua madre? Poiché fino a quando il figlio d'Isai avrà vita sulla terra non ci sarà stabilità né per te né per il tuo regno. Mandalo dunque a cercare e fallo venire da me, perché deve morire”. Gionatan rispose a Saul suo padre e gli disse: “Perché dovrebbe morire? Che ha fatto?”. Saul impugnò la lancia contro di lui per colpirlo. Allora Gionatan riconobbe che suo padre aveva deciso di far morire Davide. Acceso d'ira, si alzò dalla mensa, e non mangiò nulla il secondo giorno della luna nuova, addolorato com'era per l'offesa che suo padre aveva fatto a Davide.
- La mattina dopo, Gionatan uscì fuori alla campagna, al luogo fissato con Davide, e aveva con sé un ragazzetto. Disse al ragazzo: “Corri a cercare le frecce che tiro”. Mentre il ragazzo correva, tirò una freccia che passò di là da lui. Quando il ragazzo fu giunto al luogo dove era la freccia che Gionatan aveva tirato, Gionatan gli gridò dietro: “La freccia non è di là da te?”. Gionatan gridò ancora dietro al ragazzo: “Via, fa' presto, non ti trattenere!”. Il ragazzo di Gionatan raccolse le frecce e tornò dal suo padrone. Ora il ragazzo non sapeva nulla; soltanto Gionatan e Davide sapevano di che si trattasse. Gionatan diede le sue armi al suo ragazzo e gli disse: “Va', portale alla città”. E quando il ragazzo se ne fu andato, Davide si alzò da dietro il mucchio di pietre, si gettò con la faccia a terra e si prostrò tre volte; poi i due si baciarono l'un l'altro e piansero insieme; Davide soprattutto pianse dirottamente. Gionatan disse a Davide: “Va' in pace, ora che abbiamo fatto entrambi questo giuramento nel nome dell'Eterno. L'Eterno sia testimone fra me e te e fra la mia progenie e la tua progenie, per sempre”.
- Davide si alzò e se ne andò, e Gionatan tornò in città.
(Notizie su Israele, 10 gennaio 2026)
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Germania - Consiglio centrale degli ebrei: «Il regime dei mullah deve cadere adesso»
È necessario porre fine alla cautela nei confronti di Teheran e inviare un chiaro segnale politico dalla Germania, chiede il presidente del Consiglio centrale Josef Schuster
Alla luce delle massicce proteste in Iran e delle notizie di manifestanti uccisi, il presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, Josef Schuster, ha espresso parole dure. Sul quotidiano «Bild» chiede la fine della cautela nei confronti di Teheran e un chiaro segnale politico dalla Germania.
Schuster ha sottolineato che attualmente centinaia di migliaia di persone in Iran si oppongono apertamente alla leadership della Repubblica Islamica. Con coraggio sfidano la morte per chiedere la caduta dei mullah e la fine di uno Stato terroristico che da anni opprime brutalmente la propria popolazione, in particolare le donne, e che allo stesso tempo è uno dei più pericolosi finanziatori del terrorismo a livello internazionale.
In questa situazione, la Germania non deve più esitare. Si tratta di un «momento storico» in cui la cautela diplomatica è fuori luogo, ha spiegato Schuster. Ora sono necessarie azioni decisive e coraggio civile. Qualsiasi forma di attesa invia un segnale sbagliato.
Il governo federale deve schierarsi inequivocabilmente dalla parte della popolazione iraniana, così come degli iraniani in esilio in Germania, che da anni lottano a rischio della vita per la libertà e il cambiamento politico. Il segnale da parte della politica e della società civile deve essere chiaro: «È giunto il momento. Il regime dei mullah deve cadere ora».
(Jüdische Allgemeine, 10 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Così la propaganda di Hamas ha fatto breccia a sinistra. L’analisi di Bertolotti
L’inchiesta su Hannoun riaccende i riflettori sui canali di finanziamento di Hamas che operano attraverso associazioni formalmente lecite e campagne di donazione pubbliche. Claudio Bertolotti analizza il doppio pilastro finanziario e organizzativo del sistema, tra bonifici tracciati, contante e reti transnazionali, evidenziando il ruolo della propaganda e della guerra cognitiva sostenuta dall’Iran. Preoccupano la saldatura tra movimenti pro Pal e frange estremiste della sinistra europea e le ricadute sulla sicurezza interna, con episodi di violenza che vanno oltre il dissenso politico
di Federico Di Bisceglie
Chiamatelo sistema. I flussi finanziari apparentemente leciti, la guerra cognitiva e la saldatura tra attivismo radicale e terrorismo. L’inchiesta su Hannoun, emersa anche grazie al monitoraggio israeliano sui canali di finanziamento di Hamas, riporta al centro una zona grigia che da anni attraversa l’Europa: associazionismo caritatevole, propaganda politica e reti transnazionali che operano sotto copertura formale. Formiche.net ne ha parlato con Claudio Bertolotti, direttore di Start Insight, direttore dell’Osservatorio ReAct e membro esperto della Commissione europea per il contrasto al terrorismo.
- Che cosa ci dice il caso Hannoun, al di là dell’esito giudiziario?
Il punto centrale non è solo l’esito processuale, quanto il modello che viene contestato. Non siamo di fronte a una struttura clandestina classica, ma a un sistema che utilizza infrastrutture formalmente lecite: associazioni regolarmente registrate, campagne di donazione pubbliche, conti correnti ufficiali. È un paradigma che Hamas utilizza da tempo e che ho analizzato anche nel mio libro Gaza Underground: la guerra si combatte nella dimensione sotterranea, ma con strumenti apparentemente trasparenti.
- Quindi la raccolta fondi non avviene nell’ombra?
Esattamente. Spesso parliamo di bonifici tracciabili, donazioni pubbliche, flussi che transitano attraverso canali bancari ordinari. Il problema è che verso queste associazioni non c’è un livello di attenzione adeguato. Il primo passaggio è la raccolta, il secondo è il trasferimento dei fondi verso soggetti riconducibili ad Hamas, anche con passaggi diretti dall’Italia verso l’estero.
- Lei parla di due “pilastri” del sistema. Quali sono?
Il primo è finanziario. Si lega all’associazionismo caritatevole, spesso facendo leva su crisi umanitarie reali o enfatizzate dalla propaganda di Hamas. Dopo determinati eventi si registrano picchi di raccolta fondi. Poi c’è la riallocazione: rotte bancarie complesse, passaggi multipli, transiti frequenti dalla Turchia, che riconosce Hamas come soggetto politico. Una commistione anomala di contante e bonifici rende difficile risalire alla destinazione finale.
- E il secondo pilastro?
È quello organizzativo e politico. Serve a garantire una copertura istituzionale attraverso reti ombrello e relazioni transnazionali. In Europa esistono associazioni che costruiscono una narrazione funzionale alla legittimazione di Hamas, mascherandola come sostegno alla causa palestinese. Qui entra in gioco la guerra cognitiva, nella quale Hamas beneficia anche del supporto iraniano.
- La procura di Genova ha contestato in particolare il canale del contante. Milioni di euro. Perché è così rilevante?
Perché è il più opaco. Nella fase iniziale dell’inchiesta si parla di denaro raccolto in contanti e trasferito illecitamente, brevi manu, per sostenere Hamas. È il canale che sfugge maggiormente ai controlli ed è quello che, storicamente, porta i fondi direttamente all’organizzazione terroristica.
- Quanto pesa il contesto politico e militante occidentale in questo schema?
Molto. Sono preoccupato dal fatto che una parte della sinistra occidentale abbia progressivamente sposato frange estremiste, facendole diventare parte integrante del movimento pro Pal. Askatasuna è un emblema: vecchio e nuovo antagonismo che si saldano con lotte locali, dal No Tav alle mobilitazioni pro Palestina.
- Non tutta la sinistra ha assunto queste posizioni però.
C’è una sinistra moderata che mantiene una posizione coerente di tutela, dialogo e amicizia verso ebrei e Israele. Ma la sinistra progressista tende spesso a convergere con le frange più rivoluzionarie e violente. In Italia questo è evidente: il Pd e il centrosinistra mostrano derive che io definisco senza ambiguità antisemite. Il caso di Torino è allarmante: l’amministrazione ha di fatto sposato le istanze politiche di Askatasuna, fortemente legate al mondo pro Pal.
- Esiste un legame tra il movimento pro Pal e quelli che sono scesi in piazza a sostegno del dittatore venezuelano Maduro?
Certo che c’è una convergenza di intenti tra movimenti pro Pal e pro Maduro. La Cgil ha aderito a una manifestazione proclamando uno sciopero generale su richiesta dell’Associazione Palestinesi Italia (Api). A quello sciopero hanno aderito i centri sociali, e da lì sono scaturite violenze: danneggiamenti a treni, aeroporti, infrastrutture.
- Questo è dissenso o qualcos’altro?
Questo è terrorismo. Non è dissenso. È uno scenario estremamente preoccupante per la sicurezza interna. Abbiamo visto anche il coinvolgimento dei cosiddetti “maranza” nelle spaccate durante le manifestazioni: azioni mirate, non casuali. Sullo sfondo c’è l’Iran, con la sua propaganda e la sua capacità di influenzare e orientare questi movimenti.
- Come si contrasta tutto questo?
Serve una risposta multilivello: intelligence finanziaria più efficace, maggiore attenzione sull’associazionismo, contrasto alla propaganda e alla guerra cognitiva. Ma serve soprattutto chiarezza politica: distinguere tra legittimo sostegno umanitario e supporto, diretto o indiretto, a un’organizzazione terroristica. Senza ambiguità.
(Formiche.net, 10 gennaio 2026)
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“Ritorno a casa” è la parola dell’anno scelta dall’Accademia della Lingua Ebraica
di Jacqueline Sermoneta
La parola simbolo del 2025 è “habaita”, che in ebraico significa “ritorno a casa” o “verso casa”. A renderlo noto l’Accademia della Lingua Ebraica, che annualmente invita gli utenti, attraverso una votazione online, a suggerire termini capaci di riassumere i mesi trascorsi, selezionando poi dieci parole candidate. Tra queste, “habaita” ha ottenuto il maggior numero di preferenze, conquistando il 25% dei voti.
Il termine è stato scelto per il suo forte valore simbolico ed emotivo per il 2025, legato al ritorno a casa di tutti gli ostaggi vivi e delle salme (l’unica ancora non rientrata in Israele è quella del sergente maggiore della polizia di frontiera, Ran Gvili), degli sfollati e dei soldati.
Al secondo posto si è classificata l’espressione “intelligenza artificiale”, con il 15,2% dei voti, seguita da “tikva” (“speranza”), che ha raccolto il 14,6%.
Fra le altre parole segnalate, ciascuna con una percentuale compresa tra il 5% e l’8%, figurano “leva obbligatoria”, “indagine”, “trauma”, “normalizzazione”, “Rising Lion”, “rimpatriati” e “riabilitazione”, riflesso di un altro anno segnato dal conflitto.
La scelta di “habaita” segna un cambio di tono rispetto all’anno precedente. Nel 2024, infatti, la parola dell’anno è stata “hatufim” (“ostaggi”), simbolo del trauma nazionale seguito all’attacco del 7 ottobre. Nel 2023, proprio a causa dello shock collettivo provocato dai terribili eventi di ottobre, non è stata proclamata alcuna parola.
Negli anni precedenti, invece, erano stati scelti termini molto diversi: nel 2022 “bolan” (“crollo”, “crisi”), nel 2021 “tirlul”, neologismo che indica un tradizionale grido celebrativo nei matrimoni mediorientali, e nel 2020, in piena pandemia, “matosh” (“tampone”).
L’iniziativa rientra nelle celebrazioni della Giornata della Lingua Ebraica, che si tiene il 21 del mese ebraico di Tevet, anniversario della nascita di Eliezer Ben-Yehuda (1858-1922), figura centrale nella rinascita dell’ebraico come lingua parlata moderna. La ricorrenza è stata istituita ufficialmente dalla Knesset nel 2012.
(Shalom, 9 gennaio 2026)
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Alyah e demografia in Israele: indicatori da non trascurare
Mentre l'antisionismo si confonde sempre più con l'antisemitismo, la drammatica situazione all'interno dello Stato ebraico pone nuove sfide ai candidati all'immigrazione.
di Stéphanie Bitan
«Le autorità australiane, che hanno definito l'attentato “antisemita” e “terroristico”, hanno dichiarato che l'attacco mirava a seminare il panico tra gli ebrei del Paese, ma finora hanno fornito pochi dettagli sulle motivazioni profonde degli aggressori». Ecco come l'agenzia France Presse (AFP) descrive, tre giorni dopo i fatti, ovvero il 17 dicembre, la strage compiuta a Bondi Beach che ha preso di mira l'accensione delle candele durante la festa ebraica di Hanukkah, causando 15 morti e decine di feriti.
E se copiate e incollate questo passaggio su Google, lo troverete ovunque... Inqualificabile. Inimmaginabile eppure vero.
Ma non sono solo le agenzie di stampa o i gruppi giornalistici come la BBC a non riuscire o semplicemente a rifiutarsi di vedere la realtà.
“Sono qui stasera per dire, a voce alta e chiara, che l'oscurità non avrà l'ultima parola”, ha dichiarato il rabbino Yehoram Ulman durante una cerimonia in onore delle vittime, tra cui suo genero Eli Schlanger. Per mantenere questa promessa: “la decisione quotidiana di respingere l'oscurità, una fiamma alla volta”.
Il rabbino Yehoram Ulman, suocero del rabbino Eli Schlanger, vittima della sparatoria di massa a Bondi Beach, mentre parla al suo funerale, in una sinagoga di Bondi, a Sydney, in Australia, il 17 dicembre 2025. (Credito: Mark Baker/Pool/AP Photo)
Ma gli hanukkiah hanno continuato a essere vandalizzati e le mezuzah sono state strappate dai frontoni delle porte a Toronto.
Recentemente, un tribunale è arrivato al punto di ritenere che l'avvelenamento di una famiglia ebrea di Levallois-Perret da parte della tata che si occupava dei tre bambini e che affermava di averlo fatto “perché hanno soldi e potere, non avrei mai dovuto lavorare per un'ebrea”, non fosse antisemitismo... Inqualificabile. Inimmaginabile eppure vero.
Le difese stanno crollando, sempre più democratici americani voltano le spalle allo Stato ebraico, la destra è ridotta quasi a un gruppo di podcaster che moltiplicano le teorie del complotto e, per coronare il tutto, un sindaco apertamente anti-Israele, che ha orgogliosamente invocato la «globalizzazione dell'Intifada», è ora a capo di New York, il secondo centro ebraico al mondo dopo Israele. Inqualificabile. Impensabile eppure vero.
Gli ebrei sono “sionisti”, “zio” da evitare a tutti i costi. E alcuni ebrei stessi si precipitano sui social network per dire che non sono ‘sionisti’, che odiano il “genocida” Benjamin Netanyahu e/o l'esercito israeliano, a scelta.
• “We will dance again”? Quando esattamente?
Sembra che non sia stata imparata alcuna lezione: gli israeliani continuano a essere presi di mira all'estero. Non possono né organizzare un festival di danza in Thailandia, né scendere da una nave attraccata al porto di Agios Nikolaos, sull'isola di Creta.
In Germania, Anna Frank viene raffigurata con un kefiah nell'ambito di una mostra a dir poco controversa.
In Spagna, oltre alle numerose sanzioni contro Israele e a un governo ferocemente contrario allo Stato ebraico, ora si sta creando “una mappa collaborativa dell'economia sionista di Barcellona”.
In Savoia, una turista ha urlato agli ebrei venuti a sciare di fare discrezione «soprattutto dopo quello che è successo in Australia». All'aeroporto di Roissy, un bambino ebreo che giocava con una console è stato invitato a ballare «per liberare la Palestina» mentre veniva chiamato «maiale». Nella Saona e Loira, Grégory Violland, 20 anni, ha ritenuto opportuno fare il saluto nazista davanti al cartello del comune chiamato Juif, vedendo nel suo gesto «un lato ironico»... Inqualificabile. Inimmaginabile eppure vero.
E ci si stupisce del balzo del 45% nelle cifre dell'alyah proveniente dalla Francia. Mi aspettavo di più, voi no?
Ora, se tutti hanno parlato dell'aumento dell'immigrazione in Israele proveniente da alcuni paesi occidentali, Israele non attrae più come prima, nonostante i numerosi sforzi compiuti dal ministro Ofir Sofer.
Inoltre, un nuovo rapporto del Centro Taub rivela che il tasso di crescita demografica di Israele dovrebbe scendere sotto l'1% per la prima volta nella sua storia quest'anno, attestandosi allo 0,9%.
Lo studio indica che il tasso di crescita è già sceso due volte al di sotto dell'1,5% nella storia di Israele, entrambe le volte all'inizio degli anni '80.
Secondo lo stesso rapporto, il tasso di crescita eccezionalmente basso di quest'anno è dovuto principalmente al saldo migratorio di Israele, poiché i dati mostrano che il numero di persone che lasciano il Paese è superiore a quello delle persone che vi arrivano.
Nel 2024, 82.700 israeliani hanno lasciato il Paese, circa 50.000 in più rispetto al numero di immigrati arrivati in Israele, e questa tendenza dovrebbe continuare, hanno osservato i demografi.
I tassi di natalità, storicamente elevati in Israele rispetto ai paesi occidentali, sono rimasti stabili, mentre il tasso di mortalità sta aumentando lentamente, secondo il rapporto Taub.
Se a questo si aggiunge la fuga dei cervelli, il costo della vita esorbitante e una situazione politica catastrofica in cui il governo è concentrato esclusivamente sulla propria sopravvivenza invece di rispondere alle esigenze legittime e più che urgenti dell'esercito, del sistema giudiziario e dei cittadini, il 32% dei quali ha dichiarato di aver bisogno di sostegno psicologico, questa tendenza dovrebbe davvero continuare.
Mentre i primi immigrati [«olim» in ebraico] in Israele nel 2026 provenivano dall'Australia, le famiglie delle vittime della strage di Bondi Beach hanno recentemente chiesto al loro primo ministro Anthony Albanese (che ritiene che l'attacco sia legato a un problema di legislazione sulle armi da fuoco) di istituire una commissione reale federale per indagare su “il rapido aumento dell'antisemitismo” nel Paese noto per essere una terra di accoglienza per gli ebrei dalla fine del XIX secolo, ma non dal 7 ottobre.
Diciassette famiglie gli chiedono quindi di «istituire immediatamente una Commissione reale del Commonwealth sul rapido aumento dell'antisemitismo in Australia» e di esaminare «le carenze delle forze dell'ordine, dei servizi segreti e della politica che hanno portato al massacro di Bondi Beach».
In Australia, le commissioni reali sono comitati di inchiesta pubblica di alto livello con ampi poteri per trattare casi di corruzione, pedocriminalità o protezione dell'ambiente.
“Ci dovete delle risposte. Ci dovete delle spiegazioni. E dovete la verità agli australiani”, hanno scritto queste famiglie, ricordando che l'aumento dell'antisemitismo rappresenta una “crisi nazionale” e una “minaccia persistente”.
Una richiesta quanto mai giustificata, che ne ricorda un'altra: in Israele, il primo ministro si rifiuta categoricamente di creare una commissione degna di questo nome per indagare sulle imperdonabili mancanze che hanno portato al pogrom del 7 ottobre, uccidendo più di 1.200 persone e rapendo altre 251 - il peggior massacro di ebrei dalla Shoah.
(The Times of Israël, 8 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 19
Saul attenta alla vita di Davide. Fuga di Davide
- Saul confidò a Gionatan, suo figlio, e a tutti i suoi servi, che voleva far morire Davide. Ma Gionatan, figlio di Saul, che voleva un gran bene a Davide, informò Davide della cosa e gli disse: “Saul, mio padre, cerca di farti morire; ora dunque, ti prego, sta' in guardia domani mattina, rimani in un luogo segreto e nasconditi. Io uscirò e starò accanto a mio padre, nel campo dove sarai tu; parlerò di te a mio padre, vedrò come vanno le cose e te lo farò sapere”. Gionatan dunque parlò a Saul, suo padre, in favore di Davide e gli disse: “Il re non pecchi contro il suo servo, contro Davide, perché egli non ha peccato contro di te, anzi il suo servizio ti è stato di grande utilità. Egli ha messo la propria vita a repentaglio, ha ucciso il Filisteo e l'Eterno ha operato una grande liberazione in favore di tutto Israele. Tu l'hai visto e te ne sei rallegrato; perché dunque dovresti peccare contro il sangue innocente, facendo morire Davide senza ragione?”.
- Saul diede ascolto alla voce di Gionatan e fece questo giuramento: “Com'è vero che l'Eterno vive, egli non morirà!”. Allora Gionatan chiamò Davide e gli riferì tutto questo. Poi Gionatan ricondusse Davide da Saul ed egli rimase al suo servizio come prima.
- Ricominciò di nuovo la guerra; e Davide uscì a combattere contro i Filistei, inflisse loro una grave sconfitta e quelli fuggirono davanti a lui. E uno spirito cattivo, permesso dall'Eterno, si impossessò di Saul. Egli sedeva in casa sua avendo in mano una lancia e Davide stava suonando l'arpa. Saul cercò di inchiodare Davide al muro con la lancia, ma Davide schivò il colpo e la lancia andò a conficcarsi nel muro. Davide fuggì e si mise in salvo in quella stessa notte.
- Saul inviò dei messaggeri a casa di Davide per tenerlo d'occhio e farlo morire la mattina dopo; ma Mical, moglie di Davide, lo informò della cosa, dicendo: “Se in questa stessa notte non ti salvi la vita, domani sei morto”. E Mical calò Davide da una finestra ed egli se ne andò, fuggì, e si mise in salvo. Poi Mical prese l'idolo domestico e lo pose nel letto; gli mise in testa un cappuccio di pelo di capra e lo coprì con un mantello. Quando Saul inviò dei messaggeri a prendere Davide, lei disse: “È malato”.
- Allora Saul inviò di nuovo i messaggeri perché vedessero Davide, e disse loro: “Portatemelo nel letto, perché io lo faccia morire”. E quando giunsero i messaggeri, ecco che nel letto c'era l'idolo domestico con in testa un cappuccio di pelo di capra. E Saul disse a Mical: “Perché mi hai ingannato così e hai dato modo al mio nemico di fuggire?”. Mical rispose a Saul: “È lui che mi ha detto: 'Lasciami andare; altrimenti ti ammazzo!'”.
- Davide dunque fuggì, si mise in salvo, e andò da Samuele a Rama e gli raccontò tutto quello che Saul gli aveva fatto. Poi, lui e Samuele andarono a stare a Naiot. Ciò fu riferito a Saul, dicendo: “Ecco, Davide è a Naiot, presso Rama”.
- Allora Saul inviò dei messaggeri per prendere Davide; ma quando questi videro l'assemblea dei profeti che profetizzavano, con Samuele che teneva la presidenza, lo Spirito di Dio investì i messaggeri di Saul che si misero a profetizzare anche loro. Ne informarono Saul, che inviò altri messaggeri, i quali pure si misero a profetizzare. Saul ne mandò ancora per la terza volta, e anche questi si misero a profetizzare.
- Allora si recò egli stesso a Rama e, giunto alla grande cisterna che è a Secu, chiese: “Dove sono Samuele e Davide?”. Gli fu risposto: “Ecco, sono a Naiot, presso Rama”. Egli andò dunque là, a Naiot, presso Rama; e lo Spirito di Dio investì anche lui; ed egli continuò il suo viaggio, profetizzando, finché giunse a Naiot, presso Rama. Anche lui si spogliò delle sue vesti, anche lui profetizzò alla presenza di Samuele e rimase steso per terra nudo tutto quel giorno e tutta quella notte. Da qui viene il detto: “Saul è anche lui tra i profeti?”.
(Notizie su Israele, 9 gennaio 2026)
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Israele-Giappone: un riscaldamento diplomatico segnato dalla visita di un'importante delegazione parlamentare
Le relazioni tra Israele e Giappone stanno vivendo un netto riscaldamento, come dimostrano la visita in Israele di una delegazione parlamentare giapponese di portata senza precedenti e l'imminente annuncio di un viaggio del ministro degli Esteri giapponese.
In vista della visita ufficiale del capo della diplomazia giapponese, Toshimitsu Motegi, prevista per domenica, quindici membri del Parlamento giapponese hanno soggiornato questa settimana in Israele. Si tratta della più importante delegazione di parlamentari giapponesi mai ricevuta nel Paese e, per la maggior parte di loro, di una prima visita.
I parlamentari hanno incontrato diversi leader israeliani di primo piano, tra cui il presidente Isaac Herzog, il primo ministro Benjamin Netanyahu, il presidente della Knesset Amir Ohana e il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar. L'obiettivo dichiarato: approfondire la cooperazione bilaterale e comprendere meglio le sfide di sicurezza che Israele deve affrontare.
Uno dei momenti salienti del viaggio è stata la visita ai luoghi colpiti dall'attacco del 7 ottobre, in particolare il kibbutz Kfar Aza e il sito del festival Nova. I parlamentari hanno incontrato i sopravvissuti e hanno assistito, di propria iniziativa, alla proiezione di immagini che documentano le violenze, un'esperienza descritta come profondamente significativa da diversi membri della delegazione. Si sono recati anche a Yad Vashem, il memoriale della Shoah.
Sul piano politico, Tokyo continua ad adottare una linea considerata equilibrata da Gerusalemme. L'anno scorso, il Giappone non si è unito al riconoscimento di uno Stato palestinese da parte di alcuni paesi del G7, nonostante le pressioni internazionali. Il nuovo governo giapponese, in carica da ottobre, sembra voler rafforzare ulteriormente i legami con Israele.
Questa dinamica si riflette anche sul piano civile ed economico: partecipazione israeliana di rilievo all'Esposizione Universale di Osaka, aumento degli scambi turistici e successo dei voli diretti tra i due paesi. Tutti segnali di un partenariato destinato a rafforzarsi in modo duraturo.
(i24, 9 gennaio 2026)
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Iran – Proteste e pressione esterna: analisti israeliani invitano alla cautela
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Una manifestazione anti-regime a Mashhad
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Il regime di Teheran tenta di delegittimare in ogni modo le proteste che attraversano l’Iran e che hanno raggiunto il dodicesimo giorno consecutivo. Dopo aver chiamato in causa Stati Uniti e Israele come presunti registi delle rivolte, la Guida suprema Ali Khamenei alza il tiro contro i manifestanti, accusandoli di voler «compiacere» il presidente Usa Donald Trump. Una linea che mira a screditare centinaia di migliaia di dimostranti e a ricondurre il malcontento interno a una cospirazione esterna, mentre nelle strade le mobilitazioni si allargano e a Gerusalemme, al contrario, prevale la cautela. Secondo l’emittente Kan, alti funzionari israeliani invitano a mantenere il silenzio, per non offrire al regime iraniano l’alibi di un’ingerenza straniera e legittimare una repressione più dura.
A suggerire prudenza sull’evoluzione della situazione iraniana sono anche alcuni analisti intervistati dalla testata israeliana Yedioth Ahronoth. Questa ondata di proteste, pur inserendosi in un contesto del tutto nuovo – segnato dalla pressione esterna degli Stati Uniti e dai colpi inferti da Israele al regime di Teheran – non raggiunge ancora, per ampiezza e capacità di mobilitazione, i livelli delle rivolte precedenti. Come osserva Meir Litvak, storico dell’Iran e direttore del Centro di studi iraniani dell’Università di Tel Aviv, «l’attuale ondata di protesta in Iran non è la più dura» degli ultimi decenni, e quella del 2022-2023 era stata più vasta e sanguinosa. Un dato che invita a distinguere tra intensità del malcontento e possibilità concreta di un cambio di regime.
Il nodo centrale resta l’assenza di una guida politica alternativa all’attuale potere degli ayatollah. «In Iran c’è libertà di espressione, ma non c’è libertà dopo essersi espressi», spiega Lior Sternfeld, storico israeliano e docente alla Pennsylvania State University. La repressione immediata, sottolinea Sternfeld, rende quasi impossibile la formazione di una leadership di opposizione organizzata. Non a caso, aggiunge Sternfeld, «la protesta è spontanea, simultanea e senza una regia», con mobilitazioni che si sviluppano in contesti sociali e geografici molto diversi senza convergere, almeno per ora, in una piattaforma politica comune. D’altra parte, prosegue lo storico, «anche se l’attuale protesta dovesse spegnersi, i problemi di fondo restano» e «ogni ondata di rivolte riparte da dove si è fermata la precedente».
Per Sima Shine, già a capo della Divisione ricerca del Mossad, la novità di questo ciclo di rivolte è la pressione esterna. «La protesta interna è un fenomeno noto, che il regime sa reprimere con la forza», spiega l’ex analista del Mossad, ma a Teheran c’è «una preoccupazione autentica» che Israele e Stati Uniti «possano approfittare della debolezza attuale» per colpire obiettivi sensibili, in particolare «siti nucleari o missilistici». Questo timore, aggiunge Shine, alimenta il rischio di scelte azzardate: «Può passare per la testa degli iraniani l’idea di un colpo preventivo contro Israele», soprattutto attraverso «missili a lungo raggio, che si sono dimostrati il mezzo più efficace nell’ultimo scontro». Ma è una tentazione frenata dalla consapevolezza che «una mossa del genere provocherebbe un colpo devastante» e potrebbe «portare davvero alla fine del regime».
(moked, 9 gennaio 2026)
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Responsabile per l'antisemitismo: «Non vedo perché dovrei lasciarmi intimidire»
La notte stessa dell'aggressione, la sua famiglia lo ha incoraggiato a continuare il suo lavoro, racconta Andreas Büttner. «Mi hanno detto che dovevo andare avanti. Anzi, che dovevo alzare ancora di più la voce», ha dichiarato in un'intervista al «Tagesspiegel».
Dopo l'incendio doloso alla sua abitazione e la successiva minaccia di morte, Andreas Büttner, incaricato della lotta all'antisemitismo nel Brandeburgo, si mostra determinato e irremovibile. Non intende lasciarsi intimidire, ha dichiarato Büttner in un'intervista al «Tagesspiegel». Ha definito quanto gli è accaduto un attacco alle istituzioni democratiche. « Non vedo perché dovrei lasciarmi spaventare da persone del genere".
Nella notte tra sabato e domenica, un edificio annesso alla sua proprietà a Templin, nell'Uckermark, è stato dato alle fiamme. Büttner ha raccontato di essersi addormentato nel soggiorno nella tarda serata di sabato e di essersi svegliato verso le tre del mattino per il rumore di un vetro che si rompeva alla porta d'ingresso. Guardando fuori, ha visto che il magazzino era in fiamme.
Ha immediatamente avvertito la sua famiglia. La situazione era particolarmente drammatica perché suo figlio maggiore stava ancora cercando di spegnere l'incendio con un secchio. «Gli ho gridato: fermati. Non so se ci sono ancora persone nella proprietà». I vigili del fuoco sono arrivati circa dieci minuti dopo la chiamata di emergenza e hanno recuperato due taniche di benzina e una bombola di gas dall'edificio in fiamme. Ciononostante, ci sono volute più di due ore per spegnere completamente l'incendio.
• «Sono ancora vivo»
Mentre la famiglia aspettava al freddo davanti alla casa, ha scoperto un triangolo rosso sulla porta d'ingresso. «Allora ho capito: ora sono anch'io un bersaglio». Il simbolo è utilizzato dall'organizzazione terroristica palestinese Hamas per contrassegnare gli obiettivi degli attacchi.
La situazione è particolarmente difficile per il figlio più piccolo, ha detto Büttner nell'intervista al «Tagesspiegel». Il quindicenne ha paura e, a causa di una disabilità mentale, al momento non può rimanere da solo. «Al momento dorme nel letto con mia moglie». Gli altri membri della famiglia hanno superato lo shock relativamente bene. La notte stessa dell'attacco, la sua famiglia lo ha incoraggiato a continuare il suo lavoro. “Mi hanno detto che dovevo andare avanti. Anzi, che dovevo alzare ancora di più la voce.”
Il lunedì dopo l'attentato, Büttner ha ricevuto un'altra minaccia. Nella posta del Landtag ha trovato una busta senza mittente da cui fuoriusciva una polvere bianca e nera. «Ho immediatamente allertato il servizio di sicurezza». La polizia criminale regionale ha aperto la lettera e vi ha trovato una minaccia di morte e nuovamente il simbolo del triangolo. Secondo le informazioni disponibili finora, la polvere è una sostanza innocua. Büttner ha commentato seccamente: «Sono ancora vivo. Quindi va tutto bene».
• La polizia davanti alla porta
Büttner ha spiegato la sua relativa calma con il suo passato professionale. Ha lavorato per 25 anni come agente di polizia a Berlino e ha sviluppato un meccanismo di difesa. «Domenica ho guardato l'incendio doloso dall'alto, come se fosse un intervento». Come si sentirà davvero, forse lo si vedrà solo quando tornerà la calma.
Büttner ha respinto con forza le accuse dell'AfD secondo cui il ministro dell'Interno del Brandeburgo René Wilke non lo avrebbe protetto a sufficienza. Wilke ha reagito molto rapidamente e con empatia, ha detto Büttner. È stata immediatamente disposta una protezione della polizia specifica per l'immobile. «La polizia è davanti alla nostra porta. Questo rassicura anche la mia famiglia». Anche il primo ministro Dietmar Woidke lo ha chiamato più volte.
Büttner ha ricordato che già poco dopo il suo insediamento nel giugno 2024 era stato oggetto di un attacco antisemita. Allora erano state incise sulla vernice della sua auto delle svastiche e una stella di David barrata. Il procedimento era stato successivamente archiviato. “Presumo che qualcuno avesse un problema con me e abbia approfittato della situazione”.
• Kippa o stella di David
Riguardo agli autori degli attacchi attuali, Büttner ha dichiarato al «Tagesspiegel» che finora non ci sono prove certe. Tuttavia, ha osservato che la maggior parte delle minacce contro di lui provengono da ambienti di sinistra e anticolonialisti. «Ho un'opinione chiara e non mi faccio impedire di esprimerla».
Allo stesso tempo ha sottolineato che i reati antisemiti continuano ad essere commessi prevalentemente da estremisti di destra. Tuttavia, l'antisemitismo sta crescendo anche negli ambienti islamisti e di sinistra, nonché nella società civile. Büttner ha descritto la situazione della sicurezza per gli ebrei nel Brandeburgo come tesa. «Sono protetti nella sinagoga, ma non mentre vi si recano».
Dovrebbe essere ovvio poter indossare pubblicamente una kippah o una stella di David. «Se ciò non è possibile, abbiamo un grave problema di antisemitismo».
Nonostante le minacce, intende continuare a svolgere il suo compito. Il suo lavoro è volto a rendere visibile e proteggere la vita ebraica, soprattutto in una regione estesa come il Brandeburgo. «Il mio compito è fare in modo che gli ebrei si sentano a proprio agio e al sicuro qui». Al momento si sente ben protetto dal suo ministero e dalla polizia. Sono allo studio ulteriori misure di sicurezza, ma non vuole rivelarne i dettagli. «Non vogliamo invitare nessuno».
(Jüdische Allgemeine, 9 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele distribuisce migliaia di fucili alle squadre di sicurezza civili
L'iniziativa fa parte di una più ampia strategia di difesa dello Stato basata sulle lezioni apprese dalla guerra durata due anni.
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Fucile Arad prodotto dalla Israel Weapon Industries
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Il Ministero della Difesa e le Forze di Difesa Israeliane hanno completato la distribuzione di migliaia di fucili Arad avanzati alle squadre di pronto intervento in tutto il Paese come parte della strategia di difesa della comunità, ha dichiarato giovedì il ministero.
La distribuzione fa parte di un'iniziativa più ampia del ministero e del Comando delle forze di terra dell'IDF volta a rafforzare le capacità di sicurezza nelle comunità di tutto il paese all'indomani della guerra.
Le armi sono state acquistate dalla Israel Weapon Industries (IWI), un produttore israeliano di armi da fuoco, con un accordo del valore di circa 31 milioni di dollari, ha dichiarato il ministero.
L'accordo include il supporto per la manutenzione per il prossimo decennio, nonché la manutenzione dei mirini ottici Meprolight M5 che possono essere montati sui fucili.
L'Arad è un fucile d'assalto progettato nel 2019 dalla IWI. È prodotto principalmente per l'esportazione, mentre i fucili Tavor di fabbricazione israeliana e M16 di fabbricazione statunitense sono utilizzati dalla maggior parte delle unità di combattimento dell'IDF.
L'iniziativa di armare le squadre di pronto intervento fa parte della più ampia strategia di difesa adottata dal governo all'indomani dell'invasione del Negev nord-occidentale guidata da Hamas il 7 ottobre 2023.
Queste squadre di difesa civile composte da volontari sono state tra le prime a combattere le migliaia di terroristi palestinesi che si sono infiltrati nelle comunità ebraiche lungo il confine con Gaza.
(JNS, 8 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 18
Amicizia tra Gionatan e Davide. Gelosia di Saul 1 Quando Davide ebbe finito di parlare con Saul, l'anima di Gionatan rimase così legata all'anima di Davide, che Gionatan lo amò come l'anima sua. Da quel giorno Saul lo tenne presso di sé e non permise più che egli se ne tornasse a casa di suo padre. E Gionatan fece alleanza con Davide, perché lo amava come l'anima propria. Quindi Gionatan si tolse il mantello che indossava e lo diede a Davide; e così fece con le sue vesti, fino alla sua spada, al suo arco e alla sua cintura. Davide andava e riusciva bene dovunque Saul lo mandava: Saul lo mise a capo della gente di guerra ed egli era gradito a tutto il popolo, anche ai servi di Saul. - All'arrivo dell'esercito, quando Davide faceva ritorno dopo aver ucciso il Filisteo, le donne uscirono da tutte le città d'Israele incontro al re Saul, cantando e danzando al suono dei timpani e dei triangoli e alzando grida di gioia; le donne, danzando, si rispondevano a vicenda e dicevano: “Saul ha ucciso i suoi mille, e Davide i suoi diecimila”. Saul si irritò moltissimo; quelle parole gli dispiacquero, e disse: “Ne attribuiscono diecimila a Davide, e a me non ne attribuiscono che mille! Non gli manca altro che il regno!”. E Saul, da quel giorno in poi, guardò Davide di mal occhio.
- Il giorno dopo, un cattivo spirito, permesso da Dio, si impossessò di Saul che era come fuori di sé in mezzo alla casa, mentre Davide suonava l'arpa, come era solito fare tutti i giorni. Saul aveva in mano la sua lancia; e la scagliò, dicendo: “Inchioderò Davide al muro!”. Ma Davide schivò il colpo per due volte. Saul aveva paura di Davide, perché l'Eterno era con lui e si era ritirato da Saul; perciò Saul lo allontanò da sé e lo fece capitano di mille uomini; ed egli andava e veniva alla testa del popolo. Davide riusciva bene in tutte le sue imprese, e l'Eterno era con lui. Quando Saul vide che egli riusciva splendidamente, cominciò ad avere timore di lui; ma tutto Israele e Giuda amavano Davide, perché andava e veniva alla loro testa.
- Saul disse a Davide: “Ecco Merab, la mia figlia maggiore, io te la darò in moglie; soltanto sii valoroso per me, e combatti le battaglie dell'Eterno”. Ora Saul diceva tra sé: “Non sia la mia mano che lo colpisca, ma sia la mano dei Filistei”. Ma Davide rispose a Saul: “Chi sono io, che cos'è la vita mia, e che cos'è la famiglia di mio padre in Israele, perché io debba essere genero del re?”. Quando Merab, figlia di Saul, doveva essere data a Davide, fu invece data in sposa ad Adriel di Meola.
- Ma Mical, figlia di Saul, amava Davide; lo riferirono a Saul, e la cosa gli piacque. E Saul disse: “Gliela darò, perché sia per lui un'insidia ed egli cada sotto la mano dei Filistei”. Saul dunque disse a Davide: “Oggi, per la seconda volta, tu puoi diventare mio genero”. Poi Saul diede quest'ordine ai suoi servitori: “Parlate in segreto a Davide, e ditegli: 'Ecco, tu sei nelle grazie del re, e tutti i suoi servi ti amano, diventa dunque genero del re'”. I servi di Saul riportarono queste parole a Davide. Ma Davide replicò: “Vi sembra cosa da poco diventare genero del re? Io sono povero e di umile condizione”. I servi riferirono a Saul: “Davide ha risposto così e così”. E Saul disse: “Dite così a Davide: 'Il re non chiede dote; ma domanda cento prepuzi di Filistei, per fare vendetta dei suoi nemici'”. Ora Saul aveva in animo di far cadere Davide nelle mani dei Filistei.
- I servitori dunque riferirono quelle parole a Davide, e a Davide piacque di diventare genero del re in questo modo. Prima del termine fissato Davide si alzò, partì con la sua gente, uccise duecento uomini dei Filistei, portò i loro prepuzi e ne consegnò il numero preciso al re, per diventare suo genero. E Saul gli diede per moglie Mical, sua figlia. Saul vide e riconobbe che l'Eterno era con Davide; e Mical, figlia di Saul, lo amava. Saul continuò più che mai a temere Davide, e gli fu sempre nemico.
- Ora i prìncipi dei Filistei uscivano a combattere; e ogni volta che uscivano, Davide riusciva meglio di tutti i servi di Saul, così che il suo nome divenne molto famoso.
(Notizie su Israele, 8 gennaio 2026)
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Accordi Siria–Israele: intelligence condivisa, piste da sci, e normalizzazione senza riconoscimento
Israele e Siria stanno avviando una forma di normalizzazione funzionale che salta la fase del riconoscimento reciproco, politicamente troppo costosa per Ahmed al-Sharaa, e passa direttamente alla gestione pratica del territorio e della sicurezza. Questo processo non corrisponde alla “pace calda” degli Accordi di Abramo, ma configura un nuovo modello di condominio forzato, promosso sotto l’egida di Trump, in cui — in pieno stile trumpiano — business, sicurezza e intelligence sostituiscono i trattati diplomatici formali.
di Sofia Tranchina
Il quinto round di colloqui riservati tra Siria e Israele si è svolto a Parigi il 6 gennaio, dopo mesi di paralisi negoziale. Due giorni di incontri a porte chiuse, mediati dagli Stati Uniti, si sono conclusi con comunicati improntati a un cauto ottimismo.
Dietro il linguaggio misurato della diplomazia, però, è emerso un nuovo paradigma di convivenza forzata, che aggira la politica e la sostituisce con una combinazione di sicurezza operativa e interesse economico. I due Paesi — formalmente in guerra dal 1948 — non hanno discusso soltanto di de-escalation militare, ma anche di cooperazione tecnologica avanzata: data center, impianti farmaceutici e infrastrutture strategiche.
A rappresentare Damasco erano presenti il ministro degli Esteri Asaad al-Shaibani e il capo dell’intelligence Hussein al-Salama; per Israele, l’ambasciatore a Washington Yechiel Leiter, il segretario militare del primo ministro Roman Gofman e il capo ad interim del Consiglio di Sicurezza Nazionale Gil Reich. A rendere esplicita la natura dell’incontro è stata però la composizione della delegazione americana, che includeva figure tipiche del mondo dei grandi deal: Thomas J. Barrack Jr., inviato speciale per Siria e Libano, affiancato da Jared Kushner e Steve Witkoff. Una presenza che ha segnalato fin dall’inizio come l’obiettivo fosse proprio la progettazione di una gestione funzionale del conflitto.
• Il confine come asset
I colloqui avrebbero dovuto concentrarsi sulla riattivazione dell’Accordo di Disimpegno del 1974 e sul ritiro israeliano alle linee precedenti all’8 dicembre 2024. In realtà, secondo quanto riportato da Axios e dal giornalista israeliano Amit Segal, la trattativa ha rapidamente deviato verso il terreno economico.
Sul tavolo è emersa la proposta di creare una vasta zona economica congiunta lungo l’attuale fascia demilitarizzata: un corridoio che includerebbe un oleodotto, un grande parco eolico, impianti farmaceutici, data center e persino una stazione sciistica. Il piano prometterebbe alla Siria un aumento del PIL di circa 4 miliardi di dollari — pari a un balzo del 20 per cento —, 800 megawatt aggiuntivi di capacità energetica, 15.000 nuovi posti di lavoro e una riduzione del 40 per cento della dipendenza da farmaci importati. Per Israele, significherebbe trasformare una zona cuscinetto instabile in un corridoio economico controllabile.
Accettare di discutere persino della eventuale costruzione di una stazione sciistica o di un impianto farmaceutico lungo l’attuale linea di separazione implicherebbe l’accettazione da parte di Damasco dello status quo territoriale, ovvero accantonare la pretesa di riportare il confine alle linee precedenti al 1967 sulle Alture del Golan. Non è una rinuncia formale, ma una gerarchia di fatto: il PIL prima del territorio.
La dichiarazione congiunta non chiarisce se Israele si impegnerà a sospendere ulteriori attacchi. La proposta avanzata da Washington è piuttosto un freeze: congelare le attività militari di entrambe le parti nelle posizioni attuali, in attesa di definire i dettagli all’interno di una struttura di coordinamento comune.
Il conflitto cambia così linguaggio. Il confine conteso non è più trattato come una ferita storica, ma come un asset sottoutilizzato. Il business non accompagna la pace: la sostituisce.
La cooperazione economica può essere un incentivo alla stabilizzazione e, in molti casi, contribuisce a sostenere accordi di pace fragili. Qui, però, il processo procede al contrario: le due parti stanno saltando la parte politica per passare direttamente a quella operativa. Il paradosso è evidente. Si delinea una cooperazione avanzata in assenza di legittimazione politica. Damasco continua a non riconoscere ufficialmente Israele — un passo che costerebbe troppo capitale politico ad al-Sharaa — e non aderisce agli Accordi di Abramo; lo stato di guerra formale resta in vigore.
Eppure, secondo una dichiarazione congiunta diffusa al termine dei colloqui, Stati Uniti, Israele e Siria hanno concordato non solo la de-escalation militare e opportunità commerciali, ma anche l’istituzione di una cellula di comunicazione permanente per la condivisione continuativa di intelligence. Washington avrebbe inoltre proposto una struttura di coordinamento trilaterale ad Amman per supervisionare la sicurezza nel sud della Siria e gestire il ritiro israeliano. Secondo una fonte di i24news, è allo studio anche l’apertura di un ufficio di collegamento israeliano a Damasco, purché privo di status diplomatico.
Tutto funziona come se la pace esistesse, senza che la pace venga mai dichiarata.
• Accordi senza riconoscimenti
Il modello siriano non è una replica degli Accordi di Abramo, che prevedevano riconoscimento formale, relazioni diplomatiche piene e una “pace calda” con Emirati e Bahrein. Qui accade l’opposto: nessun riconoscimento, nessuna adesione, nessuna foto ufficiale.
La differenza è innanzitutto interna. I regimi del Golfo non rischiavano una rivolta per aver normalizzato con Israele. Ahmed al-Sharaa sì. Ex jihadista — noto come al-Jolani e continuamente etichettato come tale dalla stampa internazionale — oggi guida un Paese devastato, attraversato da una propaganda antisraeliana radicata e da una profonda diffidenza verso qualsiasi apertura. Un riconoscimento formale imploderebbe la sua già fragile legittimità.
Lo sforzo di al-Sharaa di adottare un approccio più conciliante rispetto all’intransigenza di Assad non risponde solo alla necessità, ma a una strategia di riabilitazione internazionale. La cooperazione tecnica con Israele, purché resti non formalizzata, diventa uno strumento per ottenere credito politico a Washington e in Europa e per smarcarsi dal passato jihadista senza pagarne il prezzo interno.
Per questo la cooperazione avanza come un segreto di Pulcinella: tutti sanno, nessuno legittima. Mentre funzionari israeliani progettano impianti eolici in territorio siriano, lungo il confine attorno a Quneitra continuano incursioni militari, vittime e instabilità, e cattivi presagi si addensano in nubi grigie.
Il filo rosso che tiene insieme il processo è la privatizzazione della diplomazia. Non si tenta di risolvere il contenzioso storico, ma di renderlo economicamente irrilevante. La diplomazia dei principi viene sostituita da quella del portafoglio: se la guerra diventa un pessimo investimento, l’ideologia può passare in secondo piano.
• Il nuovo (dis)ordine
Questo approccio è la conseguenza diretta della fine dell’ordine post-1974, fondato su una deterrenza statica e su una separazione fisica garantita dall’ONU. Con la caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, quell’equilibrio si è dissolto. La Siria non è più uno Stato-nemico prevedibile, ma un’entità fragile, permeabile, potenzialmente ingestibile.
L’Accordo di Disimpegno del 1974, che aveva istituito una zona cuscinetto ONU sulle Alture del Golan — conquistate da Israele nel 1967 e annesse unilateralmente, con riconoscimento solo statunitense — è stato dichiarato temporaneamente nullo da Israele, che citando un vuoto di potere ha avviato un’occupazione preventiva: truppe dell’IDF fino a 15 chilometri all’interno del territorio siriano, sequestri di armi e centinaia di attacchi aerei, incluso un raid a luglio nei pressi del palazzo presidenziale di Damasco che ha danneggiato il Ministero della Difesa. Per Israele la stabilità non può più essere garantita da una linea di cessate il fuoco, ma solo dalla gestione attiva del territorio oltre il confine.
Ahmed al-Sharaa continua a dichiarare di rispettare l’armistizio ereditato, pur denunciando le violazioni israeliane. In un’intervista al Washington Post ha accusato Israele di voler seminare il «caos» in Siria e ha ironizzato sulla logica della sicurezza a cascata: Israele occupa il Golan per proteggersi, il sud della Siria per proteggere il Golan, e «di questo passo arriveranno a Monaco».
Al-Sharaa sostiene che Damasco debba mantenere il controllo militare del sud del Paese perché, se quel territorio venisse usato per lanciare attacchi contro Israele, la rappresaglia colpirebbe l’intera Siria. La logica è coerente. Il problema è l’apparato chiamato a garantirla.
Nella corsa a riempire il vuoto post-Assad, il nuovo potere ha arruolato in massa ex ribelli e combattenti di milizie disparate, inclusi ex jihadisti dell’ISIS, spesso senza adeguati controlli di background. Come ha osservato l’analista Amine Ayoub, la priorità è stata «la stabilità a qualsiasi costo», privilegiando la quantità sulla coesione. Il risultato è un esercito eterogeneo e fragile, potenzialmente permeabile all’islamismo radicale.
Questo rappresenta un rischio anche per al-Sharaa: se perde il controllo delle sue forze, perde anche la protezione americana. Ma è soprattutto una minaccia per Israele, che teme l’azione di soldati regolari con accesso ad armi e basi, capaci e magari intenzionati a colpire autonomamente. In questa prospettiva, a Gerusalemme è apparsa più razionale una strategia cautelare di indebolimento del potere centrale siriano, accompagnata dal rafforzamento di attori locali come drusi e curdi, anche mentre i negoziati proseguivano.
Fidarsi ciecamente sarebbe una scommessa troppo rischiosa. La Siria, dal canto suo, continua a rivendicare il rispetto della propria sovranità e a chiedere a Israele di non interferire negli affari interni del Paese.
• La partita regionale sulla Siria: l’ombra di Ankara
L’equilibrio emerso dai colloqui resta fragile anche perché non tutti gli attori regionali hanno interesse a una Siria economicamente normalizzata ma politicamente ambigua.
A complicare il quadro è soprattutto la Turchia, che ha sostenuto l’ascesa di Ahmed al-Sharaa e ora pretende un ritorno politico. L’ambizione di Ankara di proporsi come nuovo leader del mondo islamico, in una postura sempre più antisraeliana, entra in rotta di collisione con i deal mediati dagli Stati Uniti. Per la Turchia, un’intesa funzionale tra Siria e Israele sotto l’egida di Washington rappresenta una sconfitta geopolitica.
Parallelamente, la Siria è alla ricerca di capitali nel settore energetico. L’Arabia Saudita è già entrata nel comparto petrolifero, interpretando gli investimenti come uno strumento per sganciare Damasco dalla dipendenza russo-iraniana e dall’asse antioccidentale. La competizione per l’influenza sulla Siria si gioca sempre più sul terreno economico.
Ogni attore regionale punta a riportare Damasco nella propria orbita. Per Israele, allungare i tempi della mediazione significa rischiare di perdere una finestra strategica: una Siria che si consolida economicamente sotto altre tutele potrebbe diventare meno permeabile a un accordo pragmatico sul confine meridionale.
• Il prezzo interno della normalizzazione
All’interno, l’opinione pubblica siriana è profondamente divisa. C’è chi si affida all’uomo forte che ha rovesciato Assad e accetta qualsiasi scelta in nome della ricostruzione, convinto che ogni decisione del presidente sia necessaria per guadagnare tempo e evitare nuovi conflitti devastanti. In un Paese esausto, la stabilità è percepita da molti come un valore superiore a qualsiasi principio ideologico.
Ma c’è anche chi reagisce con ostilità e sarcasmo. Il presidente viene deriso storpiando il suo vecchio nom de guerre al-Jolani in “al-Jewlani”, “l’ebreo”, e diventa il bersaglio di teorie del complotto diffuse: al-Qaeda come presunto progetto israeliano per destabilizzare il Medio Oriente; al-Sharaa accusato di lavorare per Israele fin dalle sue prime esperienze jihadiste; qualcuno arriva persino a sostenere che sia stato Tel Aviv a “nominarlo” presidente.
• Sperando di non incontrarsi
Nelle strade continua la propaganda antisraeliana; lungo il confine, le incursioni militari israeliane non si fermano — nemmeno durante i colloqui di Parigi — mentre a porte chiuse si discute di data center, impianti energetici e collaborazioni.
Da Parigi non emerge una pace, ma una gestione pragmatica di un conflitto irrisolto: un condominio forzato in cui business, sicurezza e intelligence sostituiscono i trattati diplomatici. I vantaggi sono evidenti — de-escalation immediata, cooperazione sulla sicurezza, potenziale crescita economica. Per Israele, un vicino impegnato a costruire impianti eolici è meno propenso a costruire rampe di lancio per missili. Ma i rischi sono altrettanto evidenti: la fragilità interna di al-Sharaa, un esercito siriano eterogeneo e permeabile, la sfiducia israeliana strutturale e l’assenza di legittimazione popolare per questa cooperazione.
Le stazioni sciistiche progettate sotto l’artiglieria pesante restano la metafora perfetta di questo equilibrio precario. È il Medio Oriente del 2026: tutto è possibile, nulla è stabile, e business e guerra avanzano su binari paralleli sperando di non incontrarsi mai.
(Bet Magazine Mosaico, 8 gennaio 2026)
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«La causa di Israele è giusta, deve solo essere spiegata meglio»
L'influencer saudita Loay Alshareef parla della pace in Medio Oriente, del suo primo incontro con gli ebrei e del potere dell'esperienza personale
di Stefan Laurin
Loay Alshareef è considerato una delle voci arabe più autorevoli nel dialogo interreligioso. Con oltre 800.000 follower sui social media, ispira persone in tutto il mondo con i suoi post multilingue e cerca di aprire la strada alla comprensione reciproca. È nato in Arabia Saudita e oggi vive negli Emirati Arabi Uniti. La sua missione, che lo porta in giro per il mondo, è il desiderio di una convivenza tra ebrei e musulmani – non una «fredda pace», come lui stesso la definisce, ma relazioni strette, basate sulla comprensione, la curiosità e la simpatia.
- Signor Alshareef, nella sua giovinezza era molto critico nei confronti di Israele e degli ebrei. Cosa l'ha influenzata in quel periodo e cosa l'ha portata in seguito a riconsiderare le sue idee?
Sono stato influenzato soprattutto dalla scuola, non dalla mia famiglia. In molti paesi arabi, all'epoca, l'insegnamento scolastico era molto ostile a Israele e antiebraico. Ciò che ha cambiato il mio modo di pensare è stato un incontro personale: fino all'età di 27 anni non avevo mai incontrato un ebreo. Nel 2010 ho incontrato degli ebrei per la prima volta e questo ha cambiato la mia visione del mondo. Ho poi vissuto alcuni mesi in Francia con una famiglia ebrea e ho imparato molte cose che prima non sapevo.
- Ha capito che gli ebrei sono persone normali?
Certo, ma non solo. Ci sono ebrei buoni e cattivi, cristiani buoni e cattivi, musulmani buoni e cattivi. Ho vissuto da vicino la tradizione ebraica e ho visto quanto siamo simili. Ho avuto molte conversazioni intellettuali con la famiglia. Mi sono reso conto che alcuni studiosi islamici mi avevano fuorviato.
- Oggi si definisce un amico di Israele, persino un sionista. Come ha vissuto l'attacco di Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023?
Per me quel giorno è stato una prova: avrei taciuto o avrei difeso ciò in cui credo? Molti arabi hanno esultato perché pensavano che Israele sarebbe stato sconfitto. Mi sono chiesto: sono davvero cambiato? E la risposta è stata: sì. Per questo ho dovuto esprimere la mia opinione. Quando si attraversa un cambiamento profondo, ci si sente in dovere di stimolare anche gli altri a riflettere, attraverso la conoscenza, non con la coercizione o il proselitismo. Sono convinto che la causa di Israele sia giusta, ma debba essere spiegata meglio.
- Come ha reagito il suo entourage?
Ho perso degli amici. Nella mia famiglia era chiaro quale strada avrei intrapreso da quando sono tornato dalla Francia nel 2010: non c'erano compromessi. Ma alcuni amici non hanno più voluto avere nulla a che fare con me.
- Ha trovato nuovi amici?
Sì, molti. Non solo ebrei, ma anche cristiani, atei, intellettuali occidentali, persino persone di sinistra o nazionalisti che trovano ragionevoli le mie argomentazioni. Non faccio propaganda, né contro i palestinesi né contro altri. Il mio nemico non è il popolo palestinese, ma Hamas e l'islamismo radicale.
- Qual è l'impatto dei cosiddetti Accordi di Abramo sul pensiero nel mondo arabo, in particolare per quanto riguarda l'antisemitismo e l'educazione politica?
Hanno cambiato molte cose, soprattutto il concetto di pace. Quando l'Egitto e la Giordania hanno fatto pace con Israele, si è trattato di un accordo tra governi, non tra popoli. Gli Accordi di Abramo hanno cambiato le cose: le persone viaggiano, lavorano, investono, mangiano insieme, celebrano lo Shabbat. Emiratici, israeliani, bahreiniti: si riuniscono. È ancora tutto giovane, solo cinque anni, ma credo che crescerà, con l'aiuto di Dio e una forte leadership americana come quella che abbiamo ora.
- Lei dice che questa cooperazione potrebbe rafforzare notevolmente la regione dal punto di vista economico e tecnologico.
Assolutamente. Il conflitto ha indebolito la regione per decenni. Ora è necessario approfondire gli accordi di Abramo. Il suo pensiero è semplice: siamo i figli di Abramo. Gli ebrei appartengono al Medio Oriente tanto quanto gli arabi. Israele non è un progetto coloniale, ma ha 3000 anni – e 77 anni di giovinezza. L'idea è questa: che i figli di Abramo vivano insieme in pace e prosperino.
- Lei ha detto che gli accordi non sono solo un segno di normalizzazione, ma un modello per un nuovo ordine mondiale. Cosa intende dire?
Gli accordi di Abramo non sono più solo trattati di pace tra arabi e israeliani, ma tra musulmani ed ebrei. Da quando il Kazakistan, un Paese non arabo, ha aderito, hanno assunto una dimensione globale. Questo apre le porte ad altri Stati musulmani. Non sono quindi più un progetto esclusivamente arabo.
- Ad esempio l'Indonesia?
Lo spero. L'Indonesia, il Daghestan, l'Azerbaigian o altri paesi che in passato appartenevano all'Unione Sovietica.
- Vede nella cooperazione tecnica tra gli Stati arabi e Israele una via verso l'emancipazione regionale? Cosa dovrebbe accadere per garantire i progressi compiuti finora?
L'istruzione è fondamentale, così come la volontà politica di riconciliarsi veramente con Israele. Finché Israele sarà considerato un'entità straniera e coloniale, non ci sarà una pace autentica.
- Quando pensa che il suo Paese natale, l'Arabia Saudita, normalizzerà le relazioni con Israele?
Il principe ereditario è un uomo coraggioso, ma è sottoposto a una pressione enorme. È il custode dei luoghi sacri e il suo margine di manovra è limitato. Non voglio che gli succeda la stessa cosa che è successa ad Anwar Sadat. Sì, mi auguro che l'Arabia Saudita aderisca agli accordi di Abramo, ma senza mettere a rischio la sua vita. Per questo motivo sono necessarie alcune concessioni ai palestinesi, non necessariamente uno Stato proprio, che ormai è irrealistico. Servono altre soluzioni, come il modello degli Emirati Palestinesi Uniti proposto da Mordechai Kedar, o una confederazione di determinati territori con Israele. Uno Stato sarebbe stato possibile nel 2000, con il piano Barak-Clinton, ma questa opportunità è ormai sfumata. Mi auguro che l'Arabia Saudita faccia pace, ma che questa pace sia autentica, come quella tra Israele e gli Emirati, e non fredda come quella con l'Egitto o la Giordania. E prego Dio di dare al principe ereditario forza e saggezza.
- Lei parla apertamente di argomenti che in alcune parti del mondo arabo sono molto delicati. Questo le crea delle difficoltà?
Naturalmente. Mi rivolgo principalmente a un pubblico di lingua inglese, ma aggiungo sottotitoli in arabo affinché anche gli arabi possano ascoltarmi. Questo mi crea dei problemi: in molti paesi non potrei parlare in pubblico. Ma si aprono altre porte: recentemente sono stato in Germania, Lettonia, Estonia, Paesi Bassi, Polonia, Italia, Canada, Stati Uniti e presto andrò in Svezia. Alcune porte si chiudono, ma se ne aprono di nuove. Cerco di concentrarmi sulle opportunità, non su ciò che ho perso.
- Ha anche fatto un tour nelle università degli Stati Uniti. Qual è stata la risposta?
Per lo più positiva, ma in alcuni luoghi è stata difficile, ad esempio all'Università del Rhode Island, alla Columbia University o all'Università della California. Ma nel complesso l'interesse è stato grande. Penso che l'America dovrebbe ascoltare le voci provenienti dal Medio Oriente.
- E gli studenti vogliono ascoltare?
Lo spero.
(Jüdische Allgemeine, 8 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Australia – Chabad accoglie a New York l’eroe di Bondi Beach
Il governo di Anthony Albanese cede su commissione di inchiesta
È arrivato negli Usa per sottoporsi ad alcune cure sanitarie Ahmed al-Ahmed, l’eroe che ha disarmato a mani nude uno dei terroristi della strage antisemita di Bondi Beach a Sidney alla vigilia di Chanukkah. Nelle sue prime ore a New York, l’uomo è stato accolto con gratitudine da alcune associazioni ebraiche ed esponenti del movimento Chabad del quale era emissario nella città australiana il rabbino Eli Schlanger, una delle vittime del massacro. Al suo fianco il suocero di Schlanger, il rabbino Yehoram Ulman, che ha viaggiato con al-Ahmed da Sidney. In una delle prime tappe i due hanno sostato davanti alla tomba del settimo leader della dinastia, Menachem Mendel Schneerson (1902-1994), meglio noto come “il Rebbe”.
«Non potevo sopportare di sentire bambini urlare e donne piangere», ha raccontato il 43enne di origini siriane e fede islamica al sito www.chabad.org. «Nessuno può togliere una vita umana: è solo nelle mani di Dio». Per Ulman, le azioni di al-Ahmed annunciano che la questione «non riguarda solo gli ebrei, ma tutta l’umanità: siamo tutti figli di Dio e ciascuno di noi è stato fornito della capacità di scegliere il bene rispetto al male». Durante una serata di gala il banchiere e filantropo Bill Ackman, tra i principali donatori di una sottoscrizione destinata ad al-Ahmed e alla sua famiglia avviata all’indomani della strage, ha consegnato all’uomo un riconoscimento speciale. «Il suo è un grande atto di eroismo», ha affermato Ackman, aggiungendo che «è gratificante avere davanti a noi qualcuno che si è schierato a favore della nostra comunità nel modo più profondo e attraverso l’affermazione della vita».
Dopo l’iniziale chiusura all’ipotesi e alcuni strascichi polemici, è notizia di queste ore il via libera del governo australiano all’istituzione di una commissione indipendente che indaghi sui fatti di Bondi Beach. Plaude alla decisione l’Executive Council of Australian Jewry (Ecaj), che ha sollecitato la commissione e incontrato la resistenza del primo ministro Anthony Albanese. L’Ecaj chiede «un esame onesto delle politiche governative e della condotta di istituzioni e figure chiave nei principali settori della nostra società» rispetto all’esplosione di antisemitismo degli ultimi due anni. È intanto tornato in Israele il 30enne Geffen Bitton, ferito dai terroristi mentre era impegnato nel salvataggio di civili. Colpito tre volte, Bitton ha subito finora otto interventi chirurgici ed è stato a lungo in condizioni critiche. Come riporta la stampa israeliana, la sua condizione di salute resta difficile. Ma è comunque in miglioramento.
(moked, 8 gennaio 2026)
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Nonostante le minacce, la maggior parte degli ebrei in Israele si sente al sicuro
Nuovi dati mostrano che dal 7 ottobre tra gli ebrei israeliani regna la chiarezza e una ferma convinzione del ruolo unico di Israele come protettore del popolo ebraico.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Anche in mezzo alla guerra e al trauma, gli ebrei israeliani si sentono più sicuri che mai: Israele rimane il luogo più sicuro per gli ebrei.
Secondo un nuovo sondaggio condotto dal Viterbi Center dell'Israel Democracy Institute nel dicembre 2025, il 76% degli ebrei israeliani ritiene che Israele sia il luogo più sicuro al mondo per gli ebrei, un aumento significativo rispetto al 68% registrato solo sette mesi prima.
I risultati sono stati pubblicati sullo sfondo di una nuova ondata di antisemitismo e attacchi violenti in tutto il mondo, tra cui il terribile massacro di Chanukkah a Sydney il mese scorso. Per molti israeliani la lezione è chiara: anche sotto attacco, Israele rimane l'unico Paese in cui la sicurezza degli ebrei è una questione nazionale.
Tra gli arabi israeliani le opinioni erano divise: il 32% ha affermato che Israele è più sicuro per gli arabi, il 35% ha affermato che altri paesi sono più sicuri e il 29% ha ritenuto che entrambi siano ugualmente sicuri.
• Sostenuti dallo Stato, non solo dalle speranze
Il sondaggio ha anche rivelato un sostegno schiacciante tra gli israeliani ebrei a un impegno diretto del governo a sostegno delle comunità ebraiche all'estero:
il 90% è favorevole a esercitare pressioni sui governi stranieri affinché proteggano meglio i loro cittadini ebrei.
L'80% è favorevole all'invio di inviati israeliani per aiutare le comunità della diaspora in difficoltà.
Questi dati riflettono più di una semplice solidarietà: riflettono una comprensione storica del fatto che la responsabilità degli ebrei non si ferma al confine e che il sionismo, correttamente inteso, comprende una rappresentanza globale degli interessi ebraici, radicata nella forza nazionale.
• Chiarezza in tempo di guerra
Dal massacro del 7 ottobre, nell'opinione pubblica israeliana si è diffuso un realismo disincantato: non c'è alcun sostituto alla sovranità ebraica. Nessuna diaspora, nessuna ambasciata, nessun servizio di sicurezza all'estero può sostituire ciò che l'IDF, la resilienza di Israele e l'unità degli ebrei sotto attacco nel proprio Paese sono in grado di fare.
La guerra ha acuito questa chiarezza, non l'ha indebolita.
I risultati di questo recente sondaggio confermano ciò che la storia ha già insegnato: la terra di Israele è l'unico rifugio veramente sicuro per il popolo ebraico. È l'unico luogo in cui la promessa di Dio può essere e sarà mantenuta.
(Israel Heute, 8 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 17
Davide vince Golia
- I Filistei misero insieme i loro eserciti per combattere, si radunarono a Soco, che appartiene a Giuda, e si accamparono fra Soco e Azeca, a Efes-Dammim. Anche Saul e gli uomini d'Israele si radunarono, si accamparono nella valle dei terebinti e si schierarono in battaglia contro i Filistei. I Filistei stavano sul monte da una parte e Israele stava sul monte dall'altra parte; fra loro c'era la valle.
- Dall'accampamento dei Filistei uscì un campione, un guerriero di nome Golia di Gat, alto sei cubiti e un palmo. Aveva in testa un elmo di rame, era rivestito di una corazza a maglie il cui peso era di cinquemila sicli di rame, portava delle gambiere di rame e, sospeso dietro le spalle, un giavellotto di rame. L'asta della sua lancia era come un subbio di tessitore; la punta della lancia pesava seicento sicli di ferro, e chi portava il suo scudo lo precedeva.
- Egli dunque si fermò e, rivolto alle schiere d'Israele, gridò: “Perché uscite a schierarvi in battaglia? Non sono io il Filisteo, e voi dei servi di Saul? Scegliete uno fra voi e scenda contro di me. Se egli riuscirà a lottare con me e uccidermi, noi saremo vostri servi; ma se io sarò vincitore e lo ucciderò, voi sarete nostri sudditi e ci servirete”. Il Filisteo aggiunse: “Io lancio oggi questa sfida a disonore delle schiere d'Israele: Datemi un uomo e ci batteremo!”. Quando Saul e tutto Israele udirono le parole del Filisteo, rimasero sbigottiti e furono presi da grande paura.
- Ora Davide era figlio di quell'Efrateo di Betlemme di Giuda, di nome Isai, che aveva otto figli e che al tempo di Saul era vecchio, molto avanti negli anni. I tre figli maggiori di Isai erano andati in guerra con Saul; e i tre figli che erano andati in guerra si chiamavano: Eliab il primogenito, Abinadab il secondo e Samma il terzo. Davide era il più giovane; e quando i tre maggiori seguirono Saul, Davide partì da Saul, e tornò a Betlemme a pascolare le pecore di suo padre.
- Il Filisteo si faceva avanti la mattina e la sera, e si presentò così per quaranta giorni. Ora Isai disse a Davide, suo figlio: “Prendi per i tuoi fratelli quest'efa di grano arrostito e questi dieci pani, e portali presto ai tuoi fratelli all'accampamento. Porta anche queste dieci forme di formaggio al capitano del loro migliaio; vedi se i tuoi fratelli stanno bene e riportami una prova da parte loro. Saul con loro e con tutti gli uomini d'Israele sono nella valle dei terebinti per combattere contro i Filistei”.
- L'indomani Davide si alzò di buon mattino, lasciò le pecore a un guardiano, prese il suo carico e partì come Isai gli aveva ordinato; e quando giunse al parco dei carri, l'esercito usciva per schierarsi in battaglia e alzava grida di guerra. Israeliti e Filistei si erano schierati, esercito contro esercito. Davide, lasciate le cose che portava al guardiano dei bagagli, corse alla linea di battaglia e, appena vi giunse, chiese ai suoi fratelli come stavano.
- Mentre parlava con loro, ecco avanzare dalle file dei Filistei quel campione, quel Filisteo di Gat, di nome Golia, ripetendo le solite parole; e Davide le udì. E tutti gli uomini d'Israele, alla vista di quell'uomo, fuggirono davanti a lui, presi da grande paura. Gli uomini d'Israele dicevano: “Avete visto quell'uomo che avanza? Egli avanza per coprire di disonore Israele. Se qualcuno lo uccide il re lo farà grandemente ricco, gli darà la sua propria figlia ed esenterà la casa del padre di lui da ogni tributo in Israele”.
- Davide, rivolgendosi a quelli che gli erano vicini, disse: “Che si farà a quell'uomo che ucciderà questo Filisteo e toglierà la vergogna da Israele? E chi è dunque questo Filisteo, questo incirconciso, che osa insultare le schiere dell'Iddio vivente?”. E la gente gli rispose con le stesse parole, dicendo: “Si farà questo e questo a colui che lo ucciderà”.
- Eliab, suo fratello maggiore, avendo udito Davide parlare a quella gente, si accese d'ira contro di lui, e disse: “Perché sei sceso qua? E a chi hai lasciato quelle poche pecore nel deserto? Io conosco il tuo orgoglio e la cattiveria del tuo cuore; tu sei sceso qua per vedere la battaglia”. Davide rispose: “Che ho fatto ora? Non era che una semplice domanda!”. E, scostandosi da lui, si rivolse a un altro, facendo la stessa domanda; e la gente gli diede la stessa risposta di prima.
- Ora le parole che Davide aveva detto essendo state sentite, furono riportate a Saul, che lo fece venire. Davide disse a Saul: “Nessuno si perda d'animo a causa di costui! Il tuo servo andrà e si batterà con quel Filisteo”. Saul disse a Davide: “Tu non puoi andare a batterti con questo Filisteo; poiché tu non sei che un ragazzo, ed egli è un guerriero fin dalla sua giovinezza”. E Davide rispose a Saul: “Il tuo servo pascolava il gregge di suo padre; e quando un leone o un orso veniva a portare via una pecora dal gregge, io gli correvo dietro, lo colpivo, gli strappavo dalle fauci la preda; e se quello mi si rivoltava contro, io lo afferravo per le mascelle, lo ferivo e lo ammazzavo. Sì, il tuo servo ha ucciso il leone e l'orso; e questo incirconciso Filisteo sarà come uno di loro, perché ha coperto di vergogna le schiere dell'Iddio vivente”. Poi Davide aggiunse: “L'Eterno che mi liberò dalla zampa del leone e dalla zampa dell'orso, mi libererà anche dalla mano di questo Filisteo”. Allora Saul disse a Davide: “Va', e l'Eterno sia con te”.
- Saul rivestì Davide della sua armatura, gli mise sul capo un elmo di rame e gli fece indossare una corazza. Poi Davide cinse la spada di Saul sopra la sua armatura e cercò di camminare, perché non aveva ancora provato; ma disse a Saul: “Io non posso camminare con quest'armatura; non ci sono abituato”. E se la tolse di dosso. E prese in mano il suo bastone, si scelse nel torrente cinque pietre ben lisce, le pose nella sacchetta da pastore, che gli serviva di bisaccia, e con la fionda in mano si diresse contro il Filisteo.
- Anche il Filisteo si fece avanti, avvicinandosi sempre di più a Davide, ed era preceduto dal suo scudiero. Quando il Filisteo ebbe scrutato Davide, lo disprezzò, perché egli non era che un ragazzo, biondo e di bell'aspetto. Il Filisteo disse a Davide: “Sono un cane, che tu vieni contro di me con il bastone?”. E il Filisteo maledisse Davide in nome dei suoi dèi; e il Filisteo disse a Davide: “Vieni qua, così che io dia la tua carne agli uccelli del cielo e alle bestie dei campi”.
- Allora Davide rispose al Filisteo: “Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con il giavellotto; ma io vengo a te nel nome dell'Eterno degli eserciti, dell'Iddio delle schiere d'Israele che tu hai insultato. Oggi l'Eterno ti darà nelle mie mani, e io ti abbatterò, ti taglierò la testa, e darò oggi stesso i cadaveri dell'esercito dei Filistei agli uccelli del cielo e alle bestie della terra; e tutta la terra riconoscerà che c'è un Dio in Israele; e tutta questa moltitudine riconoscerà che l'Eterno non salva per mezzo di spada né per mezzo di lancia; poiché l'esito della battaglia dipende dall'Eterno ed egli vi darà nelle nostre mani”.
- Quando il Filisteo si mosse e si fece avanti per avvicinarsi a Davide, anche Davide corse prontamente verso la linea di battaglia incontro al Filisteo; mise la mano nella sacchetta, prese una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il Filisteo nella fronte; la pietra gli si conficcò nella fronte ed egli cadde con la faccia a terra. Così Davide, con una fionda e con una pietra, vinse il Filisteo; lo colpì e lo uccise, senza avere una spada in mano. Poi Davide corse, si gettò sul Filisteo, gli prese la spada, la sguainò, lo uccise e gli tagliò la testa. E i Filistei, vedendo che il loro eroe era morto, si diedero alla fuga.
- E gli uomini d'Israele e di Giuda si levarono alzando grida di guerra, e inseguirono i Filistei fino all'ingresso di Gat e alle porte di Ecron. I Filistei feriti a morte caddero sulla via di Saaraim, fino a Gat e fino a Ecron. E i figli d'Israele, dopo aver dato la caccia ai Filistei, tornarono e saccheggiarono il loro campo. E Davide prese la testa del Filisteo, la portò a Gerusalemme, ma ripose l'armatura di lui nella sua tenda.
- Quando Saul aveva visto Davide che andava contro il Filisteo, aveva chiesto ad Abner, capo dell'esercito: “Abner, di chi è figlio questo ragazzo?”. E Abner aveva risposto: “Com'è vero che tu vivi, o re, io non lo so”. E il re aveva detto: “Informati di chi sia figlio questo ragazzo”. Quando Davide fu di ritorno dopo aver ucciso il Filisteo, Abner lo prese e lo condusse alla presenza di Saul, mentre aveva ancora in mano la testa del Filisteo. E Saul gli disse: “Ragazzo, di chi sei figlio?”. Davide rispose: “Sono figlio del tuo servo Isai di Betlemme”.
(Notizie su Israele, 7 gennaio 2026)
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L'IDF stima che siano 7.000 i “soldati solitari” in servizio
Sempre più giovani uomini e donne senza sostegno familiare in Israele prestano servizio nell'esercito.
In Israele esiste un gruppo speciale di soldati che prestano servizio senza parenti stretti nel Paese: giovani che in parte sono immigrati dall'estero o che per motivi familiari non hanno genitori o fratelli in Israele. Nonostante queste difficoltà personali, prestano servizio militare, sono spesso impiegati in unità pesanti e, secondo l'esercito, contribuiscono in modo decisivo al successo nell'attuale situazione di sicurezza.
• Più che semplici numeri
Secondo i dati dell'esercito, circa 7.000 i “Lone Soldiers” (“soldati solitari”) che prestano servizio nell'esercito, circa un terzo dei quali in unità di combattimento come la fanteria e altre truppe di prima linea. Molti di loro sono venuti proprio perché desideravano prestare servizio nell'esercito israeliano, accettando consapevolmente le sfide di una vita senza il sostegno della famiglia.
L'anno scorso, circa 1.050 di questi soldati provenienti da comunità ebraiche della diaspora si sono arruolati nell'IDF, di cui un terzo dagli Stati Uniti, seguiti da Francia, Russia, Ucraina, Australia, Germania e Spagna. Questi giovani non hanno deciso di arruolarsi solo a causa della guerra, ma in molti casi già in precedenza, spinti da un profondo senso di appartenenza a Israele.
La durata del loro servizio varia a seconda dell'età e del programma: alcuni prestano servizio solo per un periodo ridotto, altri completano l'intero servizio come i loro compagni che hanno il sostegno della famiglia.
L'IDF sottolinea il proprio impegno a fornire un sostegno speciale a questi soldati. Il capo del dipartimento “Lone Soldiers”, il maggiore Lior Peretz Sheleg, ha dichiarato: “Ci impegniamo a garantire che nessun Lone Soldier sia mai solo”. Ha aggiunto che l'esercito apprezza molto il loro “importante contributo al successo della guerra e i valori che loro e le loro famiglie incarnano” e riconosce le “sfide molto profonde” che devono affrontare i genitori che vivono separati dai propri figli in altri continenti.
• Significato sociale e sfide
Il numero crescente di “soldati solitari” dimostra quanto sia forte il bisogno di molti giovani ebrei di tutto il mondo di partecipare attivamente alla protezione di Israele. Per molti, questi soldati incarnano non solo l'impegno militare, ma anche un forte impegno personale per lo Stato ebraico e la sua sicurezza.
Allo stesso tempo, il servizio senza il sostegno della famiglia pone questi giovani di fronte a grandi sfide, dalla separazione dai genitori e dai fratelli a problemi pratici come la situazione abitativa e gli ostacoli burocratici. Diverse iniziative e programmi di sostegno all'interno e all'esterno dell'esercito cercano quindi di offrire ulteriore aiuto per consentire loro di svolgere il proprio servizio e facilitare una transizione senza intoppi alla vita civile dopo il servizio militare.
Nel complesso, i dati e le dichiarazioni dimostrano che i “soldati solitari” hanno un posto fisso nelle forze di difesa israeliane e sono considerati dallo Stato e dalla società come elementi preziosi della capacità di difesa, non solo in tempo di pace, ma soprattutto alla luce delle continue sfide alla sicurezza.
(Israel Heute, 7 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Parigi – Israele e Siria, dialogo riaperto all’ombra dell’Iran
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Il confine tra Israele e Siria
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Dopo mesi di stallo, Israele e Siria hanno avviato a Parigi un nuovo round di negoziati indiretti, mediati dagli Stati Uniti. Non si parla di pace né di normalizzazione: l’obiettivo resta circoscritto a intese di sicurezza, in un contesto regionale ancora fragile. Israele chiede garanzie lungo il confine settentrionale e il contenimento di attori ostili – l’Iran e le milizie finanziate da Teheran – nel sud della Siria. Damasco punta invece a un rientro nel quadro dell’accordo di disimpegno del 1974 e a un ridimensionamento della presenza militare israeliana nelle aree oltre la linea di separazione, passate sotto controllo di Gerusalemme dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad a fine 2024.
Secondo i vertici delle Idf, Israele deve mantenere in Siria una presenza strutturata su tre livelli di sicurezza: una linea di contatto lungo il confine internazionale per proteggere le comunità del nord di Israele; una zona di sicurezza che si estende per circa 15 chilometri all’interno del territorio siriano, per impedire il radicamento di milizie e infrastrutture terroristiche; e una zona di influenza più ampia, dal sud di Sweida fino alla periferia di Damasco, dove monitorare gli sviluppi per prevenire l’introduzione di armi avanzate o la creazione di basi militari ostili.
La ripresa del dialogo tra Damasco e Gerusalemme è arrivata dopo il recente incontro a Mar-a-Lago tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente Usa Donald Trump. Durante la visita negli Stati Uniti, Netanyahu ha ribadito la linea del governo: «Il nostro interesse è avere un confine pacifico e sicuro con la Siria, senza terroristi vicino a noi», aggiungendo che Israele intende anche «garantire la sicurezza dei drusi e dei cristiani che vivono nella regione». L’amministrazione Trump, sottolineano i media israeliani, vorrebbe accelerare i contatti e favorire un accordo di sicurezza limitato, nella prospettiva di una possibile normalizzazione futura.
Ma la strada resta lunga e sulle trattative si allunga l’ombra dell’Iran. Secondo fonti delle IDF, riportate dal Jerusalem Post, Teheran starebbe cercando di destabilizzare il nuovo assetto siriano, arrivando a complottare per eliminare il presidente Ahmed al-Sharaa. Un allarme che rafforza, nell’establishment della sicurezza israeliano, la convinzione che qualsiasi riduzione della presenza militare in Siria, in questa fase, rappresenterebbe un rischio diretto per la sicurezza di Israele e per la stabilità regionale.
(moked, 7 gennaio 2026)
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“Simbolo del diritto inalienabile del nostro popolo all'indipendenza”
LONDRA – Da lunedì lo “Stato di Palestina” ha un'ambasciata a Londra. A settembre il Regno Unito lo aveva riconosciuto ufficialmente. Ora la precedente missione diplomatica è stata elevata al rango di ambasciata. Si trova a Hammersmith, nella parte occidentale della capitale britannica, come riporta il sito di notizie “Sky News”.
All'inaugurazione, l'ambasciatore Husam Zomlot ha parlato di “una tappa importante nelle relazioni tra Regno Unito e Palestina”. Ha aggiunto: “Siamo qui riuniti oggi per celebrare un momento storico, l'inaugurazione dell'ambasciata dello Stato di Palestina nel Regno Unito, con pieno status diplomatico e privilegi, simbolo del diritto inalienabile del nostro popolo alla sovranità e all'uguaglianza tra le nazioni”.
Il diplomatico palestinese ha poi aggiunto: “Per generazioni di palestinesi a Gaza, nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, nei campi profughi e nella diaspora, questa ambasciata rappresenta il fatto che la nostra identità non può essere negata, la nostra presenza non può essere cancellata e le nostre vite non possono essere svalutate”. Per un popolo a cui “da oltre un secolo viene negata l'autodeterminazione”, questo è un momento imponente.
• “Un pezzo di Palestina sul suolo britannico”
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L'ambasciatore Zomlot presenta con orgoglio la nuova targa
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Zomlot ha aggiunto: “Questo è un giorno di speranza, un giorno di fermezza e un giorno che ricorda al mondo che la pace non solo è possibile, ma inevitabile, se radicata nella giustizia, nella dignità e nell'uguaglianza”. Ha concluso il suo discorso con le parole: "La Palestina è qui. La Palestina continua ad esistere. La Palestina sarà libera“. Su X ha scritto che l'ambasciata è ”un pezzo di Palestina sul suolo britannico“.
Il riconoscimento dello ”Stato di Palestina“ si basa sui ”confini del 1967", ovvero le linee dell'armistizio del 1949. Secondo il punto di vista britannico, i confini definitivi dovranno essere stabiliti nel quadro di futuri negoziati.
• “Terra di diversità culturale e religiosa”
Il sito web della precedente missione e dell'attuale ambasciata invita gli interessati a scoprire la “Palestina, terra del cuore”:
"Con una storia che risale a migliaia di anni fa, la Palestina ha svolto a lungo un ruolo importante nella civiltà umana. Crogiolo di culture preistoriche, la Palestina è un punto cardine di una regione in cui si sono sviluppati per la prima volta una società stanziale, l'alfabeto, la religione e la letteratura. La Palestina stessa, conosciuta come tale almeno fin dai tempi degli antichi greci, è stata un crocevia di culture e idee che hanno plasmato il mondo così com'è oggi.
È sacra per le tre principali religioni monoteistiche del mondo ed è il luogo di nascita di Gesù Cristo. Il suo passato ricco e variegato, il suo patrimonio culturale traboccante e i suoi importanti siti archeologici e religiosi rendono la Palestina un centro unico nella storia mondiale.
Per i palestinesi, questa diversità culturale è fonte di orgoglio e prosperità. Ogni parte di questa storia millenaria gioca un ruolo inscindibile nel più ampio patrimonio umano di coloro che chiamano questa terra la loro patria. Questo passato è alla base della filosofia palestinese dello sviluppo sostenibile e sottolinea la nostra determinazione a mantenere l'identità culturale contemporanea del popolo palestinese vivace come lo è sempre stata.
I visitatori della Palestina incontreranno una miriade di siti religiosi, storici e archeologici. Oltre alle attrazioni storiche, la Palestina offre passeggiate ed escursioni nelle sue vaste vallate, lungo le coste e attraverso il deserto, sulle colline, attraverso città e antichi mercati nel cuore di città e villaggi immersi in paesaggi mozzafiato.
I visitatori potranno gustare la ricca cucina palestinese e, soprattutto, godere del calore e dell'ospitalità dei palestinesi, cristiani e musulmani. Condivideranno con loro le speranze e i desideri di una nazione in fase di ricostruzione. Abbiamo millenni di esperienza nell'accogliere i visitatori con una ricca ospitalità. Tutti si sentiranno a casa.
La Palestina è una culla di civiltà.
È anche al centro della fede: il cristianesimo, l'islam e l'ebraismo hanno tutti profondi legami con questa terra.
I palestinesi sono orgogliosi della loro ospitalità. Autentici, calorosi e accoglienti, faremo in modo che ogni visitatore si senta a casa.
Visitate la Palestina. Lasciatevi incantare dal suo straordinario passato, dalla sua incredibile gente e dal suo dinamico presente“.
Dopo la scopertura della targa, anche il diplomatico britannico Alistair Harrison ha parlato di un ”momento storico per la Palestina". Le relazioni britannico-palestinesi sarebbero cambiate.
All'inaugurazione dell'ambasciata ha preso la parola anche Obaidah, un quattordicenne palestinese di Gaza. Ha detto: “Sono sopravvissuto al genocidio, ma il mio corpo porta ancora ferite profonde”. Suo padre si trova ancora nella Striscia di Gaza. “Un giorno spero di diventare ambasciatore, forse anche nel Regno Unito, in modo da poter lavorare per aiutare il mio popolo e far sentire la nostra voce in tutto il mondo”.
(Israelnetz, 7 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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"Sono sopravvissuto al genocidio". Non si sa più cosa dire. Qui non c'è Hamas. Qui siamo in Occidente. È per questo Occidente che Israele dovrebbe ergersi a baluardo difensivo contro la barbarie che viene dall'Oriente? M.C.
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Il messaggio di Rom ai terroristi: “Non riuscirete a spezzarci”
di Michelle Zarfati
In un video diretto ai suoi ex rapitori, Rom Braslavski, sopravvissuto alla prigionia nelle mani di Hamas dopo esser stato rapito il 7 ottobre, ha lanciato un messaggio di resilienza e sfida. Nel filmato, rivolgendosi ai terroristi di Hamas e della Jihad Islamica in lingua araba, Braslavski afferma con fermezza: “Pensavate di poter spezzare i nostri spiriti e distruggere le nostre anime, ma eccoci qui: vivi, presenti e felici”. L’ex prigioniero si rivolge ai suoi aguzzini sottolineando come questi abbiano fallito nei loro intenti criminali e bestiali: “non uno di voi terroristi è riuscito a piegare lo spirito del popolo d’Israele”.
Il video si chiude con Braslavski che danza sulle note di un canto tradizionale, accompagnato da immagini di lui e di altri sopravvissuti alla cattività, visibilmente uniti. “Am Israel Chai” – “Il popolo di Israele vive” – è il messaggio conclusivo pronunciato con orgoglio, diventato rapidamente simbolo di resistenza per molti cittadini israeliani e sostenitori d’Israele nel mondo. La pubblicazione del video non solo offre un momento di sollievo per le famiglie e gli amici degli ex ostaggi, ma rappresenta anche una dichiarazione simbolica sulla volontà di resistere e superare le più drammatiche circostanze che hanno interessato lo Stato d’Israele e tutto il mondo ebraico negli ultimi anni.
(Shalom, 6 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 16
- Davide unto re da Samuele
L'Eterno disse a Samuele: “Fino a quando farai cordoglio per Saul, mentre io l'ho rigettato perché non regni più sopra Israele? Riempi di olio il tuo corno e va'; io ti manderò da Isai di Betlemme, perché mi sono provveduto un re tra i suoi figli”. Samuele rispose: “Come posso andare? Saul lo verrà a sapere e mi ucciderà”. L'Eterno disse: “Prenderai con te una giovenca, e dirai: 'Sono venuto a offrire un sacrificio all'Eterno'. Inviterai Isai al sacrificio; io ti farò sapere quello che dovrai fare, e ungerai per me colui che ti dirò”. - Samuele dunque fece quello che l'Eterno gli aveva detto; si recò a Betlemme, e gli anziani della città gli si fecero incontro tutti turbati, e gli dissero: “Porti tu pace?”. Ed egli rispose: “Porto pace; vengo a offrire un sacrificio all'Eterno; purificatevi e venite con me al sacrificio”. Fece purificare anche Isai e i suoi figli e li invitò al sacrificio.
- Mentre entravano, egli osservò Eliab, e disse: “Certo, ecco l'unto dell'Eterno davanti a lui”. Ma l'Eterno disse a Samuele: “Non badare al suo aspetto né all'altezza della sua statura, perché io l'ho scartato; infatti l'Eterno non guarda a quello a cui guarda l'uomo: l'uomo guarda all'apparenza, ma l'Eterno guarda al cuore”. Allora Isai chiamò Abinadab e lo fece passare davanti a Samuele; ma Samuele disse: “L'Eterno non si è scelto neppure questo”. Isai fece passare Samma, ma Samuele disse: “L'Eterno non si è scelto neppure questo”. Isai fece passare così sette dei suoi figli davanti a Samuele; ma Samuele disse a Isai: “L'Eterno non si è scelto questi”. Poi Samuele disse a Isai: “Sono questi tutti i tuoi figli?”. Isai rispose: “Resta ancora il più giovane, ma è a pascolare le pecore”. E Samuele disse a Isai: “Mandalo a cercare, perché non ci metteremo a tavola prima che sia arrivato qua”. Allora Isai lo mandò a cercare, e lo fece venire. Egli era biondo, aveva dei begli occhi e un bell'aspetto. L'Eterno disse a Samuele: “Alzati, ungilo, perché è lui”. Allora Samuele prese il corno dell'olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli; e, da quel giorno in poi, lo Spirito dell'Eterno investì Davide. E Samuele si alzò e se ne andò a Rama.
Lo Spirito dell’Eterno si ritira da Saul
- Ora lo Spirito dell'Eterno si era ritirato da Saul, che era turbato da un cattivo spirito permesso dall'Eterno. I servitori di Saul gli dissero: “Ecco, un cattivo spirito permesso da Dio ti turba. Il nostro signore ordini ora ai tuoi servi che ti stanno davanti, di cercare un uomo che sappia suonare l'arpa; e quando il cattivo spirito permesso da Dio ti investirà, l'arpista si metterà a suonare, e tu ti sentirai sollevato”. Saul disse ai suoi servitori: “Trovatemi un uomo che suoni bene e portatelo da me”.
- Allora uno dei domestici prese a dire: “Ecco io ho visto un figlio di Isai, il betlemmita, che sa suonare bene; è un uomo forte, valoroso, un guerriero, parla bene, è di bell'aspetto e l'Eterno è con lui”. Saul dunque inviò dei messaggeri a Isai per dirgli: “Mandami Davide, tuo figlio, che è con il gregge”. Allora Isai prese un asino carico di pane, un otre di vino, un capretto, e mandò tutto a Saul per mezzo di Davide suo figlio. Davide arrivò da Saul e si presentò a lui; e Saul gli si affezionò molto e lo fece suo scudiero. E Saul mandò a dire a Isai: “Ti prego, lascia Davide al mio servizio, poiché egli ha trovato grazia ai miei occhi”. Ora quando il cattivo spirito permesso da Dio investiva Saul, Davide prendeva l'arpa e si metteva a suonare; Saul si sentiva sollevato, stava meglio, e il cattivo spirito se ne andava da lui.
(Notizie su Israele, 6 gennaio 2026)
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Un paese dove scorre latte, ma per quanto tempo ancora?
di Ryan Jones
GERUSALEMME - “Siamo l'Iron Dome della sicurezza alimentare di Israele”, sottolineano gli agricoltori che protestano contro le riforme nel settore lattiero-caseario • Ma l'aumento dei prezzi e la carenza di latte hanno irritato l'opinione pubblica.
Lunedì centinaia di agricoltori israeliani sono scesi in strada e hanno versato migliaia di litri di latte per protestare contro le riforme agricole previste che colpiscono il settore lattiero-caseario.
Le riforme guidate dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich abolirebbero le attuali normative e aprirebbero il mercato lattiero-caseario israeliano alla concorrenza straniera.
Si tratta di una risposta alle ricorrenti carenze a livello nazionale di latte a prezzo regolamentato, che costringono molti consumatori ad acquistare prodotti alternativi sempre più costosi. L'industria lattiero-casearia israeliana è controllata da una piccola manciata di grandi aziende, il che ha portato anche a un aumento dei prezzi.
L'aumento dei prezzi del latte ha provocato una serie di manifestazioni di massa negli ultimi anni e la situazione è regolarmente classificata come una delle principali preoccupazioni degli elettori israeliani.
Tuttavia, gli agricoltori che riforniscono queste aziende lattiero-casearie sostengono che le riforme previste e l'improvviso afflusso di concorrenza straniera siano un approccio distruttivo che li costringerebbe a chiudere e distruggerebbe l'industria lattiero-casearia locale nel suo complesso.
Agli incroci di tutto il Paese hanno esposto cartelli con slogan come “Lottiamo per il futuro dell'agricoltura” e “Il sionismo e la sicurezza non si possono importare”.
Amit Yifrach, presidente dell'Associazione degli agricoltori israeliani, ha dichiarato durante una manifestazione di protesta: “Gli agricoltori e i produttori di latte sono l'Iron Dome della sicurezza alimentare dello Stato di Israele”.
In una dichiarazione pubblicata dal portale di notizie israeliano Ynet, Yifrach ha aggiunto che il governo "non può abolire un prodotto blu e bianco che esiste da 100 anni. Non permetteremo al ministro delle Finanze di calpestare e distruggere circa 400 aziende lattiero-casearie a favore di una riforma che non comporta una riduzione dei costi, ma crea una pericolosa dipendenza dalle importazioni“.
Il presidente del Consiglio regionale di Asher, Moshe Davidovich, ha sottolineato che l'agricoltura locale è ”un'ancora di presenza e sicurezza" a cui Israele non deve rinunciare.
Il ministro dell'Agricoltura Avi Dichter ha dichiarato lunedì durante la riunione della commissione finanziaria della Knesset di opporsi alle riforme previste e di aver presentato invece un piano per “migliorare il mercato del latte, non distruggerlo”. Non sono stati forniti ulteriori dettagli su come raggiungere questo obiettivo.
Dichter si è detto fiducioso che le riforme del ministero delle Finanze saranno cancellate dall'ordine del giorno.
• Un difficile equilibrio
Queste sfide non sono specifiche solo per l'industria lattiero-casearia. Israele è un mercato piccolo, quindi i produttori locali, che dipendono principalmente dal consumo locale (anziché dalle esportazioni), devono applicare prezzi sufficientemente alti per mantenere la loro attività.
Allo stesso tempo, il costo della vita in Israele è già tra i più alti dell'OCSE e qualsiasi aumento può essere doloroso per la maggior parte della popolazione.
Israele potrebbe decidere semplicemente di rinunciare a un proprio settore lattiero-caseario locale al di fuori dei produttori boutique e puntare invece sulle importazioni. Tuttavia, data la storica ostilità nei confronti di Israele, questo è considerato un rischio che non può essere corso. Israele deve mantenere almeno un livello minimo di sicurezza alimentare.
(Israel Heute, 6 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dopo la caduta di Maduro, gli ebrei del Venezuela non osano ancora gioire
Dopo decenni di repressione, discorsi antisemiti e violenze politiche, i leader ebrei esitano a gioire per il cambio di regime
di Zev Stub
Nel complesso, la piccola comunità ebraica del Venezuela ha assunto un atteggiamento piuttosto attendista dopo la cattura del dittatore Nicolas Maduro durante un'operazione militare statunitense condotta sabato scorso.
Gli ebrei di Caracas, la capitale venezuelana, mostrano un cauto ottimismo riguardo alle prospettive di un cambio di regime, tenuti nella paura di ritorsioni da decenni di repressione e da un apparato statale sostanzialmente immutato, con un futuro ancora incerto all'orizzonte.
“Tutti sono felici di questa notizia, ma bisogna essere molto cauti”, afferma Daniel Behar, che ha lasciato il Venezuela per Israele 20 anni fa, quando il regime autoritario si stava formando attorno al predecessore di Maduro, Hugo Chávez. "Si teme che la comunità ne pagherà le conseguenze un po' più tardi. »
Maduro, che si era alleato con l'Iran e aveva fatto proprio un discorso largamente antisionista, è stato catturato dai militari americani durante un'operazione a sorpresa condotta a Caracas e dintorni nelle prime ore del giorno, sabato scorso. Il leader deposto e sua moglie sono stati trasferiti a New York per essere entrambi processati da un tribunale federale per traffico di stupefacenti.
Quando si è diffusa la notizia della cattura di Maduro, gli esiliati venezuelani sono scesi in strada per sventolare bandiere e festeggiare la notizia a Madrid o Santiago. Si stima che otto milioni di venezuelani siano fuggiti dall'estrema povertà e dalla repressione politica, a cominciare da gran parte della comunità ebraica, che un tempo contava decine di migliaia di membri.
A Caracas, invece, le strade sono rimaste tranquille dopo questa operazione a sorpresa, e l'esercito venezuelano ha annunciato di riconoscere Delcy Rodriguez, vice presidente di Maduro, come presidente ad interim, invitando la popolazione a riprendere la vita normale.
L'amministrazione Trump afferma di essere pronta a collaborare con ciò che resta del governo Maduro, a condizione che siano garantiti gli obiettivi di Washington, a cominciare dall'accesso degli investimenti americani alle enormi riserve di petrolio greggio del Venezuela.
Le violenze e le minacce passate delle autorità nei confronti delle istituzioni ebraiche – minacce di espropriare scuole o ristoranti di proprietà di ebrei – spiegano perché i membri della comunità esitano a rallegrarsi troppo presto, ritiene Behar.
«Il gran rabbino della comunità ha raccomandato più volte di non opporsi pubblicamente al governo», ricorda. «Per paura che, se succede qualcosa, il resto della popolazione se la prenda con Israele e gli ebrei». »
La comunità ebraica del Venezuela è in allerta da quando Rodríguez ha accusato l'attacco americano contro Maduro di avere «una connotazione sionista».
Gustavo Aristegui, diplomatico e analista spagnolo molto prolifico sulla questione del regime venezuelano, la considera «uno dei membri più pericolosi dell'attuale regime».
«La popolazione ebraica è in attesa», ritiene Samy Yecutieli, membro del Forum sulla sicurezza della Camera di commercio Israele-America Latina. «Tutti si mostrano piuttosto discreti. Il regime continua a controllare tutto e la repressione potrebbe ancora rivelarsi molto dura».
Tuttavia, regna anche una forma di cauto ottimismo, aggiunge Yecuteli. L'ex deputata María Corina Machado, vincitrice del Premio Nobel per la pace, si è detta favorevole alla ripresa delle relazioni diplomatiche con Israele.
«Sarebbe molto vantaggioso per Israele e per la comunità ebraica locale», ritiene Yecutieli.
Per Donna Benzaquen, una ragazza di 17 anni originaria di Caracas che studia al Midreshet Lindenbaum, membro della rete Ohr Torah Stone a Gerusalemme, i prossimi mesi saranno determinanti per il suo paese natale, di cui osserva i tumulti a distanza.
«Amo il Venezuela, ma non riesco a immaginarmi un futuro lì», confida. «Spero solo che le cose migliorino per la mia famiglia e il resto della popolazione».
• Maree mutevoli
La presenza ebraica in Venezuela risale ad almeno 200 anni fa, più o meno al momento in cui il Paese ottenne l'indipendenza dalla Spagna, nel 1821. Sebbene gli ebrei convertiti con la forza al cristianesimo potessero essere arrivati secoli prima, la prima menzione dell'esistenza di comunità ebraiche li colloca in città costiere come Coro o Caracas, nella persona di ebrei sefarditi molto attivi nel commercio e negli affari.
Nel XX secolo, secondo diverse stime, le successive ondate di immigrazione hanno gonfiato le fila della comunità, che prima dell'ascesa al potere di Chávez, nel 1999, contava tra i 25.000 e i 45.000 ebrei.
Negli anni successivi, molti venezuelani hanno lasciato il Paese quando il governo ha iniziato ad attaccare apertamente i suoi oppositori e a nazionalizzare l'economia, confiscando le ricchezze e riducendo la popolazione alla povertà, una tendenza che si è solo accentuata quando Maduro è succeduto a Chávez nel 2013.
Si stima che il 25% della popolazione venezuelana abbia abbandonato il Paese negli ultimi vent'anni, con una comunità ebraica che secondo le ultime stime conta ormai solo 4.000-6.000 persone.
Durante il mandato di questi due leader, il Paese si è apertamente avvicinato all'Iran ed è diventato un rifugio per il gruppo terroristico libanese Hezbollah: entrambi utilizzano infatti le sue vaste reti di traffico di droga e riciclaggio di denaro a vantaggio delle loro attività terroristiche. Il Venezuela ha inoltre adottato una posizione ferocemente anti-israeliana e filopalestinese.
“Un tempo era il Paese più ricco del Sud America e uno dei più ricchi del mondo”, ricorda Arie Kacowicz, titolare della cattedra di relazioni internazionali Chaim Weizmann e professore di relazioni internazionali all'Università Ebraica di Gerusalemme. «La comunità ebraica era piuttosto ricca e per lo più filoisraeliana, ma dieci anni dopo l'ascesa al potere di Chávez, il Paese ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele. Da allora, l'antisemitismo è stato sporadico».
Oggi, l'antisemitismo in Venezuela è essenzialmente opera del potere politico ed è legato al conflitto israelo-palestinese, mentre i media ufficiali diffondono un discorso antisionista basato sui classici cliché antisemiti.
«Il governo rivoluzionario di sinistra nutre una sfiducia e un odio intrinseci nei confronti della comunità ebraica, che tuttavia non è perseguitata a causa della sua ebraicità», afferma Aristegui, che aggiunge: «Sono perseguitati soprattutto perché si oppongono al regime e alle sue relazioni con l'Iran e Hezbollah». »
Behar è pienamente d'accordo con questo modo di vedere le cose.
«L'antisemitismo in Venezuela non ha nulla a che vedere con quello che prevale in Europa», spiega. «È legato soprattutto alla questione palestinese, incoraggiata dalla dittatura. La popolazione ha problemi ben più importanti da affrontare».
• Una violenta repressione
A causa della repressione politica endemica in tutto il Paese, gli ebrei non possono esprimersi liberamente contro le posizioni o le politiche anti-israeliane che privano la comunità delle sue risorse.
«Bisogna tenere presente che stiamo parlando di uno dei Paesi più violenti al mondo», sottolinea Aristegui.
«Il regime continua a brandire la minaccia della violenza per reprimere il popolo».
Se è vero che i crimini violenti sono diminuiti notevolmente dal loro picco storico, a metà dello scorso decennio, il tasso di omicidi rimane uno dei più alti al mondo. Secondo Aristegui, il governo ne approfitta per mettere a tacere i suoi oppositori.
“Spesso, ciò che sembra un'aggressione per strada o una rapina a mano armata che costa la vita a un'intera famiglia, è in realtà un omicidio politico”, sostiene. “La comunità ebraica è particolarmente vulnerabile a questi attacchi, il che spiega perché prendono posizione contro il regime solo dopo aver lasciato il Paese”.
Secondo Aristegui, il Venezuela ospita campi di addestramento terroristici di Hezbollah e gestisce una vasta rete di traffico di Captagon, uno stimolante illegale.
«Il Venezuela è il più importante alleato di Teheran in America Latina», riassume Aristegui. «Da 27 anni, il suo rapporto con Hezbollah e l'Iran si è rivelato molto redditizio».
«Speriamo che tutto questo finisca con la caduta del regime», conclude.
(The Times of Israel, 5 gennaio 2026)
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Proteste dopo il riconoscimento israeliano del Somaliland
GERUSALEMME / HARGEISA – Il riconoscimento della Repubblica del Somaliland da parte di Israele ha scatenato proteste. Martedì, in diverse città somale, la popolazione ha manifestato contro questa decisione. A Guriceel, uno dei leader religiosi locali, lo sceicco Ahmed Moalim, ha dichiarato: «Non abbiamo nulla in comune con Israele». Ha messo in guardia la popolazione del Somaliland dall'avvicinarsi a Israele. Anche nella capitale Mogadiscio si sono tenute manifestazioni di protesta.
Il 26 dicembre il capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu (Likud), il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar (Nuova Speranza) e il presidente del Somaliland Abdirahman Mohamed Abdullahi hanno firmato un accordo. In esso dichiarano il reciproco riconoscimento dei due paesi e annunciano l'apertura di ambasciate.
Il Somaliland si trova di fronte allo Yemen, nell'Africa orientale, e la sua capitale è Hargeisa. Confina con Gibuti, l'Etiopia e la Somalia. Già nel 1960 aveva dichiarato la sua indipendenza dal Regno Unito. All'epoca, 35 paesi riconobbero lo Stato, tra cui Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina e Israele. Tuttavia, dopo solo un mese, il Somaliland, di impronta democratica, entrò in “unione” con la Somalia e da allora appartenne al paese governato in parte da un regime musulmano repressivo. Quando nel 1991 dichiarò nuovamente la propria indipendenza, questo passo non ottenne più il riconoscimento internazionale.
Il vice ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite Jonathan Miller ha fatto riferimento a questo contesto storico in una sessione speciale del Consiglio di sicurezza mondiale. Il riconoscimento non sarebbe quindi “né provocatorio né innovativo”, ma piuttosto la “conferma di una realtà consolidata da tempo”. La mossa è “in linea con i valori che questo Consiglio deve sostenere”. Potrebbe rafforzare la stabilità nel Corno d'Africa.
• “Un paese, un popolo, una religione”
Il diplomatico somalo Abukar Dahir Osman ribatte che è scandaloso che un paese che “lascia morire di fame Gaza” “ci dia lezioni oggi”. La Somalia è “un paese, un popolo, una religione”. I cittadini hanno lottato insieme per l'indipendenza. Sono uniti nella lotta al terrorismo nel Corno d'Africa.
Molti inviati al Consiglio di sicurezza hanno condannato la decisione israeliana. Durante la riunione sono state anche sollevate accuse secondo cui Israele vorrebbe insediare i palestinesi della Striscia di Gaza in Somaliland contro la loro volontà.
L'ambasciatrice aggiunta degli Stati Uniti, Tammy Bruce, ha invece dichiarato che Israele ha “lo stesso diritto di intrattenere relazioni diplomatiche di qualsiasi altro Stato sovrano”. Negli ultimi mesi diversi paesi hanno riconosciuto uno “Stato palestinese inesistente”. “Non è stata convocata alcuna riunione d'urgenza per esprimere il disappunto di questo Consiglio”.
Bruce ha aggiunto: “Il persistente doppio standard di questo Consiglio e la sua attenzione fuorviante lo distraggono dal suo compito di mantenere la pace e la sicurezza internazionali”. Tuttavia, non ha rilasciato alcuna dichiarazione sul Somaliland. Ha sottolineato che non vi è alcun cambiamento nella politica americana.
• “Israele ha portato alla luce la verità soppressa”
L'ufficio presidenziale del Somaliland ha sottolineato su X: “Israele ha portato alla luce la verità soppressa e la legittimità storica del Somaliland, a lungo negata. Per la prima volta da quando il Somaliland ha ripristinato la sua indipendenza, il Consiglio di sicurezza ha discusso lo status del Somaliland sulla base di prove documentate, continuità storica e fatti accertati”. Il Consiglio non ha adottato misure legali, motivo per cui lo status della Repubblica non è più in discussione. L'azione di Israele nella riunione d'urgenza ha messo in luce la legittimità storica del Somaliland, che è stata ignorata per decenni.
Il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud ha condannato il riconoscimento, affermando che rappresenta una minaccia per la stabilità nel Corno d'Africa. Martedì si è recato in Turchia per delle consultazioni. Durante un incontro, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan gli ha dato ragione: “A nostro avviso, preservare l'unità e l'integrità della Somalia in ogni circostanza riveste un'importanza particolare. La decisione di Israele di riconoscere il Somaliland è illegittima e inaccettabile”.
Erdogan ha annunciato che la Turchia intende iniziare nel nuovo anno le trivellazioni al largo delle coste della Somalia alla ricerca di petrolio e gas. A tal fine è stato stipulato un accordo bilaterale. La sua flotta sarà ampliata con due nuove navi di trivellazione. Mohamud ha affermato che «la posizione aggressiva di Netanyahu, che coinvolge anche la Somalia, è inaccettabile». L'accordo viola il diritto internazionale. Con esso iniziano “insicurezza e instabilità, soprattutto per la Somalia e la regione africana”.
• Critiche da parte della Lega Araba, dell'UE e della Cina
Anche la Lega Araba, l'Unione Africana e l'Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) hanno criticato l'accordo. L'Unione Europea ha chiesto che venga preservata l'integrità della Somalia. Ha invitato al dialogo tra il governo nazionale somalo e il Somaliland. Anche l'Iran, l'Arabia Saudita e la Cina si sono unite alle critiche.
Anche l'Autorità Palestinese (AP) e il gruppo terroristico Hamas hanno condannato la mossa diplomatica. Sabato la milizia somala Al-Shabab, legata alla rete terroristica Al-Qaeda, ha lanciato una minaccia: combatterà ogni tentativo israeliano di “rivendicare o utilizzare parti del Somaliland”, secondo quanto riportato dall'emittente qatariota “Al-Jazeera”.
• Taiwan accoglie con favore la decisione israeliana
Taiwan, rivendicata dalla Cina, ha invece accolto con favore la decisione israeliana. Il 28 dicembre il Ministero degli Esteri ha dichiarato che Taiwan, Israele e Somaliland sono tutti “partner democratici che condividono gli stessi valori di democrazia, libertà e Stato di diritto”. La mossa faciliterà la cooperazione trilaterale.
Nell'agosto 2020 Taiwan ha aperto una rappresentanza ufficiale a Hargeisa. Un mese dopo, la rappresentanza diplomatica del Somaliland ha iniziato la sua attività a Taipei. Lo scorso luglio Taiwan e Somaliland hanno firmato un accordo di cooperazione bilaterale in materia di guardia costiera: insieme vogliono garantire la sicurezza della navigazione nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden.
Oltre a Taiwan e ora Israele, nessun altro Paese ha finora riconosciuto il Somaliland. Netanyahu ha scritto su X: “Questa dichiarazione è nello spirito degli accordi di Abramo”. Questi accordi con Israele sono stati firmati dal 2020 dagli Emirati Arabi Uniti, dal Bahrein, dal Marocco, dal Sudan e dal Kazakistan.
Mercoledì il ministero degli Esteri israeliano ha sottolineato che l'Unione Africana ha cambiato rotta. Su X ha citato una dichiarazione dell'Unione del 2005: “Il fatto che l'unione tra Somaliland e Somalia non sia mai stata ratificata e non abbia funzionato quando è entrata in vigore dal 1960 al 1990 rende la ricerca del riconoscimento da parte del Somaliland storicamente unica e giustificata dalla storia politica dell'Africa”.
(Israelnetz, 5 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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“Prima o poi la politica delle chiacchiere deve finire”
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Sia l'intervento americano in Venezuela che la decisa azione militare di Israele in Medio Oriente segnano il passaggio da una politica di “pazienza strategica”, o meglio, da una politica di “bla bla bla”, a un'era di distruzione proattiva. L'arresto di Nicolas Maduro e di sua moglie da parte delle forze speciali americane e l'eliminazione sistematica dei leader terroristici da parte delle forze di sicurezza israeliane negli ultimi due anni segnano la fine delle minacce vuote. Stiamo assistendo al passaggio a una politica mondiale basata su fatti concreti, in cui la fusione operativa tra Washington e Gerusalemme crea una nuova e inesorabile realtà. L'immunità dei leader autocratici e dei signori del terrore è stata definitivamente revocata. La fase delle vuote minacce e delle lunghe dichiarazioni diplomatiche è finita. Oggi ciò che conta è l'esecuzione immediata. Come ha detto ieri il senatore repubblicano Lindsay Graham ai media israeliani: “Se fossi il leader dell'Iran, andrei in moschea a pregare”.
Questo nuovo ordine mondiale abolisce l'immunità di cui godevano finora i regimi autocratici. Chi esporta il terrorismo o mina la stabilità globale sarà ora chiamato a rispondere personalmente delle proprie azioni, invece di essere combattuto solo tramite dei rappresentanti. Il messaggio a Teheran è inequivocabile: gli Stati Uniti e Israele agiscono come due bracci della stessa unità strategica. Mentre Washington smantella i nodi finanziari e logistici in America Latina, Gerusalemme neutralizza le infrastrutture militari sul posto. Questo attacco coordinato priva Hezbollah della sua base finanziaria globale e lo indebolisce direttamente ai confini di Israele.
Particolarmente profonde sono le ripercussioni sui movimenti di protesta interni in Iran. Il caso di Maduro funge da potente catalizzatore per la resistenza civile, dimostrando che anche le dittature più radicate possono crollare in brevissimo tempo se viene meno la protezione esterna e la pressione internazionale si traduce in azioni concrete. La barriera psicologica dell'invincibilità del regime è stata infranta.
Quando l'“asse della resistenza” in un luogo così centrale come il Venezuela crolla come un castello di carte, il coraggio del popolo iraniano di rivendicare il destino di Maduro anche per i propri leader aumenta. Ricordiamo che, dopo una settimana di sanguinosi disordini in Iran, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha già tracciato tre giorni fa una nuova linea rossa con una minaccia inequivocabile su Truth Social, che ora appare ancora più rossa di prima. Se il regime dei mullah aprirà il fuoco sui manifestanti pacifici, gli Stati Uniti interverranno direttamente. “Siamo pronti ad agire”, ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti.
Con la destituzione del regime di Maduro da parte dei commando statunitensi, è stato distrutto il più importante avamposto finanziario dell'“asse della resistenza” nell'emisfero occidentale. Questo colpo ha un effetto sinergico con la strategia israeliana in Medio Oriente. Mentre Israele decima l'infrastruttura militare di Hezbollah e dell'Iran sul posto ed elimina i loro vertici, il governo statunitense, con l'intervento a Caracas, priva questi attori del terrorismo della loro struttura logistica e finanziaria. Per anni il Venezuela è stato il centro nevralgico del riciclaggio dell'oro e del traffico di droga, con cui veniva finanziato il terrorismo contro Israele. Questo “bancomat globale” è ora sigillato.
Dopo l'intervento in Venezuela, questo avvertimento è molto più che retorica. Mentre Trump dichiara ufficialmente l'offensiva contro il Venezuela come una guerra contro il terrorismo della droga, i cartelli e la criminalità transfrontaliera, ciò serve principalmente come pretesto negoziabile dal punto di vista del diritto internazionale e della politica interna. Tuttavia, chi si ferma all'analisi della lotta alla droga non comprende la dimensione del gioco. La criminalità legata alla droga è solo la chiave per aprire la porta. Secondo diversi esperti nel Paese e negli Stati Uniti, dietro di essa si nasconde una lotta di potere molto più violenta per la supremazia energetica, la sovranità tecnologica e il riassetto del controllo globale. Il Venezuela è un crocevia energetico strategico. Nell'ultimo decennio, circa il 90% del petrolio venezuelano è stato esportato in Cina, non attraverso il libero mercato, ma come rimborso diretto del debito. Ciò ha garantito a Pechino un approvvigionamento energetico economico, stabile e protetto dal punto di vista geopolitico. Per Donald Trump, questo radicamento energetico di una grande potenza rivale nel mezzo dell'emisfero occidentale rappresenta un superamento inaccettabile dei limiti.
In definitiva, non importa se la motivazione ufficiale di Washington corrisponda alla verità o serva solo come alibi strategico. Nella dura valuta della geopolitica, i pretesti sono spesso solo gli strumenti necessari per creare fatti irreversibili. L'intervento coordinato degli Stati Uniti in Venezuela e l'azione risoluta di Israele in Medio Oriente dimostrano che ci troviamo in una fase in cui gli obiettivi strategici non vengono più raggiunti con frasi diplomatiche di circostanza, ma con l'esecuzione operativa.
Lo smantellamento del regime di Maduro sotto la bandiera della lotta alla droga è l'alibi perfetto per eliminare la testa di ponte energetica della Cina nell'emisfero occidentale e, allo stesso tempo, privare Hezbollah della sua base finanziaria. È una politica d'azione che rompe lo stallo decennale. Questa nuova dinamica tra Washington e Gerusalemme mira a smantellare fisicamente le reti destabilizzanti da Teheran a Caracas. Alla fine, ciò che conta è solo il risultato, la creazione di un nuovo ordine globale che, secondo le legittime speranze, porterà a un mondo più sicuro e stabile per tutti noi grazie alla destituzione delle reti autocratiche e delle strutture terroristiche. Ma, onestamente, nessuno può davvero garantirlo, e sono ben consapevole che l'intera analisi potrebbe rivelarsi un fallimento e portare a una guerra globale. Ma a un certo punto bisogna davvero smetterla con le chiacchiere diplomatiche in politica e passare all'azione.
I capi di Stato europei si trovano di fronte a una decisione esistenziale: vogliono continuare a perseguire una politica di infinite chiacchiere mentre il mondo intorno a loro viene riorganizzato dai fatti? L'era degli avvertimenti senza conseguenze è finita. Di fronte alla massiccia pressione esercitata dai problemi irrisolti della migrazione araba all'interno e dalla nuova determinazione dell'asse Washington-Gerusalemme all'esterno, l'esitazione finora è diventata un lusso pericoloso. Naturalmente tutto ha i suoi rischi, ma ancora più pericoloso è non fare nulla. L'Europa non può più permettersi di stare ai margini della storia. Mentre gli Stati Uniti e Israele tracciano la rotta strategica con operazioni militari in Venezuela e in Medio Oriente, Bruxelles deve decidere: o si aderisce a questa politica dell'azione per salvaguardare i propri interessi di sicurezza e la stabilità interna, oppure si sprofonda nell'irrilevanza geopolitica.
Penso che sia chiaro: chi in un mondo di fatti si limita a parlare, non solo viene ignorato, ma perde anche il controllo sul proprio futuro.
(Israel Heute, 4 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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“… gli Stati Uniti e Israele agiscono come due bracci della stessa unità strategica... la nuova determinazione dell’asse Washington-Gerusalemme... ” E questo dovrebbe rassicurare chi ha a cuore la sorte di Israele? Trump ha fatto un discorso in stile hitleriano: esaltazione di una real politik che trova la sua giustificazione nel fatto compiuto. Vincere è il nostro destino, pensa l’hitleriano, perché la nostra nazione lo vuole, per il suo bene, che naturalmente coincide con il bene del mondo, o dell’emisfero occidentale, che per i liberal è la stessa cosa. L’impresa venezuelana degli Stati Uniti può essere interpretata come un'espressione di debolezza, non di forza: un segno avanzato di declino. E non è consolante sapere che gli Usa si presentano o sono pensati in simbiosi con Israele. M.C.
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 15
Secondo peccato di Saul dopo la sua vittoria su Amalec
- Samuele disse a Saul: “L'Eterno mi ha mandato per ungerti re del suo popolo Israele; ascolta dunque quello che ti dice l'Eterno. Così parla l'Eterno degli eserciti: 'Io ricordo ciò che Amalec fece a Israele quando gli si oppose nel viaggio mentre saliva dall'Egitto. Ora va', sconfiggi Amalec, vota allo sterminio tutto ciò che gli appartiene; non lo risparmiare, ma uccidi uomini e donne, fanciulli e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini'”.
- Saul dunque convocò il popolo e ne fece la rassegna in Telaim: erano duecentomila fanti e diecimila uomini di Giuda. Saul giunse alla città di Amalec, tese un'imboscata nella valle, e disse ai Chenei: “Andatevene, ritiratevi, allontanatevi dagli Amalechiti, perché io non vi distrugga insieme a loro, poiché voi avete usato benevolenza verso tutti i figli d'Israele quando salirono dall'Egitto”. Così i Chenei si ritirarono dagli Amalechiti. Saul sconfisse gli Amalechiti da Avila fino a Sur, che sta di fronte all'Egitto. Prese vivo Agag, re degli Amalechiti, e votò allo sterminio tutto il popolo, passandolo a fil di spada. Ma Saul e il popolo risparmiarono Agag e il meglio delle pecore, dei buoi, gli animali della seconda figliatura, gli agnelli e tutto quel che c'era di buono; non vollero votarli allo sterminio, ma votarono allo sterminio tutto ciò che non aveva valore ed era scadente.
- Allora la parola dell'Eterno fu rivolta a Samuele, dicendo: “Io mi pento di avere stabilito re Saul, perché si è sviato da me e non ha eseguito i miei ordini”. Samuele ne fu irritato e gridò all'Eterno tutta la notte. Poi si alzò la mattina di buon'ora e andò incontro a Saul; ma vennero a dire a Samuele: “Saul è andato a Carmel, e là si è eretto un monumento; poi se n'è ritornato e, passando oltre, è sceso a Ghilgal”. Samuele si recò da Saul; e Saul gli disse: “L'Eterno ti benedica! Io ho eseguito l'ordine dell'Eterno”. E Samuele disse: “Che cos'è dunque questo belare di pecore che mi giunge agli orecchi e questo muggire di buoi che sento?”. Saul rispose: “Sono bestie condotte dal paese degli Amalechiti; perché il popolo ha risparmiato il meglio delle pecore e dei buoi per farne dei sacrifici all'Eterno, al tuo Dio; il resto, però, l'abbiamo votato allo sterminio”.
- Allora Samuele disse a Saul: “Basta! Io ti annuncerò quello che l'Eterno mi ha detto stanotte!”. E Saul gli disse: “Parla”. E Samuele disse: “Non è forse vero che quando ti reputavi piccolo sei divenuto capo delle tribù d'Israele, e l'Eterno ti ha unto re d'Israele? L'Eterno ti aveva dato una missione, dicendo: 'Va', vota allo sterminio quei peccatori degli Amalechiti, e fa' loro guerra finché siano sterminati'. E perché dunque non hai ubbidito alla voce dell'Eterno? Perché ti sei gettato sul bottino e hai fatto ciò che è male agli occhi dell'Eterno?”.
- E Saul disse a Samuele: “Ma io ho ubbidito alla voce dell'Eterno, ho compiuto la missione che l'Eterno mi aveva affidato, ho condotto qui Agag, re di Amalec, e ho votato allo sterminio gli Amalechiti; ma il popolo ha preso, fra il bottino, delle pecore e dei buoi come primizie di ciò che doveva essere sterminato, per farne dei sacrifici all'Eterno, al tuo Dio, a Ghilgal”.
- Allora Samuele disse: “L'Eterno gradisce gli olocausti e i sacrifici quanto l'ubbidire alla sua voce? Ecco, l'ubbidienza è meglio del sacrificio, e dare ascolto vale più del grasso dei montoni; poiché la ribellione è come il peccato della divinazione, e l'ostinatezza è come l'adorazione degli idoli e degli dèi domestici. Poiché tu hai rigettato la parola dell'Eterno, anch'egli ti rigetta come re”.
- Allora Saul disse a Samuele: “Io ho peccato, poiché ho trasgredito il comandamento dell'Eterno e le tue parole; io ho temuto il popolo, e ho dato ascolto alla sua voce. Ora dunque, ti prego, perdona il mio peccato, ritorna con me, e io mi prostrerò davanti all'Eterno”. Samuele disse a Saul: “Io non ritornerò con te, poiché hai rigettato la parola dell'Eterno, e l'Eterno ha rigettato te perché tu non sia più re sopra Israele”. E come Samuele si voltava per andarsene, Saul lo prese per il lembo del mantello, che si strappò.
- Allora Samuele gli disse: “L'Eterno strappa oggi di dosso a te il regno d'Israele e lo dà a un altro, che è migliore di te. E colui che è la gloria d'Israele non mentirà e non si pentirà; poiché egli non è un uomo perché debba pentirsi”.
- Allora Saul disse: “Ho peccato; ma tu adesso onorami, ti prego, in presenza degli anziani del mio popolo e in presenza d'Israele; ritorna con me e io mi prostrerò davanti all'Eterno, al tuo Dio”. Samuele dunque ritornò, seguendo Saul, e Saul si prostrò davanti all'Eterno. Poi Samuele disse: “Conducetemi qui Agag, re degli Amalechiti”. E Agag venne da lui incatenato. E Agag diceva: “Certo, l'amarezza della morte è passata”. Samuele gli disse: “Come la tua spada ha privato le donne di figli, così tua madre sarà privata di figli fra le donne”. E Samuele fece squartare Agag in presenza dell'Eterno a Ghilgal.
- Poi Samuele se ne andò a Rama, e Saul salì a casa sua, a Ghibea di Saul. E Samuele, finché visse, non andò più a vedere Saul, perché Samuele faceva cordoglio per Saul; e l'Eterno si pentì di avere fatto Saul re d'Israele.
(Notizie su Israele, 5 gennaio 2026)
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ZAKA: l’organizzazione israeliana impegnata nelle emergenze e nel recupero delle vittime
di Michelle Zarfat
ZAKA è una delle principali organizzazioni di risposta alle emergenze e di recupero delle vittime in Israele e all’estero, nota per il suo intervento in scenari di eventi traumatici, catastrofi e attacchi terroristici. Fondata ufficialmente nel 1995, l’organizzazione ha le sue radici negli anni precedenti, quando già negli anni della Prima Intifada operava sul campo per dare dignità alle vittime di attentati e disastri. Il nome ZAKA deriva dall’acronimo ebraico di ‘Zihuy Korbanot Ason’, che si traduce in “identificazione delle vittime di disastri”. In linea con il suo motto operativo — “Salvare chi può essere salvato, onorare chi non ce l’ha fatta” — l’organizzazione svolge un lavoro specialistico nelle fasi più delicate di una crisi: dal primo soccorso, alla ricerca e al recupero dei corpi, fino al loro trattamento e al coordinamento con le autorità locali.
L’attività di ZAKA non si limita alla gestione delle conseguenze di atti di terrorismo: l’organizzazione interviene anche in disastri naturali, incidenti gravi, situazioni di emergenza civile e in eventi traumatici di varia natura. Nel corso degli anni, i volontari di ZAKA sono stati all’opera anche in missioni internazionali, dai terremoti in Asia alle operazioni di soccorso dopo attacchi in varie parti del mondo. Il gruppo è composto da migliaia di volontari che operano 24 ore su 24 e viene riconosciuto come parte fondamentale delle risposte civili alle emergenze in Israele. Nel 2025, secondo il rapporto annuale dell’organizzazione, ZAKA ha risposto a oltre 7.000 casi, mostrando l’ampiezza e la costanza del suo impegno sia a livello nazionale sia internazionale.
Il lavoro di ZAKA è noto anche grazie ad un contesto europeo recente: dopo la tragedia di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove un’esplosione e un incendio hanno causato numerose vittime e feriti, è stata inviata una squadra specializzata nel riconoscimento dei corpi carbonizzati grazie alla competenza specifica sviluppata negli anni nella gestione di scenari complessi e traumatici. Questa presenza internazionale non è un episodio isolato: il team di ZAKA è stato inviato anche in contesti di crisi all’estero, come è accaduto in Australia dopo un attacco a Bondi Beach, dove i volontari hanno affiancato le autorità locali nelle operazioni di ricerca e recupero, con particolare attenzione alla dignità delle vittime secondo usanze e procedure condivise. ZAKA è un’organizzazione di volontariato che, pur avendo un forte legame con le comunità locali in Israele, è aperta a persone di varia estrazione sociale, religiosa e culturale, unite dal principio di ‘Hessed veEmet’, un concetto che implica assistenza umana senza aspettative di ritorno. Nel corso degli anni, l’organizzazione ha ricevuto anche riconoscimenti internazionali, tra cui uno status consultivo presso l’ONU, riconoscimento che riflette l’importanza percepita del suo ruolo nelle operazioni umanitarie su scala globale.
(Shalom, 5 gennaio 2026)
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La fuga dei cervelli accademici diventa un pericolo strategico
TEL AVIV / GERUSALEMME – Israele sta perdendo sempre più uno dei suoi pilastri fondamentali: gli scienziati altamente qualificati. Nuovi dati dell'Ufficio centrale di statistica (CBS) mostrano che dal 2023, per la prima volta, il numero di accademici israeliani che lasciano il Paese è superiore a quello di coloro che vi fanno ritorno. Particolarmente colpiti sono settori chiave come la matematica, l'informatica, le scienze naturali e la medicina, ovvero proprio quei campi su cui si basa la forza economica, tecnologica e di sicurezza di Israele.
Secondo i dati del CBS, nel 2024 circa 54.800 laureati delle università israeliane vivevano all'estero da almeno tre anni. Ciò corrisponde al 6,2% di tutti i laureati, ma quasi al 12% di tutti i dottori di ricerca. In alcune discipline le cifre sono nettamente più elevate: più di un quarto dei dottori di ricerca in matematica e quasi il 22% degli informatici hanno lasciato Israele.
• Inversione di tendenza dal 2023
Per anni l'emigrazione dal mondo scientifico è stata considerata un fenomeno temporaneo: molti israeliani acquisivano esperienza all'estero e poi tornavano. Ma questa dinamica si è invertita. Dal 2022 il numero di rimpatriati è in calo, mentre quello degli emigranti a lungo termine è in aumento. Il 2023 segna una svolta: per la prima volta il numero di emigranti supera quello dei rimpatriati.
I comitati direttivi accademici parlano di un segnale d'allarme. Il Consiglio dei presidenti delle università di ricerca israeliane ha dichiarato al quotidiano “Yediot Aharonot” che Israele investe ingenti fondi pubblici nella formazione dei suoi migliori cervelli, ma li perde “nel momento della verità”. Ciò riguarda in egual misura l'alta tecnologia, la ricerca, la sicurezza e la resilienza nazionale.
• Guerra, insicurezza e isolamento internazionale
Le cause sono molteplici e derivano in parte da fattori strutturali e in parte da fattori esterni al sistema. Negli ultimi anni, la guerra, l'instabilità politica e, sempre più, anche la pressione internazionale sulle università israeliane hanno favorito il trasferimento all'estero.
Per molti scienziati israeliani, una carriera accademica all'estero è più attraente per ragioni strutturali. Le università internazionali di punta, in particolare negli Stati Uniti e nell'Europa occidentale, offrono molti più posti di lavoro a tempo indeterminato, migliori prospettive di carriera e stipendi più alti.
E anche coloro che rimangono sono spesso critici nei confronti del proprio governo. Ad esempio, il presidente dell'Accademia israeliana delle scienze David Harel, che si è apertamente espresso a favore di un cambio di governo e in un articolo pubblicato sul quotidiano FAZ ha affermato: “Il danno che l'attuale governo ha arrecato alla nostra democrazia dal suo insediamento alla fine del 2022 è grave”. L'insoddisfazione politica è quindi un'altra causa dell'emigrazione.
Allo stesso tempo, si moltiplicano le misure di boicottaggio contro le istituzioni accademiche israeliane. Università e associazioni professionali in Norvegia, Spagna, Belgio, Irlanda, Paesi Bassi e Brasile hanno sospeso o interrotto le collaborazioni. Anche grandi associazioni scientifiche rifiutano di collaborare. La motivazione addotta è che le università israeliane sarebbero “coinvolte” nella politica statale o nelle strutture militari.
Sebbene molte istituzioni rifiutino un boicottaggio accademico generalizzato e facciano riferimento alla libertà di ricerca e insegnamento, di fatto la pressione sta aumentando, soprattutto sui programmi di finanziamento internazionali.
• Pericolo per la ricerca e l'innovazione
Particolarmente esplosivo è lo sviluppo a livello europeo. Lo Stato ebraico è stato finora un partner importante nel programma di ricerca dell'UE “Horizon Europe” e dal 2021 ha ricevuto circa 876 milioni di euro netti in finanziamenti. Si sta discutendo una sospensione temporanea di Israele dal programma, in particolare in settori con potenziali applicazioni militari come l'intelligenza artificiale, la sicurezza informatica o la tecnologia dei droni.
Non tutti i ricercatori israeliani considerano i boicottaggi accademici un fattore decisivo. Tuttavia, anche i critici ammettono che, se le collaborazioni, i finanziamenti e i progetti prestigiosi venissero a mancare, Israele perderebbe attrattiva come sede di ricerca, indipendentemente dalla valutazione politica.
• Quando i talenti se ne vanno e non tornano
All'interno di Israele, l'effetto è amplificato da un'ondata generale di emigrazione. Tra l'inizio del 2022 e la metà del 2024, più di 125.000 israeliani hanno lasciato il Paese: la più alta perdita di capitale umano in un periodo di tempo così breve. Secondo uno studio dell'Istituto israeliano per la democrazia, il 27% della popolazione sta ora prendendo in considerazione un passo del genere.
Per la scienza questo significa che chi se ne va oggi spesso non torna più. Le reti internazionali, le attrezzature migliori, le strutture di sostegno stabili e la tranquillità politica rendono le università occidentali sempre più attraenti.
• Un pericolo per il futuro
La fuga dei cervelli non è solo una conseguenza di circostanze esterne, ma anche una conseguenza delle strutture carenti all'interno del sistema. Senza investimenti mirati nella ricerca, nei collegamenti internazionali e nella stabilità a lungo termine, Israele rischia di perdere un pilastro fondamentale della sua forza.
(Israelnetz, 5 gennaio 2026)
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Un padre palestinese rivela come Hamas manipola e ricatta gli adolescenti di Gaza per arruolarli nelle fila del terrorismo
di Dana Ben Shimon
Mentre Israele e Stati Uniti continuano a insistere sulla necessità che Hamas deponga le armi, il gruppo terrorista sta riaffermando il controllo su alcune parti della Striscia di Gaza reclutando nuovi membri sia nella sua ala militare che nelle strutture civili.
Un padre palestinese, che chiameremo Mustafa per motivi di sicurezza, afferma che Hamas offre denaro agli adolescenti per convincerli ad arruolarsi nel gruppo.
Parlando al Jerusalem Post, Mustafa descrive come Hamas abbia cercato di reclutare suo figlio 16enne nel centro di Gaza.
“Un giorno, tre uomini si sono avvicinati a mio figlio – racconta il padre palestinese – Non indossavano uniformi di Hamas, solo abiti normali, e gli hanno dato 200 shekel. Gli hanno detto: ‘Prendi questi soldi, comprati qualcosa’.”
Confuso il ragazzo ha chiesto loro perché gli avessero dato quei soldi. “Aiutiamo la gente”, è stata la risposta. E si sono offerti di dargli altri 1.500 shekel se avesse accettato di lavorare per loro, nelle “forze di polizia” o partecipando ad altre attività di Hamas.
“Mio figlio non sapeva cosa fare ed era spaventato – continua Mustafa – Tornato a casa, ha raccontato al fratello maggiore quello che era successo. Il fratello si è arrabbiato e ha capito subito che qualcosa non andava. Quindi gli ha detto: ‘Se tornano, non prendere niente e non parlare con loro. Digli solo che ce la caviamo e che nostro padre ci mantiene’.”
Mustafa è un sostenitore di Fatah che attualmente vive vicino a Ramallah. Ha fatto parte delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese a Gaza fino al 2007, quando Hamas rovesciò l’Autorità Palestinese e prese il controllo della Striscia.
Dopo il sanguinoso colpo di stato di Hamas, come centinaia di membri delle forze di sicurezza fuggì in Cisgiordania, lasciandosi alle spalle la famiglia.
“Hamas approfitta della indigenza e delle famiglie che non hanno abbastanza cibo e altri beni di prima necessità – spiega Mustafa – Hamas ha detto a mio figlio che avrebbe addestrato all’uso delle armi lui, che ha 16 anni, e il fratello 18enne, e che avrebbe dato loro tutto ciò che volevano”.
Ma non è finita qui. Più tardi, alcuni membri di Hamas si sono recati a casa della famiglia a Gaza e hanno offerto farina e provviste alimentari alla moglie di Mustafa. “Mia moglie ha detto loro: ‘Non abbiamo bisogno di niente, mio marito ci manda dei soldi’.”
Quando lo zio del ragazzo è venuto a sapere della vicenda, si è recato a casa di uno degli agenti di Hamas e lo ha avvertito di non avvicinare più la famiglia. C’è stata un’accesa discussione, ma da allora nessuno di Hamas ha più cercato di contattare i fratelli.
“Hamas fa il lavaggio del cervello alle persone, soprattutto agli adolescenti di Gaza” dice Mustafa, aggiungendo che il gruppo terroristico inizialmente li attira con incentivi economici, ma poi li ricatta, rendendo loro quasi impossibile andarsene una volta coinvolti.
“Hamas trova il modo di attirarli – sottolinea – promettono loro cose che desiderano, ma poi se qualcuno cerca di andarsene o non vuole più essere coinvolto, iniziano a minacciarlo: ‘restituisci tutto quello che ti abbiamo dato: i soldi, le provviste di cibo’.”
Mustafa spiega che la maggior parte dei giovani non è in grado di restituire tutto, quindi non hanno altra scelta che rimanere con Hamas, anche se non vogliono.
E aggiunge: “Hamas continua a ripetergli: ‘Gli ebrei hanno preso la nostra terra, sarete degli eroi se li combatterete’. A Hamas non importa nulla della vita di questi adolescenti. Io ho spiegato ai miei figli che c’è una lotta politica tra noi e gli ebrei, ma che la resistenza deve essere pacifica. Perché dovrei mandare mio figlio a morire? Ho cresciuto i miei figli perché vivessero, si sposassero e costruissero il loro futuro, non perché andassero a morire”.
Mustafa descrive anche un altro metodo che Hamas usa per reclutare giovani palestinesi. Il gruppo arresta gli adolescenti con l’accusa di furto o possesso di droga, poi li ricatta e li costringe a lavorare per l’organizzazione.
“Un altro parente della nostra famiglia, un 17enne, è stato arrestato da Hamas – racconta – Gli hanno detto: ‘o lavori per noi o ti spariamo alle gambe’.”
Il giovane ha accettato di unirsi al gruppo dopo il rilascio. “Nel suo caso – dice Mustafa – è vero che aveva rubato qualcosa. È più che altro un ragazzo di strada. Quindi Hamas prende di mira anche i ragazzi emarginati e vulnerabili che possono essere facilmente condizionati, non solo quelli poveri”. …
Secondo fonti palestinesi, Hamas rimane particolarmente forte nella zona centrale della Striscia di Gaza, dove mantiene uno stretto controllo sulla popolazione. Stando alle fonti, il gruppo opera più liberamente in quella zona che in altre aree della Striscia e continua a utilizzare ampiamente le infrastrutture civili per riorganizzarsi e ricostruirsi.
“Se Israele non vuole un altro 7 ottobre – conclude Mustafa – deve distruggere Hamas nella zona centrale di Gaza. Se rimane potente in quest’area, sarà difficile per qualsiasi altro gruppo sostituirla e assumere il controllo”.
(Da: Jerusalem Post, 1.1.26)
(israelnet.it, 4 gennaio 2026)
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Calcio – Solomon conquista Firenze, per lui solo applausi
«Gol di Moise su cross di Solomon: una vittoria biblica». La battuta circola da ieri sera su alcuni social legati alla Curva Fiesole, a incorniciare un pomeriggio di ritrovata speranza in casa Fiorentina. Ancora ultima in classifica, anche se non più in solitaria, la squadra viola torna a credere nella salvezza grazie a una vittoria ottenuta in extremis nella gara casalinga contro la Cremonese nel 18esimo turno di serie A. Moise naturalmente è Kean, il bomber ritrovato. Solomon è invece Manor da Kfar Saba, primo acquisto del mercato invernale (è in prestito dal Tottenham via Villareal) per portare estro e imprevedibilità a un reparto offensivo finora sofferente. Buona la prima, visto che proprio Solomon ha propiziato la marcatura di Kean con un chirurgico traversone, con buona pace di alcuni esponenti politici locali insofferenti all’acquisto del calciatore israeliano e protagonisti per questo di una campagna volta a descriverlo come un sostenitore di «politiche genocidarie». Campagna strumentale e che non sembra aver attecchito negli ambienti del tifo. Alla fine della partita, per lui, ci sono stati solo applausi. a.s.
(moked, 5 gennaio 2026)
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Rallegrati pure, o giovane
di Marcello Cicchese
Rallegrati pure, o giovane, durante la tua adolescenza, e gioisca pure il tuo cuore durante i giorni della tua giovinezza; cammina pure nelle vie dove ti conduce il cuore e seguendo gli sguardi dei tuoi occhi; ma sappi che, per tutte queste cose, Iddio ti chiamerà in giudizio! Bandisci dal tuo cuore la tristezza, e allontana dalla tua carne la sofferenza; poiché la giovinezza e l'aurora sono vanità. Ma ricordati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i cattivi giorni e giungano gli anni dei quali dirai: “Io non ho più alcun piacere”. (...)
Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il discorso: “Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto per l'uomo”. Poiché Dio farà venire in giudizio ogni opera, tutto ciò che è occulto, sia bene, sia male. (Ecclesiaste 12:1-4,15-16).
• RALLEGRATI pure, o giovane, perché Dio ha piacere che i giovani siano allegri e si divertano; vuole che per quanto possibile tengano lontano da loro la tristezza e la sofferenza; vuole che abbiano il coraggio di desiderare la loro felicità e di ricercarla. I giovani sani ridono, scherzano e si divertono perché Dio ha voluto farli così. La naturale allegria dei giovani ci ricorda che in origine Dio ha fatto l'uomo per la gioia. La gioventù sana e allegra ci parla di un Dio che è vita, gioia, bellezza, e di un Dio che desidera ardentemente trasmettere qualcosa di queste sue qualità alle sue creature. Il profeta Zaccaria annuncia la pienezza di vita che negli ultimi tempi tornerà a pulsare in Gerusalemme con queste parole:
"E le piazze della città saranno piene di ragazzi e di ragazze che si divertiranno nelle piazze" (Zaccaria 8:5).
Ma se è volontà di Dio che i giovani siano allegri e si divertano, questo significa che i giovani non hanno alcun bisogno di cercare il loro divertimento fuori di Dio e della sua volontà. L'immagine classica di Dio come di un austero vegliardo con la barba bianca, serio e rispettabile, ma alla lunga anche un po' noioso, è difficile da cancellare dalle pieghe profonde del nostro animo. E così anche i giovani cristiani si abituano a pensare che per divertirsi hanno bisogno di "distrarsi", cioè di "tirarsi fuori" dalle cose riguardanti Dio, che per loro natura sono serie e impegnative. Si sentono un po' come a scuola: le cose serie appartengono al mondo degli adulti, e loro le accettano perché un giorno toccherà anche a loro di entrare in quel mondo, ma finita la lezione, si ricordano di essere giovani e ricominciano a scherzare. Il giovane quindi corre il rischio di considerare il suo giovanile divertirsi come una zona sua propria, un momento di distacco da quel mondo degli adulti in cui ha relegato anche Dio e tutto ciò che ha a che fare con Lui. Corre il rischio di volersi divertire dimenticando la presenza di Dio e della sua legge. E questo lo mette in una situazione infida e pericolosa, che precede l'avvicinarsi di un'infinità di dolori. Un efficace rimedio sta proprio nel permettere a Dio di rinnovare continuamente il suo invito: "Rallegrati". Il giovane che si diverte nell'ambito della legge di Dio può farlo con la buona coscienza di star ubbidendo a un ordine. Dio vuole che il giovane si rallegri. Ma forse è proprio questo che fa sembrare meno divertente il divertimento in Dio. Non è forse vero che il divertimento dei giovani è spesso legato all'idea di trasgressione? e che uno dei giochi più eccitanti sta proprio nell'infrangere le norme fissate dagli adulti? e che si ride più di gusto quando si ride in luoghi e in momenti in cui non si dovrebbe? Come si fa a divertirsi per ordine di Dio? Molto più bello è divertirsi alle spalle di Dio. Per questo è necessario che dopo aver detto: "Rallegrati", si dica anche: "Ma sappi".
• SAPPI, o giovane, che per tutto quello che fai Dio ti chiamerà in giudizio. Se per divertirti hai bisogno di stordirti, di dimenticare che esiste un Dio che ha una sua precisa volontà per te, un giorno sarai costretto a ricordare che i comandamenti di Dio non si possono trasgredire impunemente. Dio è misericordioso, ma non è un bonaccione. L'immagine del vecchio con la barba, oltre a dare l'idea di un Dio che non ha niente da spartire con l'allegria e il divertimento, favorisce anche il pensiero che con un po' di scaltrezza e furberia si possa riuscire a raggirare e abbindolare Dio, proprio come si fa con un vecchio professore rincitrullito. Ma questo è un errore fatale. Dio è misericordioso, ma per conoscere la sua misericordia l'uomo ha soltanto una possibilità: giocare a carte scoperte. Con Dio non si può barare. E neppure si può fingere, o sperare che sia distratto da questioni più importanti.
“Dio farà venire in giudizio ogni opera, tutto ciò che è occulto, sia bene, sia male" (Ecclesiaste 12:16).
Non è forse venuto il tempo di ricordare anche ai giovani, anche a loro che ritengono di avere il diritto di non pensarci perché vogliono essere liberi di godersi la loro gioventù, che esiste un giudizio eterno, e che ad esso nessun uomo può scampare? Ma questo non è attuale, né sul piano evangelistico né su quello educativo. Oggi nessuno è disposto a stare a sentire qualcuno che gli parli di giudizio. Le persone sono al più disposte a subire un'opera di persuasione. Accettano di ascoltarci quando tentiamo di convincerle che quello che gli stiamo proponendo, sia esso l'ultimo modello di aspirapolvere o la salvezza eterna, è proprio quello che ci vuole per loro. E naturalmente si riservano di decidere se accettare o no le nostre proposte. Qualcosa di simile può succedere anche con i nostri figli, che, se va bene, ci stanno a sentire fino a che ci affatichiamo a spiegare loro quanto è bello e vantaggioso seguire il Signore, ma che ritengono chiuso il discorso quando, non essendo convinti dalle nostre parole, pensano di avere il diritto di cercare a modo loro la via che ritengono più consona alla loro felicità. Forse non avremo né la forza né il diritto di trattenerli, ma a noi spetta il compito di dire loro: "sappi". Sappi che Dio ti chiamerà in giudizio, perché le cose stanno così, che tu ne sia convinto o no. Così sta scritto. Anche nel suo amore e nel suo abbassamento in Cristo, Dio resta Dio. E l'uomo resta uomo. Per questo è necessario che la testimonianza cristiana non trascuri di annunciare il giudizio di Dio, perché anche se adesso sembra che sia l'uomo ad avere la possibilità di giudicare se è il caso o no di prendere in considerazione la parola di Dio, verrà il giorno in cui le cose saranno rimesse al loro posto, e sarà la parola di Dio a giudicare le azioni e le parole dell'uomo, e non viceversa. Ma perché lasciarsi andare a pensieri tetri? Perché non godersi in pace la gaia spensieratezza giovanile, visto che alla "gioconda gioventù" segue ineluttabilmente la "molesta vecchiaia"? Chiediamoci allora: perché s'invecchia? Perché siamo fatti in modo che si comincia bene e si finisce male? Perché non avviene il contrario? Perché non avviene che col passar del tempo gli uomini diventano sempre più sani, più belli, più radiosi? Evitando di cercare risposte profonde, l'uomo di oggi si accontenta della spiegazione tecnologica: il pezzo si usura. E nonostante le amorevoli cure, si logora sempre di più fino a che, prima o poi, qualcosa cede definitivamente e il meccanismo si rompe. E' triste, ma è così. Tanto vale quindi non pensarci troppo e godersi il più possibile gli anni migliori. Vecchiaia e morte vengono visti soprattutto come sgradevoli problemi tecnici con ripercussioni in campo sociale; e la ricerca dei rimedi viene lasciata agli esperti di settore: i medici, i politici, gli assistenti sociali. Ma per la Bibbia le cose non stanno così. Se la giovinezza ci parla della vita, della gioia, della bellezza che sono in Dio, la vecchiaia ci parla della morte, della sofferenza, della bruttezza che sono conseguenza del peccato dell'uomo. Se la gioventù è un invito a glorificare il Signore per la grandezza delle sue opere, la vecchiaia è un invito a fare cordoglio per la devastazione che ha compiuto il peccato dell'uomo. Per questo l'Ecclesiaste dice: "Ricordati".
• RICORDATI del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza. Dunque non dice: ricordati che devi morire, ricordati che un giorno dovrai soffrire. Non instilla nel giovane lo spauracchio dei dolori di domani per rovinargli i piaceri di oggi. Al contrario dice: ricordati del tuo Creatore. Ricordati, mentre stai godendo di cose buone, di Colui che te le sta dando e ti permette di goderne; ricordati di chi ha preparato per te cose piacevoli prima ancora che tu nascessi; ricordati di chi ti sta esprimendo il suo amore concedendoti tutte le cose belle che hai. Ma tu sei un peccatore, e quindi sperimenterai anche tu il giudizio di Dio sugli uomini superbi e ribelli, e te ne tornerai alla terra da cui sei uscito, percorrendo una strada di rinunce e di dolori. Tutto questo ti apparirà chiaro quando vedrai le cose belle e buone della giovinezza abbandonarti una dopo l'altra. Ma ricordati ora del tuo Creatore, perché anche se le cose che oggi ti allietano un giorno ti abbandoneranno, Lui non ti abbandonerà. Quindi, non essere spensierato e distratto: non hai bisogno di dimenticare per essere allegro; al contrario, hai bisogno di ricordare. Perciò, ricordati del tuo Creatore. Ma se il ricordo di Dio e della sua bontà agiscono come una forza di attrazione verso il bene, c'è anche qualcosa che agisce come una forza di repulsione nei confronti del male: il timore di Dio. Per questo l'Ecclesiaste dice anche: "Temi".
• TEMI Dio, cioè abbi la consapevolezza che Dio è il Creatore e tu sei una creatura; che Lui ha il diritto di parlare e tu hai il dovere di tacere e di ascoltare; che Lui conosce la realtà e sa qual è il tuo vero bene, mentre tu sei ottuso e cieco proprio quando presumi di saperla lunga. E se ti viene in mente l'idea di provare a vedere quello che succede a trasgredire le leggi di Dio, allora spaventati. Spaventati al pensiero che una piccola creatura come te possa disprezzare l'amore che il Creatore gli manifesta facendogli conoscere quello che è bene per lui, e decida di agire di testa sua su questioni in cui Dio ha già fatto sapere qual è la sua volontà. Spaventati pure, perché ne hai motivo; e questo spavento ti trattenga dal compiere atti insensati che inevitabilmente si ritorceranno contro di te. Ma anche questo è inattuale. Non ci hanno forse detto e ripetuto gli "esperti" che la paura non è mai educativa? Ma non è il caso di farsi intimidire dalle affermazioni sicure degli esperti: sulla base della parola di Dio possiamo tranquillamente dire che non è vero. Siamo così ciechi e presuntuosi, giovani e vecchi, che senza qualche limite esterno che si presenti a noi in forma di spavento non saremmo mai capaci di evitare certi mali da cui ci sentiamo fortemente attratti. Ai piedi del monte Sinai, in un terrificante scenario di lampi e tuoni, accompagnati da un assordante suono di tromba che continuamente e minacciosamente cresce di intensità, il popolo di Dio assiste tremante alla consegna da parte di Dio delle "dieci parole". Mosè si rivolge al popolo e dice:
"Non temete, poiché Dio è venuto per mettervi alla prova, e affinché il suo timore vi stia dinanzi, e così non pecchiate" (Esodo 20:20).
Al popolo giustamente terrorizzato dalla manifestazione della santità di Dio, Mosè comunica una parola di grazia: Non temete. E tuttavia aggiunge che il timore dell'Eterno deve restare "dinanzi a loro", perché sarà proprio questo timore che li tratterrà dal peccare contro Dio. Il timore di Dio serve quindi all'uomo per evitare i peccati futuri, e non per disperarsi di quelli passati. La tattica di Satana consiste nel dare all'uomo sicurezza e spavalderia prima di peccare, e terrore e disperazione dopo aver peccato. Dio fa il contrario: ci dice "temi" prima che compiamo il male, affinché ce ne asteniamo, e "non temere" dopo che abbiamo peccato, se andiamo a Lui per essere perdonati. L'Ecclesiaste conclude il suo discorso con un'ultima, fondamentale esortazione: "Osserva i comandamenti".
• OSSERVA I COMANDAMENTI, cioè prendi sul serio la volontà di Dio; e quando essa è espressa in modo chiaro ed univoco nelle Scritture, non metterti a ragionare: mettila in pratica, punto e basta. Abbi insomma, nei confronti dei comandamenti di Dio, un atteggiamento semplice. Ma - si dice oggi, usando un'argomentazione molto diffusa ma anch'essa tutta da dimostrare sulla base della Scrittura - per ubbidire bisogna prima capire. E per capire bisogna che qualcuno spieghi. E se chi spiega non viene giudicato sufficientemente chiaro e convincente, è ovvio che chi deve capire si sente libero di non ubbidire. Questo potrà anche essere vero in tanti casi, ma certamente non vale per i comandamenti di Dio. Per questi è vero esattamente il contrario: chi vuole capire deve prima ubbidire. Il cammino per fede di cui si parla tanto, spesso in modo teorico e astratto, comincia proprio da qui. Quando Dio ha dato un ordine chiaro nella Sua parola, noi che diciamo di credere in Lui dobbiamo essere convinti di due cose:
- che l'ordine dato è giusto e buono;
- che abbiamo da Dio la forza di metterlo in pratica.
Adamo ed Eva hanno cominciato a peccare quando hanno fatto del comandamento di Dio un oggetto di discussione. Se avessero ubbidito senza discutere avrebbero capito sempre più profondamente il motivo dell'ordine di Dio, ma avendo cercato di capire quando bisognava soltanto ubbidire, non hanno capito né allora né poi, perché dopo aver trasgredito il comandamento di Dio la strada della sua comprensione è sbarrata, come era sbarrata per Adamo ed Eva la strada del rientro nel giardino di Eden. Chi non si ravvede del suo peccato si immerge sempre di più nella menzogna, perché continua a elaborare teorie giustificative che lo avvolgono sempre di più nelle tenebre della falsità. In quelle condizioni, parlare di "capire prima di ubbidire" è solo un inganno diabolico. In conclusione, rallegrati pure, o giovane, negli anni della tua giovinezza, ma ricordati di Dio e della sua legge nel tempo in cui sono più evidenti i segni della sua bontà verso di te. E soprattutto, ricordati di quello che Dio ha fatto per te in Gesù Cristo. Dio si è ricordato di te. Non commettere il delitto, proprio a causa della forza e del benessere che Dio ti sta concedendo, di dimenticarti di Lui.
(Credere e comprendere, febbraio 1989) - PDF
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 14
Vittoria di Gionatan Un giorno, Gionatan, figlio di Saul, disse al suo giovane scudiero: “Vieni, andiamo verso la guarnigione dei Filistei, che è là dall'altra parte”. Ma non disse nulla a suo padre. Saul stava allora all'estremità di Ghibea sotto il melograno di Migron, e la gente che aveva con sé ammontava a circa seicento uomini; e Aia, figlio di Aitub, fratello d'Icabod, figlio di Fineas, figlio di Eli sacerdote dell'Eterno a Silo, indossava l'efod. Il popolo non sapeva che Gionatan se ne fosse andato. - Fra i passi attraverso i quali Gionatan cercava di arrivare alla guarnigione dei Filistei, c'era una sporgenza di roccia da una parte e una sporgenza di roccia dall'altra parte: una si chiamava Boses e l'altra Sene. Una di queste sporgenze di roccia sorgeva a nord, di fronte a Micmas, e l'altra a mezzogiorno, di fronte a Ghibea. Gionatan disse al suo giovane scudiero: “Vieni, andiamo verso la guarnigione di questi incirconcisi; forse l'Eterno agirà per noi, poiché nulla può impedire all'Eterno di salvare con molta o con poca gente”. Il suo scudiero gli rispose: “Fa' tutto quello che ti sta nel cuore; va' pure; ecco, io sono con te dove il cuore ti conduce”.
- Allora Gionatan disse: “Ecco, noi andremo verso quella gente e ci mostreremo a loro. Se ci dicono: 'Fermatevi finché veniamo da voi', ci fermeremo al nostro posto, e non saliremo fino a loro; ma se ci dicono: 'Venite su da noi', saliremo, perché l'Eterno li avrà dati nelle nostre mani. Questo ci servirà di segno”. Così si mostrarono entrambi alla guarnigione dei Filistei; e i Filistei dissero: “Ecco gli Ebrei che escono dalle grotte dove si erano nascosti!”. E gli uomini della guarnigione, rivolgendosi a Gionatan e al suo scudiero, dissero: “Venite su da noi, e vi faremo sapere qualcosa”. Gionatan disse al suo scudiero: “Sali dietro a me, poiché l'Eterno li ha dati nelle mani d'Israele”. Gionatan salì, arrampicandosi con le mani e con i piedi, seguito dal suo scudiero. E i Filistei caddero davanti a Gionatan; e lo scudiero dietro di lui li finiva.
- In questa prima disfatta, inflitta da Gionatan e dal suo scudiero, caddero circa venti uomini, sullo spazio di circa mezzo iugero di terra. Allora lo spavento si sparse nell'accampamento, nella campagna e fra tutto il popolo; la guarnigione e anche i razziatori furono spaventati; il paese tremò, fu uno spavento di Dio. Le sentinelle di Saul a Ghibea di Beniamino guardarono e videro la moltitudine che sbandava e fuggiva qua e là. Allora Saul disse alla gente che era con lui: “Fate la rassegna e vedete chi se n'è andato da noi”. E, fatta la rassegna, ecco che mancavano Gionatan e il suo scudiero. Saul allora disse ad Aia: “Fa' accostare l'arca di Dio!”, poiché l'arca di Dio allora era con i figli d'Israele. E mentre Saul parlava con il sacerdote, il tumulto andava aumentando nell'accampamento dei Filistei; e Saul disse al sacerdote: “Ritira la mano!”. Poi Saul e tutto il popolo che era con lui si radunarono e avanzarono fino al luogo della battaglia; ed ecco che la spada dell'uno era rivolta contro l'altro, e la confusione era grandissima. Ora gli Ebrei, che già prima si trovavano con i Filistei ed erano saliti con loro all'accampamento dal paese circostante, si voltarono e anche loro si unirono con gli Israeliti che erano con Saul e con Gionatan. Anche tutti gli Israeliti che si erano nascosti nella regione montuosa di Efraim, quando udirono che i Filistei fuggivano, si misero a inseguirli per combatterli.
Temerario giuramento di Saul
- In quel giorno l'Eterno salvò Israele, e la battaglia si estese fin oltre Bet-Aven. Gli uomini d'Israele, in quel giorno, erano sfiniti; ma Saul fece fare al popolo questo giuramento: “Maledetto l'uomo che toccherà cibo prima di sera, prima che io mi sia vendicato dei miei nemici”. E nessuno del popolo toccò cibo. Tutto il popolo giunse a una foresta, dove c'era del miele per terra. E quando il popolo entrò nella foresta, vide il miele che colava; ma nessuno si portò la mano alla bocca, perché il popolo rispettava il giuramento.
- Ma Gionatan non aveva sentito quando suo padre aveva fatto giurare il popolo e stese la punta del bastone che teneva in mano, la intinse nel miele che colava, portò la mano alla bocca, e gli si rischiarò la vista. Uno del popolo, rivolgendosi a lui, gli disse: “Tuo padre ha espressamente fatto fare al popolo questo giuramento: 'Maledetto l'uomo che toccherà oggi cibo, benché il popolo fosse estenuato'”. Allora Gionatan disse: “Mio padre ha recato un danno al paese; vedete come l'aver gustato un po' di questo miele mi ha rischiarato la vista! Ah, se il popolo avesse oggi mangiato a volontà del bottino che ha trovato presso i nemici! Non si sarebbe forse fatto una più grande strage dei Filistei?”.
- Essi dunque sconfissero quel giorno i Filistei da Micmas ad Aialon; il popolo era estenuato, e si gettò sul bottino; prese pecore, buoi e vitelli, li sgozzò sul suolo e li mangiò con il sangue. Questo fu riferito a Saul e gli fu detto: “Ecco, il popolo pecca contro l'Eterno, mangiando carne con il sangue”. Ed egli disse: “Voi avete commesso un'infedeltà; rotolate subito qua presso di me una grande pietra”. Saul soggiunse: “Andate in mezzo al popolo e dite a ognuno di condurmi qua il suo bue e la sua pecora e di sgozzarli qui; poi mangiate e non peccate contro l'Eterno, mangiando carne con sangue!”. E, quella notte, ognuno del popolo condusse di propria mano il suo bue e lo sgozzò in quel luogo. Saul costruì un altare all'Eterno: questo fu il primo altare che egli costruì all'Eterno.
- Poi Saul disse: “Scendiamo nella notte a inseguire i Filistei, saccheggiamoli fino alla mattina e facciamo in modo che non ne scampi neanche uno”. Il popolo rispose: “Fa' tutto quello che ti sembra bene”. Allora il sacerdote disse: “Avviciniamoci qui a Dio”. Saul consultò Dio, dicendo: “Devo scendere a inseguire i Filistei? Li darai tu nelle mani d'Israele?”, ma questa volta Iddio non gli diede nessuna risposta. Saul disse: “Avvicinatevi qua, voi tutti capi del popolo, riconoscete e vedete in cosa consista il peccato commesso quest'oggi! Poiché, com'è vero che l'Eterno, il salvatore d'Israele, vive, anche se il colpevole fosse Gionatan mio figlio, egli dovrà morire”. Ma in tutto il popolo non ci fu nessuno che gli rispondesse. Allora egli disse a tutto Israele: “Mettetevi da un lato, io e Gionatan mio figlio staremo dall'altro”. E il popolo disse a Saul: “Fa' quello che ti sembra bene”.
- Saul disse all'Eterno: “Dio d'Israele, fa' conoscere la verità!”. E Gionatan e Saul furono designati dalla sorte, e il popolo scampò. Poi Saul disse: “Tirate a sorte fra me e Gionatan mio figlio”. E Gionatan fu designato. Allora Saul disse a Gionatan: “Dimmi quello che hai fatto”. E Gionatan glielo confessò, e disse: “Sì, io ho assaggiato un po' di miele, con la punta del bastone che avevo in mano; eccomi qui: morirò!”. Saul disse: “Mi tratti Iddio con tutto il suo rigore, se non andrai a morte, Gionatan!”. E il popolo disse a Saul: “Gionatan, che ha compiuto questa grande liberazione in Israele, dovrebbe morire? Non sia mai! Com'è vero che l'Eterno vive, non cadrà a terra un capello del suo capo; poiché oggi egli ha operato con Dio!”. Così il popolo salvò Gionatan, che non fu messo a morte. Poi Saul tornò dall'inseguimento dei Filistei, e i Filistei se ne tornarono al loro paese.
- Ora Saul, quando ebbe preso possesso del suo regno in Israele, mosse guerra a tutti i suoi nemici circostanti: a Moab, ai figli di Ammon, a Edom, ai re di Soba e ai Filistei e dovunque si volgeva, vinceva. Mostrò il suo valore; sconfisse gli Amalechiti e liberò Israele dalle mani di quelli che lo depredavano. I figli di Saul erano: Gionatan, Isvi e Malchisua; e delle sue due figlie, la primogenita si chiamava Merab e la minore Mical. Il nome della moglie di Saul era Ainoam, figlia di Aimaaz, e il nome del capitano del suo esercito era Abner, figlio di Ner, zio di Saul. E Chis, padre di Saul, e Ner, padre di Abner, erano figli di Abiel.
- Per tutto il tempo di Saul, ci fu una guerra accanita contro i Filistei e, quando Saul scorgeva un uomo forte e valoroso, lo prendeva con sé.
(Notizie su Israele, 3 gennaio 2026)
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L’Iran. Rivolta senza precedenti nelle strade e nelle piazze
Contestazione potente e crisi economica. È davvero la fine del regime?
di Emanuele Ottolenghi
Da giorni la società civile iraniana si è riversata nelle strade in una contestazione politica senza precedenti contro il regime. La repressione ha già fatto decine di vittime confermate e ci sono migliaia di arresti. Non è la prima volta che la popolazione iraniana insorge. Dopo i moti studenteschi del 1999 e del 2003, duramente soffocati dal regime, il paese ha sfidato le autorità per molti mesi dopo le elezioni presidenziali del 2009. Ci sono stati altri moti periodici, inclusi, recentemente, nel 2022. Ogni volta la risposta violenta del regime ha prevalso sugli impulsi democratici di chi protestava. Questa volta, però potrebbe andare diversamente. Tre i temi da tener presente e seguire nei giorni a venire.
• Primo: le cause della rivolta.
Il catalizzatore delle proteste è stato principalmente il crollo del valore della moneta iraniana, il Rial. Frutto di una crisi economica cronica ma anche di una politica monetaria mirata a favorire le esportazioni a scapito di chi invece importa (la classe media dei commercianti e piccole e medie imprese), il collasso della valuta ha portato in piazza il bazaar, un’importante componente socioeconomica del paese che aveva finora per lo più sostenuto il regime. Ma la radice del malcontento non è solo economica, né tantomeno lo sono le rivendicazioni. Da mesi, la crisi idrica in Iran, frutto di decenni di gestione incompetente e avventurista, sta mettendo a dura prova la società. La repressione interna è aumentata dopo la guerra dei 12 giorni del giugno 2025, durante la quale non si era comunque manifestato il tanto previsto ma mai avveratosi slancio patriottico a sostegno del paese sotto attacco.
La recrudescenza della repressione ha portato a un numero record di esecuzioni e di detenzioni di attivisti per i diritti umani e dissidenti tra molteplici settori della società. Il malcontento provocato dal collasso della valuta è un catalizzatore, non la rivendicazione principale, che è ormai divenuta il rovesciamento del regime teocratico.
• Secondo: Chi Protesta
La partecipazione nelle proteste è trasversale. Siamo davanti a un fenomeno nuovo rispetto al passato: non sono solo più gli studenti come nel 1999 e 2003, o i riformisti privati del voto nel 2009, o istanze settoriali come minoranze etniche o categorie professionali a protestare per un tema specifico. Alle proteste partecipano il bazaar, i camionisti (asse portante del trasporto commerciale nel paese), le minoranze etniche (quasi il 50% della popolazione), le donne e gli studenti. Sono esplose proteste anche nelle roccaforti del regime – a Qom, città dei seminari religiosi, e a Mashhad, centro del misticismo sciita e sede importante del potere economico del regime grazie ai proventi legati al santuario del Imam Reza e le sue fondazioni. Gli slogan dei dimostranti invocano la caduta del regime e il ritorno dello Shah. Sono state attaccate sedi del governo e stazioni delle forze impiegate nella repressione. Sono stati abbattuti simboli del regime. Non è più riformismo, ma insurrezione contro le fondamenta teocratiche e autoritarie del regime.
• Terzo: chi reprime
Il regime iraniano ha sempre saputo rispondere ai moti di piazza in passato. L’uso di una violenza inaudita ma mirata ha efficacemente indebolito il dissenso, mai sconfinando nelle ecatombi attuate da altri regimi della regione, preferendo invece una strategia di logoramento dell’opposizione che mirava meno all’eliminazione indiscriminata di manifestanti e più alla neutralizzazione dei nodi di comando all’interno della protesta, insieme al terrore infuso nell’opinione pubblica da susseguenti detenzioni, torture, processi ed esecuzioni di attivisti. Questa volta però l’apparato repressivo gestisce l’insurrezione senza molti dei suoi leader storici, un terzo dei quali è stato eliminato da Israele durante la guerra dei 12 giorni; ha di fronte un’esplosione di proteste molto più diffusa rispetto al passato, sia geograficamente che in termini socioeconomici; e il malcontento economico che ha innescato la scintilla impatta anche la truppa inviata a reprimere chi protesta.
Il regime non cadrà facilmente e i suoi alleati sono già mobilitati a salvarlo – dal 27 dicembre 2025 è iniziato un ponte aereo dalla Bielorussia a Teheran, per il trasporto d’armi russe e cinesi da usarsi nella gestione delle sommosse. Tuttavia, questa è una sollevazione senza precedenti, più simile alla mobilitazione trasversale che spodestò lo Shah nel 1978-79 che alle proteste settoriali, economiche e riformiste, sempre soffocate dalla Repubblica Islamica. E se riuscisse a rovesciare il regime, provocherebbe un terremoto epocale nella regione.
(Setteottobre, 3 gennaio 2026)
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1 israeliano e 3 ebrei dispersi: Israele offre aiuto alla Svizzera dopo il mortale incendio a Crans-Montana
Isaac Herzog esprime le sue condoglianze e sottolinea l'esperienza israeliana; le autorità continuano a identificare le vittime.
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Una donna depone dei fiori vicino al luogo in cui un incendio ha devastato un bar affollato durante i festeggiamenti di Capodanno nella località sciistica alpina di Crans-Montana, il 1° gennaio 2026.
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Il presidente Isaac Herzog ha parlato con il suo omologo svizzero, Guy Parmelin, e ha offerto l'aiuto di Israele dopo che circa 40 persone che festeggiavano il Capodanno sono state uccise e 115 ferite in un incendio in un bar nella località sciistica svizzera di Crans-Montana.
L'organizzazione israeliana di servizi di emergenza ZAKA ha già inviato una squadra sul posto.
L'offerta di Herzog è arrivata dopo l'incendio divampato giovedì mattina presto durante una festa di Capodanno, una delle peggiori tragedie che abbia mai colpito il Paese alpino. Béatrice Pilloud, procuratrice generale del cantone del Vallese, nel sud-ovest della Svizzera, ha dichiarato che è troppo presto per determinare la causa dell'incendio, poiché gli esperti non hanno ancora potuto accedere all'interno delle macerie.
“Non si tratta in alcun modo di un attentato”, ha precisato.
In un comunicato, l'ufficio di Herzog ha dichiarato che il presidente ha presentato le sue condoglianze a Parmelin a nome di Israele e gli ha fatto sapere che il suo Paese è pronto a fornire tutto l'aiuto possibile, mentre le autorità svizzere sono impegnate nel doloroso compito di identificare le vittime.
Herzog ha dichiarato al suo omologo che lo Stato ebraico dispone sia «di esperienza che di capacità avanzate», acquisite nel corso degli anni «nei settori della localizzazione e dell'identificazione delle vittime di incendi, nonché nella cura dei ustionati in incidenti legati al fuoco».
Secondo l'ufficio presidenziale, Parmelin ha ringraziato Herzog e ha indicato che il ministero degli Affari esteri svizzero ha ricevuto istruzioni, se necessario, di rimanere in contatto con l'ambasciata israeliana in Svizzera. Ha aggiunto che anche squadre provenienti dalla vicina Francia e dall'Italia stanno fornendo assistenza. La Francia ha preso in carico diversi feriti.
Il comandante della polizia cantonale vallesana, Frédéric Gisler, ha dichiarato in una conferenza stampa che sono in corso le operazioni di identificazione delle vittime e di informazione delle loro famiglie, aggiungendo che la comunità è “devastata”.
Secondo la stampa israeliana, tra i dispersi figurano tre persone di religione ebraica. L'organizzazione di ricerca e soccorso ZAKA ha inviato una squadra della sua sezione internazionale per partecipare alle operazioni di recupero.
Secondo il movimento chassidico Habad-Loubavitch, tra i feriti figurano diversi membri della comunità ebraica locale svizzera.
Venerdì pomeriggio il Ministero degli Affari Esteri ha dichiarato di aver ricevuto una segnalazione di scomparsa di un cittadino israeliano. Il Ministero ha comunicato di aver contattato la famiglia del cittadino israeliano presumibilmente scomparso, che possiede un'altra nazionalità.
Sono state mobilitate risorse importanti «per identificare le vittime e restituire i loro corpi alle famiglie il più rapidamente possibile», ha affermato Béatrice Pilloud. “Questo lavoro potrebbe richiedere diversi giorni”, ha precisato Gisler.
Secondo Mathias Reynard, presidente del governo del cantone del Vallese, almeno 80 dei 115 feriti sono in condizioni critiche, ha spiegato al quotidiano regionale Walliser Bote.
L'incendio è scoppiato intorno all'1:30 (00:30 GMT) di giovedì nel bar Le Constellation di Crans-Montana, frequentato da turisti, tra cui molti giovani venuti a festeggiare il Capodanno, secondo le autorità cantonali.
Il numero di persone presenti in questo bar a due piani, con una capienza di almeno 300 persone secondo il suo sito web, rimane sconosciuto.
“Abbiamo cercato di contattare i nostri amici. Abbiamo scattato tantissime foto. Le abbiamo pubblicate su Instagram, Facebook e tutti i social network possibili per cercare di ritrovarli”, racconta preoccupata Eléonore, 17 anni. “Ma non c'è niente. Nessuna risposta. Abbiamo chiamato i genitori. Niente. Nemmeno i genitori sanno nulla”, aggiunge.
“L'atmosfera è pesante”, ha dichiarato all'AFP Dejan Bajic, un turista di 56 anni proveniente da Ginevra che frequenta la stazione dal 1974. “È come un piccolo villaggio, tutti conosciamo qualcuno che conosce qualcuno che è stato colpito”, ha raccontato.
Nella strada di fronte al bar, le persone vengono a deporre dei fiori.
Diverse testimonianze diffuse da vari media concordano sulla possibile causa dell'incidente. Secondo loro, delle candele scintillanti fissate su bottiglie brandite da una persona hanno provocato l'incendio toccando il soffitto. Gli stessi testimoni hanno precisato che si trattava di uno “spettacolo” abituale nel locale.
L'incendio ha provocato «un incendio generalizzato che ha causato una o più esplosioni» nel bar, hanno indicato giovedì le autorità cantonali. È in corso un'indagine per determinare le cause dell'incendio, poiché le autorità hanno escluso la pista dell'attentato.
Venerdì, le pareti degli edifici adiacenti al bar non presentavano tracce nere che potessero essere state lasciate dalle fiamme. Anche l'insegna del bar sembra non essere stata toccata, così come la struttura in legno della terrazza del bar che è rimasta in piedi, segno che l'incendio ha interessato soprattutto il seminterrato.
I testimoni hanno descritto scene di orrore: alcune persone hanno cercato di rompere le vetrate del bar per fuggire, mentre altre, coperte di ustioni, si precipitavano in strada.
Un video sui social network mostra l'inizio dell'incendio del soffitto, con un giovane che cerca di spegnere il fuoco con una sorta di grande straccio bianco. Accanto a lui, altri giovani riprendono la scena ma continuano a ballare. In altri video si vedono i giovani che cercano disperatamente di uscire dal bar.
Le autorità ritengono che tra le vittime ci siano molti stranieri, ma non hanno ancora fornito alcuna informazione sulla loro identità. I feriti sono stati trasferiti in diversi ospedali, come quelli di Losanna, Ginevra o Zurigo, e persino nella vicina Francia e Italia.
Nove francesi figurano tra i feriti e altri otto non sono ancora stati localizzati, secondo il ministero degli Esteri francese, mentre il capo della diplomazia italiana Antonio Tajani, che venerdì si recherà a Crans-Montana, ha riferito che una «quindicina di italiani» sono rimasti feriti e altrettanti sono ancora dispersi.
La Svizzera ha chiesto alla Francia di accogliere altri otto feriti, oltre ai tre già presi in carico giovedì, ha dichiarato il portavoce del Quai d'Orsay, Pascal Confavreux, su BFM.
A Crans-Montana è stata allestita una cellula di crisi nel centro congressi per accogliere e orientare le famiglie.
Giovedì fonti concordanti hanno riferito all'AFP che i proprietari del bar erano di nazionalità francese: si tratta di una coppia originaria della Corsica. Secondo un loro parente, sarebbero illesi, ma rimangono irraggiungibili.
(The Times of Israel, 2 gennaio 2026)
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«No a un israeliano alla Fiorentina»
L'assessore di Sesto Fiorentino, Jacopo Madau, contesta l'arrivo di Solomon nel club viola: «Non è il benvenuto e non può rappresentare né la città né la squadra». La ragione sarebbe l'appoggio a Bibi
di Paolo Del Debbio
«Non sei benvenuto a Firenze». La genialata questa volta è frutto della mente di un personaggio noto in tutte le cancellerie internazionali, che terranno certamente conto del suo pronunciamento: l'assessore di Sesto Fiorentino alla Cultura, al Lavoro e alle Politiche giovanili, Jacopo Madau. Il suo bersaglio è il giocatore israeliano Manor Solomon, acquistato dalla Fiorentina per rinforzare la squadra che non è messa troppo bene. La questione è proprio data dalla sua origine israeliana. Il signor Madau sostiene, dall' alto della sua posizione, che Solomon avrebbe legittimato a varie riprese il genocidio di Gaza. A noi risulta, per la verità, che tutta questa propaganda pro Netanyahu in realtà non ci sia stata. Ci risulta invece che quando a Udine si è giocata la partita Italia-Israele Solomon, essendo il giorno della liberazione degli ostaggi israeliani, abbia molto giustamente esultato per il ritorno alla vita normale dei suoi connazionali tenuti in ostaggio da Hamas. Forse il signor assessore Madau trova in questo qualcosa di disdicevole. Sappia in tal caso che in tutto il mondo civile, dunque escluso quello terroristico, tutti, come Solomon, hanno gioito della liberazione degli ostaggi. Se fossi sindaco di Sesto Fiorentino, noto feudo «rossissimo» nella rossa Toscana, delegherei immediatamente l'assessore Madau anche agli affari internazionali del Comune e lo invierei a Gaza, certo che darebbe un contributo insostituibile alla causa della pace e soprattutto se lo toglierebbe dalle palle prima che facesse qualche altro danno.
A nome di chi parla il signor assessore Madau? A titolo personale? A nome di Sinistra italiana, partito di cui è segretario provinciale a Firenze? Dei cittadini di Sesto Fiorentino? Dei tifosi della Fiorentina? O di sé stesso? Il Madau ha pure respinto le critiche dicendo che «nel 25/26 Solomon ha giocato 146 minuti sugli oltre 2.000 disponibili». Sarebbe bello sapere quanti minuti l'assessore adoperi il cervello sui 1.440 disponibili ogni giorno. In attesa del dato, potrebbe fare un ripassino di dottrina dello Stato, soprattutto per quanto riguarda i rapporti tra nazione, popolo, Stato e governo, perché ci pare che abbia un po' di confusione in testa. Se ce l'avesse solo in testa e non ne parlasse, non ci sarebbe problema. Per carità, il signor Madau sarà intelligentissimo, ma da quel che dice qualche dubbio ci viene. Anche noi non condividiamo la reazione spropositata di Netanyahu. Né la condivide il governo italiano. Ma cosa c'entra Solomon? È un giocatore di calcio di valore, che ha giocato in squadre importanti. In campo bisogna saper giocare: la nazionalità non conta, conta il merito. La nazione è l'insieme di tutti i cittadini entro un determinato territorio e con tradizioni culturali comuni: in questo caso, si tratta delle tradizioni ebraiche. Allora, delle due l'una: o a Madau danno noia queste tradizioni (si chiama antisemitismo), e non le ritiene legittime ma anzi dannose, oppure ha preso una cantonata che per rinvenirsi dalla botta ci vorranno anni.
Il suo partito e la sinistra in generale, legittimamente, sostengono un'apertura delle frontiere contro ogni discriminazione, soprattutto razziale, etnica, religiosa. E come si chiama il contenuto della dichiarazione «Non sei benvenuto a Firenze»? Se Solomon non è ascrivibile alle politiche del governo israeliano, è certamente il suo essere israeliano a costituire la motivazione per la quale non è benvenuto a Firenze. Ma come si fa a sostenere una tesi del genere senza neanche porsi la questione della differenza tra essere cittadino israeliano - ed ebreo - e quella delle politiche del governo israeliano stesso? Si rivela un'ignoranza che non distingue perché non capisce: e non capisce o perché non ci arriva proprio, o perché capisce solo un'impostazione ideologica che niente ha a che fare con le caratteristiche di uno Stato di diritto nel quale non si possono identificare i cittadini con il governo ma, semmai con la nazione e con lo Stato. Sono istituzioni diverse e dalla loro distinzione viene fuori la baggianata che ha detto il signor assessore di Sesto.
Sarebbe come se nell'Italia fascista l'architettura di alcuni artisti italiani fosse stata e fosse valutata in relazione a quel periodo infame della nostra storia. Non c'è differenza. Qui si tratta di un giocatore di calcio, ma la questione non cambia. La Fiorentina ha valutato che questo giocatore è un giocatore bravo nel suo mestiere e per questo lo ha acquistato. Ci sorprende tutto questo casino perché sono concetti abbastanza semplici: non occorre essere particolarmente intelligenti o esperti. Basta utilizzare una minima parte di neuroni, quasi trascurabile, per capire le distinzioni e le differenze di cui abbiamo parlato. Evidentemente tutto ciò risulta difficile da comprendersi, e volendosi fare paladini dei diritti dei palestinesi abitanti nella striscia di Gaza, si finisce per ritenere inferiori i diritti degli abitanti di Israele. Questo è inammissibile. Purtroppo l'ignoranza in politica non è una virtù: è un vizio che si può curare, basterebbe sfogliare un testo sullo Stato di diritto. Ne esistono anche di semplici, che vengono forniti in preparazione a concorsi nella pubblica amministrazione. Delle specie di bignamini o, come si dice, «bigini».
(La Verità, 3 gennaio 2026)
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New York: Mamdani revoca l’adozione della definizione IHRA sull’antisemitismo
Giovedì 1 gennaio, il giorno stesso in cui si è insediato ufficialmente come nuovo sindaco di New York, una delle prime cose che Zohran Mamdani ha fatto è stata annullare tutta una serie di ordinanze firmate dal suo predecessore Eric Adams. Una di queste, come riporta il Jerusalem Post, riguarda l’adozione della definizione di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance).
di Nathan Greppi
• La definizione dell’IHRA
Tra le varie pratiche ritenute antisemite dall’IHRA, vengono elencati questi esempi: “Incitare, sostenere o giustificare l’uccisione di ebrei o danni contro gli ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione religiosa estremista. […] Accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o a presunte priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro nazione. […] Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo. Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico”.
Già a settembre, in un’intervista al sito Bloomberg, Mamdani aveva detto che avrebbero abrogato l’adozione della definizione IHRA se fosse stato eletto sindaco. E la sua decisione segue i numerosi scandali per antisemitismo e posizioni filo-Hamas che hanno coinvolto diversi membri del suo entourage. Tanto che, secondo una ricerca dell’ADL (Anti-Defamation League), almeno il 20% delle persone nominate da Mamdani nei suoi comitati di transizione erano legate a gruppi antisionisti.
Sin da quando ha vinto le primarie per diventare il candidato sindaco del Partito Democratico a New York, i timori della comunità ebraica non hanno fatto che aumentare. A dicembre, un sondaggio del Jewish People Policy Institute (JPPI) ha rivelato che il 67% degli ebrei americani teme che renderà la città meno sicura per la comunità ebraica, e il 64% ritiene che sia anche antisemita, oltreché antisraeliano. E alle elezioni, il 64% degli elettori ebrei ha votato il candidato indipendente Andrew Cuomo, contro il 32% che ha votato Mamdani.
• Post filoisraeliani non cancellabili
Se Mamdani ha potuto cancellare l’eredità di Adams per quanto riguarda le ordinanze, paradossalmente non può farlo per i post sui canali social ufficiali del sindaco, in cui il suo predecessore dichiarava il proprio sostegno allo Stato Ebraico. Così, su X i profili ufficiali del sindaco aggiornati con nome e foto di Mamdani presentano ancora i tweet in cui il suo predecessore sosteneva il diritto d’Israele a difendersi ed eliminare Hamas, oltre a rivendicare l’aver incontrato Benjamin Netanyahu all’ONU. Quello stesso Netanyahu che Mamdani ha dichiarato di voler fare arrestare in campagna elettorale. Secondo il Financial Express, i profili cittadini non possono archiviare vecchi post, poiché le leggi di New York prevedono che le tracce di tutte le attività istituzionali vengano preservate.
(Bet Magazine Mosaico, 2 gennaio 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 13
Primo peccato di Saul: l'offerta dell'olocausto
- Saul aveva trent'anni quando cominciò a regnare; e regnò quarantadue anni sopra Israele.
- Saul si scelse tremila uomini d'Israele: duemila stavano con lui a Micmas e sul monte di Betel e mille con Gionatan a Ghibea di Beniamino; e rimandò il resto del popolo, ognuno alla sua tenda. Gionatan batté la guarnigione dei Filistei che stava a Gheba, e i Filistei lo seppero e Saul fece suonare la tromba per tutto il paese, dicendo: “Lo sappiano gli Ebrei!”. E tutto Israele sentì dire: “Saul ha battuto la guarnigione dei Filistei e Israele si è reso odioso ai Filistei”. Così il popolo fu convocato a Ghilgal per seguire Saul.
- E i Filistei si radunarono per combattere contro Israele; avevano trentamila carri, seimila cavalieri e gente numerosa come la sabbia che è sulla riva del mare. Salirono, dunque, e si accamparono a Micmas, a oriente di Bet-Aven. Ora gli Israeliti, essendo in difficoltà, perché il popolo era messo alle strette, si nascosero nelle caverne, nelle macchie, tra le rocce, nelle buche e nelle cisterne. Ci furono degli Ebrei che passarono il Giordano, per andare nel paese di Gad e di Galaad. Quanto a Saul, egli era ancora a Ghilgal, e tutto il popolo che lo seguiva tremava.
- Egli aspettò sette giorni, secondo il termine fissato da Samuele; ma Samuele non giungeva a Ghilgal, e il popolo cominciò a disperdersi e ad abbandonarlo. Allora Saul disse: “Portatemi l'olocausto e i sacrifici di riconoscenza”; e offrì l'olocausto. E appena ebbe finito di offrire l'olocausto, ecco che arrivò Samuele; e Saul gli uscì incontro per salutarlo. Ma Samuele gli disse: “Che hai fatto?”, Saul rispose: “Siccome vedevo che il popolo si disperdeva e mi abbandonava, che tu non giungevi nel giorno stabilito, e che i Filistei erano adunati a Micmas, mi sono detto: 'Ora i Filistei mi piomberanno addosso a Ghilgal e io non ho ancora implorato l'Eterno!'. Così, mi sono fatto violenza e ho offerto l'olocausto”. Allora Samuele disse a Saul: “Tu hai agito stoltamente; non hai osservato il comandamento che l'Eterno, il tuo Dio, ti aveva dato. L'Eterno avrebbe stabilito il tuo regno sopra Israele per sempre; ma ora il tuo regno non durerà; l'Eterno si è cercato un uomo secondo il suo cuore, e l'Eterno lo ha destinato a essere principe del suo popolo, poiché tu non hai osservato quello che l'Eterno ti aveva ordinato”.
- Poi Samuele si alzò e salì da Ghilgal a Ghibea di Beniamino, e Saul fece la rassegna del popolo che si trovava con lui; erano circa seicento uomini. Ora Saul, Gionatan suo figlio, e la gente che si trovava con loro occupavano Ghibea di Beniamino, mentre i Filistei erano accampati a Micmas. Dall'accampamento dei Filistei uscirono dei razziatori divisi in tre schiere; una prese la via di Ofra, verso il paese di Sual; l'altra prese la via di Bet-Oron; la terza prese la via della frontiera che guarda la valle di Seboim, verso il deserto.
- Ora in tutto il paese d'Israele non si trovava un fabbro; poiché i Filistei avevano detto: “Impediamo agli Ebrei di fabbricarsi spade o lance”. E tutti gli Israeliti scendevano dai Filistei per farsi affilare chi il suo vomero, chi la sua zappa, chi la sua scure, chi la sua vanga. E il prezzo dell'arrotatura era di un pim per le vanghe, per le zappe, per i tridenti, per le scuri e per aggiustare i pungoli. Così il giorno della battaglia avvenne che in mano a tutta la gente che era con Saul e con Gionatan non si trovava né una spada né una lancia; se ne trovava soltanto in mano a Saul e a Gionatan suo figlio.
- Poi la guarnigione dei Filistei uscì a occupare il passo di Micmas.
(Notizie su Israele, 2 gennaio 2026)
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Israele al fianco della Svizzera dopo la tragedia di Crans-Montana
di Michelle Zarfati
Israele ha espresso una forte e immediata vicinanza alla Svizzera dopo la gravissima tragedia che ha colpito la località alpina di Crans-Montana durante la notte di Capodanno. Il presidente dello Stato ebraico Isaac Herzog ha inviato un messaggio ufficiale di cordoglio alle famiglie delle vittime, assicurando che “Israele prega per i feriti, per i soccorritori e per il popolo svizzero in questo momento di profondo dolore”.
Alle parole del Capo dello Stato si è aggiunta la presa di posizione del ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, che ha confermato la disponibilità di Israele a fornire assistenza concreta, richiamando l’esperienza maturata dal Paese nella gestione di grandi emergenze civili e disastri complessi, sia sul piano medico sia su quello dell’identificazione delle vittime.
Secondo quanto riportato dal Times of Israel, nelle ore successive alla tragedia è partito verso la Svizzera anche un team di emergenza israeliano. Accanto alle strutture statali, si stanno mobilitando organizzazioni specializzate come ZAKA, note a livello internazionale per le operazioni di recupero, supporto post-emergenza e assistenza alle famiglie delle vittime in contesti di disastri di massa.
Nel quadro già drammatico dell’accaduto, emerge inoltre un elemento di particolare rilevanza per il mondo ebraico: una sinagoga di Crans-Montana è stata raggiunta dalle fiamme, riportando gravi danni strutturali. L’edificio di culto si trovava nelle immediate vicinanze dell’area interessata dal rogo ed è stato coinvolto dalla propagazione dell’incendio e dalle altissime temperature. Fortunatamente non si registrano feriti all’interno, ma la comunità ebraica locale ha espresso profondo sgomento per la perdita di un luogo simbolo della propria identità religiosa e culturale, proprio nel periodo di massima presenza turistica invernale.
Al momento si contano 47 morti e più di cento feriti. Le operazioni di identificazione delle vittime sono tuttora in corso e risultano particolarmente complesse. La tragedia di Crans-Montana ha scosso l’opinione pubblica internazionale. In questo scenario, la risposta israeliana, fatta di solidarietà, presenza concreta e attenzione anche alla dimensione spirituale e comunitaria, si inserisce in una lunga tradizione di impegno umanitario che va oltre i confini nazionali, riaffermando il valore della responsabilità condivisa di fronte al dolore e alla perdita di vite umane.
(Shalom, 2 gennaio 2026)
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Dall’Azerbaijan alla Siria: la sicurezza regionale di Israele passa (anche) da qui
L’alleanza ambigua con l’Azerbaijan, con i suoi valichi percorsi ogni giorno da camion tra Astara e il nord dell’Iran; le aperture del Kazakistan e le oscillazioni della Turchia; la Siria post Assad che tenta di riposizionarsi come attore sovrano in mano a un ex jihadista ospitato alla Casa Bianca. E ancora, il Libano stretto nella morsa di Hezbollah… Il futuro di Israele si decide anche, ma non solo, lungo una direttrice che unisce Caucaso, Asia centrale e Oriente. Un magma che lascia dubbi e speranze, prima fra tutte l’estensione degli Accordi di Abramo
di Davide Cucciati
Il futuro di Israele si decide anche, ma non solo, lungo una direttrice che unisce Caucaso, Asia centrale e Oriente. La Repubblica Islamica dell’Iran resta il grande sfidante sullo sfondo ma sono soprattutto Azerbaijan, Kazakistan, Siria, Turchia e Libano a muovere oggi le pedine intorno allo Stato ebraico, mentre Donald Trump prova a tessere un nuovo ordine regionale fatto di accordi di sicurezza, forze multinazionali e normalizzazioni calibrate. Spesso Israele si trova a reagire a iniziative altrui, come evidenziato anche dal Prof. Eyal Zisser dell’Università di Tel Aviv: «Il governo israeliano è tenuto a formulare una politica sulla questione siriana, cosa che non ha fatto finora. E in assenza di una politica israeliana, è Trump a decidere per noi, il mese scorso riguardo a Gaza e ora anche riguardo alla Siria».
• Un ponte tra Gerusalemme e Baku
Un recente report del Ministero degli Esteri israeliano ha riacceso i riflettori sulla partnership strategica tra Israele e Azerbaijan, paese a maggioranza sciita. Il documento sottolinea la cooperazione economica, diplomatica nonché di sicurezza e insiste sul ruolo dell’Azerbaijan nel garantire libertà religiosa e pieno sostegno alla comunità ebraica, storicamente radicata soprattutto nella zona di Quba. Lo Stato azero è il primo nel mondo musulmano a inserire l’educazione contro l’antisemitismo nei programmi scolastici e sostiene sinagoghe, scuole e istituzioni culturali ebraiche. Secondo alcune fonti, gli ebrei in Azerbaijan sarebbero tra i settemila e gli ottomila. Secondo altre stime, tra cui quella di Rav Segal che Mosaico ha potuto intervistare presso il tempio ashkenazita di Baku, nel paese vivrebbero circa venticinquemila ebrei, pienamente integrati nella società. Parallelamente, circa settantamila israeliani di origine azera rappresentano oggi un ponte umano tra le due nazioni. Il ministro degli Esteri Gideon Saar riassume questa visione definendo il partenariato tra Israele e Azerbaijan “un modello unico di cooperazione tra uno Stato ebraico e un paese a maggioranza musulmana”.
Fin dagli anni Novanta, con l’incontro tra Heydar Aliyev e Yitzhak Rabin, la cooperazione si è sviluppata su binari militari ed energetici. Si stima che quasi il settanta per cento delle importazioni di armi azere provenga da Israele, mentre oltre il quaranta per cento del fabbisogno petrolifero israeliano è coperto da Baku. Negli anni, il Presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev ha cercato di mediare anche tra Israele e Turchia e, durante la guerra del Nagorno Karabakh del 2020, sia Gerusalemme sia Ankara hanno sostenuto l’Azerbaijan, scelta che ha acuito le tensioni con Teheran, che accusa Baku di permettere attività di intelligence israeliana lungo il confine settentrionale della Repubblica Islamica.
• Un confine strategico
La dimensione strategico-militare di questo rapporto è emersa con forza durante l’Operazione Rising Lion quando Israele ha colpito decine di obiettivi militari e nucleari iraniani.
L’Azerbaijan condivide oltre seicentoottanta chilometri di confine con l’Iran. Per Israele, Baku è al contempo un fornitore di petrolio e un potenziale avamposto di intelligence in una regione chiave.
Il 30 novembre, a nome di Mosaico, mi sono recato al valico di Astara, sul confine tra la Repubblica Islamica dell’Iran e l’Azerbaijan, potendo così assistere al passaggio di camion tra i due paesi. Questo flusso costante di merci rende visibile quanto siano intrecciati i piani economici e strategici di un confine che per Israele è una possibile piattaforma di raccolta informazioni sulle mosse di Teheran.
Come ha scritto Pietro Batacchi, direttore di Rivista Italiana Difesa, in una guerra che ha superato la soglia della mera clandestinità l’Azerbaijan è diventato una delle piattaforme potenziali per la guerra segreta del Mossad contro i Pasdaran iraniani, con squadre infiltrate dal Kurdistan iracheno o dal territorio azero che agiscono in sincronia con gli attacchi aerei. Non stupisce, in questo quadro, che il dossier Baku sia arrivato anche a Washington, dove un gruppo di rabbini guidati da Marvin Hier ed Elie Abadi ha chiesto a Trump l’inclusione dell’Azerbaijan negli Accordi di Abramo e la revisione della Sezione 907 del Freedom Support Act che ancora formalmente limita gli aiuti diretti statunitensi al governo azero.
Al contempo, comunque, l’Azerbaijan e l’Iran stanno provando a preservare un rapporto di cooperazione sia con esercitazioni militari congiunte, sia con sforzi diplomatici. Non a caso, nella prima metà di dicembre, il presidente azero Ilham Aliyev ha sottolineato l’importanza del rapporto con Teheran. Durante un incontro con una delegazione guidata dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, Aliyev ha affermato che l’agenda bilaterale è ampia e copre numerosi ambiti. Entrambe le parti hanno valutato positivamente i progressi nella cooperazione bilaterale e discusso le prospettive di espansione dei legami nei settori del commercio, dell’economia, dell’energia e della gestione delle acque.
In sintesi, l’Azerbaijan è un teatro nel quale sia Israele sia l’Iran provano ad aver voce in capitolo. Non a caso, secondo quanto riferito dal Jerusalem Post, alcune minacce attribuite al regime iraniano avrebbero portato alla cancellazione della Conference of European Rabbis, prevista a Baku dal 3 al 6 novembre.
• Il Kazakistan e gli Accordi di Abramo
Il 6 novembre 2025, al termine di una telefonata a tre con il presidente Kassym Jomart Tokayev e Benjamin Netanyahu, Trump ha annunciato che il Kazakistan sarà il prossimo paese a unirsi agli Accordi di Abramo. Per Israele, sotto pressione internazionale dopo la guerra a Gaza, l’ingresso di un grande paese musulmano non arabo dell’Asia centrale ha un valore politico specifico. Parallelamente, la cooperazione tra l’Azerbaijan e il Kazakistan offre allo Stato ebraico una piattaforma pragmatica di dialogo con il mondo musulmano. Entrambi i paesi, infatti, mantengono relazioni bilanciate sia con Gerusalemme sia con le capitali arabe, riuscendo là dove molti altri hanno fallito: coniugare la partnership con Israele e l’appartenenza culturale all’Islam.
• Turchia e Siria, Israele osserva
Se il fronte caucasico e centroasiatico ruota attorno all’energia e all’Iran, il quadrante siriano e turco incrocia Gaza, la sicurezza di Israele e il ruolo degli Stati Uniti. In un’intervista al Washington Post di metà novembre, il presidente siriano Ahmad al Sharaa (al Jolani) ha subordinato ogni accordo di sicurezza con Israele al ritorno ai confini precedenti all’8 dicembre 2024, quando Tzahal ha occupato la zona cuscinetto nel sud della Siria dopo il crollo del regime di Bashar Assad. Secondo Ynet, il presidente siriano ha accusato Israele di aver effettuato oltre mille raid aerei dall’anno scorso e ha rivendicato di aver espulso le milizie sciite e Hezbollah: “Israele ha sempre sostenuto di temere l’Iran e Hezbollah ma siamo stati noi a rimuoverli. Ora Israele impone condizioni per difendere il Golan, domani lo farà per difendere il sud, e poi magari il centro della Siria. Di questo passo arriveranno a Monaco”.
Il 10 novembre al Sharaa ha incontrato Trump alla Casa Bianca. Il presidente americano ha dichiarato di fidarsi di lui e di voler vedere una Siria stabile che trovi un’intesa con Israele ma, in un successivo colloquio con Fox News, al Sharaa ha precisato che Damasco non è pronta, stante la questione del Golan occupato, ad aderire agli Accordi di Abramo (almeno per ora). Nello stesso giorno a Washington si è tenuto un vertice trilaterale tra il ministro degli Esteri siriano Asaad al Shaibani, il ministro turco Hakan Fidan e il Segretario di Stato americano Marco Rubio, con l’obiettivo di tradurre in pratica gli impegni presi da Trump e Sharaa. Tra i dossier sul tavolo spicca l’idea di integrare le forze curde SDF all’interno dell’esercito siriano, chiudendo la frattura tra Damasco e i curdi filoccidentali con l’avallo di Washington e l’interesse di Ankara.
L’ambiguità permane: infatti, nella prima metà di dicembre, il giornalista israeliano Amit Segal ha così commentato un video in cui un convoglio fedele ad al Sharaa transita a pochi metri da soldati israeliani nella buffer zone: “Stiamo per assistere a un’altra violenta recrudescenza in Siria? Le incredibili riprese di ieri nella zona di Quneitra lo suggeriscono. Nel video, si vede un convoglio delle forze armate del presidente siriano Ahmed al-Sharaa passare accanto ai soldati dell’IDF a pochi metri di distanza. Bene, e allora? Il video mostra un fatto inquietante: non c’è una vera e propria repressione nella zona cuscinetto istituita da Israele dopo la caduta del regime di Assad lo scorso dicembre. Dopotutto, si tratta delle stesse Toyota e dello stesso islam radicale. Ho visitato la Siria a marzo e ho visto quanto fossero amichevoli gli abitanti, ma non potevo dimenticare che all’inizio della presenza dell’IDF in Libano, circa quarant’anni fa, la situazione era più o meno la stessa”.
• Il ruolo della Turchia
A descrivere il calcolo americano è stato Tom Barrack, ambasciatore in Turchia e inviato di Trump per la Siria, in un’intervista del Jerusalem Post pubblicata l’11 dicembre. Barrack presenta la Siria come un paese oggi più preoccupato dall’ISIS, dai foreign fighters e dai proxy iraniani che da Israele e rivela che, con il supporto dell’intelligence turca, Washington e Damasco hanno contribuito nelle ultime settimane a smantellare cellule di Hezbollah e dello Stato islamico. A suo giudizio sarebbe possibile tornare a una versione aggiornata dell’accordo di disimpegno del 1974, con zone a limitata presenza militare, regole per lo spazio aereo e più strati di demilitarizzazione verificabile.
Un secondo asse delle sue riflessioni riguarda il rapporto con Ankara. La Turchia ha avuto un ruolo importante nella prima fase dell’accordo su Gaza, insieme al Qatar, per il cessate il fuoco e la liberazione dei rapiti, e per Washington potrebbe avere un ruolo anche sul terreno nella International Stabilization Force che dovrà operare nella Striscia. Qui però i limiti emergono con chiarezza. Secondo quanto rivelato da i24NEWS, Israele respinge con fermezza l’idea che soldati turchi possano entrare a Gaza. Washington insiste sul carattere multinazionale della forza, sotto l’egida del Board of Peace, mentre secondo Al Akhbar anche l’Egitto si oppone a una presenza militare turca preferendo assegnare ad Ankara un ruolo nella ricostruzione.
• Hezbollah e la pressione su Israele
Mentre si tenta di aprire una finestra diplomatica sulla Siria, il fronte libanese resta il più instabile. Il 23 novembre un raid israeliano ha colpito Beirut uccidendo Ali Haytham Tabatabai, il “capo di stato maggiore” di Hezbollah, secondo solo a Naim Qassem, ed ex comandante dell’unità Radwan. È il più alto dirigente militare di Hezbollah eliminato dopo il cessate il fuoco del novembre 2024. Il presidente libanese Joseph Aoun ha denunciato il raid come ennesima prova che Israele ignora gli appelli a cessare gli attacchi e il premier Nawaf Salam ha ribadito che solo l’applicazione integrale della Risoluzione 1701 e il pieno controllo statale del territorio possono garantire stabilità. Netanyahu ha risposto che Israele è responsabile della propria sicurezza e che Tzahal agisce in autonomia. Il ruolo americano resta ambiguo, con fonti citate dal Jerusalem Post che negano che gli USA fossero stati avvertiti anticipatamente del raid e Segal che parla di incoraggiamento statunitense a colpire con più forza Hezbollah.
Il ciclo di attacchi è proseguito. Il 9 dicembre l’esercito israeliano ha annunciato di aver colpito infrastrutture di Hezbollah in diverse aree del sud del Libano, compreso un compound di addestramento delle forze Radwan, altre strutture militari e una postazione di lancio, come riportato da Reuters. Questi raid sono giunti a meno di una settimana dall’invio di emissari civili israeliani e libanesi alla commissione militare che monitora il cessate il fuoco, un passo sollecitato da tempo da Washington per allineare il fronte nord all’agenda di pace regionale di Trump.
• Conclusioni
L’alleanza ambigua e a tratti sotterranea con l’Azerbaijan, con i suoi valichi percorsi ogni giorno da camion tra Astara e il nord dell’Iran, le aperture del Kazakistan, le oscillazioni della Turchia, la Siria post Assad che tenta di riposizionarsi come attore sovrano in mano a un ex jihadista ormai ospite alla Casa Bianca, il Libano stretto nella morsa di Hezbollah, compongono una mappa nella quale i paesi a maggioranza musulmana non sono più solo destinatari di processi di normalizzazione ma protagonisti di agende autonome.
Israele resta al centro ma le linee di forza del sistema si spostano verso est e verso nord, lungo un asse che attraversa Baku, Astana, Ankara, Damasco e Beirut. La capacità di leggere questo quadro complessivo senza farsi schiacciare dalla sola urgenza di Gaza sarà forse la vera prova strategica dei prossimi anni.
(Bet Magazine Mosaico, 2 gennaio 2026)
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Le vittime del terrorismo portano l’Autorità palestinese davanti ai giudici.
di Shira Navon
Non si tratta di una causa simbolica né di una mossa propagandistica. Quello delle duecentosettantatré vittime del terrorismo e familiari di persone assassinate hanno citato in giudizio l’Autorità palestinese davanti a un tribunale israeliano, chiedendo oltre 1,25 miliardi di shekel di risarcimenti vuole essere un vero e proprio atto giuridico pesante, costruito con numeri, nomi, ferite e conti bancari. Siamo di fronte a una delle azioni civili più rilevanti mai intentate contro Ramallah e si fonda su una legge recente, pensata per colpire il finanziamento del terrorismo non sul piano retorico ma su quello patrimoniale.
La norma è chiara: dieci milioni di shekel per ogni familiare di una persona uccisa in un attentato, cinque milioni per chi ha riportato un’invalidità permanente. I ricorrenti includono anche famiglie colpite dal massacro del 7 ottobre, e puntano il dito contro un sistema che da anni distribuisce stipendi e indennità a terroristi condannati e ai loro familiari. Il meccanismo è noto, documentato da report internazionali e da bilanci ufficiali palestinesi: più grave è l’attacco, più alto è il compenso. Un incentivo strutturale, non una deviazione.
Nell’atto di citazione, l’Autorità palestinese viene accusata di aver sostenuto, incoraggiato e premiato atti terroristici, contribuendo a perpetuare la violenza invece di contrastarla. Accanto a Ramallah compare anche Hamas, chiamata in causa per il suo ruolo diretto nella pianificazione e nell’esecuzione di attentati, inclusi quelli del 7 ottobre. Ma il cuore della causa resta politico oltre che giuridico: non si contesta solo chi spara o piazza una bomba, bensì chi crea le condizioni economiche perché farlo diventi una carriera.
L’avvocato Barak Kedem, che rappresenta i ricorrenti, parla apertamente di strategia. Il suo studio ha già avviato azioni per oltre 14 miliardi di shekel per conto di circa 2.800 vittime e ha ottenuto il sequestro di 4,5 miliardi di fondi palestinesi. L’obiettivo dichiarato è duplice: risarcire chi ha perso tutto e interrompere il flusso di denaro che alimenta il terrorismo. Non appelli morali, ma pignoramenti.
Sul piano politico, la causa mette in difficoltà la leadership di Mahmoud Abbas, che da anni chiede riconoscimento internazionale mentre continua a difendere il sistema dei cosiddetti “martiri”. Ogni volta che un governo occidentale chiude un occhio su questi pagamenti, lo fa in nome della stabilità. Ma la stabilità, qui, è costruita sulla ricompensa della violenza. La contraddizione è ormai difficile da sostenere, soprattutto dopo il 7 ottobre.
Non è un caso che iniziative simili si moltiplichino. Negli Stati Uniti e in Europa cresce l’attenzione legale sul tema del finanziamento indiretto del terrorismo, e diverse sentenze hanno già riconosciuto la responsabilità civile di enti e governi che sostengono gruppi armati. La differenza, in questo caso, è che il bersaglio non è un’organizzazione clandestina ma un’autorità che gode di fondi internazionali, relazioni diplomatiche e legittimazione politica.
Come è facile intuire, questa causa non fermerà da sola il terrorismo, introduce però un principio che a Ramallah si è sempre cercato di evitare: ogni attentato ha un costo, non solo umano ma anche economico, e qualcuno dovrà pagarlo. Per le vittime, è un passo verso il riconoscimento e per l’Autorità palestinese, un segnale che il tempo dell’impunità finanziaria potrebbe non essere infinito.
(Setteottobre, 2 gennaio 2026)
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Una benedizione da 3.500 anni: il momento in cui benedico i miei figli
Da migliaia di anni gli ebrei benedicono i propri figli, come prescritto da Giacobbe in Egitto.
di Michael Selutin
Nella nostra sezione settimanale della Torah “Wajechi” leggiamo di una situazione curiosa. La famiglia di Giacobbe si trova in Egitto da 17 anni e il vecchio patriarca sta per lasciare questa vita. Giuseppe, primo ministro d'Egitto, viene a saperlo e si reca con i suoi due figli Menashe ed Efraim dal nonno nella provincia di Goshen
"Ma quando Israele vide i figli di Giuseppe, chiese: Chi sono questi? Giuseppe rispose: Sono i miei figli, che Dio mi ha donato qui! Egli disse: Portali da me, che io li benedica! Gli occhi di Israele erano infatti diventati deboli per la vecchiaia, e non vedeva più bene. Quando li portò da lui, li baciò e li abbracciò.
E Israele disse a Giuseppe: «Non avrei osato chiedere di poter ancora vedere il tuo volto; e ora, ecco, Dio mi ha fatto vedere anche i tuoi figli!
Giuseppe li prese dalle sue ginocchia e si prostrò con la faccia a terra. Poi Giuseppe li prese entrambi, Efraim alla sua destra, alla sinistra di Israele, e Manasse alla sua sinistra, alla destra di Israele, e li portò da lui. Allora Israele stese la mano destra e la posò sul capo di Efraim, che era il più giovane, e la sinistra sul capo di Manasse, incrociando così le mani, sebbene Manasse fosse il primogenito...
Ma Giuseppe, vedendo che suo padre aveva posto la mano destra sul capo di Efraim, non gradì la cosa; perciò afferrò la mano di suo padre per spostarla dal capo di Efraim a quello di Manasse. Giuseppe disse a suo padre: «No, padre mio, perché questo è il primogenito; poni la tua destra sul suo capo!».
Ma suo padre rifiutò e disse: Lo so, figlio mio, lo so bene! Anche lui diventerà un popolo e anche lui sarà grande; ma suo fratello minore sarà più grande di lui e la sua discendenza sarà una moltitudine di popoli! Così li benedisse quel giorno e disse: Con te si benedirà in Israele e si dirà: Dio ti renda come Efraim e Manasse! Così pose Efraim davanti a Manasse. (Genesi 48: 17-20)
• La benedizione oggi
La scena sopra descritta si è svolta circa 3500 anni fa e ancora oggi benediciamo i nostri figli con le parole dei nostri antenati. La benedizione è formulata nel libro di preghiere e viene recitata all'inizio dello Shabbat, quando il padre torna a casa dalla sinagoga il venerdì sera. Il padre pone la mano sulla testa del figlio, come fece Giacobbe, e dice:
A una bambina, invece, il padre dice:
Che Dio ti renda come Sara, Rebecca, Rachele e Lea.
Dopo questa formula, il padre pronuncia per entrambi la benedizione sacerdotale con cui Aronne benedisse il popolo nel deserto:
Il Signore ti benedica e ti protegga. Il Signore faccia risplendere il suo volto su di te e ti conceda la sua grazia. Il Signore rivolga il suo volto verso di te e ti dia pace.
• Il collegamento
Non sappiamo se questa benedizione fosse già pronunciata da Efraim e Menashe stessi. È certo, tuttavia, che le benedizioni per i bambini sono già tematizzate nel Talmud.
Non è incredibile che pronunciamo ancora questa benedizione dopo così tanto tempo? Dopo millenni di esilio, con tutti i suoi pogrom e le espulsioni, gli ebrei continuano ad attenersi al comandamento dei loro antenati.
Come molte tradizioni ebraiche, anche questa benedizione ha un effetto positivo tangibile. Quando il venerdì sera torno a casa dalla sinagoga e vedo la tavola ben apparecchiata, i bambini vestiti a festa e sento il profumo della deliziosa challah e della zuppa di pollo, questa benedizione è una delle prime cose che faccio.
Per prima cosa metto la mano sulla testa di nostro figlio adolescente (ora devo allungarmi molto per farlo) e lo benedico. Quando era piccolo, girava in tondo come una trottola e poi gli davo un abbraccio.
Poi benedico le mie tre figlie. Metto una mano sulla testa di ciascuna di loro, recito la benedizione e, dato che sono delle ragazze dolcissime, le abbraccio forte e le stringo a me.
Ho sentito persone dire che questi momenti sono tra i loro ricordi d'infanzia preferiti e li capisco perfettamente.
È un momento in cui il padre inonda i propri figli di amore, perché i bambini percepiscono quando il padre è sincero. E come si può non essere sinceri quando si impartisce questa benedizione ai propri figli?
Il Signore ti benedica e ti protegga. Il Signore faccia risplendere il suo volto su di te e ti conceda la sua grazia. Il Signore rivolga il suo volto verso di te e ti dia pace.
Tra tutte le interazioni quotidiane con i bambini, mangiare, riordinare, lavarsi i denti, fare i compiti e così via, è questo il momento in cui posso dire loro ciò che vorrei dire loro davvero tutto il tempo.
Il padre lo percepisce e i figli lo percepiscono, è l'inizio perfetto dello Shabbat, in cui la famiglia si riunisce e cresce insieme.
(Israel Heute, 2 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
SALMO 1
Beato l'uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi, che non si ferma nella via dei peccatori; né si siede sul banco degli schernitori; ma il cui diletto è nella legge del Signore e su quella legge medita giorno e notte.
Egli sarà come un albero piantato presso a rivi d'acqua, il quale dà il suo frutto nella sua stagione, e la cui fronda non appassisce; e tutto quello che fa, prospererà.
Non così gli empi; anzi sono come pula che il vento porta via. Perciò gli empi non reggeranno davanti al giudizio, né i peccatori nell'assemblea dei giusti. Poiché l'Eterno conosce la via dei giusti, ma la via degli empi conduce alla rovina.
Versione poetica di Giovanni Diodati (1576-1649)
Beato l’huom che, dietro a la ria scorta Del consiglio degli empi, orma non preme. E ne la via dal ciel smarrita, e torta, Co’ peccatori non si ferma insieme. Né de la turba schernitrice siede Ne la profana e pestilente sede.
Ma ‘l sol diletto che gli stempra ‘l core In sacra gioia, è la Legge divina; E la mente devota, a tutte l’hore, Di notte e giorno, a meditarla inchina: A penetrar ne l’alto sentimento, E di pio zelo ad osservarla intento.
Quindi egli sie’ simil’ ad un frondoso Arbor, che posto in su le fresche rive D’acque correnti, s’erge prosperoso: Che ’n sua stagion largheggia in frutti e vive Serba le foglie del rotato cielo Non teme il variar’ in caldo o gelo.
E così d’esso avran l’opre e l’imprese Di venturoso fin bella corona. Agli empi queste sien gratie contese Con che ’l Signor i giusti guiderdona. Anzi fuscel che ‘l vento caccia e volve, Rassembreran, e lieve pula, e polve.
E per ciò non havran d’alzar la fronte, Nel giudizio final, cor, né baldanza: Né d’apparir, di colpe carchi e d’onte, Fra la beata giusta raunanza: Che de’ buoni il Signor la via gradisce Ma degli empi l’oprar con lor perisce.
 (Notizie su Israele, 1 gennaio 2026)
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Nel 2025, la crescita demografica di Israele scende sotto l'1%: una prima assoluta
Citando “dati molto insoliti”, il Centro Taub attribuisce “l'inizio di una nuova era di sviluppo demografico in Israele” alla migrazione negativa e al calo della fertilità
Secondo un rapporto pubblicato mercoledì da un istituto di ricerca indipendente con sede a Gerusalemme, la crescita demografica annuale dovrebbe essere inferiore all'1% oltre il 2025 per la prima volta dalla creazione dello Stato.
Il Taub Center for Social Policy Studies in Israel ha stimato tale crescita allo 0,9%.
“Si tratta di una cifra molto insolita”, ha dichiarato il Prof. Alex Weinreb, direttore della ricerca presso il Taub Center ed esperto di demografia.
L'anno scorso, l'ufficio censimento ha dichiarato che la crescita demografica del Paese era scesa all'1,1%, rispetto all'1,6% dell'anno precedente e al 2,2% del 2022.
Il rapporto del Centro Taub sottolinea che, dalla creazione di Israele nel 1948, solo in altri due anni la crescita demografica annuale è stata inferiore all'1,5%: nel 1981, con l'1,42%, e nel 1983, con l'1,35%.
Weinreb attribuisce questo fenomeno a tre fattori: un aumento del numero di decessi dovuto al crescente numero di persone che raggiungono i 70 e gli 80 anni, un saldo migratorio negativo e un calo del tasso di fertilità, ovvero del numero di nascite per donna.
Il Prof. Alex Weinreb del Centro Taub per gli studi di politica sociale in Israele. (Credito: Screenshot/YouTube)
“Siamo all'alba di una nuova era in termini di sviluppo demografico in Israele”, ha spiegato.
“Il periodo di crescita naturale record è finito, così come il saldo migratorio, che ora è meno stabile, se non addirittura negativo. Questi due fattori segnano una netta rottura con le tendenze passate”.
I tassi di natalità, storicamente elevati in Israele rispetto ai paesi occidentali, sono rimasti stabili nonostante il calo dei tassi di fertilità, ma il tasso di mortalità sta aumentando lentamente, secondo il rapporto Taub.
Il rapporto Taub rivela inoltre che nel 2024, per la quarta volta solo negli ultimi cento anni, il saldo migratorio è stato negativo, con 26.000 persone in più che hanno lasciato il Paese rispetto a quelle che vi si sono trasferite. Nel 2025, secondo il Centro Taub, questo divario dovrebbe raggiungere le 37.000 persone.
La maggior parte di coloro che partono sono israeliani non nati in Israele, un terzo dei quali non è considerato ebreo. Il tasso di emigrazione tra i non ebrei è 8,1 volte superiore a quello degli ebrei israeliani, indipendentemente dal fatto che siano nati nel Paese o meno. Tuttavia, il Centro Taub ha anche riscontrato un aumento del numero di israeliani ebrei che lasciano il Paese.
Secondo il rapporto, i dati mostrano un “cambiamento significativo” nella fonte della crescita demografica israeliana, che in precedenza era naturale all'80%.
Negli ultimi anni questo equilibrio è cambiato e, a causa del calo dei tassi di fertilità combinato con un aumento dei decessi dovuto all'invecchiamento della popolazione, la migrazione gioca un ruolo più importante.
All'inizio della settimana l'Ufficio centrale di statistica (CBS) ha pubblicato dati che mostrano un leggero calo dell'aspettativa di vita.
Secondo il CBS, che ha fornito una stima per il 2024, l'aspettativa di vita degli uomini israeliani era di 81,3 anni, contro gli 81,7 anni del 2023. Per le donne, è passata da 85,7 anni nel 2023 a 85,4 anni nel 2024.
Queste cifre non includono le persone uccise durante la guerra contro il gruppo terroristico palestinese Hamas a Gaza, in corso all'epoca. Calo simili sono già stati osservati in passato.
(Times of Israel, 31 dicembre 2025)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 12
Samuele si dimette dall'ufficio di giudice
- Allora Samuele disse a tutto Israele: “Ecco, io vi ho ubbidito in tutto quello che mi avete detto e ho costituito un re su di voi. E ora, ecco il re che andrà davanti a voi. Quanto a me, io sono vecchio e canuto, e i miei figli sono tra voi; io sono andato davanti a voi dalla mia giovinezza fino a questo giorno. Eccomi qui; rendete la vostra testimonianza a mio riguardo, in presenza dell'Eterno e in presenza del suo unto: A chi ho preso il bue? A chi ho preso l'asino? Chi ho defraudato? A chi ho fatto violenza? Dalle mani di chi ho accettato doni per chiudere gli occhi a suo riguardo? Io vi restituirò ogni cosa!”.
- Quelli risposero: “Tu non ci hai defraudati, non ci hai fatto violenza, e non hai preso nulla dalle mani di nessuno”. Ed egli disse loro: “Oggi l'Eterno è testimone contro di voi, e anche il suo unto è testimone, che voi non avete trovato nulla nelle mie mani”. Il popolo rispose: “Egli è testimone!”. Allora Samuele disse al popolo: “Testimone è l'Eterno, che costituì Mosè e Aaronne e fece salire i vostri padri dal paese d'Egitto. Ora dunque presentatevi, affinché io, davanti all'Eterno, dibatta con voi la causa relativa a tutte le opere di giustizia che l'Eterno ha compiuto a beneficio vostro e dei vostri padri.
- Dopo che Giacobbe fu entrato in Egitto, i vostri padri gridarono all'Eterno e l'Eterno mandò Mosè e Aaronne, i quali trassero i padri vostri fuori dall'Egitto e li fecero abitare in questo luogo. Ma essi dimenticarono l'Eterno, il loro Dio, ed egli li diede in potere di Sisera, capo dell'esercito di Asor, e in potere dei Filistei e del re di Moab, i quali mossero loro guerra.
- Allora gridarono all'Eterno e dissero: 'Abbiamo peccato, perché abbiamo abbandonato l'Eterno e abbiamo servito gli idoli di Baal e di Astarte; ma ora, liberaci dalle mani dei nostri nemici e serviremo te'. E l'Eterno mandò Ierubbaal e Bedan e Iefte e Samuele, e vi liberò dalle mani dei nemici che vi circondavano, e viveste al sicuro. Ma quando udiste che Naas, re dei figli di Ammon, marciava contro di voi, mi diceste: 'No, deve regnare su di noi un re', mentre l'Eterno, il vostro Dio, era il vostro re.
- Ora dunque, ecco il re che vi siete scelto, che avete chiesto; ecco, l'Eterno ha costituito un re su di voi. Se temete l'Eterno, lo servite e ubbidite alla sua voce, se non siete ribelli al comandamento dell'Eterno e, tanto voi quanto il re che regna su di voi, seguite l'Eterno vostro Dio, bene; ma, se non ubbidite alla voce dell'Eterno, se vi ribellate al comandamento dell'Eterno, la mano dell'Eterno sarà contro di voi, come fu contro i vostri padri. Ora fermatevi e osservate questa cosa grande che l'Eterno sta per compiere davanti ai vostri occhi! Non siamo al tempo della messe del grano? Io invocherò l'Eterno ed egli manderà tuoni e pioggia affinché sappiate e vediate quanto è grande agli occhi dell'Eterno il male che avete fatto chiedendo per voi un re”.
- Allora Samuele invocò l'Eterno e l'Eterno mandò quel giorno tuoni e pioggia e tutto il popolo ebbe grande timore dell'Eterno e di Samuele. E tutto il popolo disse a Samuele: “Prega l'Eterno, il tuo Dio, per i tuoi servi, affinché non moriamo; poiché a tutti gli altri nostri peccati abbiamo aggiunto questo torto di chiedere per noi un re”. E Samuele rispose al popolo: “Non temete; è vero, voi avete fatto tutto questo male; tuttavia, non smettete di seguire l'Eterno, ma servitelo con tutto il vostro cuore; non ve ne allontanate, perché andreste dietro a cose vane, che non possono giovare né liberare, perché sono cose vane. Infatti l'Eterno, per amore del suo grande nome, non abbandonerà il suo popolo, poiché è piaciuto all'Eterno di fare di voi il suo popolo. Quanto a me, lungi da me il peccare contro l'Eterno cessando di pregare per voi! Anzi, io vi mostrerò la buona e diritta via. Soltanto temete l'Eterno e servitelo fedelmente, con tutto il vostro cuore; considerate infatti le cose grandi da lui compiute per voi! Ma, se continuate ad agire malvagiamente, morirete voi e il vostro re”.
(Notizie su Israele, 31 dicembre 2025)
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Fuoco su sette fronti: il bilancio storico delle operazioni belliche dell'IDF nel 2025
Il 2025 passerà agli annali della difesa israeliana come un anno di svolta storica. È stato l'anno in cui l'IDF è passata da una posizione puramente reattiva a una di azione globale, rompendo sistematicamente il “cerchio di fuoco” che circondava Israele.
I dati qui pubblicati non sono semplici statistiche, ma il resoconto di una guerra totale su sette fronti: dagli impianti nucleari distrutti in Iran alla leadership di Hamas decimata a Gaza, fino alle stazioni radar nello Yemen. Circa 20.900 obiettivi sono stati attaccati quest'anno su tutti i fronti e circa 430 operazioni sono state condotte in tutte le aree operative. Nel 2025, oltre 300.000 riservisti hanno lasciato la loro vita civile per combattere su fronti che si estendevano dalle coste dello Yemen fino al cuore dell'Iran. Il rapporto annuale dell'IDF mostra un esercito che si è reinventato: più letale, più preciso e pronto a portare la battaglia direttamente al nemico. Questo è il bilancio di un anno in cui Israele ha deciso di prendere definitivamente in mano il destino della propria esistenza.
1. Il costo umano e l'impiego del personale
- Caduti: 91 soldati hanno perso la vita in guerra.
- Feriti: 821 soldati sono rimasti feriti.
- Mobilitazione: in totale sono stati chiamati alle armi 306.830 riservisti.
- Riattivazione: circa 54.000 soldati sono tornati in servizio attivo dopo il pensionamento o l'esonero.
- Soldati single: 3.300 giovani sono emigrati in Israele per prestare servizio militare.
2. Operazione “Am Kelavi” (Un popolo come un leone) in Iran
- Obiettivi: sono stati individuati complessivamente 1.500 obiettivi, 900 dei quali sono stati attivamente attaccati.
- Eliminazioni: sono stati uccisi 30 funzionari di alto rango del regime iraniano.
- Programma nucleare: 11 scienziati nucleari sono stati eliminati in modo mirato.
3. Panoramica dei luoghi
Fronte sud Striscia di Gaza
- Distruzione: 13.910 infrastrutture terroristiche distrutte; 19.530 obiettivi attaccati.
- Armi: 270 depositi di armi distrutti.
- Livello dirigenziale di Hamas: eliminazione di 4 cosiddetti generali di brigata, 14 comandanti di battaglione e 53 capi di compagnia.
- Tra le eliminazioni di spicco figurano Mohammed Sinwar e Raad Hussein Saad.
Fronte nord Libano
- Terroristi: circa 380 eliminati.
- Obiettivi: 950 attacchi, tra cui 210 lanciarazzi e 60 accessi a tunnel.
- Violazioni: 1.920 violazioni dell'accordo di cessate il fuoco da parte di Hezbollah.
Comando centrale Giudea e Samaria
- Arresti: 7.400 sospetti arrestati, di cui 1.190 membri di Hamas.
- Finanze: sequestro di 16,48 milioni di ILS di fondi destinati al terrorismo.
- Infrastrutture: 30 case di terroristi distrutte.
- Nuova unità: fondazione della divisione 96 per la sicurezza del confine orientale con la Giordania.
Yemen – Ribelli Houthi
- Attacchi aerei: 20 operazioni su larga scala con 180 aerei da combattimento.
- Obiettivi: 230 obiettivi attaccati; 13 militari Houthi di alto rango eliminati.
4. Logistica, tecnologia e medicina
- Evacuazione medica: 3.050 trasporti via terra e 300 evacuazioni in elicottero.
- Salute mentale: 1.000 psicologi/ufficiali di salute mentale; 7.500 colloqui di elaborazione.
- Fronte interno: 1.500 rifugi mobili e 100 nuove sirene.
- Rifornimenti: 8,2 milioni di pezzi di ricambio distribuiti; 84% dei veicoli riparati.
5. Marina e aeronautica
- Forze navali: 130.000 ore di missione in mare; 50 attacchi da navi.
- Aeronautica: 6.000 missioni in tutti i teatri di guerra.
- Rifornimenti: 300 tonnellate di equipaggiamento lanciate con il paracadute.
Il 2025 segna una svolta nella lotta proattiva contro l'“asse della resistenza”, con il vantaggio tecnologico e la massiccia mobilitazione delle riserve che hanno garantito la superiorità operativa.
(Israel Heute, 31 dicembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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L' Annus Horribilis dell' odio contro gli ebrei
di Fiamma Nirenstein
Scordiamoci la lamentela. Loro, non gli ebrei, fanno pena dopo quest’anno orribile: gli antisemiti. Il dato di 6333 incidenti antisemiti da primo di gennaio al 30 novembre, di 548 solo nel novembre, di cui 79 solo in Germania dal 29 ottobre con un aumento del 172,4 per cento, ci parla non degli ebrei, ma degli antisemiti criminali e bugiardi o ignari idioti. Ci rammenta la miseria svergognata con cui una “flotilla” guidata dall’ ambiziosa Greta ha finto di portare cibo, mentre il suo gruppo raccoglieva denaro Hamas; indica, fra i mille eventi, Amsterdam, patria di Anna Frank, che dopo aver dato la caccia un anno prima ai tifosi ebrei, ha dichiarato la squadra del Maccabi “non benvenuta”; ci segnala i presidi che infliggono a decine di migliaia di studenti lezioni di storia analfabeta recitata da Francesca Albanese; arriva alle strage di Bondi passando per le perversioni per cui chi crede di essere un difensore dei diritti umani ne è diventato un aggressore, un araldo del terrorismo islamico, dell’oppressione fascista. L’Italia appare ormai come uno dei peggiori paesi, nelle sue librerie pile di bestseller pieni di bugie dominati da Ilan Pappe e da Anna Foa; edifici pubblici, comuni, sindacati, sono pavesati di bandiere palestinesi. I titoli televisivi lasciano a bocca aperta e poi cambi canale. Non è dato sapere esattamente cos’è l’antisemitismo, ci si sono esercitati grandi storici, psicologi: come dice Robert Wistrich è meglio identificare come si è sviluppato, piuttosto che tormentarsi sul perché. Ed ecco: nell’anno passato ne abbiamo visto la normalizzazione sistematica, fino al delitto di massa.
È mentalità comune, titolo scontato, uso comune per Israele di “genocida” e di “criminale di guerra”. Il Corriere della Sera, come per caso a pagina 20 a tutta pagina titola: “Gaza un neonato morto assiderato” e poi “Israele deve fare entrare più aiuti”. Israele né ha colpa del freddo né blocca gli aiuti: ma la criminalizzazione è tipologica, non se ne può fare a meno. Vende i giornali. Tv e radio aprono sempre sul fatto che ci sono palestinesi uccisi: se ne perde la fonte e la ragione. Il TG così regge. Un algoritmo onnipresente maneggia l’utilità dell’odio antiebraico: l’antisemitismo è divenuto uno strumento di alto valore per obiettivi vari. Vuoi vendere di più? Vuoi che una folla ti voti? Vuoi fare affari? Fai un festival? Una mostra? Cerchi una cattedra? Un ruolo ovunque?Meccanismi analoghi furono quelli con cui la Chiesa rese senso comune la teoria dell’uccisione di Cristo; poi il nazismo li volle razza inferiore e profittatrice; poi il comunismo ne fece degli imperialisti.. e oggi, venghino signori, il mercato è più largo. Il movimento nero e islamico può farne suprematisti bianchi; la sinistra colonialisti con punte fasciste; la destra di Tucker Carlson applaudito dai nostalgici italiani ne fa un business per podcast; il Qatar ci fonda l’ egemonia di al Jazeera estesa a altri media; per l’ Iran è la carta sciita per la supremazia islamica sul mondo; per Erdogan, lo stesso dal lato sunnita; per la sinistra, una tessera di riconoscibilità a cena e in piazza, nel vuoto….E la Cina e la Russia sanno che l’odio antisraeliano rende più fragile Trump. Il pacifismo perdente diventa spendibile contro Israele guerrafondaio, tutta colpa di Netanyahu e non di Hamas né degli Hezbollah. Gli assassini che a Bondi il 14 dicembre hanno sparato sulle famiglie ebraiche a Hannukah, come la cricca di membri di Hamas scoperti in Italia con le mani nei sacchi di danaro destinato a comprare armi per quelli che telefonano alla mamma urlando “Mamma ho ammazzato i miei ebrei”, non sono estranei al nostro mondo. Sono fra noi sul tg, ai festival cinematografici, con l’Albanese premiata per spiegazzare a morte la meravigliosa storia ebraica, la pizzaiola che caccia i turisti israeliani, con l’incredibile sciopero generale in tutta Italia. Se quest’onda non diventa omicidio di massa è perché gli ebrei sono forti, sono diversi, hanno Israele alle spalle: no, non ci sarà più la Shoah, si è spezzato per sempre l’accerchiamento. Anche questo ci dice, con la sua speranza di pace, l’anno che si è chiude.
(il Giornale, 31 dicembre 2025)
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Analisiß condivisibile, ma fa riflettere un'osservazione: "Non è dato sapere esattamente cos’è l’antisemitismo, ci si sono esercitati grandi storici, psicologi: come dice Robert Wistrich è meglio identificare come si è sviluppato, piuttosto che tormentarsi sul perché". Per trovare risposta al perché bisogna far intervenire Dio, quindi non è affatto strano che non l'abbiano trovata certi "grandi storici e psicologi". "In verità tu sei un Dio che ti nascondi, o Dio d'Israele, o Salvatore!" (Isaia 45:15). M.C.
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Israele investe nello spazio: “Access to Space” apre nuove prospettive per l’economia e la ricerca
di Luca Spizzichino
L’industria spaziale israeliana entra in una nuova fase di sviluppo con il lancio di “Access to Space”, un laboratorio nazionale di ricerca e sviluppo pensato per ridurre costi e complessità dell’accesso allo spazio per le aziende tecnologiche del Paese. L’iniziativa, annunciata la scorsa settimana dalla Israel Space Agency e dalla Israel Innovation Authority, rappresenta un passo concreto verso il rafforzamento dell’ecosistema spaziale israeliano. Il progetto sarà gestito da Creation Space e finanziato con 60 milioni di shekel, di cui 40 milioni provenienti da fondi pubblici. Il laboratorio offrirà servizi sovvenzionati per il testing, il lancio e le operazioni in orbita, garantendo sconti di almeno il 35% rispetto ai prezzi di mercato e supportando il lancio di almeno 15 payload sperimentali nei prossimi tre anni. Secondo la ministra dell’Innovazione, Scienza e Tecnologia Gila Gamliel, il nuovo laboratorio segna “una pietra miliare strategica per il settore spaziale israeliano”. “Oggi passiamo dalla pianificazione all’esecuzione – ha dichiarato – offrendo all’industria spaziale israeliana un ‘biglietto d’ingresso’ accessibile e sovvenzionato oltre l’atmosfera. Questo laboratorio fungerà da ponte critico tra idee di frontiera e tecnologie spaziali validate, rimuovendo barriere economiche e logistiche complesse”. Un investimento che, ha aggiunto, “riguarda direttamente il futuro economico e di sicurezza di Israele, garantendo che l’ingegno israeliano continui a guidare l’innovazione globale, anche nello spazio”. Sulla stessa linea il presidente della Israel Innovation Authority, Alon Stopel, che ha definito l’iniziativa “di importanza strategica per il Paese”. “Investire in infrastrutture che consentano il testing, la dimostrazione e il lancio di tecnologie avanzate – ha spiegato – rafforzerà il vantaggio competitivo di Israele, attirerà attività internazionali e permetterà anche alle start-up in fase iniziale di competere a livello globale”. Stopel ha ricordato come l’high-tech rappresenti il motore principale dell’economia israeliana. “Il settore tecnologico pesa per il 57% delle esportazioni e per il 20% del PIL, ma circa il 60% è concentrato in ambiti come cyber e fintech. Per continuare a crescere dobbiamo sviluppare nuovi pilastri, e lo spazio è uno dei più promettenti”. “Con Access to Space – ha aggiunto Stopel – vogliamo permettere a piccoli team israeliani di lavorare con stabilità e certezza, concentrandosi sulle tecnologie e non sull’infrastruttura”. Anche la presidente della Israel Space Agency, Shimrit Maman, ha sottolineato l’impatto concreto del programma. “L’iniziativa è stata progettata per affrontare i colli di bottiglia che impediscono alle aziende di arrivare alla fase di test in orbita”, ha spiegato. “Vogliamo liberare imprenditori e ricercatori da oneri infrastrutturali e logistici, permettendo loro di concentrarsi su ciò che conta davvero: sviluppare tecnologie dirompenti e dimostrarne la fattibilità reale nello spazio”. Il progetto si inserisce in una strategia nazionale più ampia avviata nel giugno 2025, quando il forum TELEM ha deciso di destinare un budget dedicato alle infrastrutture spaziali. Tra i partner figurano il Ministero dell’Innovazione, Scienza e Tecnologia, la Israel Innovation Authority, il Comitato per la Pianificazione e il Budget, la Direzione per la Ricerca e lo Sviluppo della Difesa e il Ministero delle Finanze. Israele fa già parte del ristretto gruppo di Paesi in grado di lanciare satelliti nello spazio, ma la competizione globale nel settore si è intensificata rapidamente. “Il gap con altri Paesi è soprattutto una questione di risorse – ha ammesso Stopel – non di conoscenze o capacità tecnologiche. Israele ha tutto ciò che serve: know-how, università di eccellenza e una forte industria. Ora stiamo intervenendo perché riconosciamo il divario e siamo determinati a colmarlo”. Con “Access to Space” l’obiettivo è chiaro: accelerare la commercializzazione delle tecnologie spaziali israeliane, rafforzare il legame tra ricerca e industria e posizionare Israele come hub globale dell’innovazione spaziale. Una scommessa che guarda lontano, oltre l’atmosfera, ma con solide radici nell’economia e nella visione strategica del Paese.
(Shalom, 30 dicembre 2025)
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Perché Israele ha riconosciuto la Repubblica del Somaliland
La mossa geopolitica per ridurre l’influenza di Iran e Turchia
di Matteo Giusti
Le strade e le piazze di Mogadiscio restano piene di gente che continua a protestare dopo che Israele ha deciso di riconoscere ufficialmente la Repubblica del Somaliland come stato indipendente dalla Somalia. La decisione di Tel Aviv., benché improvvisa, è il frutto di un lungo lavoro diplomatico e commerciale che ha fatto aprire i canali fra l’autoproclamata ex Somalia britannica e Israele. Hargeisa nel 1991 agisce come un’entità indipendente rispetto a Mogadiscio, autogovernandosi e chiudendo ogni tipo di relazione con la vecchia madrepatria.
Da tempo le autorità del Somaliland cercano un riconoscimento internazionale e la mossa di Tel Aviv potrebbe accelerare questo processo. L’Etiopia aveva già iniziato una trattativa per l’utilizzo del porto di Berbera, principale hub marittimo del Somaliland, facendo infuriare la Somalia che accusava Addis Abeba di voler favorire la disgregazione dello stato nazionale somalo. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno grandi interessi nel paese africano ed hanno finanziato l’ammodernamento del principale porto, in cambio della cessione dei diritti di esplorazione dei pozzi petroliferi offshore. Per Israele il riconoscimento del Somaliland significa mettere un piede nel Mar Rosso ed ottenere una base navale da cui poter colpire indiscriminatamente gli Houthi dello Yemen.
Per il governo di Benjamin Netanyahu, questa mossa è fondamentale anche per ridurre l’influenza dell’Iran nell’area ed attaccare geopoliticamente la Turchia. Ankara da anni investe in Somalia e schiera nel Corno d’Africa, quasi 20.000 soldati, in un’operazione militare nata per combattere il terrorismo islamico che sta dilagando ancora una volta a Mogadiscio. La Turchia ha anche riprese le relazioni con l’Egitto, che si sta scontrando con l’Etiopia per la gestione delle acque del Nilo, dopo la costruzione della grande diga etiope. Il Cairo ha inviato istruttori militari in Somalia ed ha protestato fortemente per la mossa israeliana chiedendo un intervento sia delle Nazioni Unite che dell’Unione Africana.
Se nella capitale somala le proteste non si fermano ad Hargeisa e a Berberq sono giorni di festa con le bandiere israeliane che sventolano ed i fuochi d’artificio che illuminano le notti. Il presidente del Somaliland ha dichiarato che la sua nazione è pronta a sottoscrivere gli Accordi di Abramo, allungando la lista dei paesi che hanno normalizzato i rapporti con Israele. Il peso di Tel Aviv nel Mar Rosso cresce così in maniera esponenziale rafforzando il ruolo di potenza geopolitica dello stato israeliano.
(Il Riformista, 30 dicembre 2025)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 11
Liberazione di Iabes
- Naas, l'Ammonita, salì e si accampò contro Iabes di Galaad. E tutti quelli di Iabes dissero a Naas: “Fa' alleanza con noi e noi ti serviremo”.
- E Naas, l'Ammonita, rispose loro: “Io farò alleanza con voi a questa condizione: che io vi cavi a tutti l'occhio destro e getti così questo disonore su tutto Israele”. Gli anziani di Iabes gli dissero: “Concedici sette giorni di tregua perché inviamo dei messaggeri per tutto il territorio d'Israele; e se non ci sarà chi ci soccorra, ci arrenderemo a te”. I messaggeri andarono dunque a Ghibea di Saul, riferirono queste parole in presenza del popolo e tutto il popolo alzò la voce e pianse.
- Ed ecco Saul tornava dai campi, seguendo i buoi, e disse: “Che cos'ha il popolo, perché piange?”. E gli riferirono le parole di quelli di Iabes. E quando ebbe udite quelle parole, lo Spirito di Dio investì Saul, che si infiammò d'ira; e prese un paio di buoi, li tagliò a pezzi e li mandò, per mano dei messaggeri, per tutto il territorio d'Israele, dicendo: “Così saranno trattati i buoi di chi non seguirà Saul e Samuele”.
- Il terrore dell'Eterno s'impadronì del popolo e partirono come se fossero stati un uomo solo. Saul li passò in rassegna a Bezec, ed erano trecentomila figli d'Israele e trentamila uomini di Giuda. E dissero a quei messaggeri che erano venuti: “Dite così a quelli di Iabes di Galaad: 'Domani, quando il sole sarà in tutto il suo calore, sarete liberati'”.
- E i messaggeri andarono a riferire queste parole a quelli di Iabes, i quali si rallegrarono. E quelli di Iabes dissero agli Ammoniti: “Domani verremo da voi, e farete di noi tutto quello che vi piacerà”. Il giorno seguente, Saul divise il popolo in tre schiere, che penetrarono nell'accampamento degli Ammoniti prima dell'alba, e li batterono fino alle ore calde del giorno. Quelli che scamparono furono dispersi in maniera che non ne rimasero due insieme.
Saul riconosciuto re da tutto Israele
- Il popolo disse a Samuele: “Chi è che diceva: Saul regnerà forse su noi? Dateci quegli uomini e li metteremo a morte”. Ma Saul rispose: “Nessuno sarà messo a morte in questo giorno, perché oggi l'Eterno ha operato una liberazione in Israele”.
- E Samuele disse al popolo: “Venite, andiamo a Ghilgal, e là confermiamo l'autorità regale”. E tutto il popolo andò a Ghilgal, e là, a Ghilgal, fecero Saul re davanti all'Eterno, e offrirono nel cospetto dell'Eterno sacrifici di ringraziamento. Saul e tutti gli uomini d'Israele fecero gran festa in quel luogo.
(Notizie su Israele, 30 dicembre 2025)
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Il vertice
Il corrispondente di Israel Heute riferisce sull'incontro tra Donald Trump e il primo ministro Benjamin Netanyahu: tanta simbologia, poche decisioni e conti in sospeso per il futuro.
di Itamar Eichner
GERUSALEMME - Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si sono incontrati lunedì 29 dicembre nella tenuta di Trump a Mar-a-Lago, in Florida, per un incontro che molti consideravano decisivo. Le aspettative erano alte: sarebbero stati raggiunti accordi su Gaza, l'Iran e il fronte nord? Sarebbero emerse forti divergenze? Alla fine, l'incontro si è rivelato più un momento di pubbliche relazioni che una svolta diplomatica.
Trump ha ricoperto Netanyahu di elogi, ha dichiarato che senza di lui Israele non esisterebbe, ha parlato di una possibile grazia da parte del presidente Isaac Herzog e ha volutamente lasciato la maggior parte delle questioni concrete nel vago. Ma dietro i sorrisi si nascondono questioni importanti: gli americani stanno prendendo tempo perché non sono ancora pronti, o stanno preparando il terreno per richieste più severe in un secondo momento? In definitiva, questo incontro è un classico esempio del metodo di Trump: prima “ammorbidire” il partner per ottenere poi delle concessioni. Netanyahu ha ricevuto un regalo elettorale, ma il conto potrebbe arrivare presto.
Uno dei temi centrali è stato Gaza. Trump ha ribadito il suo impegno a rendere il disarmo di Hamas una condizione preliminare per il passaggio alla fase B del suo piano in 20 punti. Sembra una buona idea, ma la domanda cruciale rimane: come? I dettagli sono rimasti vaghi. Trump ha menzionato i genitori del rapito ucciso Ran Gvili, che erano presenti nella tenuta e lo hanno incontrato. Alla madre Talik Gvili ha persino detto: “Ti riporterò tuo figlio”. Tuttavia, nonostante queste parole significative, non ha stabilito un chiaro collegamento tra il passaggio alla seconda fase e il ritorno di Gvili.
Uno dei motivi per cui non è stata esercitata alcuna pressione pubblica su Netanyahu – le dichiarazioni pubbliche sono state piuttosto lusinghiere e accoglienti – potrebbe essere che gli stessi americani non sono ancora pronti per la fase due. Manca loro una forza di stabilizzazione internazionale. Solo la Turchia e l'Italia hanno manifestato interesse a inviare truppe, ma Israele rifiuta categoricamente la presenza turca e l'Italia non è disposta ad agire da sola. L'Azerbaigian sembra aver cambiato idea, probabilmente sotto la pressione della Turchia, e anche l'Indonesia offre solo assistenza medica, senza truppe da combattimento. Anche questo è un passo indietro, dopo che il presidente indonesiano aveva inizialmente promesso di inviare 20.000 soldati.
Trump ha dichiarato che, nonostante le tensioni diplomatiche e la crescente preoccupazione per un possibile scontro, non ci saranno problemi tra Israele e la Turchia. Durante l'incontro ha cercato di convincere Netanyahu della presenza turca, ma su questo punto è rimasta una divergenza di opinioni.
Hamas, dal canto suo, non è disposta a disarmarsi e i negoziati con i mediatori sono in fase di stallo. In questa situazione, gli americani si accontentano del cosiddetto “piano verde di Rafah”, che prevede misure nelle zone sotto il controllo israeliano a est della linea gialla. Non hanno alcuna influenza sulla parte occidentale della Striscia di Gaza, dove quasi due milioni di palestinesi vivono sotto il dominio di Hamas. Il risultato: Trump non ha chiesto ulteriori ritirate israeliane, la linea gialla rimane in vigore. Si tratta di una vittoria tattica per Netanyahu, ma di un fallimento strategico: Israele persiste nella politica fallimentare dei cicli ricorrenti, invece di sviluppare una dottrina a lungo termine. Per quanto riguarda la Turchia, Trump ha fatto dichiarazioni di facciata a Recep Tayyip Erdoğan, ma non è prevedibile che imponga a Israele una presenza turca. Va bene così, ma ciò sottolinea la mancanza di progressi.
Probabilmente gli americani cercheranno di sviluppare misure volte a rafforzare la fiducia tra Israele e Turchia, per convincere poi Israele ad accettare la presenza turca e la partecipazione turca alla ricostruzione di Gaza.
Per quanto riguarda l'Iran, Netanyahu ha ricevuto il via libera per un attacco nel caso in cui Teheran dovesse riprendere il suo programma nucleare o missilistico. Questo è positivo, ma non bisogna costruirsi castelli in aria. Trump non ha escluso un attacco americano, ma non si è nemmeno impegnato: ambiguità è la parola chiave, come già con i precedenti presidenti, che hanno sempre lasciato “tutte le opzioni sul tavolo”. L'Iran sta attraversando una crisi economica e infrastrutturale, il regime potrebbe vacillare; un intervento immediato non è quindi indispensabile. Teheran non sta ricostruendo completamente il suo progetto nucleare, ma si sta concentrando maggiormente sulla riparazione degli impianti di produzione di missili piuttosto che sulla nuova produzione. Allo stesso tempo, rifiuta negoziati che includano i missili e la sovversione regionale.
Prima dell'inizio dell'incontro, Trump ha affermato che se l'Iran dovesse ricostruire il suo programma nucleare, ciò comporterebbe un attacco immediato e la distruzione del programma. Tuttavia, sul tema dei missili balistici si è mostrato molto più cauto e non ha indicato alcuna tempistica per un attacco immediato. Dopo l'incontro ha dichiarato che le informazioni presentate da Netanyahu sono inquietanti e preoccupanti, ma devono essere verificate. In altre parole: Netanyahu ha presentato informazioni dei servizi segreti, gli americani hanno ascoltato e hanno chiarito che intendono verificarle con le proprie fonti. Ciò dimostra che Trump non vuole essere coinvolto in un'altra guerra con l'Iran, perché ciò equivarrebbe ad ammettere che il precedente attacco da lui tanto decantato non ha avuto il successo sperato.
Trump sta usando minacce congiunte con Israele per esercitare pressione su Ali Khamenei e portarlo al tavolo dei negoziati. È una mossa intelligente, ma non garantisce risultati. In definitiva, Trump non vuole un conflitto con l'Iran, soprattutto in un anno di elezioni di medio termine.
Sul fronte nord – Libano e Siria – non ci sono state novità. Trump non ha presentato alcun piano per disarmare Hezbollah o stabilizzare il regime di Damasco. Si è espresso in modo molto positivo su Ahmed al-Sharaa, dicendo che non è un santarellino, ma un tipo tosto, ed è proprio quello che serve nel difficile contesto siriano. Riguardo a Hezbollah, Trump ha dichiarato che si comporta male nei confronti del governo libanese indebolito. Ciò equivale quasi a un via libera per Israele a continuare la sua tattica di attacchi mirati contro Hezbollah senza operazioni militari su larga scala.
L'unico ambito in cui sono emerse serie divergenze è stato quello della cosiddetta “Cisgiordania” (Giudea e Samaria). Trump e i suoi consiglieri, tra cui il segretario di Stato Marco Rubio, hanno espresso preoccupazione per la politica israeliana: l'espansione degli insediamenti, l'indebolimento dell'Autorità palestinese e, soprattutto, la violenza dei coloni contro i palestinesi. Per la prima volta nel secondo mandato di Trump, questo tema è stato affrontato in modo approfondito. Il messaggio era chiaro: cambiate la politica per calmare la situazione, altrimenti metterete a rischio la fine della guerra di Gaza e l'estensione degli accordi di Abramo. Netanyahu si è espresso con decisione contro la violenza dei coloni e ha promesso ulteriori misure, ma resta da vedere se alle parole seguiranno i fatti.
Trump ha dichiarato in conferenza stampa: “Non siamo d'accordo al 100% sulla Cisgiordania, ma Netanyahu farà la cosa giusta”. Sembra ottimistico, ma va ricordato che a settembre Trump ha bloccato l'annessione di parti della Giudea e della Samaria in risposta al riconoscimento europeo di uno Stato palestinese. Il governo vede un'escalation in Giudea e Samaria come una minaccia per le relazioni tra Israele e l'Europa e per gli accordi di normalizzazione. Per Netanyahu questa è una sfida politica: la lobby dei coloni è una componente centrale della sua coalizione e Trump sta di fatto spingendo per porre fine all'annessione de facto, solo due settimane dopo che il gabinetto ha approvato la costruzione di 19 insediamenti in Giudea e Samaria.
L'incontro a Mar-a-Lago non ha cambiato la situazione sul campo: Israele continua ad agire a Gaza e nel nord a propria discrezione, con un vago sostegno americano. Gli americani non sono pronti per il passo successivo perché mancano loro gli elementi decisivi: una forza di stabilizzazione, finanziamenti, un consiglio palestinese. Trump ha puntato sui complimenti per ammorbidire Netanyahu, forse in vista di concessioni future. Una cosa non va dimenticata: non esistono pranzi gratis. Netanyahu ha ricevuto sostegno dalla sua base in un anno elettorale, Trump ha ricevuto da Netanyahu il Premio Israele per il suo aiuto al popolo israeliano ed ebraico. Trump potrebbe persino recarsi in Israele il giorno dell'indipendenza per ritirare il premio. Israele potrebbe pagare il prezzo più tardi.
La domanda non è cosa sia successo durante l'incontro, ma cosa succederà dopo. Vedremo progressi reali o un ulteriore stallo? Il tempo lo dirà. Fino ad allora, i cittadini israeliani dovrebbero rimanere vigili.
(Israel Heute, 30 dicembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il 7 ottobre era tutto già scritto
Un documento interno di Hamas prima del massacro, mostra le intenzioni dei terroristi
di Shira Navon
Un mese prima del 7 ottobre, mentre in Israele la sicurezza veniva ancora pensata come una questione di gestione e contenimento, Hamas aveva già messo nero su bianco la propria lettura della situazione. Non uno slogan né una dichiarazione propagandistica, ma undici pagine redatte da ufficiali dell’intelligence dell’organizzazione e destinate alla leadership. Un testo che oggi, riletto alla luce del massacro, appare come una radiografia fredda e lucida delle convinzioni che hanno portato alla decisione di colpire.
Il documento, presentato a Yahya Sinwar e a Muhammad Deif, parte da un assunto preciso. Israele non intende rovesciare il regime di Hamas a Gaza. La leadership israeliana, secondo l’analisi, è consapevole del prezzo elevato che un’operazione di questo tipo comporterebbe e preferisce una strategia di gestione del conflitto, fondata sulla deterrenza e su cicli di violenza controllata. Una scelta attribuita direttamente a Benjamin Netanyahu, mai disposto a fare del rovesciamento di Hamas un obiettivo politico esplicito.
Da questa lettura discende una conclusione che oggi pesa come una condanna. Se il nemico non mira a distruggerti, allora è possibile sorprenderlo. Se l’orizzonte israeliano resta quello della stabilità relativa, allora esiste uno spazio per infrangere le regole, rompere lo schema e colpire in modo imprevedibile. Non è un’intuizione improvvisata, ma il punto di arrivo di un percorso che, come spiegano diversi analisti, inizia almeno nel 2014.
Secondo il ricercatore Yonatan Duhoch Halevi del Jerusalem Center for Foreign and Security Affairs, l’operazione del 7 ottobre affonda le sue radici nel momento in cui Israele completa la barriera anti-tunnel attorno alla Striscia. A quel punto Hamas comprende che la strategia sotterranea non basta più e inizia a costruire un’opzione diversa, fondata sull’incursione terrestre. La nascita e l’addestramento della forza Nuhba, visibile già allora a chiunque volesse guardare, non erano un segreto.
Lo stesso stupore per l’entità della sorpresa israeliana è condiviso da Eran Ortal, ex comandante del Dado Center. L’idea di un attacco diretto al territorio israeliano, sostiene, era apertamente discussa da anni. Le immagini dei miliziani, delle moto, delle esercitazioni non richiedevano competenze da ufficiale d’intelligence per essere interpretate. Eppure sono rimaste sullo sfondo, come rumore di fondo di un conflitto considerato gestibile.
Nel documento, Hamas ricostruisce anche le tappe che hanno rafforzato questa convinzione. L’Operazione Margine Protettivo, le Marce del Ritorno, test pratici sulla barriera di confine, fino a Guardiano delle Mura. Quest’ultimo viene letto come una svolta, la prova che Gaza può fungere da detonatore capace di incendiare più arene contemporaneamente, dentro e fuori i territori. Non più un fronte isolato, ma una miccia. Da qui la raccomandazione finale alla leadership. Agire in modo imprevedibile. Creare incertezza. Spezzare il ciclo ripetitivo su cui, secondo Hamas, Israele aveva costruito la propria sicurezza. La combinazione tra la convinzione che Israele non volesse rovesciare il regime e l’idea che un’azione inattesa potesse avere successo fornisce, agli occhi di Sinwar e Deif, la conferma decisiva. Il resto è cronaca.
Il documento, pubblicato integralmente dal Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center, non si limita però all’analisi strategica. Intorno alla figura di Sinwar emerge anche una dimensione più profonda, culturale e psicologica. La ricercatrice Ronit Marzan del Tamror Group e dell’Università di Haifa descrive un leader segnato da una mascolinità percepita come fallita all’interno di una società conservatrice. Incapace, nella sua stessa lettura, di proteggere e provvedere alla popolazione di Gaza, Sinwar avrebbe trovato nella violenza estrema anche uno strumento di riaffermazione personale e politica.
A distanza di due anni, questo documento non risponde a tutte le domande, ma ne rende impossibile una. Non si può più dire che Hamas abbia agito nel buio o per impulso. La strada verso il 7 ottobre era stata studiata, discussa e pianificata con cura. Israele, invece, continuava a leggere la realtà con le lenti rassicuranti della gestione. È in questo scarto, tra ciò che veniva scritto a Gaza e ciò che si credeva a Gerusalemme, che si è aperta la voragine. Una voragine che non nasce dall’assenza di segnali, ma semmai dall’incapacità di prenderli sul serio.
(Setteottobre, 30 dicembre 2025)
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Il segreto di Pulcinella: la rete di Hannoun e Hamas in Italia
Ora se ne accorgono
di Giovanni Giacalone
L’operazione “Domino” che sabato 27 dicembre ha portato all’arresto di Mohammad Hannoun e altri otto soggetti (due dei quali non ancora reperiti) ha scoperchiato un gigantesco vaso di Pandora sull’attività di Hamas in Italia e ora, improvvisamente, tutti i principali quotidiani e siti di news, italiani ed esteri, ne parlano e si indignano.
Eppure erano anni che l’attività di Hannoun e soci era nota e riportata da alcuni, senza che però la vicenda ricevesse la dovuta attenzione mediatica. Hannoun tra l’altro era già stato indagato dalla procura di Genova negli anni Duemila, ma l’inchiesta era stata archiviata. Insomma, il segreto di Pulcinella.
Il soggetto in questione è stato più volte indicato come uomo di Hamas in Europa e ci sono foto che lo ritraggono assieme a Khaled Meeshal e al defunto Ismail Haniyeh, l’ex leader di Hamas, eliminato a Teheran lo scorso luglio.
Nel dicembre del 2021, Massimiliano Coccia scriveva su Repubblica del blocco dei conti di Hannoun e dell’indagine dell’antiriciclaggio nei confronti dell’ABSPP. Nel luglio del 2023, il Sussidiario aveva ripreso la faccenda.
In particolare emerse che nel 2021, dopo diverse segnalazioni all’Antiriciclaggio, l’Unicredit sospese l’operatività sui conti dell’associazione per una serie di anomalie; dalla mancata iscrizione al registro dell’Agenzia delle Entrate alla massiccia movimentazione di contante, in alcuni casi a soggetti iscritti nelle black list dei database europei. Nel dicembre 2023 anche Poste Italiane chiudeva unilateralmente il proprio rapporto. Subito dopo erano PayPal ed altri operatori tra cui Visa, Mastercard e American Express a bloccare le transazioni intestate a Hannoun e alla sua associazione.
Le autorità israeliane avevano anche chiesto a quelle italiane di provvedere con il sequestro dei fondi di Hannoun in quanto indicati come ricompensa per le famiglie dei terroristi.
Il Sussidiario aveva inoltre evidenziato nel luglio del 2023 che dall’indagine condotta dallo Shin Bet, era emerso che Hannoun disponeva di 500mila euro e che forniva sostegno economico a Hamas, senza alcuna ripercussione penale.
Nell’agosto 2022, un report pubblicato da OFCS Report svelava una serie di legami politici riguardanti Hannoun, a livello nazionale e internazionale, tra cui foto che lo ritraggono accanto ai leader di Hamas Ismail Haniyeh e Khaled Meshaal.
In seguito alla chiusura dei conti bancari, Hannoun aveva richiesto ai suoi sostenitori di consegnare direttamente denaro contante presso le rispettive sedi della sua associazione tant’è che, nel febbraio del 2024, una troupe dell’Inkiesta si era recata presso la sede romana a Centocelle per testare il nuovo “metodo Hannoun” e aveva lasciato un’offerta senza ricevuta, senza controllo.
Sempre nel febbraio del 2024, Hannoun lanciava una nuova iniziativa presentata presso la parrocchia romana di San Lorenzo di Lucina e con un nuovo IBAN, quello di Modestino Preziosi, indicato dal palestinese su Facebook come “testimonial e garante del Convoglio Umanitario della Pace per Gaza”. All’iniziativa partecipavano anche Alfredo “Faysal” Maiolese, presidente della Lega Musulmana Europea, anch’egli di Genova e Monsignor Tommaso Stenico.
Nell’ottobre del 2024 Hannoun veniva sanzionato dal Dipartimento del Tesoro americano e indicato come “uomo di Hamas e suo collettore per l’Italia”, come già riportato da L’Informale. Nel giugno 2025 Hannoun subiva un secondo sanzionamento sempre da Washington.
• Le dichiarazioni di Hannoun
Per quanto riguarda l’eccidio del 7 ottobre, è bene rammentare che, soltanto tre giorni dopo, il 10 ottobre, Hannoun aveva dichiarato ai microfoni di Rai3 che l’attacco di Hamas era “legittima difesa”.
Il 13 ottobre 2023, Hannoun aveva utilizzato il pulpito del Centro Islamico di Genova per attaccare i paesi che sostengono Israele: “Abbiamo visto l’atteggiamento dei nostri governi italiano, europeo, americano e di alcuni paesi arabi che si sono schierati a favore di Israele, che hanno cominciato a piangere per le vittime, che hanno raccontato anche la menzogna per incoraggiare, a paragonare Hamas alla pari con l’Isis” … Tutto questo, per attaccare la “resistenza palestinese”.
Il video è poi scomparso dalla pagina Facebook del Centro Islamico di Genova e dall’account di Hannoun pochi giorni dopo.
A gennaio 2024 Hannoun aveva anche glorificato su Facebook Yahya Ayyash e Saleh al-Arouri, due terroristi di Hamas morti.
Ecco la traduzione del post:
“In questo giorno è avvenuto il vigliacco assassinio; Misericordia ai martiri; Il leggendario ingegnere martire, che segnò una svolta nella storia della resistenza palestinese; Yahya Ayyash Abu Al-Baraa. La Palestina oggi ha un disperato bisogno del vostro spirito patriottico e della vendetta per lo spirito del martire Sheikh Saleh Abu Muhammad. I martiri non muoiono”.
Nel marzo del 2024, durante una manifestazione in stazione Centrale a Milano, Hannoun aveva affermato: “Concludo, con un applauso al popolo giordano, ai ribelli in Giordania che hanno obbligato il sistema di chiudere l’ambasciata israeliana. Invitiamo tutti i popoli arabi di fare lo stesso per cacciare via tutte le ambasciate israeliane, di chiudere e di trasformarle in centri per la resistenza. Un applauso alla resistenza dello Yemen, un applauso alla resistenza del Libano, dell’Iraq…”.
Il 9 novembre 2024, durante una manifestazione a Milano, Hannoun elogiava gli autori della “caccia agli ebrei” avvenuta ad Amsterdam il 7 novembre, quando teppisti islamisti attaccarono i tifosi del Maccabi Tel Aviv dopo la partita contro l’Ajax.
• L’attività di Hannoun risale ai primi anni ‘90
Si potrebbe andare ad oltranza per elencare tutte le esternazioni fatte da Hannoun, già ampiamente documentate a suo tempo e per le quali ha avuto anche un daspo da Milano. Il punto però è un altro: da quanto tempo il soggetto in questione operava liberamente in territorio italiano? La risposta si trova nei documenti dell’indagine:
“Nel 1991 veniva segnalata la presenza presso il Centro Islamico genovese di una cellula di Hamas coordinata dal giordano-palestinese Hannoun Mohammad”.
E ancora:
“Nel 2001 veniva eseguita una perquisizione locale a carico di Hannoun Mohammad nel corso del quale erano rinvenuti documenti del gruppo terroristico che l’indagato aveva dichiarato di aver reperito all’interno dei locali del Centro Islamico genovese… Nel contempo Hannoun aveva iniziato a organizzare congressi in cui venivano invitate personalità di spicco del mondo islamico i cui interventi esaltavano la strategia del terrore”.
Ci sono poi le intercettazioni, ad esempio, nell’aprile del 2002 Hanoun festeggiava assieme al fratello Said un attentato perpetrato da Hamas su un autobus di linea israeliano nel quale erano morti dieci civili.
Nell’agosto del 2002 i due gioivano per un attentato nel bar dell’Università di Gerusalemme che aveva causato la morte di nove civili.
Nel gennaio e nell’agosto del 2003 altri festeggiamenti per due attentati sugli autobus israeliani che avevano causato la morte di 64 civili inclusi diversi bambini.
Nel giugno del 2001 Hannoun chiedeva il contatto del leader spirituale di Hamas, Ahmed Yasin, per farlo intervenire in diretta durante un convegno a Torino.
Come indicato nelle carte processuali, l’inchiesta su Hannoun era stata riaperta subito dopo il massacro del 7 ottobre 2023 con CNR depositata il 18 del mese. Nell’ordinanza viene indicato che “Hamas risultava già inserita da parte di alcune organizzazioni internazionali nell’elenco delle organizzazioni terroristiche ma l’attacco contro Israele iniziato il 7/10/2023 aveva ulteriormente confermato la necessità di qualificare come terroristico il predetto gruppo paramilitare islamista”.
Insomma, c’è voluto un eccidio per riaprire le indagini? Ci sono voluti due sanzionamenti del Dipartimento del Tesoro statunitense per muoversi in maniera significativa sui fondi?
Per quale motivo le indagini su Hannoun erano precedentemente state archiviate? Alcuni sostengono che non era stato possibile provare la sua appartenenza a Hamas e il trasferimento di fondi all’organizzazione terrorista. Altri indicano poi che le autorità israeliane non avevano inviato la documentazione richiesta entro il termine delle indagini preliminari (anche questo citato nelle carte processuali).
Mettendo da parte le polemiche di natura tecnico-giuridica, il punto è un altro, ovvero che Hannoun operava in Italia assieme alla sua rete da più di trent’anni, ma i media mainstream e la politica se ne accorgono soltanto adesso.
In ultimo, se quanto attuato da Hannoun e soci fosse stato fatto a favore dell’ISIS, si sarebbe aspettato così tanto a muoversi? Sia mediaticamente che a livello di indagine?
(L'informale, 30 dicembre 2025)
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Israele apre un nuovo fronte diplomatico in Africa: ecco cosa cambia
di Samuel Capelluto
Il riconoscimento ufficiale del Somaliland da parte di Israele, primo Paese al mondo a compiere un simile gesto, ha innescato una reazione dura e quasi unanime nel mondo arabo: condanne formali, richiami al rispetto della sovranità somala e una richiesta urgente di dibattito al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Dalla Turchia all’Arabia Saudita, dall’Egitto all’Iran, la linea è stata compatta. Ma proprio questa compattezza ha fatto emergere un’assenza significativa: il silenzio degli Emirati Arabi Uniti. La decisione israeliana, annunciata nel fine settimana, viene spiegata apertamente da fonti politiche come una scelta strategica. “Basta guardare la posizione del Somaliland per capire tutto”, è la frase che sintetizza l’approccio di Gerusalemme. Il Somaliland si affaccia sul Golfo di Aden, a ridosso dello stretto di Bab el-Mandeb, uno dei corridoi marittimi più sensibili al mondo, attraversato da circa il 12% del commercio globale. È inoltre distante appena 250 chilometri dallo Yemen, da cui operano i ribelli houthi sostenuti dall’Iran. Il silenzio di Abu Dhabi non è casuale. Da anni gli Emirati sviluppano relazioni strette con il Somaliland e gestiscono una base militare nel porto di Berbera, dotata di una pista di quattro chilometri, hangar e infrastrutture portuali in espansione. Una presenza che ha avuto un ruolo anche nel conflitto yemenita. Ufficialmente gli Emirati non hanno riconosciuto il Somaliland, ma nei fatti lo considerano un asset strategico. La scelta israeliana si inserisce dunque in una geometria regionale già esistente, rafforzandola. Sul piano politico, Gerusalemme respinge le accuse di doppio standard provenienti dal mondo arabo. Fonti israeliane sottolineano l’ipocrisia di chi sostiene apertamente il riconoscimento di uno Stato palestinese nato da organizzazioni terroristiche, ma rifiuta quello del Somaliland, un’entità stabile, funzionante, con istituzioni democratiche e trent’anni di autogoverno pacifico. Dietro le quinte, i contatti tra Israele e il Somaliland sono maturati da anni. Il presidente del Somaliland ha visitato Israele in segreto la scorsa estate, incontrando il primo ministro, il ministro degli Esteri, quello della Difesa e il capo del Mossad. Un rapporto costruito con gradualità, fiducia personale e cooperazione strategica, sul modello di altre relazioni discrete che Israele intrattiene in Africa. Sul fronte militare, la mossa apre nuove possibilità operative. Pur senza conferme ufficiali sui dettagli, fonti di sicurezza israeliane ammettono che il riconoscimento offre profondità strategica, migliora la pianificazione aerea e rafforza la “lunga mano” di Israele contro le minacce provenienti dallo Yemen e dall’Iran. Dopo gli attacchi houthi e le difficoltà logistiche di operare a quasi duemila chilometri di distanza, il Somaliland rappresenta un cambio di paradigma. Resta il rischio di una contro-offensiva diplomatica guidata da Turchia, Qatar ed Egitto, ma Israele sembra aver scelto consapevolmente la strada dell’iniziativa. Non una risposta difensiva, ma un messaggio chiaro: Gerusalemme è pronta a giocare la partita regionale con gli stessi strumenti dei suoi avversari, costruendo alleanze, sfruttando la geografia e anticipando le mosse. In un Medio Oriente e in un Corno d’Africa sempre più intrecciati, il Somaliland non è una periferia dimenticata. È un nodo strategico. E Israele ha deciso di riconoscerlo per primo.
(Shalom, 29 dicembre 2025)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 10
- Allora Samuele prese un vasetto d'olio, lo versò sul capo di Saul, lo baciò e disse: “L'Eterno non ti ha forse unto perché tu sia il capo della sua eredità? Oggi, quando tu sarai partito da me, troverai due uomini presso il sepolcro di Rachele, ai confini di Beniamino, a Selsa, i quali ti diranno: 'Le asine che stavi cercando, sono state trovate; ed ecco tuo padre non è più in pensiero per le asine, ma è in pena per voi, e va dicendo: Che devo fare riguardo a mio figlio?'. E quando sarai passato più avanti e sarai giunto alla quercia di Tabor, ti incontrerai con tre uomini che salgono ad adorare Iddio a Betel, portando l'uno tre capretti, l'altro tre pani, e il terzo un otre di vino. Essi ti saluteranno e ti daranno due pani, che riceverai dalla loro mano. Poi arriverai a Ghibea-Eloim, dove c'è la guarnigione dei Filistei; e avverrà che, entrando in città, incontrerai una schiera di profeti che scenderanno dall'alto luogo, preceduti da saltèri, da timpani, da flauti, da cetre, e che profetizzeranno. E lo Spirito dell'Eterno ti investirà e tu profetizzerai con loro, e sarai cambiato in un altro uomo. E quando questi segni saranno avvenuti, fa' quello che avrai occasione di fare, poiché Dio è con te. Poi scenderai prima di me a Ghilgal; ed ecco io scenderò verso di te per offrire olocausti e sacrifici di ringraziamento. Tu aspetterai sette giorni, finché io giunga da te e ti faccia sapere quello che devi fare”.
- E appena egli ebbe voltato le spalle per separarsi da Samuele, Iddio gli cambiò il cuore, e tutti quei segni si verificarono in quello stesso giorno. E quando giunsero a Ghibea, ecco che una schiera di profeti andò incontro a Saul; allora lo Spirito di Dio lo investì, ed egli si mise a profetizzare in mezzo a loro. Tutti quelli che lo avevano conosciuto prima, lo videro che profetizzava con i profeti, e dicevano l'uno all'altro: “Cosa è mai accaduto al figlio di Chis? Saul è anche lui tra i profeti?”. E un uomo del luogo rispose, dicendo: “E chi è il loro padre?”. Da qui venne il proverbio: “Saul è anche lui tra i profeti?”. E quando Saul ebbe finito di profetizzare, si recò all'alto luogo. E lo zio di Saul disse a lui e al suo servo: “Dove siete andati?”, Saul rispose: “A cercare le asine; ma vedendo che non le potevamo trovare, siamo andati da Samuele”. Allora lo zio di Saul disse: “Raccontami, ti prego, quello che vi ha detto Samuele”. E Saul a suo zio: “Egli ci ha assicurato che le asine erano state trovate”. Ma di quello che Samuele aveva detto riguardo al regno non gli riferì nulla.
Saul eletto re mediante la sorte
- Poi Samuele convocò il popolo davanti all'Eterno a Mispa, e disse ai figli d'Israele: “Così dice l'Eterno, l'Iddio d'Israele: 'Io trassi Israele fuori dall'Egitto e vi liberai dalle mani degli Egiziani e dalle mani di tutti i regni che vi opprimevano'. Ma oggi voi ripudiate il vostro Dio che vi salvò da tutti i vostri mali e da tutte le vostre tribolazioni, e gli dite: 'Stabilisci su di noi un re!'. Ora, dunque, presentatevi nel cospetto dell'Eterno per tribù e per migliaia”.
- Poi Samuele fece accostare tutte le tribù d'Israele e la tribù di Beniamino fu designata dalla sorte. Fece quindi accostare la tribù di Beniamino per famiglie e la famiglia di Matri fu designata dalla sorte. Poi fu designato Saul, figlio di Chis; e lo cercarono, ma non fu trovato. Allora consultarono di nuovo l'Eterno: “Quell'uomo è già venuto qua?”. L'Eterno rispose: “Guardate, si è nascosto fra i bagagli”. Corsero a farlo uscire di là; e quando egli si presentò in mezzo al popolo, era più alto di tutta la gente dalle spalle in su. E Samuele disse a tutto il popolo: “Vedete colui che l'Eterno si è scelto? Non c'è nessuno in tutto il popolo che sia pari a lui”. E tutto il popolo proruppe in esclamazioni di gioia, gridando: “Viva il re!”.
- Allora Samuele espose al popolo la legge del regno e la scrisse in un libro, che depose alla presenza dell'Eterno. Poi Samuele rimandò tutto il popolo, ciascuno a casa sua. Anche Saul se ne andò a casa sua a Ghibea e con lui andarono gli uomini valorosi a cui Dio aveva toccato il cuore. Tuttavia, ci furono degli uomini da nulla che dissero: “Come potrebbe salvarci costui?”. Lo disprezzarono e non gli portarono nessun dono. Ma egli fece finta di non udire.
(Notizie su Israele, 29 dicembre 2025)
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Il silenzio imbarazzato di chi sfilava con loro
Dove sono finiti quelli che andavano a sfilare in piazza con questi signori?
di Maurizio Belpietro
Più passano le ore, anzi i giorni, e più diventa imbarazzante il silenzio degli amici di Mohammad Hannoun. Ma come? Fino all'altro ieri erano sempre pronti a sposarne la causa, facendosi fotografare al suo fianco, ben lieti di abbracciarne la lotta per la Palestina libera, invocando una soluzione per Gaza e una condanna per genocidio nei confronti di Israele. E ora che l'architetto giordano è finito in manette, con l'accusa di aver finanziato i terroristi di Hamas e di essere a capo di un'associazione che agiva da collettore di fondi per il movimento armato dei fondamentalisti islamici, i compagni di piazza e piazzate che fanno? Si voltano dall'altra parte, facendo finta di niente, anzi di non conoscerlo? Da molti anni l'attività del presidente dell'associazione dei palestinesi in Italia era oggetto di indagini della magistratura, alcune delle quali erano note. E da molto tempo era oggetto di inchieste giornalistiche, per le sue dichiarazioni estreme e per le sue discutibili frequentazioni. Già ieri ricordavo gli articoli apparsi su questo giornale a firma del nostro Giacomo Amadori. E Fausto Biloslavo l'altro ieri mi ricordava almeno una decina di servizi pubblicati su Panorama da quando ne sono direttore. Insomma, si sapeva o per lo meno di sospettava, che Hannoun avesse forti collegamenti con Hamas. E ci si immaginava che alcune delle associazioni di beneficenza da lui fondate per sostenere la causa palestinese non servissero a finanziare le famiglie in difficoltà, la costruzione di scuole, ospedali, acquedotti, come sarebbe stato giusto che fosse e come avrebbe dovuto essere se le promesse di Hannoun e dei suoi compagni fossero state veritiere. In realtà, da tempo si riteneva che quel denaro venisse usato per cause ben meno nobili, ovvero per armare i terroristi e pagare le famiglie dei miliziani finiti in carcere o al cimitero dopo gli attentati contro gli israeliani. In altre parole, quei fondi erano fondi investiti non per ragioni umanitarie, ma destinati a scopi bellici, compresa la strage del 7 ottobre 2023. Di fronte a tutto ciò, al fiume di quattrini passato nelle mani di Hannoun e della holding immobiliare di Hamas (solo in Italia sarebbero una novantina gli edifici comprati allo scopo di impiegare la liquidità prima di consegnarla ai miliziani di Hamas), ci saremmo aspettati una presa di distanza e almeno qualche mea culpa da parte di chi, in questi anni, ha sposato la causa del «profugo» giordano-palestinese senza andare troppo per il sottile. Invece, approfittando delle vacanze di Natale, da Laura Boldrini a Nicola Fratoianni, da Francesca Albanese ad Alessandro Di Battista paiono tutti in silenzio stampa. Desaparecidos. Tanto erano loquaci fino all'altro ieri, tanto sono silenziosi ora, forse annichiliti per aver abbondato con il panettone o intorpiditi per aver ecceduto nei brindisi. Alzare i calici a volte annebbia la mente, ma forse nel caso di Hannoun la mente dei compagni che con lui amavano scattarsi selfie era già annebbiata. Anzi, su certi argomenti probabilmente lo è sempre stata. Al punto che oggi, di fronte agli arresti, non sanno che dire e preferiscono nascondersi, sperando che la Befana insieme alle feste si porti via anche la memoria degli italiani. Ma dimenticarsi di chi ha scambiato dei finanziatori di terroristi per nuovi rivoluzionari è difficile, se non impossibile.
(La Verità, 29 dicembre 2025)
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Sua eccellenza Hannoun e lo stato emozionale pacifista
di Giuliano Ferrara
Ai cretini di ieri oggi e domani, travestiti da sinistra istituzionale e parlamentare, che hanno trafficato legalmente e benevolmente con chi si prendeva i fondi umanitari, raccolti con la buona fede compassionevole di molti, e li consegnava a chi avrebbe saputo farne strumenti di morte e pogrom antigiudaico, francamente c’è poco da dire. Che conversazione civile ci può mai essere con quelli che sfruttano le emozioni primarie, scambiano i ruoli tra carnefici e vittime, gridano al genocidio e cercano di mettere su un po’ di peso con la propaganda pacifista? Matteo Renzi, non di quella schiatta, ha detto che, salve le garanzie giudiziarie, e salviamole anche noi, via, non costa nulla e fa figura (oltre tutto i pm si sono già scusati per aver dovuto procedere contro un totem dell’ideologia dell’appeasement, il presidente Sua Eccellenza dei Palestinesi in Italia), il contrabbando di credulità degli enti benefici del jihad dell’architetto Mohammad Hannoun e soci è “gravissimo e assurdo”. Perché assurdo? Si sapeva più o meno tutto. Israele aveva messo fuorilegge quel braccio finanziario e politico di Hamas in Italia dal 1982, bisognava essere gattini ciechi per non accorgersi che anche qui operava quella organizzazione paraterroristica di zona grigia che a Gaza e nei territori, sotto lo scudo dell’Onu e dell’Unrwa e di altre Ong, prospera da decenni. Armi al terrore, uno scambio contiguo e parallelo al blocco delle armi per Israele dei miei amici portuali di Genova. Ma nessuno deve scusarsi di alcunché, ci mancherebbe. Capire è più difficile, ma più utile. Centinaia di migliaia di persone, giustamente colpite dalle immagini di una guerra spietata di autodifesa di un paese assediato dalla guerra sterminatrice da quando è nato, hanno sfilato all’appello di Sua Eccellenza Mohammad per le strade e le piazze d’Italia, in connessione con un movimento mondiale di solidarietà ai palestinesi e di ostilità agli israeliani. La differenza tra autodifesa e volontà di annientamento non l’hanno compresa. Della connessione tra pace e giustizia non si sono dati pensiero. L’odio antiebraico era per le avanguardie combattenti e per chi convocava e organizzava, non per la grande maggioranza dei presenti. Ora però, con l’inchiesta di Genova, qualcosa in più dovrebbe entrare nelle testoline dei dimostranti, salvaguardando il loro diritto al cuore, se non anche al suo monopolio, il monopolio del cuore, come diceva Giscard a Mitterrand tanti anni fa. Questo è interessante. Le zone grigie sono sempre esistite in tutti i conflitti più crudeli. Poi arrivano i fatti, i fatti che contano. E se si scopre che coloro che sollecitavano il tuo stato emozionale, creavano i miti neri di un’Israele bellicista e criminale, spargevano e spacciavano come una droga l’ideologia del genocidio, erano gli stessi capaci di depistare i fondi per la pace a un’armata di guerra nichilista, fanatica, il cui scopo è lo stesso cantato dalle folle, “dal fiume al mare” ovvero piazza pulita degli ebrei e della loro nazione stato popolo, si spera che qualcosa cambi. Mettete dei fiori nei vostri cannoni pacifisti, e cancellate il grigio della complicità in buona fede.
Il Foglio, 29 dicembre 2025)
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“La nostra amatissima Albanese”
di Niram Ferretti
L’arresto di Mohammad Hannoun in una operazione congiunta da parte della Digos, dell’antiterrorismo, della polizia tributaria e dei carabinieri, mette al sicuro il principale operativo di Hamas in Italia, così indicato dal Dipartimento del Tesoro americano nel 2024. Le trecento ottantacinque pagine dell’ordinanza cautelare, (un faldone lungo come un romanzo), esibiscono, tra le altre cose, una serie di intercettazioni che mettono in luce la sua affiliazione all’organizzazione terrorista salafita operativa a Gaza e i suoi rapporti e agganci con alti membri di Hamas come Ismail Haniyah, eliminato da Israele a Teheran nell’estate del 2024. Hannoun, nella cui abitazione di Genova sono stati rinvenuti in un sacco, un milione di euro in contanti e una macchina conta soldi, come nel covo di un narcotrafficante, prima dell’arresto, sentendo che la morsa si stava stringendo su di lui, era in procinto di espatriare in Turchia, dove, da fratello musulmano, avrebbe potuto godere della protezione del governo in carica. Qui in Italia, con il paravento di associazioni umanitarie a favore dei palestinesi, Hannoun raccoglieva il denaro necessario all’organizzazione criminale di cui faceva parte e sul quale, ovviamente, da bravo travet, lucrava personalmente. Qui in Italia incontrava esponenti politici, tutti rigorosamente di sinistra, che gli aprivano festosi le porte di Montecitorio e lo consideravano interlocutore degno di rispetto. Qui in Italia faceva da apripista a manifestazioni rigorosamente contro Israele e il “genocidio”, dove si inneggiava alla distruzione di Israele, e dove, come è accaduto a Genova, partecipava la star ormai in declino della galassia pro-pal, Francesca Albanese, la “nostra amatissima Albanese”, come l’aveva apostrofata durante quell’incontro Hannoun stesso, quella medesima “amatissima” non più così amata dall’Università di Georgetown negli Stati Uniti che ha eliminato dal suo sito ogni riferimento al suo curriculum. Ovviamente Albanese, Ascari, Furfaro, Fratoianni, Boldrini, e altri, non sapevano nulla della affiliazione di Hannoun con Hamas, loro lottavano, lottano come Hamas e Hannoun, contro l’oppressione israeliana in Palestina, contro l’apartheid, il genocidio, i crimini inenarrabili di cui Israele si è macchiato. È tutta una galassia di amatissimi, fondata appunto sull’amore, quello per la verità, la giustizia, il trionfo del bene. Mille miglia lontano da sacchi di denaro, e quei sette milioni e duecentomila euro e passa che Hannoun aveva raccolto per gli “oppressi” di Gaza e che invece sono finiti bene al sicuro dentro i forzieri di Hamas.
(L'informale, 28 dicembre 2025)
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Israele e quel fardello dell’obbligatorietà dell’azione penale
di Stefano Piperno
Se vi era qualche motivo per essere favorevoli alla separazione delle carriere, all’istituzione di due CSM separati e di una corte suprema, la comunicazione dei pm di Genova relativa all’inchiesta sui sodali di Hamas in Italia non può che confermare tale convinzione. Lo stupore misto a sgomento è il sentimento che deve accogliere tanta improntitudine e protervia mostrate da magistrati che dovrebbero assoggettare sé stessi alla riservatezza, al senso di opportunità e alla lontananza dalla faziosità politica, più volte — e vanamente — raccomandata dal capo dello Stato nella sua funzione di presidente del CSM. Fermo restando il principio di presunzione di innocenza, mentre si indaga e si eseguono arresti di presunti affiliati e fiancheggiatori di un’organizzazione terroristica, così definita anche dall’ONU, da parte di quei magistrati inquirenti si sente il bisogno quasi di scusarsi, ribadendo un giudizio accusatorio su Israele non richiesto, anzi assolutamente fuori misura e fuori contesto. È come se, al tempo delle BR, mentre si perseguivano i terroristi rossi, i pm avessero espresso contemporanei giudizi negativi sulla piega presa dallo Stato, quasi a giustificare il loro operato, imposto dalle leggi vigenti. Quella dichiarazione è, se ce ne fosse bisogno, un’ulteriore dimostrazione che Hamas è considerata una controparte legalmente rappresentativa dei cosiddetti palestinesi, con diritto di esistere e di compiere massacri in nome di un buon diritto che “viene da lontano”. L’abnormità di un tale comportamento da parte di quei Pm sta nell’implicita dichiarazione di non poter fare a meno di perseguire quegli eventuali reati… malgrado…
(InOltre, 29 dicembre 2025)
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Con il Somaliland, Israele smaschera l'ipocrisia dell'ONU
Mentre il mondo occidentale era ancora immerso nella tranquilla atmosfera post-natalizia, Israele ha creato una situazione che va ben oltre il Corno d'Africa.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Il riconoscimento del Somaliland è più di una semplice firma diplomatica, è la rinascita e la modernizzazione della classica “dottrina della periferia” israeliana, ma con una differenza fondamentale: Israele esce dalla difensiva. Per decenni Gerusalemme ha subito le lezioni di una comunità internazionale che si aggrappava a finzioni diplomatiche; si sostenevano Stati falliti e si corteggiavano regimi terroristici in nome della stabilità, ignorando realtà democratiche funzionanti come il Somaliland. Con questo passo, Israele smette di partecipare a questo teatro dell'assurdo. Invia un messaggio cristallino: non aspettiamo più il permesso dell'ONU o la grazia dell'Occidente per stringere le nostre alleanze. Ridefiniamo la legittimità, non attraverso documenti, ma attraverso la realtà, la stabilità e gli interessi comuni. Questo passo è un boomerang geopolitico per i nemici di Israele. Per anni l'Iran e la Turchia hanno cercato di circondare lo Stato ebraico con un “anello di fuoco”. Ora Israele ribalta la situazione. Dal Mediterraneo orientale al Caucaso fino al Mar Rosso sta nascendo un contro-anello che rende nervosi Ankara e Teheran. Quello a cui stiamo assistendo è il passaggio da una dottrina di sicurezza reattiva a una forza proattiva, pronta a sacrificare le vacche sacre della diplomazia per garantire la propria sopravvivenza.
Questo passo ridefinisce la geopolitica nel Corno d'Africa. Questa alleanza segna un doppio colpo strategico: da un lato funge da baluardo militare contro i ribelli Houthi, garantendo così le vie commerciali vitali di Israele sul Mar Rosso. Dall'altro lato, Gerusalemme porta avanti la sua offensiva diplomatica; nello spirito degli accordi di Abramo, le relazioni con il mondo musulmano vengono approfondite e l'influenza israeliana nel continente africano viene notevolmente ampliata.
• Cos'è la dottrina israeliana della periferia?
Era la risposta strategica di Ben-Gurion all'accerchiamento arabo ostile, in particolare negli anni 1950-1980. Israele cercò alleanze mirate con Stati non arabi e minoranze come l'Iran, la Turchia, l'Etiopia o i curdi. L'obiettivo era quello di rompere il proprio isolamento e neutralizzare indirettamente i regimi arabi ostili. Questo concetto sta vivendo oggi una rinascita, ad esempio nelle relazioni con il Somaliland, l'Azerbaigian o gli Stati degli accordi di Abramo.
L'idea precedente che il Somaliland potesse accogliere i rifugiati palestinesi dalla Striscia di Gaza risale a una fase molto precoce dei colloqui, quando Israele cercava in tutto il mondo paesi disposti a farlo. Sebbene all'epoca il Somaliland avesse segnalato una disponibilità di massima, oggi la questione è completamente fuori discussione. Nessuno si aspetta più che il Somaliland accolga i rifugiati palestinesi; per quanto ne so, non ha alcun ruolo negli sviluppi attuali.
Ciò che ha spinto Israele a compiere il passo storico di riconoscere ufficialmente il Somaliland è dovuto a due altri motivi.
- Il Somaliland offre a Israele un avamposto strategicamente importante nel Corno d'Africa, vicino alle rotte marittime internazionali, un vantaggio geopolitico di notevole valore.
- Israele mette così il mondo arabo e musulmano di fronte a uno specchio e ne smaschera la doppia morale.
Mentre molti di questi Stati chiedono a gran voce il riconoscimento di uno Stato palestinese, le cui strutture politiche sono fortemente influenzate dal terrorismo, gli stessi Stati rifiutano di riconoscere il Somaliland, uno Stato che da oltre 30 anni esiste in modo stabile, democratico e pacifico. Proprio questa ipocrisia è ora evidente: si chiede il riconoscimento di uno Stato nato dalla violenza, ma lo si nega a uno Stato che si è sviluppato democraticamente con le proprie forze. Israele rompe questa contraddizione. Qui si manifesta l'ipocrisia dell'ONU e anche quella dell'Egitto. Esiste un'autonomia funzionante con un sistema stabile e democratico, che governa in modo responsabile e aspira legittimamente alla propria indipendenza. Eppure la comunità internazionale le nega il riconoscimento. Finora solo Taiwan (che non è membro dell'ONU) e ora anche Israele hanno compiuto questo passo. Si tratta di un doppio standard nella sua forma più pura.
Ma così facendo Israele irrita ancora di più i suoi nemici nella regione. L'Iran mette in guardia dal caos nel Corno d'Africa. Dure critiche all'iniziativa di Israele sul Somaliland. Teheran condanna il riconoscimento israeliano del Somaliland come “flagrante violazione” della sovranità somala e lo considera un tentativo mirato da parte di Israele di minare la stabilità nel Mar Rosso e nel Corno d'Africa. Altri paesi che condannano l'alleanza di Israele con il Somaliland sono l'Egitto, la Turchia, la Lega Araba, l'Iraq e, naturalmente, Hamas. Il Qatar e l'Arabia Saudita esprimono il loro disappunto per la violazione dell'integrità territoriale, ma rinunciano a una condanna severa, dando un segnale di moderazione.
A proposito: poche ore dopo il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, l'ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti (EAU) ha lasciato la Somalia. Il motivo è significativo. Avete notato che da Abu Dhabi non è arrivata alcuna condanna della mossa israeliana? Non è un caso. Dietro le quinte, gli Emirati sostengono massicciamente sia il Somaliland che l'iniziativa israeliana, poiché vi hanno già una forte presenza militare ed economica. Il riconoscimento di Israele coincide quindi pienamente con gli interessi strategici degli Emirati.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro degli Esteri Gideon Saar e il presidente della Repubblica del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdillahi, hanno firmato una dichiarazione congiunta reciproca. Netanyahu si è congratulato con il presidente Abdillahi e ha elogiato la sua leadership e il suo impegno per la stabilità e la pace nella regione. Allo stesso tempo, ha invitato il presidente a una prima visita ufficiale in Israele. Il presidente Abdillahi ha ringraziato Netanyahu per la decisione storica e ha sottolineato gli sforzi di Israele nella lotta al terrorismo e per la pace regionale. Il ministro degli Esteri Gideon Saar, che ha parlato al telefono con il presidente Abdillahi, ha dichiarato che le relazioni sono cresciute nel corso dell'ultimo anno sulla base di un dialogo continuo.
Al di là della dimensione della sicurezza e della politica estera, Israele intende ampliare immediatamente la cooperazione con il Somaliland anche in settori civili fondamentali, come l'agricoltura e la tecnologia, attraverso il trasferimento di conoscenze e progetti comuni, il rafforzamento dei sistemi sanitari e l'espansione del commercio bilaterale.
Israele dimostra ripetutamente coraggio politico, che spesso manca ai paesi europei. L'Europa rifiuta il riconoscimento principalmente per il timore di creare un pericoloso precedente per le proprie aspirazioni separatiste, come la Catalogna in Spagna o la Scozia nel Regno Unito, e di violare il principio dell'inviolabilità dei confini. Invece di onorare i fatti democratici, Bruxelles preferisce aggrapparsi alla finzione politica di una Somalia unita per evitare attriti diplomatici con l'Unione Africana.
• La Turchia è in preda al panico
Ma i paesi arabi vicini sono spaventati. Il sito di notizie libanese Al-Nashra ha dipinto in una recente analisi il quadro di un terremoto geopolitico che costringe la Turchia ad agire contro Israele. Dal punto di vista israeliano, la Turchia è il nemico più pericoloso di Israele dopo l'Iran. Il messaggio chiave è che Ankara non può più permettersi di rimanere un osservatore passivo ai margini degli sconvolgimenti regionali, poiché l'espansione del conflitto da parte di Israele da operazioni di sicurezza limitate a una guerra aperta e transfrontaliera minaccia ora direttamente la sicurezza nazionale turca. La dottrina turca dei “zero problemi” non ha quindi portato alla pacificazione, ma ha lasciato un vuoto strategico che Israele ha colmato con l'approvazione occidentale. Sotto la guida di Ahmet Davutoglu, la Turchia ha perseguito per anni la dottrina dei “zero problemi con i vicini”. L'obiettivo di questa strategia era quello di sostituire i confronti militari con la diplomazia e la cooperazione economica, al fine di risolvere tutti i conflitti di confine e affermare la Turchia come potenza centrale di mediazione e ordine nella regione. Ora tutto questo è finito. Ankara si trova di fatto esposta a un “accerchiamento strategico”. Nel Mediterraneo, le alleanze israeliane con la Grecia e Cipro hanno creato un fronte militare, mentre un'entità curda potenzialmente indipendente al confine è temuta come avamposto indiretto di Israele.
Per correggere questo squilibrio e ripristinare la deterrenza regionale, il presidente Erdogan sta pianificando una visita a sorpresa a Teheran. Al centro dell'attenzione c'è un'offerta militare esplosiva, che può essere intesa come un “regalo” turco ai mullah. La Turchia potrebbe proporre lo schieramento di nuovi sistemi di allarme radar in Siria. Ciò consentirebbe all'Iran di individuare tempestivamente gli attacchi israeliani, dopo che Israele ha distrutto i precedenti sistemi del vecchio regime. Allo stesso tempo, Teheran sta esercitando pressioni affinché Ankara contribuisca a chiudere lo spazio aereo siriano e iracheno ai caccia e agli aerei da ricognizione israeliani, in modo da chiudere questi “corridoi sicuri”.
Tuttavia, questo riorientamento strategico pone la Turchia di fronte a complessi dilemmi. Un avvicinamento all'Iran entra in conflitto con la stretta partnership turca con l'Azerbaigian, che recentemente ha fatto parte di un'alleanza internazionale contro Teheran e che a sua volta intrattiene stretti rapporti con Gerusalemme. A complicare le cose si aggiunge l'asimmetria economica, perché mentre la valuta turca è sotto pressione e gli investimenti occidentali sono scarsi, Israele ha un'enorme influenza sui centri finanziari e politici occidentali. In definitiva, secondo l'analisi, la Turchia si trova di fronte a una scelta esistenziale: o Ankara paga il prezzo elevato per aver abbandonato la sua precedente cautela, oppure rischia di perdere definitivamente la sua rilevanza geopolitica in un nuovo ordine regionale dominato in modo determinante dagli interessi israeliani.
(Israel Heute, 29 dicembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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NILI, l’unità segreta che rintraccia i terroristi del 7 ottobre
di Luca Spizzichino
Una stanza anonima, nel Comando Sud, lontana dai riflettori e dal rumore delle operazioni militari. È da qui che opera NILI, una piccola unità di intelligence dell’IDF incaricata di una delle missioni più complesse e sensibili della guerra: identificare, rintracciare e neutralizzare tutti coloro che il 7 ottobre hanno attraversato il confine israeliano partecipando a rapimenti, omicidi e atrocità contro civili e militari. Il nome dell’unità non è casuale. NILI è l’acronimo di un versetto biblico: “L’Eterno d’Israele non mentirà”, e racchiude una promessa: nessuno di quei terroristi verrà dimenticato. Ne racconta la storia e i segreti il quotidiano online Ynet.
Il lavoro di NILI è metodico. Ogni terrorista viene trasformato in un fascicolo dettagliato: chi è, cosa ha fatto, dove vive, con chi parla, come si muove. Il database dell’unità ha superato quota 6.000 nomi e comprende non solo chi ha partecipato direttamente all’attacco, ma anche chi ha custodito ostaggi, preso parte ai trasferimenti o alla propaganda. Le fonti sono molteplici: interrogatori dello Shin Bet, human intelligence e intercettazioni, materiale recuperato sul campo, video pubblicati dagli stessi terroristi, testimonianze degli ostaggi rientrati. Ogni informazione viene incrociata, verificata, validata. Nulla è lasciato al caso.
La parola chiave è una sola: certezza. Nessun attacco viene autorizzato se non c’è la certezza che il bersaglio sia presente nel luogo indicato e che non vi siano civili coinvolti. Moschee, scuole, mercati affollati diventano automaticamente “zone rosse” se non è possibile isolare il terrorista. Per questo, spesso, l’attesa dura settimane. A volte mesi. Gli analisti seguono i bersagli fino a conoscerli meglio di quanto conoscano se stessi: cosa mangiano, quando pregano, dove dormono. È lì, nei cosiddetti “ancoraggi”, i luoghi in cui il terrorista è statico e prevedibile, che avviene l’azione.
Uno dei casi simbolo è quello di Ahmed Shaer, uno dei rapitori coinvolti nel sequestro di Noa Argamani e Avinatan Or, immortalato in uno dei video più sconvolgenti del 7 ottobre. Shaer, estremamente cauto e quasi invisibile, è rimasto per mesi fuori dai radar. Non usciva, non comunicava, non lasciava tracce. Per quasi dieci mesi, analisti e ufficiali di NILI hanno ricostruito pazientemente ogni frammento della sua vita: movimenti, abitudini, contatti, luoghi frequentati. Quando l’intelligence ha finalmente ristretto il cerchio, il dossier era pronto. Il 25 marzo, in un’operazione chirurgica coordinata con l’aeronautica e i servizi di sicurezza interni, Shaer è stato colpito nel luogo in cui dormiva. La conferma della sua morte è arrivata solo giorni dopo, attraverso messaggi di lutto apparsi sui canali locali di Gaza.
All’interno dell’unità una parola non viene mai pronunciata: vendetta. Gli ufficiali sono netti nel rifiutare questa logica. L’obiettivo è duplice: offrire un senso di chiusura alle famiglie delle vittime e impedire che uomini con esperienza operativa, conoscenza del territorio israeliano e status simbolico possano guidare nuovi attacchi in futuro. Molti di questi terroristi, spiegano, vengono celebrati come eroi, promossi nei ranghi, trasformati in modelli per altri. Eliminarli significa interrompere una catena di emulazione e ridurre una minaccia concreta alla sicurezza.
Anche ora, durante le fasi di cessate il fuoco, il lavoro non si ferma. I dossier vengono aggiornati, le tracce seguite, i nomi aggiunti. “Noi saremo sostituiti”, spiegano nell’unità. “Ma il lavoro continuerà. Finché l’ultimo di loro non sarà stato trovato”.
(Shalom, 28 dicembre 2025)
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Cile – L’estrema destra di Kast, l’eredità anti-Israele di Boric: ebrei cileni al bivio
Via il presidente antisionista, dentro quello filo-israeliano. Le recenti elezioni per scegliere il prossimo presidente del Cile hanno segnato una rottura in tutti i sensi. Al turno di ballottaggio e vigilia di Chanukkah, era il 14 dicembre, il candidato del Partito Repubblicano, José Antonio Kast, ha battuto la candidata comunista Jeannette Jara – va ricordato che il presidente uscente Gabriel Boric non si è ricandidato perché la Costituzione cilena non permette due mandati presidenziali consecutivi. La presidenza di Boric è stata marcata da forti tensioni con Israele e con la comunità ebraica cilena, 14 mila persone su una popolazione di 20 milioni di abitanti. Basti ricordare che quando nel 2019 ebrei di Santiago regalarono all’allora deputato Boric un vasetto di miele augurandogli il dolce inizio di un nuovo anno ebraico, lui affermò: «Ho gradito il gesto ma sarebbe stato meglio se avessero chiesto a Israele la restituzione dei territori occupati», parole di odio con cui, in un paese che ospita 400 mila cittadini di origine palestinesi, Boric discriminò i cileni di fede ebraica imputando loro le politiche dello stato ebraico. L’esplosione di antisemitismo su scala globale a seguito del 7 ottobre 2023 non ha certo migliorato le cose. «Boric ha contribuito al deterioramento dei rapporti con Israele», conferma al telefono Daniela Rusowsky, ebrea cilena, documentarista e studiosa di ebraismo. «Da mesi i cileni sono ossessionati da Israele», aggiunge, segnalando il rafforzarsi di narrative non solo antisioniste – «e Boric ha anche cercato di respingere le credenziali dell’ambasciatore d’Israele» – ma anche apertamente antisemite secondo cui «gli ashkenaziti non hanno niente a che vedere con il popolo d’Israele, gli ebrei uccidono i bambini, Israele è uno stato coloniale e Gesù, ovviamente, era palestinese». Con Kast tutto questo dovrebbe finire. Il presidente eletto si vuole amico del popolo e dello stato ebraico così come il presidente Usa Donald Trump o come il presidente argentino Javier Milei. «Ma Kast è un figlio di un ufficiale nazista attivo in Italia, arrestato dagli Alleati, fuggito in Germania e poi scappato in Cile, infine raggiunto dalla moglie». Il suo Partito Repubblicano, spiega ancora Rusowsky, è la formazione di destra più estrema dell’arco costituzionale in Cile e se essere il figlio di un nazista «non è una colpa né una scelta», Kast non ha condannato nettamente il passato del padre. «E quando è andato in Germania ha incontrato rappresentanti del partito di estrema destra Afd». In Cile il voto è obbligatorio e secondo Daniela Rusowsky, «alcuni ebrei hanno votato Kast, ma tanti altri hanno annullato la scheda elettorale visto che l’alternativa a Kast era la candidata Jara, che aveva già promesso di interrompere le relazioni diplomatiche con Israele». Un voto difficile, insomma, per gli ebrei cileni. «Fino a pochi anni fa eravamo 20 mila, poi molti sono emigrati verso gli Stati Uniti e Israele». dan.mos.
(moked, 28 dicembre 2025)
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«Vanità delle vanità»
"E’ tremendo pensare che il godimento di tutti i possibili piaceri offerti dalla vita possa condurre a odiare la vita."
di Marcello Cicchese
“Vanità delle vanità”, dice l'Ecclesiaste; “vanità delle vanità, tutto è vanità”. Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole? Una generazione se ne va, un'altra viene, e la terra sussiste per sempre.
Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il discorso: “Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto per l'uomo” (Ecclesiaste 1:2-3; 12:15).
“Temi Dio e osserva i suoi comandamenti”, questa è la conclusione a cui arriva l’Ecclesiaste al termine del suo libro. E’ una conclusione un po’ banale, penserà qualcuno. Molti, anche tra gli increduli, trovano avvincente il libro dell’Ecclesiaste per il suo carattere enigmatico, paradossale, inquietante: si può quindi capire che possano restare delusi dalla sua conclusione, considerata forse un po’ troppo piatta e moralistica. Ma la conclusione a cui arriva l’Ecclesiaste è proprio questa: “Temi Dio e osserva i suoi comandamenti”. Chi non ha letto il libro potrebbe pensare che l’autore sia un tipo un po’ all’antica, uno di quei dogmatici intransigenti che in nome di astratti imperativi etici proibiscono a sé e agli altri di godere senza troppi scrupoli le tante cose buone che ci sono nella vita. Ma non è così.
“Io ho detto in cuor mio: «Andiamo! Ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere!»” (Ecclesiaste 2.1).
Anche l’Ecclesiaste avrà sperimentato, come tutti noi, quegli acuti sentimenti di insoddisfazione che segnalano un vuoto, qualcosa che dovrebbe esserci ma non c’è, qualcosa che la vita offre ma non viene sperimentato, e che dunque si deve ricercare. L’Ecclesiaste non ha voluto restare nel dubbio che il suo senso di vuoto potesse essere causato dal fatto che gli mancava qualche esperienza di felicità. Essendo un potente re d’Israele, non ha avuto difficoltà a procurarsi tutto quello che desiderava: piaceri della tavola, realizzazioni architettoniche, gratificazioni artistiche, soldi, comodità, donne. Tutte le cose piacevoli che la vita poteva offrire, l’Ecclesiaste le ha ottenute (Ecclesiaste 2:1-11). E tutto quello che ha raggiunto è espresso in queste parole:
“Perciò ho odiato la vita, perché tutto quello che si fa sotto il sole mi è divenuto odioso, poiché tutto è vanità, un correre dietro al vento” (Ecclesiaste 2.17).
E’ tremendo pensare che il godimento di tutti i possibili piaceri offerti dalla vita possa condurre a odiare la vita! Ci saremmo aspettati il contrario. Ci saremmo aspettati un atteggiamento di gratitudine verso la vita e un rinnovato desiderio di continuare ad assaporare i gusti piacevoli che essa offre. Invece l’Ecclesiaste continua a ripetere il ritornello che fa da sottofondo al suo discorso: “Tutto è vanità”. E’ importante sottolineare la parola tutto. Sappiamo bene che nella vita ci sono piaceri frivoli e vacui che non vale la pena di inseguire; ma sappiamo anche che la vita sa offrire molte cose valide e belle; e siamo capaci di fare le dovute distinzioni: questi piaceri sono buoni, questi altri sono cattivi; questi sono leciti, questi altri sono illeciti: i primi sono da ricercare, i secondi da fuggire. Ma l’Ecclesiaste dice, dopo averne fatto personale esperienza, che tutto è vanità. Questo vuol dire che da nessuna parte sotto il sole esiste qualcosa che possa colmare il senso di vuoto che afferra chi vive in una realtà distaccata da Dio. E’ vano sperare di trovare sotto il sole un rimedio alla vanità: tutto è vanità. Chi non crede questo ed è convinto che da qualche parte sotto il sole ci sia qualcosa che possa riempire la vita, è destinato a fare l’esperienza dell’Ecclesiaste: dopo averle provate tutte, le illusioni cadranno ad una ad una e alla fine si farà avanti lo spaventoso pensiero che il vuoto è incolmabile. Non è strano, in queste condizioni, che si arrivi a odiare la vita. Ma allora è proprio vero, penserà qualcuno, che l’Ecclesiaste è un libro tetro, pessimista. Se anch’io penso così, e per questo motivo non mi sento attratto da questo libro, vuol dire che ho bisogno di rileggerlo e di meditare sulla sua conclusione:
“Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto per l'uomo” (Ecclesiaste 12.13).
Forse avrei preferito che l’Ecclesiaste avesse usato un po’ più di moderazione: avrebbe potuto dire che quasi tutto è vanità, e avrebbe potuto invitarci a scegliere, tra le molte cose inutili e nocive, le poche cose utili e buone. Ma se tutto, proprio tutto, è vanità, come si fa ad evitare che il senso di vuoto ci attanagli? L’Ecclesiaste non ammorbidisce il suo discorso, non fa come certi padri cristiani che nel timore vedere i figli “sganciarsi” da loro e andarsi a cercare i piaceri nel mondo fanno capire che la frase di Gesù: “Così dunque ognuno di voi, che non rinunzia a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo” (Luca 14:33), non deve essere presa troppo alla lettera. In fondo - si pensa - è comprensibile che i giovani si prendano le loro legittime soddisfazioni. Il rimedio dell’Ecclesiaste al tedio della vita non consiste nell’attenuare il suo discorso, ma nel portarlo fino alle sue estreme conseguenze. E le conclusioni a cui arriva sono due: una intermedia e una conclusiva. Quella intermedia è: “Tutto è vanità”; quella conclusiva è: “Temere Dio e osservare i suoi comandamenti è il tutto per l’uomo”. Sembra che oggi i cristiani sopportino male le forti contrapposizioni bibliche come vita-morte, luce-tenebre, verità-menzogna, salvezza-perdizione. Si preferisce parlare in forma sfumata, attenuata. Naturalmente, parole taglienti di Gesù come “Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la propria vita per amor mio, la salverà” (Luca 9:24) non vengono negate, ma si cerca di “contestualizzarle” inserendole in un discorso complessivo più ampio e ben calibrato, in modo da non turbare troppo né chi ascolta né chi parla. La Bibbia invece è un libro di forti contrasti: il paesaggio che descrive ha picchi altissimi e baratri spaventosi. Anche il libro dell’Ecclesiaste non fa eccezione. C’è un “tutto” negativo che conduce alla morte e un “tutto” positivo che conduce alla vita. Non ci sono altre possibilità. Non si prendono in considerazione casi intermedi, perché le questioni di vita e di morte non si esprimono in termini di percentuale. Sotto la guida di Dio, l’Ecclesiaste è portato dalla sua esperienza a soffermarsi principalmente sul “tutto” negativo, descrivendo estesamente i suoi tentativi di raggiungere la felicità e riportando con sincerità le analisi e le riflessioni che lo hanno condotto a riconoscere amaramente che tutto è vanità. L’autore del libro fa un grande uso della prima persona singolare: “Io ho visto, ho detto, ho riconosciuto, ho esaminato, mi sono applicato, ho trovato, ho preso la decisione, ho intrapreso grandi lavori, ecc.”. Manca in tutto il libro l’espressione tipica della Scrittura: “Così parla l’Eterno”. Sembra che l’Ecclesiaste abbia voluto, per un certo tempo della sua vita, verificare fin dove si può arrivare senza ascoltare altre voci e ubbidire ad altri stimoli che non siano i propri pensieri e i propri desideri. Quello che alla fine arriva a dire è noto: “Tutto è vanità”. Ma perché tutto? Perché sono considerate vanità anche cose che in sé sembrano buone e lecite, come edificare case, piantare vigne, costruire parchi e giardini? Vane non sono le cose, vano è l’uomo che con il conseguimento di obiettivi scelti in piena autonomia s’illude di raggiungere quella pienezza di vita di cui ha bisogno e che inutilmente ricerca nella felicità che spera di trovare nelle cose. L’uomo che si è allontanato da Dio ha un vuoto di dimensione infinita dentro di sé, e la speranza di riuscire a colmare quel vuoto infinito gettando in esso un numero sempre maggiore di oggetti finiti non può che far crescere la disperazione. E l’Ecclesiaste lo ammette:
“Così sono arrivato a far perdere al mio cuore ogni speranza su tutta la fatica che ho sostenuta sotto il sole” (Ecclesiaste 2:20).
Ma riconoscere che tutto è vanità, se forse è stata la conclusione di un cammino di esperienza dell’Ecclesiaste, è soltanto l’inizio del discorso contenuto nel suo libro. Un inizio che forse si prolunga per molte pagine, ma che in ogni caso non costituisce la conclusione del discorso. La conclusione, come sappiamo, è un altra:
“Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto per l'uomo” (Ecclesiaste 12.13).
L’autore del libro non si sofferma molto a descrivere il “tutto” positivo a cui mirava fin dall’inizio, ma quello che dice è sufficiente a farci capire in quale direzione ci invita a guardare: il tutto per l’uomo è temere Dio e osservare i suoi comandamenti.
Anche il salmista sottolinea, con altre parole, che per l’uomo, Dio è il tutto: non esiste, non deve esistere né in cielo né sulla terra altro oggetto di desiderio fuori di Lui. Tutte le altre realtà, persone e cose, pensieri e propositi, trovano il loro giusto posto solo in Dio, e non accanto a Dio. Fuori di Lui non c’è salvezza, né eterna né temporale, né in cielo né sulla terra. Poiché l’Ecclesiaste non possiede ancora la rivelazione piena della volontà salvifica di Dio, come poi si è espressa nel Signore Gesù Cristo, non è strano che nel suo libro manchino indicazioni complete e precise su quello che significa oggi temere Dio e osservare i suoi comandamenti. Altre parti della Scrittura, soprattutto del Nuovo Testamento, servono a questo scopo. Ma se l’Ecclesiaste non si addentra nella descrizione esauriente di quella che è la giusta Via, certamente si può dire che la indica in modo molto chiaro. E in modo ancora più chiaro indica e descrive con abbondanza di illustrazioni, riflessioni e ammonizioni la fallacità illusoria di ogni altra via che non sia quella del timore del Signore. E dei suoi severi ammonimenti abbiamo oggi un urgente bisogno. Ne abbiamo bisogno anche e proprio noi che ci confessiamo discepoli di Gesù Cristo, perché il tempo in cui viviamo è un tempo di seduzione. Una seduzione che assume spesso la forma dell’invito a “godere il piacere” (Ecclesiaste 2.1); invito che naturalmente arriva corredato da un’abbondanza di argomenti psicologici e teologici. Tuttavia, in questo libro che a qualcuno può sembrare tetro e deprimente si trovano inaspettati riferimenti alla gioia:
“Va', mangia il tuo pane con gioia, e bevi il tuo vino con cuore allegro, perché Dio ha già gradito le tue opere” (Ecclesiaste 9:7).
L’uomo che ha voluto mettere il suo cuore alla prova con la gioia e che dalla sua ostinata ricerca di piacere è uscito mortalmente disilluso, sa inserire nelle sue cupe riflessioni un vero e proprio inno alla gioia:
“Così io ho lodato la gioia, perché non c'è per l'uomo altro bene sotto il sole, fuori del mangiare, del bere e del gioire; questo è quello che lo accompagnerà in mezzo al suo lavoro, durante i giorni di vita che Dio gli dà sotto il sole” (Ecclesiaste 8:15).
Forse può sembrare un discorso un po’ materialista; forse ci saremmo aspettati un linguaggio più “spirituale”. Ma anche qui, l’attenzione non deve essere posta sulle cose: quello che conta non è il rapporto dell’uomo con le cose, ma il rapporto dell’uomo con Dio. Chi cerca la felicità nelle cose senza interessarsi di Colui che ha creato ogni cosa, è destinato a inseguire per tutta la vita un sogno ingannevole che lo porterà ad odiare la vita. L’uomo che resta lontano da Dio e cerca la felicità nelle cose, non riesce mai a trovarla. Quindi è costretto a spingersi sempre più avanti, verso cose sempre più sofisticate, per arrivare infine a riconoscere che sta cercando qualcosa che non c’è. Trova il vuoto, la vanità. Non vuole ammetterlo, ma la fame che lo rende insoddisfatto è la necessità profonda di avere un rapporto vitale con il suo Creatore. E’ alla ricerca di qualcosa che sostituisca Dio, seguendo una spinta interna che gli è stata data proprio al fine di condurlo a Dio. Ma poiché Dio non ha sostituti, quello che trova è il vuoto. Il rapporto tra Dio e l’uomo non si stabilisce, e l’uomo resta con una fame che nessuna cosa creata può appagare. Al contrario, l’uomo che, invece di cercare affannosamente quello che presume essere il suo bene, si mette nella posizione di disponibilità a ricevere i beni che Dio vuole donargli, cominciando dal bene preziosissimo della Sua parola, risulta gradito a Dio e riceve da Lui il dono della gioia. Il fondamento della gioia non sta dunque nelle cose, ma nel vivente rapporto d’amore tra il Creatore e la creatura. L’uomo che dà gloria a Dio accettando e vivendo questo rapporto d’amore non ha bisogno di piaceri sofisticati per sentirsi appagato: può mangiare il suo pane con gioia, e bere il suo vino con cuore allegro, perché sa che Dio, nella Sua grazia, lo gradisce.
“Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini ch'egli gradisce!” (Luca 2:14).
L’Ecclesiaste non ci accompagna per un lungo tratto sulla via giusta, perché la sua preoccupazione principale è quella di far capire quanto sbagliate siano tutte le altre vie tentate dall’uomo; ma l’indicazione che da lui riceviamo è chiarissima:
“Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto per l'uomo” (Ecclesiaste 12.13).
Con la Parola Dio ha creato il mondo: quindi per ogni essere creato non ci sono spazi possibili al di fuori della Sua parola. Non ci sono per l’uomo zone neutre esterne alla vita: tutto quello che l’uomo pensa, decide e fa avviene nella vita. Dunque la vita è il tutto per l’uomo; e affinché non sia perso per l’eternità, questo tutto deve coincidere con l’ascolto della Parola di Dio, che è la fonte eterna della vita.
“Sta scritto: Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio” (Matteo 4.4)
L’Ecclesiaste descrive molte vie sbagliate e indica una sola via giusta. Alla luce di tutto il messaggio biblico, sappiamo che la via indicata dall’Ecclesiaste può essere soltanto Colui che ha detto di sé: “Io sono la via, la verità e la vita” (Giovanni 14.6). Temere Dio significa dunque riconoscere pienamente la dignità divina della Sua persona; e osservare i comandamenti significa sottometterci incondizionatamente all’autorità normativa della Sua parola.
“Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Giovanni 14:21).
(Notizie su Israele, 28 dicembre 2025) - PDF
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 9
Saul unto re da Samuele
- C'era un uomo di Beniamino, di nome Chis, figlio di Abiel, figlio di Seror, figlio di Becorat, figlio di Afiac, figlio di un Beniaminita. Era un uomo forte e valoroso; aveva un figlio di nome Saul, giovane e bello; tra i figli d'Israele non ce n'era uno più bello di lui; era più alto di tutta la gente dalle spalle in su.
- Ora le asine di Chis, padre di Saul, si erano smarrite; e Chis disse a Saul, suo figlio: “Prendi con te uno dei servi, alzati e va' in cerca delle asine”. Egli passò per la regione montuosa di Efraim e attraversò il paese di Salisa, senza trovarle; poi passarono per il paese di Saalim, ma non c'erano; attraversarono il paese dei Beniaminiti, ma non le trovarono. Quando furono giunti nel paese di Suf, Saul disse al servo che era con lui: “Vieni, torniamo indietro, altrimenti mio padre smetterà di pensare alle asine e comincerà a essere in pena per noi”. Il servo gli disse: “Ecco, in questa città c'è un uomo di Dio, che è tenuto in grande onore; tutto quello che dice succede sicuramente; andiamoci, forse ci indicherà la via che dobbiamo seguire”. E Saul disse al suo servo: “Ma, ecco, se ci andiamo, cosa porteremo all'uomo di Dio? Poiché non ci sono più provviste nei nostri sacchi e non abbiamo nessun regalo da offrire all'uomo di Dio. Che abbiamo con noi?”. Il servo replicò a Saul, dicendo: “Ecco, io mi trovo in possesso di un quarto di un siclo d'argento; lo darò all'uomo di Dio, ed egli ci indicherà la via”. Anticamente, in Israele, quando uno andava a consultare Iddio, diceva: “Venite, andiamo dal Veggente!”, poiché colui che oggi si chiama Profeta, anticamente si chiamava Veggente. E Saul disse al suo servo: “Dici bene; vieni, andiamo”. E andarono alla città dove stava l'uomo di Dio.
- Mentre facevano la salita che porta alla città, trovarono delle fanciulle che uscivano ad attingere l'acqua, e chiesero loro: “È qui il veggente?”. Quelle risposero, dicendo: “Sì, c'è; è là dove sei diretto; ma va' presto, poiché è venuto oggi in città, dato che oggi il popolo fa un sacrificio sull'alto luogo. Quando sarete entrati in città, lo troverete di certo, prima che egli salga all'alto luogo a mangiare. Il popolo non mangerà prima che egli sia arrivato, perché è lui che deve benedire il sacrificio; dopodiché i convitati mangeranno. Ora dunque salite, perché lo troverete proprio ora”.
- Ed essi salirono alla città; e, quando vi furono entrati, ecco Samuele che usciva loro incontro per salire all'alto luogo. Ora un giorno prima dell'arrivo di Saul, l'Eterno aveva avvertito Samuele, dicendo: “Domani, a quest'ora, ti manderò un uomo del paese di Beniamino, e tu lo ungerai come capo del mio popolo d'Israele. Egli salverà il mio popolo dalle mani dei Filistei; poiché io ho rivolto lo sguardo verso il mio popolo, perché il suo grido è giunto fino a me”. E quando Samuele vide Saul, l'Eterno gli disse: “Ecco l'uomo di cui ti ho parlato; egli è colui che regnerà sul mio popolo”.
- Saul si avvicinò a Samuele nella porta della città, e gli disse: “Indicami, ti prego, dove sia la casa del veggente”. E Samuele rispose a Saul: “Sono io il veggente. Sali davanti a me all'alto luogo, e oggi mangerete con me; poi domattina ti lascerò partire e ti dirò tutto quello che hai nel cuore. E quanto alle asine smarrite tre giorni fa, non dartene pensiero, perché sono state trovate. E per chi è tutto quello che c'è di desiderabile in Israele? Non è per te e per tutta la casa di tuo padre?”. Saul, rispondendo, disse: “Non sono io un Beniaminita? di una delle più piccole tribù d'Israele? La mia famiglia non è la più piccola fra tutte le famiglie della tribù di Beniamino? Perché dunque mi parli in questo modo?”.
- Samuele prese Saul e il suo servo, li introdusse nella sala e li fece sedere a capo tavola fra gli invitati, che erano circa trenta persone. E Samuele disse al cuoco: “Porta qua la porzione che ti ho dato e della quale ti ho detto: 'Tienila in serbo vicino a te'”. Il cuoco allora prese la coscia e ciò che aderiva e la mise davanti a Saul. E Samuele disse: “Ecco ciò che è stato tenuto in serbo; mettitelo davanti e mangia, poiché è stato conservato apposta per te quando ho invitato il popolo”. Così Saul, quel giorno, mangiò con Samuele. Poi scesero dall'alto luogo in città, e Samuele si trattenne con Saul sul terrazzo. L'indomani si alzarono presto; allo spuntare dell'alba, Samuele chiamò Saul sul terrazzo, e gli disse: “Vieni, io ti lascio partire”. Saul si alzò, e uscirono fuori entrambi, lui e Samuele. Quando furono scesi all'estremità della città, Samuele disse a Saul: “Di' al servo che passi, e vada davanti a noi”. E il servo passò. “Ma tu adesso fermati, e io ti farò udire la parola di Dio”.
(Notizie su Israele, 27 dicembre 2025)
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Israele riconosce ufficialmente la Repubblica del Somaliland
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Il presidente della Repubblica del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdallah
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Israele ha annunciato il riconoscimento ufficiale della Repubblica del Somaliland come Stato indipendente e sovrano, segnando un importante passo diplomatico nel Corno d'Africa. La decisione è stata resa pubblica dall'ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu.
In questa occasione, il primo ministro, il ministro degli Affari esteri Gideon Sa'ar e il presidente della Repubblica del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdallah, hanno firmato una dichiarazione congiunta e reciproca che sancisce tale riconoscimento. Il testo si inserisce esplicitamente nello spirito degli Accordi di Abramo, conclusi su iniziativa del presidente americano Donald Trump.
Benjamin Netanyahu ha elogiato la leadership del presidente Abdallah, sottolineando il suo impegno a favore della stabilità regionale e della pace, e lo ha invitato a effettuare una visita ufficiale in Israele. In cambio, il presidente del Somaliland ha ringraziato il capo del governo israeliano per questa dichiarazione storica, lodando i suoi sforzi nella lotta al terrorismo e nella promozione della pace regionale.
Il primo ministro israeliano ha inoltre espresso la sua gratitudine al ministro degli Affari esteri e al direttore del Mossad, David Barnea, per il loro contributo a questo progresso diplomatico.
Sulla scia di questi sviluppi, Israele prevede di ampliare immediatamente le sue relazioni con il Somaliland, con una cooperazione estesa nei settori dell'agricoltura, della sanità, della tecnologia e dell'economia. Gerusalemme desidera così accompagnare lo sviluppo del Somaliland e rafforzare un partenariato presentato come reciprocamente vantaggioso, basato sulla sicurezza, la prosperità e la libertà dei popoli.
(i24, 26 dicembre 2025)
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Calo del sostegno negli Stati Uniti: Israele preoccupato per i rapporti con la comunità ebraica americana
Un nuovo sondaggio della Ruderman Family Foundation rivela una crescente preoccupazione in Israele per il futuro dei rapporti con gli Stati Uniti e con la comunità ebraica americana.
di Itmat Eichner
GERUSALEMME - Mentre Israele continua a fare affidamento sullo storico rapporto con l'ebraismo americano, un nuovo sondaggio della Ruderman Family Foundation evidenzia una crescente preoccupazione nell'opinione pubblica israeliana per il calo del sostegno a Israele negli Stati Uniti.
Il sondaggio sottolinea al contempo l'importanza del rapporto con gli Stati Uniti e la necessità di integrare le posizioni della comunità ebraico-americana nei processi decisionali politici in Israele. Allo stesso tempo, il sondaggio affronta la sensazione che lo Stato di Israele non stia facendo abbastanza per rafforzare queste relazioni e per combattere l'antisemitismo in tutto il mondo.
Il sondaggio, condotto su iniziativa della Ruderman Family Foundation e raccolto dall'istituto “Dialog”, si basa su un campione rappresentativo a livello nazionale di 1.002 adulti ebrei israeliani. Essa mostra che, nonostante la grande importanza che l'opinione pubblica attribuisce alle relazioni con l'ebraismo americano – il 78% le definisce importanti ed essenziali –, la fiducia nel futuro di queste relazioni sta vacillando sempre più.
I risultati riflettono anche le critiche dell'opinione pubblica israeliana al ruolo centrale del governo e della politica israeliana. Il 43% degli israeliani ritiene che il modo in cui è stata condotta la guerra nella Striscia di Gaza abbia indebolito il sostegno dell'ebraismo americano a Israele, mentre solo il 28% ritiene che la politica abbia rafforzato tale sostegno.
Parallelamente, solo il 17% degli intervistati ritiene che Israele contribuisca in modo significativo alla lotta contro l'antisemitismo negli Stati Uniti. Più di un terzo degli intervistati ritiene invece che il contributo sia minimo o inesistente. Alla domanda se lo Stato di Israele debba tenere conto delle posizioni degli ebrei americani nella sua politica, il 41% ha risposto che ciò dovrebbe avvenire in una certa misura, mentre un ulteriore 23% si è espresso a favore di una forte considerazione.
Quasi la metà degli israeliani (44%) ritiene che la giovane generazione dell'ebraismo americano sosterrà Israele in misura minore rispetto ad oggi; solo il 22% prevede un aumento del sostegno. Allo stesso tempo, il 67% ritiene che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump abbia un'influenza positiva o molto positiva su Israele, mentre solo il 12% valuta il suo impatto come negativo o molto negativo. Questa contraddizione riflette la preoccupazione per un cambio generazionale nell'arena americana, con il passaggio da una generazione di leader che sostengono Israele e sono al suo fianco a una generazione che potrebbe allontanarsi da Israele o addirittura sviluppare posizioni anti-israeliane.
Questa preoccupazione non è puramente teorica, ma è ampiamente condivisa. Quasi la metà degli intervistati (48%) dichiara di essere molto preoccupata per il calo del sostegno a Israele da parte dell'opinione pubblica americana, mentre un altro 30% è preoccupato in una certa misura. Ne consegue che quasi otto israeliani su dieci riconoscono l'emergere di un problema e molti di loro ritengono che sia già una realtà.
I recenti sviluppi nell'arena politica degli Stati Uniti, in particolare l'elezione del newyorkese Zohran Mamdani a sindaco, sono considerati una prova tangibile dell'ascesa di voci giovani, progressiste e critiche nei confronti di Israele. Allo stesso tempo, cresce la consapevolezza che queste voci non sono più percepite come un fenomeno marginale ed estremo nel dibattito americano, ma come espressione di una tendenza più ampia di crescente distacco da parte delle giovani generazioni nei confronti di qualcosa che fino a poco tempo fa era considerato solo una minaccia futura.
Oltre alle critiche, il sondaggio riflette anche una chiara aspettativa di un cambiamento di rotta e di un maggiore coinvolgimento politico. Una netta maggioranza dell'opinione pubblica – il 74% – ritiene che Israele debba compiere sforzi significativi per rafforzare il legame della giovane generazione ebraica in tutto il mondo con Israele e il sionismo. La metà degli intervistati ritiene inoltre che gli israeliani che vivono negli Stati Uniti rappresentino in larga misura un importante ponte tra le comunità; un ulteriore 32% è d'accordo in una certa misura.
Shira Ruderman, amministratore delegato della Ruderman Family Foundation, avverte che si tratta di un momento critico in cui è necessario agire:
"I dati del sondaggio mostrano che l'opinione pubblica israeliana comprende che qualcosa di fondamentale sta cambiando. L'ascesa di voci giovani e critiche negli Stati Uniti non è slegata dalla realtà, ma è il risultato di un lungo processo di alienazione e ignoranza nei confronti della situazione locale. Questo è un momento che costringe Israele a fermarsi, ascoltare e agire in modo diverso, passando dalla tattica alla strategia. Il rapporto con l'ebraismo americano è un valore strategico per la sicurezza nazionale dello Stato di Israele e del popolo ebraico. Trascurare questo rapporto oggi ci costerà caro domani. Sono i giovani americani che determineranno la rotta degli Stati Uniti nei prossimi anni, come eletti e come elettori, e influenzeranno in modo significativo le relazioni tra i due paesi".
(Israel Heute, 26 dicembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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ONU. 100 milioni, il prezzo dell’odio
di Paolo Montesi
Cento milioni di dollari l’anno. È questa, secondo la missione israeliana alle Nazioni Unite, la cifra che l’ONU destinerebbe a un insieme di attività che hanno un tratto comune: Israele come bersaglio quasi esclusivo. Non si parla di singole risoluzioni critiche o di prese di posizione politiche, ma di una struttura permanente, finanziata, organizzata e stabilmente inserita nei bilanci dell’organizzazione internazionale.
A dirlo senza giri di parole è l’ambasciatore israeliano presso l’ONU, Danny Danon, che parla di campagne pianificate “nero su bianco” nei documenti di spesa delle Nazioni Unite. Rapporti, commissioni speciali, dibattiti ricorrenti, programmi di comunicazione: un ecosistema che, secondo Israele, produce ogni anno decine di eventi e centinaia di documenti incentrati quasi esclusivamente sulla delegittimazione politica, giuridica e morale dello Stato ebraico.
Il cuore di questo meccanismo, sostiene Gerusalemme, è costituito da strutture dedicate in modo permanente alla cosiddetta “questione palestinese”. Divisioni interne al Segretariato, comitati dell’Assemblea generale, organismi con denominazioni tecniche e apparentemente neutrali, ma che nella pratica generano contenuti ripetitivi, politicizzati e orientati. La sola produzione, traduzione e diffusione di questi materiali costerebbe diversi milioni di dollari l’anno, a cui vanno aggiunti stipendi, missioni e costi logistici.
Al centro delle critiche israeliane c’è soprattutto l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, che presenta una richiesta di bilancio annua di circa 86 milioni di dollari. Una parte consistente, secondo i dati diffusi dalla missione israeliana, proverrebbe dal bilancio ordinario delle Nazioni Unite e sarebbe destinata in larga misura al personale internazionale. Il tutto nonostante le accuse di infiltrazioni da parte di Hamas, i ripetuti scandali interni e le richieste di riforma rimaste finora lettera morta.
Non meno controverso è il ruolo del Consiglio dei diritti umani di Ginevra, indicato come un altro pilastro di questo sistema. La commissione d’inchiesta permanente su Israele, istituita nel 2021 con un mandato senza limiti temporali, avrebbe un costo stimato di circa quattro milioni di dollari l’anno. Ed è proprio qui che, secondo Israele, il linguaggio smette di essere quello dei diritti umani per scivolare nella delegittimazione: accuse di genocidio, parallelismi storici forzati, sostegno implicito a iniziative legali ed economiche contro Israele, comprese le liste nere di aziende.
L’effetto cumulativo, sostiene Gerusalemme, non è solo simbolico. Questo flusso costante di documenti e prese di posizione alimenterebbe procedimenti giudiziari internazionali e rafforzerebbe le campagne del movimento BDS, creando una catena che parte dall’ONU e arriva fino ai tribunali e ai mercati.
Israele insiste però su un punto che ritiene cruciale: la denuncia non è rivolta all’aiuto umanitario né alla critica legittima delle politiche di un governo. Il bersaglio è un sistema che, così come è strutturato oggi, istituzionalizza un pregiudizio politico e utilizza fondi pubblici per trasformarlo in prassi permanente. Una macchina che, sotto l’etichetta della neutralità multilaterale, ha smesso da tempo di funzionare come arbitro ed è diventata parte attiva del conflitto.
(Setteottobre, 26 dicembre 2025)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 8
Israele chiede un re
- Quando Samuele diventò vecchio costituì giudici d'Israele i suoi figli. Suo figlio primogenito si chiamava Ioel e il secondo Abia, ed esercitavano le funzioni di giudici a Beer-Sceba. I suoi figli però non seguivano le sue orme, ma si lasciavano sviare dall'avidità, accettavano regali e pervertivano la giustizia.
- Allora tutti gli anziani d'Israele si radunarono, andarono da Samuele a Rama, e gli dissero: “Ecco, tu ormai sei vecchio, e i tuoi figli non seguono le tue orme; ora dunque stabilisci su di noi un re che ci amministri la giustizia, come lo hanno tutte le nazioni”.
- A Samuele dispiacque questa loro affermazione: “Dacci un re che amministri la giustizia fra noi”; e Samuele pregò l'Eterno.
- E l'Eterno disse a Samuele: “Da' ascolto alla voce del popolo in tutto quello che ti dirà, poiché essi hanno respinto non te, ma me, perché io non regni su di loro. Agiscono con te come hanno sempre agito dal giorno che li feci salire dall'Egitto a oggi: mi hanno abbandonato per servire altri dèi. Ora dunque da' ascolto alla loro voce; abbi cura però di avvertirli solennemente e di far loro conoscere bene quale sarà il modo di agire del re che regnerà su di loro”.
- Samuele riferì tutte le parole dell'Eterno al popolo che gli domandava un re. E disse: “Questo sarà il modo di agire del re che regnerà su di voi. Egli prenderà i vostri figli e li metterà sui suoi carri e fra i suoi cavalieri, e dovranno correre davanti al suo carro; se ne farà dei capitani di migliaia e dei capitani di cinquantine; li metterà ad arare i suoi campi, a mietere la sua messe, a fabbricare i suoi ordigni di guerra e gli attrezzi dei suoi carri. Prenderà le vostre figlie per farsene delle profumiere, delle cuoche, delle fornaie. Prenderà i vostri campi, le vostre vigne, i vostri migliori uliveti per darli ai suoi servitori. Prenderà la decima delle vostre sementi e delle vostre vigne per darla ai suoi eunuchi e ai suoi servitori. Prenderà i vostri servi, le vostre serve, il fiore della vostra gioventù e i vostri asini per adoperarli nei suoi lavori. Prenderà la decima delle vostre greggi, e voi sarete suoi schiavi. E allora griderete a causa del re che vi sarete scelto, ma in quel giorno l'Eterno non vi risponderà”. Il popolo rifiutò di dare ascolto alle parole di Samuele, e disse: “No! ci sarà un re su di noi; anche noi saremo come tutte le nazioni; il nostro re amministrerà la giustizia fra noi, marcerà alla nostra testa e condurrà le nostre guerre”. Samuele, udite tutte le parole del popolo, le riferì all'Eterno. E l'Eterno disse a Samuele: “Da' ascolto alla loro voce e stabilisci su di loro un re”. E Samuele disse agli uomini d'Israele: “Ognuno se ne torni alla sua città”.
(Notizie su Israele, 26 dicembre 2025)
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Israele – La radio dell’esercito verso la chiusura: «Una palestra di giornalismo»
di Daniel Reichel
Il governo israeliano ha deciso: Galei Tzahal, la radio dell’esercito, sarà chiusa. Il ministro della Difesa Israel Katz, promotore del provvedimento, sostiene che l’emittente «non è utile, trasmette contenuti politici e divisivi, e rischia di demoralizzare i soldati». Una decisione che ha generato proteste, ricorsi annunciati e un dibattito acceso sul ruolo dell’informazione nel paese. Ma cosa rappresenta Galatz per Israele? Per capirlo, si può ascoltare chi quella radio l’ha conosciuta dall’interno e chi l’ha ascoltata per una vita.
• La nascita della radio
«Galei Tzahal è stata fondata nel 1950, appena due anni dopo la nascita dello Stato», racconta Inbal Elbaz, oggi avvocata, dal 2016 al 2019 soldatessa e producer nella redazione. «All’inizio era pensata per scopi militari: trasmettere informazioni utili all’esercito e far conoscere il mondo militare. In caso di necessità si prevedeva potesse convocare soldati. Accanto a questo c’era una finalità educativa: diffondere storia e cultura di Eretz Israel, in un paese appena nato, con l’esercito al centro della società». Col tempo, Galatz si è trasformata. «Oggi trasmette notizie, attualità, cultura, musica. Ha contribuito allo sviluppo della cultura israeliana moderna e mantiene un carattere unico: in studio arrivano intere unità dell’esercito, soldati che salutano le famiglie in diretta, giornalisti che aggiornano ogni ora sul paese». A questa si è affiancata Galgalatz, la versione musicale: «È la stazione più ascoltata in Israele, amata da tutte le età».
La sua caratteristica è la doppia anima, militare e civile, dove soldati e professionisti lavorano insieme. «È un’unità piccola, circa duecento persone. Metà sono soldati di leva, l’altra metà tra ragazzi con esenzione medica che scelgono di servire lì e professionisti civili. Entrare è difficile: devi avere una perfetta padronanza della lingua e saper parlare in pubblico. Ai nuovi arrivati si insegna a condurre programmi, montare servizi, scrivere notiziari. È un’esperienza che ti forma, ti apre al mondo. Per chi sogna il giornalismo è una palestra unica».
Almeno un terzo dei giornalisti più influenti del paese «è passato da qui», sostiene Inbal. Da Galatz sono usciti Ilana Dayan, Amit Segal, Itai Anghel e molti altri. «A 19 anni, io chiamavo politici, artisti, famiglie in lutto colpite da attentati. È un impatto emotivo enorme e una grande responsabilità, ma ti dà strumenti che rimangono per tutta la vita».
• Una voce del pluralismo israeliano
«Galei Tzahal è una delle stazioni radio più ascoltate in Israele», sottolinea Sergio Della Pergola, demografo, docente emerito dell’Università Ebraica e voce ascoltata degli Italkim, gli italiani d’Israele. «Per ragioni generazionali seguo Reshet Bet, la radio dell’emittente pubblica, ma Galatz la ascolto spesso: più vivace, più informale, più immediata. Un punto di riferimento». Per lui la chiusura è «una scelta politica sbagliata: danneggia pluralismo e libertà dell’informazione». La forza della radio, spiega, è la sua indipendenza: «Pur essendo militare, è imparziale e oggettiva. Ospita voci diverse, anche critiche verso governo ed esercito. Non è un megafono: è questo che le ha dato forza nel tempo». Galatz ha promosso anche cultura e musica. «Ha avuto un ruolo importante nello sviluppo della musica israeliana contemporanea, promuovendo generi nuovi, sonorità sefardite e mizrachi». La componente militare però resta presente. «Ogni sera c’è una mezz’ora dedicata a strategia e analisi militare, con ufficiali in studio. È utile per capire cosa fa l’esercito». Poi ci sono rubriche su società, economia, politica. «Sono stato intervistato anch’io: tre minuti per spiegare cosa significa diaspora o demografia».
Per Della Pergola l’immagine di Galei Tzahal «è un soldato di guardia di notte: dalle due alle sei del mattino, in una garitta, con l’auricolare nell’orecchio mentre guarda nel buio per capire se c’è qualcuno. L’ho fatto anch’io per tanti anni. E intanto ascolti la radio dell’esercito per tenerti compagnia e collegato con il mondo».
• Ascoltarla dall’Italia
Anche Gadi Luzzatto Voghera, direttore della Fondazione Cdec di Milano, è un affezionato ascoltatore di Galei Tzahal. «Era la radio del kibbutz: una compagnia costante, una colonna sonora. Quando ero in Israele negli anni Ottanta era sempre accesa». E una volta rientrato in Italia? «Era l’unica radio israeliana captabile: con le onde corte la sentivi persino da qui». Con internet l’accesso è diventato più diretto: ««La considero la radio più concreta e più aperta al dialogo. Ilana Dayan è una delle mie giornaliste preferite: non è ideologica, ascolta tutte le campane, ma lo fa in modo critico. Lascia parlare l’interlocutore e allo stesso tempo mette in luce eventuali contraddizioni. Un grande esempio di giornalismo». Un ricordo emblematico per Luzzatto Voghera arriva dalla guerra di Gaza del 2014: «Intervistavano anche palestinesi da dentro Gaza, in diretta. Li chiamavano al telefono e raccontavano la situazione. Facevano una cronaca davvero libera, esemplare».
• Il dibattito sulla chiusura
La chiusura arriva al termine di un confronto che in Israele va avanti da anni, ricorda Inbal. «C’è chi dice che non debba esistere una radio dell’esercito; chi teme un’influenza del Ministero della Difesa sulla copertura; e chi critica il finanziamento pubblico, anche se limitato. C’è poi chi sostiene che Galatz non rispetti più la sua missione di parlare soprattutto ai soldati e che sia troppo critica verso l’esercito». Ora il dibattito si è trasformato in atto politico. «Il governo ha fissato la chiusura al 1° marzo. Alcuni giornalisti hanno già ricevuto comunicazione della fine del contratto. Molti contestano il processo, dicendo che la commissione incaricata non abbia valutato correttamente il lavoro svolto».
Un aspetto però, nota Inbal, è passato in secondo piano: «Diversi ostaggi liberati hanno raccontato di aver ascoltato Galatz in prigionia. Sentivano le voci delle famiglie, le richieste di riportarli a casa. Li incoraggiava». E nei due anni di guerra, la radio è stata importante, conclude Inbal. «Oggi i giovani l’ascoltano meno, ma chi era a Gaza, in Libano o in Siria non aveva rete né tv ed è tornato alla radio. Per loro è stata un ponte con casa. Non dimentichiamo che siamo un paese in cui quasi tutti sono o sono stati soldati».
(moked, 26 dicembre 2025)
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Hamas, i flussi di denaro non si fermano: milioni di dollari all’ala militare durante la guerra
di Luca Spizzichino
Nel corso dell’ultimo anno sono stati raccolti e trasferiti decine di milioni di dollari a favore dell’ala militare di Hamas, oltre due anni dopo l’inizio della guerra. Lo ha rivelato l’esercito israeliano in una nota ufficiale diffusa mercoledì, in occasione dell’annuncio dell’uccisione di un esponente chiave dell’apparato finanziario dell’organizzazione terroristica.
Secondo quanto riferito dal portavoce in lingua araba dell’IDF, Avichay Adraee, l’operazione è stata condotta all’inizio del mese in un’azione congiunta tra l’esercito israeliano e il servizio di sicurezza interna Shin Bet. Nel raid è stato eliminato Abd al-Hai Zakout, operativo della sezione finanziaria dell’ala militare di Hamas, colpito nello stesso attacco in cui è stato ucciso Raad Saad, vice comandante di Hamas nella Striscia di Gaza.
“Nel corso dell’ultimo anno Zakout era responsabile della raccolta di decine di milioni di dollari e del loro trasferimento all’ala militare di Hamas, per proseguire i combattimenti contro Israele” si legge nella nota.
Sul piano operativo, le valutazioni israeliane indicano un cambio di strategia di Hamas all’interno di Gaza, sullo sfondo delle pressioni statunitensi per passare alla fase successiva dell’accordo di cessate il fuoco. I vertici dell’organizzazione agirebbero sempre più come latitanti, dirigendo le operazioni dalle reti sotterranee di tunnel, mentre quadri di livello inferiore risultano più attivi in superficie, spesso sotto copertura e con funzioni di controllo interno.
Israele ritiene che Hamas abbia rafforzato la propria presenza visibile in ampie aree della Striscia, da Jabaliya, nel nord, fino ad alcune zone di Rafah, nel sud. Pattuglie di Hamas operano quotidianamente per proiettare un’immagine di governo, mentre diversi dipartimenti municipali hanno ripreso l’attività, nonostante le gravi distruzioni infrastrutturali causate dal conflitto.
Secondo funzionari israeliani, Hamas avrebbe iniziato a convogliare nuovamente ingenti somme nelle proprie casse: decine o centinaia di migliaia di shekel al giorno. Parte di questi fondi proverrebbe dall’aumento degli aiuti umanitari consentiti da Israele: circa 4.200 camion a settimana, tra 600 e 800 al giorno, inclusi carichi provenienti dal settore privato. Le merci e i beni alimentari in ingresso verrebbero poi sfruttati da Hamas attraverso tassazione dei commercianti e la riscossione di pagamenti dalla popolazione, secondo le stime israeliane.
All’inizio del mese, l’IDF e lo Shin Bet hanno inoltre rivelato l’esistenza di una rete di cambio valuta di Hamas operante in Turchia, gestita da operatori basati a Gaza che sfrutterebbero l’infrastruttura finanziaria turca sotto la direzione dell’Iran.
Le autorità di sicurezza israeliane sostengono che i money changer agiscano in piena cooperazione con Teheran, trasferendo centinaia di milioni di dollari direttamente a Hamas e ai suoi leader. La rete svolgerebbe attività finanziarie estese all’interno della Turchia, occupandosi di ricevere, custodire e trasferire fondi iraniani. Documenti sequestrati mostrerebbero trasferimenti singoli di centinaia di migliaia di dollari
Ad agosto, un’inchiesta della BBC ha rivelato che Hamas è riuscita a continuare il pagamento degli stipendi ai propri membri nonostante la guerra in corso. Secondo il report, circa 30.000 appartenenti all’apparato civile avrebbero ricevuto complessivamente 7 milioni di dollari nel corso della guerra, attraverso un sistema di pagamenti in contanti.
Con le istituzioni finanziarie di Gaza in gran parte fuori uso e dopo i raid israeliani contro i punti di distribuzione del denaro, il meccanismo sarebbe diventato sempre più complesso: i membri di Hamas ricevevano messaggi sui propri telefoni – o su quelli di parenti – con inviti criptici a “bere un tè con un amico” in un luogo preciso. Lì, un intermediario, talvolta una donna, consegnava discretamente buste di contanti.
Un quadro che, secondo Israele, dimostra come l’infrastruttura finanziaria di Hamas continui a operare nonostante la pressione militare, sfruttando aiuti, reti internazionali e sistemi informali per sostenere la propria attività armata e di governo nella Striscia di Gaza.
(Shalom, 25 dicembre 2025)
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Che c'entra il Natale con la politica?
La vera storia del Natale parla di rivoluzione, cambiamento radicale e di un tipo di salvezza che stravolge il mondo.
di David Lazarus
GERUSALEMME - La maggior parte delle persone crede che il Natale non abbia nulla a che vedere con la politica. Tuttavia, l'inizio del Nuovo Testamento, la genealogia nel Vangelo di Matteo, ci insegna il contrario. La storia del Natale inizia con Matteo che elenca quattro donne nella storia della nascita di Gesù: Tamar, Rahab, Ruth e “colei che era stata la moglie di Uria”. Anche solo includere una sola donna nell'albero genealogico di un futuro re sarebbe stato significativo, ma qui vengono nominate ben quattro donne. Qui viene dichiarata guerra alla società patriarcale dominata dagli uomini del I secolo.
Va detto che non si tratta di donne qualsiasi. Tre delle quattro non erano nemmeno israelite. Tamar, Rahab e Ruth erano immigrate straniere. E «colei che era stata moglie di Uria» (come se si potesse nascondere la sua identità, ma sappiamo tutti chi è) era sposata con uno straniero.
Ah, sì, e solo per la cronaca:
- Tamar – Vestita come una prostituta per sedurre suo suocero.
- Rahab – Era una prostituta e una traditrice.
- Ruth – Straniera, ma almeno era una donna gentile.
- Bathseba – Commise adulterio con il re e fu sorpresa nuda mentre faceva il bagno in pubblico.
Qui, sulla base della storia di Betlemme, viene apertamente gettata nella terra della società ebraica del I secolo la prima pietra per l'avvento di un nuovo re e di un nuovo regno, che stravolgeranno le regole, i legislatori e le norme sociali.
• Politica natalizia
E chi avrebbe mai pensato che un'altra donna, questa volta chiamata semplicemente “la madre di”, avrebbe tenuto il discorso di apertura in una lotta di potere che minaccia di scatenare il Natale? Il cosiddetto cantico di Maria nel Vangelo di Luca è diventato una romantica liturgia ecclesiastica, ma in realtà è un messaggio rivoluzionario che risuona dalla voce di una madre preoccupata.
“Egli stende il suo braccio potente e spazza via gli arroganti con i loro piani orgogliosi.
Rovescia i potenti dai loro troni, ma innalza gli oppressi.
Riempie di beni gli affamati e rimanda a mani vuote ricchi ” (Luca 1,51-53).
Il carattere politico di queste dichiarazioni sovversive di giustizia, liberazione e distruzione del trono, che suonano più come un grido di guerra che come un canto, non è sfuggito ai suoi compatrioti. Re Erode lo capì immediatamente. Era abituato a soffocare sul nascere le contestazioni al trono: basti pensare che fece uccidere sua moglie, tre figli, sua suocera, suo cognato e uno zio, per non parlare di tutti i bambini ebrei nati nel periodo natalizio!
Anche i pastori erano “molto spaventati” quando gli angeli apparvero per annunciare loro la nascita di un nuovo re (Luca 2,9). Non sembra certo che siano usciti cantando quando hanno ricevuto la notizia. Betlemme si trova pericolosamente vicina a uno dei palazzi di Erode, e i pastori sapevano che Erode avrebbe presto cercato chiunque avesse osato sfidare la sua autorità.
Non dobbiamo dimenticare che Erode governava per conto delle potenze coloniali di Roma e che il popolo d'Israele e la sua terra vivevano sotto occupazione militare.
L'estensione del potere di Roma e del suo dominio permeava ogni aspetto del mondo della nazione ebraica. Luca racconta: «In quei giorni uscì un decreto di Cesare Augusto che ordinava il censimento di tutto il mondo». Giuseppe e Maria, che era ormai incinta, dovettero intraprendere il lungo e faticoso viaggio verso Betlemme per il censimento, al fine di pagare l'elevata tassa che Erode faceva riscuotere dagli ebrei tramite esattori corrotti.
In questo contesto, il cantico di Maria assume una prospettiva completamente nuova. Gli ebrei volevano la libertà e il Natale era come un colpo di stato.
Si potrebbe edulcorare la storia della nascita del Messia per farla sembrare una graziosa favola per bambini. Ma in realtà fu una lotta di potere piena di inganni, omicidi e intrighi politici. Messia significa «unto», un titolo conferito al re. Non si può dire re, sovrano o presidente ed escludere la politica.
La storia del Natale può essere inquietante e piena di violenza, ma promette anche la pace. Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, canta un inno di lode al bambino Messia che sta per nascere e che «ci guiderà sulla via della pace» (Luca 1,79). Anche gli angeli cantano alla notizia della sua nascita: “Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Luca 2,14).
Naturalmente, la pace promessa dalla Bibbia non è solo l'assenza di guerra. È “shalom”, che significa il ripristino dell'intera creazione sotto il dominio di Dio. I profeti, gli apostoli, gli angeli e lo stesso Messia non si preoccupano principalmente di migliorare la vita sulla terra, ma chiedono la piena redenzione. E questo significa capovolgere il nostro mondo per riportarlo sulla strada giusta.
(Israel Heute, 25 dicembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Vin brulé e kippah
Strasburgo - Nella sedicente «capitale del Natale» vive una comunità ebraica attenta alle tradizioni. Come si concilia tutto questo? Un viaggio alla scoperta di biscotti e cioccolatini kosher dal «sapore di fine anno».
di Mascha Malburg
Ci vogliono solo dieci minuti dalla sinagoga principale di Strasburgo per raggiungere la bancarella di Attias al mercatino di Natale. È una delle prime bancarelle di legno che si vedono quando si va dal quartiere ebraico al centro storico, attraversando il ponte, passando davanti all'opera, e già risplende la scritta: «Buone feste!». Il plurale è il primo indizio. Dietro sacchetti fruscianti pieni di biscotti alla cannella e omini di pan di zenzero, c'è una donna che, su richiesta, assicura: «Sì, sì, è tutto kosher!». Solo che non lo scriva a caratteri cubitali, perché ci sono anche alcune persone «che non vedono di buon occhio il fatto che io sia qui».
Chi ora pensa che si tratti di un'altra storia sugli ebrei che si nascondono in tempi di antisemitismo dilagante in Europa, si sbaglia: la venditrice teme piuttosto che altri ebrei trovino problematico il fatto che lei venda biscotti kosher tra statuine del presepe e alberi di Natale. Per questo preferisce non rivelare il suo nome. E alza le spalle: «Come piccola pasticceria, bisogna pur sopravvivere». E mai come in questa stagione arrivano così tanti clienti in città.
• Una nuvola di cannella e olio bollente
«Capitale de Noël» – Capitale del Natale: così Strasburgo attira ogni anno più di due milioni di visitatori durante il periodo dell'Avvento. Arrivano turisti da tutta la Francia, escursionisti giornalieri dalla vicina Germania e persino americani e cinesi, che si fermano con gli occhi luccicanti davanti alle case a graticcio che sembrano quasi uscite da una fiaba Disney. L'isola della città vecchia brilla, luccica e scintilla, una nuvola di cannella e grasso fritto aleggia tra i vicoli e le bancarelle si affollano in ogni piazzetta, anche la più piccola.
La bancarella del signor Attias, che ha modificato il suo nome ebraico-marocchino in “Matthias” per renderlo più facile da ricordare agli alsaziani, fa parte del panorama locale da molti anni. “Siamo qui dalla domenica al giovedì, durante lo Shabbat vendono qui i non ebrei”, spiega la commessa.
Recentemente sono passati di lì alcuni israeliani ignari, racconta la donna. «Quando mio marito li ha salutati in ebraico, erano felicissimi!» Sorride. Le hanno comprato metà della merce, anche se sicuramente non sono così devoti da osservare le leggi alimentari. Ma uno stand ebraico in un mercatino di Natale è qualcosa di speciale. «E molti ebrei osservanti della città mi hanno detto quanto sono felici che siamo qui».
Una signora con una gonna lunga è già davanti allo stand: «Sono al latte o parve?», chiede indicando alcuni biscotti al burro. Anche senza cartelli, nella comunità si è sparsa la voce che al mercatino dell'Opera si trovano biscotti kosher.
A Strasburgo vivono attualmente circa 20.000 ebrei, con una tendenza in aumento. Molti provengono dal Marocco, dall'Algeria e dalla Tunisia, altri sono originari dell'Alsazia, dove nei piccoli villaggi i cimiteri ebraici testimoniano il fiorente ebraismo rurale di un tempo. Negli ultimi anni si sono trasferite qui anche famiglie religiose provenienti dalla Germania, dal Belgio o dall'Italia, che desideravano vivere in una comunità numerosa. A ciò si aggiunge il fatto che sempre più ebrei delle banlieues parigine scelgono questa tranquilla cittadina, dove l'odio è molto meno palpabile.
Indipendentemente dalla loro provenienza e dal loro grado di religiosità, gli ebrei di Strasburgo sono orgogliosi della loro tradizione, che viene tramandata di generazione in generazione. I ristoranti kosher sono pieni: giovani donne con le braccia tatuate mangiano accanto a signore con eleganti foulard drappeggiati. Genitori laici e charedim mandano i loro figli alla scuola ebraica, dove imparano l'Alefbet fin dalla tenera età, e tutti possono cantare insieme quando a tavola dello Shabbat si intonano melodie sefardite o yiddish. A differenza delle città tedesche, a Strasburgo i passanti con la kippah non attirano sguardi stupiti, e ci sono strade in cui si trovano più porte con la mezuzah che senza.
• «Adoriamo la pista di pattinaggio»
Come si inserisce questo ebraismo consapevole nella sedicente capitale del Natale? Per la maggior parte piuttosto bene: «Vado al mercatino di Natale per l'atmosfera», dice una giovane donna che indossa una parrucca e si è appena sposata. «Adoriamo la pista di pattinaggio», squittiscono alcune studentesse che escono dalla scuola superiore ebraica, e una signora anziana che si riposa nel parco davanti alla sinagoga sorride maliziosamente.
«I Babbi Natale di cioccolato sarebbero per me un limite», dice invece Daniel Elleb ridendo. Il quarantenne apre la porta cigolante della sua fabbrica di cioccolato kosher «Lévia» nella parte sud della città. Immediatamente il profumo intenso del cacao invade le narici. Al momento sta lavorando ai suoi «cioccolatini di fine anno», come li chiama Elleb: con ripieno di vin brulé e panpepato. «Sono i gusti che piacciono a tutti in questa stagione fredda», dice. Dietro di lui, i cioccolatini crudi vengono ricoperti di cioccolato caldo e poi immediatamente raffreddati. «In modo che facciano un bel rumore quando li si morde», spiega Elleb.
Dal suo camice bianco spuntano i tzitzit. Daniel Elleb è cresciuto a Bnei Brak, una delle città più ortodosse di Israele. «Ho fatto tutto: dal cheder alla grande scuola talmudica», dice con orgoglio. A vent'anni è tornato con i suoi genitori nella sua città natale, Strasburgo, ha conosciuto una donna, ha completato gli studi di giurisprudenza e si è reso conto che preferiva fare qualcosa con le mani. «Abbiamo creato il primo cioccolato in cucina e lo abbiamo regalato agli amici», racconta. Oggi i cioccolatini che produce con sua moglie sono in vendita in tutti i supermercati kosher della città. «Mi piacerebbe venderli anche al mercatino di Natale», dice Elleb. Ma quest'anno non è riuscito a ottenere uno stand.
• Conflitto tra due panettieri kosher
Elleb capisce che alcuni ebrei trovino difficile accettarlo. «È un argomento delicato», dice, raccontando che alle elementari non gli era permesso scrivere il segno più durante le lezioni di matematica perché ricordava troppo una croce. «La nostra storia con i cristiani è in gran parte segnata dalla violenza». Davanti alla cattedrale di Strasburgo, le cui statue oggi vegliano contemplative sul mercatino di Natale, il 14 febbraio 1349 furono bruciati quasi tutti gli ebrei della città. Secondo la leggenda, sopravvissero solo coloro che si convertirono al cristianesimo.
«Siamo stati costretti più volte ad adottare le usanze cristiane. Trovo comprensibile che ancora oggi si sia cauti al riguardo», afferma Elleb. Racconta di un conflitto tra due panettieri kosher a Strasburgo: «Uno offre sempre dolci natalizi, l'altro lo trova inaccettabile».
In effetti, nella Boulangerie Hanau, probabilmente la panetteria kosher più famosa della città, ci sono le «Bûches de Noël» in vetrina: queste torte allungate con la loro crema al caffè spalmata grossolanamente ricordano i tronchi d'albero e non possono mancare su nessuna tavola natalizia francese. «Torni tra due settimane, allora avremo anche le galettes des rois», esclama la commessa. In queste torte viene cotta una piccola statuina di porcellana e chi la trova mentre la mangia viene nominato «re», insieme a Caspar, Melchior e Balthasar. Ma anche le famiglie ebree comprano questa torta? «Certo», risponde la commessa ridendo. Molti bambini collezionano le statuine, che oggi a volte spuntano dall'impasto anche sotto forma di Pokemon.
Telefonata a Janine Elkouby. La 79enne è una sorta di grande dame degli ebrei alsaziani. Nata nel 1946, da giovane ha studiato con il Gran Rabbino di Strasburgo, ha lottato nella comunità per l'eleggibilità delle donne ed è poi diventata lei stessa vice presidente dell'intera regione. Inoltre, da decenni è impegnata nel dialogo ebraico-cristiano. Quindi, prima di tutto, la domanda cruciale: cosa ne pensa del mercatino di Natale? «Adoro le luci!», esclama Elkouby. Ma naturalmente non può parlare a nome di tutti. «La nostra comunità ebraica è molto diversificata, ed è proprio questo che la rende speciale!» Ciononostante, crede che la stragrande maggioranza degli ebrei ami vivere nella «Capitale de Noël». «Abbiamo davvero altri problemi», dice Elkouby. L'antisemitismo affiora anche in questa tranquilla città.
Solo all'inizio di dicembre, un minore di Strasburgo è stato arrestato a Parigi con l'accusa di aver pianificato un attentato contro gli ebrei. Nel 2018 il mercatino di Natale è stato teatro di un attentato islamista e da allora il centro storico è sorvegliato dalla polizia. «Ho anche notato che sempre più presepi stanno scomparendo dal panorama urbano», dice Madame Elkouby. Lei lo trova sbagliato. «Tutte le religioni dovrebbero poter essere sicure e visibili».
Dal mercatino di Natale alla sinagoga principale di Strasburgo ci vogliono solo dieci minuti a piedi. Attraversando il ponte, poi lungo l'Avenue de la Paix, che prende il nome dalla pace che si è instaurata qui dopo che i francesi hanno riconquistato la strada nel 1945. I vecchi cartelli stradali – i nazisti avevano battezzato il viale con il nome di Hermann Göring – sono stati rimossi e la sinagoga, che nel 1940 era stata prima bruciata e poi fatta saltare in aria, è stata ricostruita. Un edificio sacro in cemento, ricoperto di stelle di David in ferro battuto. Nel frattempo è calata la notte e dalle finestre brillano le candele: è la prima sera di Chanukkah.
(Jüdische Allgemeine, 25 dicembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Lo Stato ebraico sarà sempre al fianco dei cristiani, afferma Netanyahu alla vigilia di Natale
Netanyahu ha sottolineato che lo Stato ebraico è l'unico Paese della regione in cui i cristiani continuano a vivere “con pieni diritti e in totale libertà”.
Gerusalemme sarà sempre al fianco dei suoi amici cristiani in Medio Oriente e in tutto il mondo, ha affermato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in un messaggio alla vigilia di Natale mercoledì sera.
“Vi auguro un Buon Natale e un Felice Anno Nuovo da qui, dalla Terra Santa, Israele, l'unico Paese del Medio Oriente in cui la comunità cristiana è fiorente”, ha detto il premier nel video.
Netanyahu ha sottolineato che lo Stato ebraico è l'unico Paese della regione in cui i cristiani continuano a vivere “con pieni diritti e in totale libertà”.
Dove “i pellegrini cristiani sono accolti a braccia aperte e sono profondamente apprezzati, dove i cristiani possono celebrare con orgoglio le loro tradizioni e farlo apertamente senza alcun timore”, ha continuato.
Mentre il comune di Gerusalemme distribuisce alberi di Natale gratuiti da due decenni, i palestinesi nel centro terroristico di Jenin, in Samaria, hanno dato fuoco a un albero la scorsa settimana, ha detto, sottolineando: “Questa è la differenza”.
“Israele difende i cristiani di tutta la regione ovunque essi siano vittime di intimidazioni e persecuzioni diffuse”, secondo Netanyahu.
“Mentre la popolazione cristiana di Israele è in crescita, quella di innumerevoli aree della regione è in calo a causa della discriminazione e dell'oppressione sistematiche”, ha aggiunto.
La città di Betlemme in Giudea, controllata dall'Autorità Palestinese, che Netanyahu ha definito “il luogo di nascita di Gesù”, era cristiana all'80% quando le Forze di Difesa Israeliane ne hanno preso il controllo all'indomani della Guerra dei Sei Giorni del 1967, ma sotto il controllo dell'Autorità Palestinese è diminuita fino a raggiungere solo il 20%, ha osservato il primo ministro.
“La persecuzione dei cristiani o dei membri di qualsiasi religione non può e non deve essere tollerata”, ha affermato. “Anche lo sfollamento e gli attacchi dei militanti musulmani contro i cristiani in Nigeria devono finire, e devono finire ora”.
Ha concluso dicendo: “Sappiate che Israele sarà sempre al vostro fianco”.
In un altro post su X, il presidente israeliano Isaac Herzog ha augurato «a tutte le nostre sorelle e fratelli cristiani in Israele, in Medio Oriente e in tutto il mondo» un Buon Natale e un Felice Anno Nuovo.
«Provo un profondo orgoglio per le comunità cristiane di Israele, che sono parte integrante della nostra nazione», ha scritto Herzog, promettendo di «proteggere la libertà di culto per le persone di tutte le fedi e comunità».
Prima di Natale, ha visitato le suore francescane del convento di Sant'Antonio, ha osservato. “Abbiamo condiviso una preghiera per la pace e la fratellanza e ci siamo uniti contro ogni forma di odio ed estremismo”.
Anche il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa'ar ha augurato “Buon Natale e Felice Anno Nuovo ai nostri amici cristiani in tutto il mondo. Che sia un anno di gioia, salute e prosperità. Buon Natale!”.
Secondo un rapporto del Natale 2025 dell'Ufficio centrale di statistica israeliano, la popolazione cristiana in Israele è di circa 184.200 persone, pari all'1,9% della popolazione del Paese. La cifra rappresenta un aumento dello 0,7% rispetto all'anno precedente.
(JNS, 25 dicembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 7
Disfatta dei Filistei a Eben-Ezer. Samuele giudice d'Israele
- Dal giorno che l'arca era stata collocata a Chiriat-Iearim era passato molto tempo; erano trascorsi vent'anni e tutta la casa d'Israele alzò grida di lamento verso l'Eterno.
- Allora Samuele parlò a tutta la casa d'Israele dicendo: “Se tornate all'Eterno con tutto il vostro cuore, togliete di mezzo a voi gli dèi stranieri e gli idoli di Astarte, volgete risolutamente il vostro cuore verso l'Eterno, e servite lui solo; allora egli vi libererà dalle mani dei Filistei”. E i figli d'Israele tolsero via gli idoli di Baal e di Astarte, e servirono soltanto l'Eterno. Poi Samuele disse: “Radunate tutto Israele a Mispa, e io pregherò l'Eterno per voi”. Ed essi si adunarono a Mispa, attinsero dell'acqua e la sparsero davanti all'Eterno, e là digiunarono quel giorno, e dissero: “Abbiamo peccato contro l'Eterno”. E Samuele fu giudice d'Israele a Mispa.
- Quando i Filistei seppero che i figli d'Israele si erano radunati a Mispa, i loro prìncipi salirono contro Israele. Quando i figli d'Israele udirono ciò, ebbero paura dei Filistei, e dissero a Samuele: “Non cessare di gridare per noi all'Eterno, al nostro Dio, affinché ci liberi dalle mani dei Filistei”. E Samuele prese un agnello da latte e l'offrì intero in olocausto all'Eterno; e gridò all'Eterno per Israele, e l'Eterno l'esaudì.
- Ora mentre Samuele offriva l'olocausto, i Filistei si avvicinarono per assalire Israele; ma l'Eterno tuonò quel giorno con grande fragore contro i Filistei e li mise in rotta, tanto che furono sconfitti davanti a Israele. Gli uomini d'Israele uscirono da Mispa, inseguirono i Filistei, e li batterono fin sotto Bet-Car.
- Allora Samuele prese una pietra, la pose tra Mispa e Sen, e la chiamò Eben-Ezer dicendo: “Fin qui l'Eterno ci ha soccorso”. I Filistei furono umiliati e non tornarono più a invadere il territorio d'Israele; e la mano dell'Eterno fu contro i Filistei per tutto il tempo di Samuele. Le città che i Filistei avevano preso a Israele tornarono a Israele, da Ecron fino a Gat. Israele liberò il loro territorio dalle mani dei Filistei. Ci fu pace fra Israele e gli Amorei.
- E Samuele fu giudice d'Israele per tutto il tempo della sua vita. Egli andava ogni anno a fare il giro di Betel, di Ghilgal e di Mispa, ed esercitava il suo ufficio di giudice d'Israele in tutti quei luoghi. Poi tornava a Rama, dove abitava; là giudicava Israele e là costruì un altare all'Eterno.
(Notizie su Israele, 24 dicembre 2025)
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L’ex ostaggio Alon Ohel sul palco per guarire
TEL AVIV – «Nei momenti più difficili, quando Alon era in prigionia, chiudevo gli occhi e lo immaginavo suonare su un palco davanti a migliaia di persone, felice. E ora sta succedendo davvero». Con queste parole Idit Ohel ha accompagnato l’annuncio del concerto che il figlio, per due anni ostaggio di Hamas a Gaza, terrà il prossimo 9 febbraio a Tel Aviv.
Alon, 23 anni, sarà al pianoforte per tutta l’esibizione, affiancato da una band e dal fratello Ronen. assieme all’ex ostaggio saliranno sul palco numerosi artisti israeliani e il ricavato del concerto sarà destinato a un fondo per la riabilitazione del musicista. «Sono molto emozionato per lo spettacolo», ha dichiarato Alon. «È la prima volta che salgo su un palco come questo ed è un grande onore per me condividere la scena con artisti le cui canzoni mi hanno accompagnato nel periodo buio della prigionia».
Al concerto, intitolato Alon Ohel – Playing Life, parteciperanno tra gli altri Eviatar Banai, cantautore tra i più noti della scena israeliana, e Shlomi Shaban, pianista e compositore. Le loro canzoni facevano parte dell’ascolto quotidiano di Ohel prima del 7 ottobre 2023 e sono rimaste per lui un riferimento anche durante la prigionia, come ha raccontato dopo la liberazione. Durante il concerto, il giovane li accompagnerà al pianoforte, alternando l’esecuzione dei loro brani a pezzi personali.
Tutti in Israele conoscono i dettagli della sua prigionia: l’occhio ferito dalle schegge, la vista che si era deteriorata, la lunga permanenza nei tunnel senza luce naturale né cure adeguate. Gli ex ostaggi avevano riferito che Ohel continuava a “suonare” anche nei tunnel, battendo le dita sul pavimento o su una parete. «Era il suo modo per dire: “Sono vivo. Sto resistendo”», aveva spiegato il padre.
«La felicità è vedere i sogni che si realizzano», ha sottolineato la madre dopo l’annuncio del concerto. «Alon è qui con noi, vive la musica e vive la vita».
(moked, 24 dicembre 2025)
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La lingua è identità e traccia confini
Le parole hanno potere. Ma quanto potere ha una parola? Un termine può decidere della storia, dell'identità e del diritto? E cosa succede quando un popolo abbandona il linguaggio della propria storia e usa invece le parole dei propri avversari?
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - In linea di principio, nei nostri servizi giornalistici parliamo sempre del “cuore biblico della Giudea e della Samaria”. Occasionalmente utilizziamo un'aggiunta come: “... i cosiddetti territori occupati”. Lo facciamo solo in casi eccezionali e con un certo disagio interiore, ma alcuni lettori non riescono a collocare facilmente la Giudea e la Samaria sulla mappa, perché dai media mainstream conoscono solo termini come ‘Cisgiordania’ o “Territori occupati della Cisgiordania”. Non sorprende che per molti il termine “cuore biblico” suoni strano, poiché non conoscono abbastanza bene la storia moderna di Israele e spesso non conoscono affatto la storia antica. La storia di Israele inizia con la Bibbia e risale quindi a millenni fa.
• Uso del linguaggio
L'uso improprio del linguaggio ha drammaticamente distorto per decenni il diritto politico e storico e l'immagine di Israele. Agli occhi dell'opinione pubblica mondiale, Israele è diventato un “occupante” che si trova illegalmente su territorio straniero. Di conseguenza, anche gli “insediamenti” ebraici sono diventati un termine dispregiativo, perché suona come colonialismo. In realtà, però, si tratta di luoghi di residenza in Giudea e Samaria, come ad esempio Ariel o Maale Adumim. Chi parla in questo modo intende il ritorno nel cuore storico di Israele.
Purtroppo bisogna ammettere che Israele è corresponsabile di questo uso linguistico ambiguo. Nella loro politica estera, i ministri hanno troppo spesso rinunciato ai nomi biblici. Cedendo al termine politico, hanno involontariamente messo in discussione il diritto biblico di Israele di esistere in Giudea e Samaria. Infatti, la terminologia, sia in senso politico che spirituale, non è solo semantica, ma crea identità e giustifica. Le parole plasmano la coscienza e quindi la legittimità.
È stato quindi interessante che una notizia proveniente dai servizi segreti interni Shin Bet abbia fatto notizia sui media israeliani. Il nuovo capo dello Shin Bet, David Zini, la cui nomina era stata controversa perché associato a idee messianiche, ha tenuto una prima riunione con i capi regionali dei servizi di sicurezza. Durante la riunione ha rimproverato un agente per un'espressione che questi aveva usato. Un ufficiale aveva infatti parlato di una “missione in Cisgiordania”. Zini gli ha fatto notare che da quel momento in poi la terminologia dello Shin Bet sarebbe cambiata: “Cosa significa Cisgiordania? Da ora in poi cancellerete questa espressione dal nostro vocabolario, si dirà Giudea e Samaria”.
• Storia biblica
Non si tratta di una semplice correzione linguistica, ma di un riposizionamento teologico e storico: “Cisgiordania” è un termine coloniale e geografico, coniato dal linguaggio amministrativo britannico e successivamente giordano. Descrive l'area dal punto di vista giordano, a ovest del fiume Giordano. “Giudea e Samaria”, invece, sono i nomi biblici e storici del paese in cui regnavano i re d'Israele, dove operavano i profeti, dove camminava Abramo, dove Davide fu unto a Hebron. Chi dice “Giudea e Samaria” radica il presente e la politica di Israele nella sua storia biblica.
Il popolo ebraico è presente in Terra d'Israele da oltre tremila anni. Ciò è testimoniato dalla Bibbia, dall'archeologia, dalla tradizione ininterrotta della preghiera e dal desiderio di Sion. I nomi biblici Giudea, Samaria, Sion, Gerusalemme non sono solo termini storici, ma testimonianze viventi di questo legame storico. Al contrario, l'identità “palestinese” è un fenomeno molto moderno. È germogliata nella prima metà del XX secolo ed è stata alimentata in modo mirato dopo la fondazione dello Stato di Israele. La creazione artificiale di quel popolo è stata una reazione alla rinascita nazionale del popolo ebraico nella sua terra.
Lo stesso vale per l'idea che esistano “rifugiati palestinesi” o “discendenti di rifugiati”. Anche in questo caso, la scelta delle parole influenza la percezione, perché il termine ‘rifugiati’ evoca l'attuale espulsione, mentre il termine “discendenti” sottolinea la realtà di generazioni che vivono da tempo in altri paesi. È stato il grande successo propagandistico del primo leader dell'OLP, Yasser Arafat, che negli anni '60 ha promosso l'idea di un popolo e di una terra palestinesi. “De jure non esiste un popolo palestinese, ma de facto sì”, ha affermato l'ex ministro degli Esteri israeliano, presidente e artefice degli accordi di Oslo Shimon Peres.
• Confini nazionali
Lo stesso vale per i confini nazionali. L'espressione “confini del 1967” (molto popolare è anche il termine “linea verde”) suggerisce un confine di Stato riconosciuto. In realtà si tratta delle linee di cessate il fuoco del 1949, che avrebbero potuto anche essere tracciate in modo diverso e che non sono mai state riconosciute come confine. (Stranamente, la Giordania non rivendica alcun diritto su questo territorio, il che dovrebbe far riflettere). La terminologia influenza il pensiero politico sulla legittimità.
La capitale di Israele si chiama Gerusalemme. Quando si parla di “Gerusalemme Est e Ovest”, si riprende una logica di divisione che risale all'ordine postbellico del 1948. Se invece si dice: “Gerusalemme, la nostra capitale eterna e indivisa”, si fa riferimento alla continuità biblica e spirituale. “Da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore”, proclama il profeta Isaia (cap. 2). Qui il linguaggio stesso diventa la geografia della fede. “Sion” non è solo un luogo, ma una promessa, un centro spirituale. Dividendo Gerusalemme in “Est” e ‘Ovest’, il mondo distrugge il contesto spirituale che la Bibbia riassume con il termine “Sion”.
• Identità
Il linguaggio è quindi parte della sovranità. Chi definisce i propri concetti determina anche il quadro morale e storico delle proprie azioni. Ecco perché la correzione di Zini nello Shin Bet non è irrilevante, ma è un atto di autodefinizione nazionale. Un servizio segreto che dice “Giudea e Samaria” non opera in una terra di nessuno, ma nel cuore di Israele. Perché dovremmo rinunciare alla nostra identità, annacquare la nostra storia, solo per soddisfare il mondo, mentre i nemici di Israele non rinunciano a nulla, né all'odio, né alle menzogne, inventando persino un'identità solo per negare il diritto di Israele ad esistere?
La lingua è identità. Chi dice “Cisgiordania” parla come uno straniero. Chi dice “Giudea e Samaria” parla come un erede. Perché è qui che è iniziata la storia di Israele, non in Europa, non nella diaspora. Il ritorno ai nomi biblici non è nostalgia, ma affermazione di sé. Non siamo un progetto coloniale, ma un popolo che torna a casa. Forse qui calza a pennello ciò che dice il Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”. La parola crea la realtà. È il ponte tra l'invisibile e il visibile, tra lo spirito e la storia. Come la creazione è iniziata con il “Sia la luce”, così anche oggi la lingua plasma la nostra coscienza, il nostro senso di appartenenza, il nostro diritto di essere qui. Perché chi cambia la parola, tocca la realtà.
La parola è essa stessa un patto. «Io stipulerò il mio patto con te». Il patto stesso è un atto linguistico. Dio «parla» e il popolo «risponde». La parola è il legame tra cielo e terra, tra il Creatore e la nazione. Per questo ogni ritorno alla parola biblica è anche un ritorno al patto. «L'uomo diede un nome a tutti gli animali, agli uccelli del cielo e a tutti gli animali della campagna» (Genesi 2,20). Il primo mandato dell'uomo era la creazione del linguaggio. Dando un nome alle creature, Adamo riconosce e ordina il creato. Dare un nome non significa qui solo descrivere, ma anche conferire identità e relazione. Come Adamo diede un nome al mondo, così Israele ridà un nome e quindi un significato alla terra, alla sua terra. I cambiamenti di nome comportano cambiamenti di identità. Abramo divenne Abrahamo, il «padre di molti popoli», Giacobbe divenne Israele, colui che lotta con Dio e vince. Nella Bibbia un nome è sempre anche portatore di una missione, non è un'etichetta, ma una rivelazione. Quando Israele insiste sul proprio nome “Am Yisrael”, Giudea, Sion, non crea un marchio, ma afferma la sua vocazione divina.
Ecco perché questo conflitto è anche una lotta per le parole, e l'attuale governo lo capisce meglio di qualsiasi altro governo degli ultimi trent'anni. La parola è origine e arma, benedizione e pericolo allo stesso tempo. Ma in senso divino, la parola rimane creazione, non distruzione. Così ogni atto di restaurazione di Israele inizia con una parola, con il richiamo del vero nome. Parliamo quindi di Giudea, di Samaria e di Sion.
(Israel Heute, 24 dicembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Con i salmi nei tunnel
Nell'opinione pubblica israeliana compaiono spesso resoconti di ostaggi liberati. Molti parlano di una riscoperta della fede e i sondaggi indicano una crescente spiritualità tra gli ebrei israeliani.
di Marina Wall
“Voglio ringraziare tutti coloro che hanno pregato, mi hanno sostenuto e non hanno mai smesso di sperare – e, cosa più importante, voglio ringraziare il Creatore, il Padre celeste".
Con queste parole Bar Kuperstein si rivolge all'opinione pubblica israeliana due giorni dopo il suo rilascio dalla prigionia di Hamas. Il ventitreenne era uno degli ultimi venti ostaggi ancora in vita, liberati il 13 ottobre 2025 dopo 738 giorni. E non è l'unico a parlare apertamente della sua fede. Sempre più spesso compaiono resoconti di ex ostaggi in cui i sopravvissuti testimoniano come, durante la prigionia, hanno iniziato a pregare Dio e a osservare lo Shabbat.
• Sperimentare la bontà di Dio nel tunnel di Hamas
C'è il soldato ventiduenne Matan Angrest, rapito il 7 ottobre 2023 da un carro armato in fiamme nella Striscia di Gaza. I suoi tre compagni sono caduti mentre difendevano la base di Nahal Os. In quanto soldato, è stato sottoposto a maltrattamenti particolarmente gravi. È stato torturato con scariche elettriche e picchiato così violentemente da perdere conoscenza.
Eppure, dopo il suo rilascio il 13 ottobre, Matan Angrest non solo ha raccontato delle torture e dei maltrattamenti subiti, ma anche di come, nei tunnel di Hamas, abbia iniziato a pregare tre volte al giorno, spesso recitando i Salmi. “Ho chiesto [ai terroristi] una cintura per la preghiera, un libro di preghiere e una Bibbia ebraica. Per qualche motivo me li hanno portati”. Insieme all'ostaggio tedesco-israeliano Gali Berman, durante i due anni di prigionia ha letto più volte i Cinque Libri di Mosè. Questo gli ha dato forza. Il ventottenne Berman è stato rapito dal kibbutz Kfar Asa.
C’è Omer Schem Tov, che era al Nova Festival con gli amici quando ha sentito gli spari. Ha corso per salvarsi la vita, finché non è stato catturato dai terroristi di Hamas. Durante la prigionia ha iniziato a osservare lo Shabbat e ha vissuto il suo personale miracolo di Hanukkah: una piccola bottiglia di succo mezza piena, sulla quale il ventitreenne recitava ogni venerdì sera la preghiera di benedizione (Kiddush), è durata ben cinque mesi senza esaurirsi o deteriorarsi.
“Questa è solo una piccola storia tra tante che mi ha mostrato quanto Dio sia buono e che era con me durante la prigionia”, racconta Omer Schem Tov in un video diffuso sui social media. È stato liberato nel febbraio 2025.
• Stupore con i sopravvissuti
I parenti degli ostaggi sopravvissuti sono rimasti stupiti dalla prima cosa che i loro cari hanno chiesto. Il ventunenne Rom Braslavski voleva avere i tefillin (phylacteries) già in ospedale. Keith Siegel, 66 anni, rilasciato all'inizio dell'anno, ha chiesto a sua figlia Schir una kippah e la coppa del Kiddush. Fino al 7 ottobre 2023, la tradizione ebraica era per lui soprattutto un ricordo d'infanzia. Durante la prigionia ha imparato di nuovo a pregare.
La fame quotidiana, la minaccia costante e i maltrattamenti regolari, a quanto pare hanno portato alcuni degli ostaggi sopravvissuti ad avvicinarsi alla fede ebraica. Ciò non è scontato in una società in cui, secondo i dati dell'Ufficio di statistica di agosto, il 43% della popolazione ebraica si definisce “laica”. Anche il quotidiano liberale israeliano “Ha'aretz” pone la domanda: “Perché gli ostaggi laici si rivolgono alle usanze ebraiche in condizioni di tortura e maltrattamenti?”
Una risposta viene dagli stessi ostaggi: “La forza che ho trovato lì”, dice ad esempio Rom Braslavski, “derivava dalla consapevolezza che... la ragione di tutto ciò che ho dovuto sopportare era il fatto di essere ebreo”.
L'ostaggio Agam Berger, liberato alla fine di gennaio, ha avuto esperienze simili. La ventunenne scrive in un articolo sul “Wall Street Journal”: "Capire di essere sopravvissuta al massacro – mentre neonati, bambini, donne e anziani venivano uccisi solo perché erano ebrei – mi ha fatto capire che ero stata scelta da Dio e che Lui mi avrebbe protetta. Sapevo anche di non essere la prima ebrea credente ad essere stata imprigionata».
• Nuovo risveglio della fede?
Secondo «Ha’aretz», i resoconti degli ostaggi sono stati accolti in Israele in modo largamente positivo, se non addirittura entusiasta. Ciò potrebbe anche essere dovuto al fatto che la percentuale di ebrei religiosi è in costante aumento da anni. Il loro numero esatto varia a seconda degli studi. L'Istituto israeliano indipendente per la democrazia parla di circa il 14% di ebrei ultraortodossi (Haredim), mentre l'Ufficio di statistica indica la loro percentuale sulla popolazione ebraica all'11,4%. Insieme agli ebrei ortodossi, quasi un quarto degli adulti ebrei in Israele si definisce religioso. E gli esperti concordano sul fatto che questa tendenza è destinata a continuare, anche solo per il tasso di natalità nettamente più elevato nelle classi sociali religiose.
Ma in che misura il 7 ottobre 2023 ha influenzato la religiosità di ampie fasce della popolazione? “Chiddusch” (rinnovamento), un'organizzazione che si batte per la libertà religiosa e la parità di diritti per tutte le confessioni ebraiche, ha voluto scoprirlo. In un sondaggio rappresentativo, un quarto degli intervistati ha dichiarato che l'attacco ha rafforzato la propria fede, mentre il 7% ha affermato che l'ha indebolita.
Anche i dati dell'organizzazione moderatamente ortodossa “Zohar” (apertura, porta) vanno in questa direzione. La sua offerta – una serie di programmi e servizi relativi al ciclo di vita ebraico, come feste, matrimoni o nascite – si rivolge principalmente agli ebrei laici.
Negli ultimi due anni le richieste sono aumentate, ha dichiarato il presidente rabbino David Stav ai media israeliani in ottobre. Solo fino ad agosto 2025, “Zohar” ha celebrato più di 1.200 bar mitzvah, rispetto alle 999 del 2024 e alle 747 del 2023. Con il bar mitzvah, un ragazzo ebreo di 13 anni raggiunge la maturità religiosa. Anche la richiesta di matrimoni religiosi è aumentata. Nel giorno dell'espiazione Yom Kippur, la festività ebraica più importante, quest'anno “Zohar” ha gestito 426 centri di preghiera. Nel 2024 erano 406, un anno prima 359.
• Elaborare esperienze limite
Nonostante l'aumento delle richieste, Stav rimane cauto. Le persone sono alla ricerca di un legame con Dio, ma “non necessariamente attraverso la religione in senso tradizionale. Vogliono essere in contatto con Dio e allo stesso tempo mantenere il loro stile di vita abituale”. Anche la vicedirettrice di Chiddusch, Jifat Solel, si astiene da interpretazioni di ampia portata. Non vede un cambiamento fondamentale nella fede. “Non è che le persone laiche stiano diventando più religiose”, ha detto al sito di notizie israeliano “Times of Israel”. Piuttosto, le persone religiose stanno diventando ancora più religiose.
In un'intervista con “Ha'aretz”, lo psicologo David Rosmarin, che insegna all'Università di Harvard nel Massachusetts, sottolinea che la religione è adatta per elaborare esperienze limite. Gli israeliani “hanno probabilmente vissuto un risveglio religioso o spirituale, per quanto piccolo. Questa familiarità promuove la solidarietà. Ciò rafforza la comune identità ebraica e israeliana e l'orgoglio”.
• Sempre nelle mani di Dio
Bar Kuperstein, che secondo sua madre Julie non era religioso prima del rapimento, ha scoperto la fede ebraica nei tunnel di Hamas. Le guardie hanno spesso cercato di convertire lui e gli altri ostaggi all'Islam, ma invano: ogni venerdì sera gli ostaggi si scambiavano la tradizionale benedizione dello Shabbat. Bar recitava spesso anche la preghiera “Shema Israel” e i salmi che conosceva a memoria. Bar Kuperstein ha dichiarato ai media israeliani di essere sopravvissuto ai due anni trascorsi nei tunnel di Hamas solo perché sapeva di essere nelle mani di Dio.
In una situazione che ricorda come particolarmente terribile, un terrorista di Hamas aveva annunciato che avrebbe ucciso tre dei sei ostaggi. Chiese ai prigionieri di scegliere chi di loro sarebbe morto e chi sarebbe rimasto in vita. “Ricordo solo di aver implorato Dio e pregato: ‘Dio, salvami. Ora sono nelle tue mani’”. Una preghiera che ha recitato spesso nei tunnel. Alla fine il terrorista non ha portato a termine il suo piano.
Una volta tornato in libertà, Kuperstein ha saputo che sua madre era stata chiamata da uno dei terroristi di Hamas. Le chiese di recarsi all'Aia per adire la Corte penale internazionale contro il governo israeliano e ottenere così il rilascio di suo figlio, che era nelle mani di Hamas. Julie Kuperstein rispose: “Mio figlio non è nelle vostre mani, è nelle mani di Dio – e anche voi siete nelle mani di Dio”.
Questo è ora il motto della famiglia Kuperstein: “Sempre nelle mani di Dio”. Un braccialetto con queste parole ricorda costantemente come entrambi, madre e figlio, siano stati sostenuti da questa fede.
• Agam Berger
Agam Berger, 21 anni, stava prestando servizio militare ed era una ricognitrice quando è stata rapita dalla sua base di Nahal Os. Al suo ritorno nel gennaio 2025, mentre era ancora sull'elicottero che la riportava da Gaza a Israele, ha scritto: “Ho scelto la via della fede e sono tornata sulla via della fede”.
Agam Berger è cresciuta in una famiglia laica a Holon, a sud di Tel Aviv. Al momento del suo rapimento, ha ripetuto più volte la preghiera “Shema Israel” (Ascolta Israele), ha raccontato dopo il suo rilascio. A Gaza ha imparato, come già i suoi antenati, che "la prigionia non può distruggere la vita spirituale interiore. La nostra fede e il nostro patto con Dio, la storia che ricordiamo durante la Pasqua ebraica, sono più forti di qualsiasi oppressore crudele". La sua compagna di prigionia Liri Albag ha persino scritto una Haggadah di Pesach improvvisata, in modo che potessero celebrare la grande festa della liberazione anche durante la prigionia. La Haggadah contiene la liturgia per il pasto del Seder della prima sera della Pasqua ebraica.
Questo atteggiamento ha anche portato la famiglia di Berger ad avvicinarsi nuovamente alla fede ebraica. Sua cugina, la YouTuber Ashley Waxman Bakshi, ha dichiarato ai media israeliani: “Due anni fa ero atea, ma Agam ha ispirato tutti noi”. Ora va alla sinagoga per la funzione dello Shabbat.
I genitori di Berger osservano lo Shabbat dal rapimento della figlia. Da allora la loro fede si è evoluta, hanno affermato. Soprattutto i racconti dei compagni di prigionia, liberati già nel novembre 2023, hanno lasciato un'impressione indelebile sui Berger: hanno saputo che Agam pregava prima dei pasti e si rifiutava di lavorare per i rapitori durante lo Shabbat. Sua madre ha deciso consapevolmente di considerare l'intollerabile situazione come una prova della sua fede. Non è stato facile per lei, ha raccontato ai media israeliani. Soprattutto nel primo mese e mezzo dopo il rapimento della figlia, si è isolata da tutti, “solo io e i salmi, 24 ore su 24”.
(Israelnetz, 23 dicembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 6
L'arca rimandata a Israele
- L'arca dell'Eterno rimase nel paese dei Filistei sette mesi. Poi i Filistei chiamarono i sacerdoti e gli indovini, e dissero: “Che faremo dell'arca dell'Eterno? Insegnateci il modo di rimandarla al suo luogo”. E quelli risposero: “Se rimandate l'arca dell'Iddio d'Israele, non la rimandate senza nulla, ma fate un'offerta per la colpa; allora guarirete, e così saprete perché la sua mano non si è allontanata da voi”. Essi chiesero: “Quale offerta per la colpa gli offriremo?”. Quelli risposero: “Cinque emorroidi d'oro e cinque topi d'oro, secondo il numero dei prìncipi dei Filistei; poiché una stessa piaga ha colpito voi e i vostri prìncipi. Fate dunque delle raffigurazioni delle vostre emorroidi e delle riproduzioni dei topi che vi devastano il paese, e date gloria all'Iddio d'Israele; forse egli allenterà la sua mano su di voi, sui vostri dèi e sul vostro paese. E perché dovreste indurire il vostro cuore come gli Egiziani e Faraone indurirono il loro cuore? Dopo che egli ebbe manifestato contro di loro la sua potenza, gli Egiziani non lasciarono forse partire gli Israeliti, così che questi poterono andarsene?
- Ora dunque fatevi un carro nuovo, prendete due vacche che allattino e che non abbiano mai portato giogo, attaccate al carro le vacche e riconducete nella stalla i loro vitelli. Poi prendete l'arca dell'Eterno e mettetela sul carro; e accanto a essa ponete, in una cassetta, i lavori d'oro che presentate all'Eterno come offerta per la colpa; e lasciatela, in modo che se ne vada. E state a vedere: se sale per la via che conduce al suo paese, verso Bet-Semes, vuol dire che l'Eterno è colui che ci ha fatto questo gran male; altrimenti sapremo che non ci ha colpito la sua mano, ma che questo ci è avvenuto per caso”.
- Quelli dunque fecero così; presero due vacche che allattavano, le attaccarono al carro e chiusero nella stalla i vitelli. Poi misero sul carro l'arca dell'Eterno e la cassetta con i topi d'oro e le raffigurazioni delle emorroidi. Le vacche presero direttamente la via che conduce a Bet-Semes; seguirono sempre la stessa strada, muggendo mentre andavano e non piegarono né a destra né a sinistra. I prìncipi dei Filistei le seguirono fino ai confini di Bet-Semes.
- Ora quei di Bet-Semes mietevano il grano nella valle; e alzando gli occhi videro l'arca e si rallegrarono vedendola. Il carro, giunto al campo di Giosuè di Bet-Semes, vi si fermò. C'era là una grande pietra; essi spaccarono il legname del carro e offrirono le vacche in olocausto all'Eterno. I Leviti deposero l'arca dell'Eterno e la cassetta che le stava accanto e conteneva gli oggetti d'oro, e misero ogni cosa sulla grande pietra; e, in quello stesso giorno, quelli di Bet-Semes offrirono olocausti e presentarono sacrifici all'Eterno. I cinque prìncipi dei Filistei, visto ciò, tornarono il giorno stesso a Ecron.
- Questo è il numero delle emorroidi d'oro che i Filistei presentarono all'Eterno come offerta per la colpa; una per Asdod, una per Gaza, una per Ascalon, una per Gat, una per Ecron. E dei topi d'oro ne offrirono tanti quante erano le città dei Filistei appartenenti ai cinque prìncipi, dalle città murate ai villaggi di campagna che si estendono fino alla grande pietra sulla quale fu posata l'arca dell'Eterno, e che sussiste anche al giorno d'oggi nel campo di Giosuè, il Bet-Semita.
- L'Eterno colpì quelli di Bet-Semes, perché avevano guardato dentro l'arca dell'Eterno; colpì settanta uomini del popolo. Il popolo fece cordoglio, perché l'Eterno lo aveva colpito con una grande piaga. E quelli di Bet-Semes dissero: “Chi può sussistere in presenza dell'Eterno, di questo Dio santo? E da chi salirà l'arca, partendo da noi?”. E spedirono dei messaggeri agli abitanti di Chiriat-Iearim per dire loro: “I Filistei hanno ricondotto l'arca dell'Eterno; scendete e portatela presso di voi”.
- Quelli di Chiriat-Iearim vennero a prendere l'arca dell'Eterno, e la trasportarono in casa di Abinadab, sulla collina, e consacrarono suo figlio Eleazar, perché custodisse l'arca dell'Eterno.
(Notizie su Israele, 23 dicembre 2025)
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La logica biblica delle zone cuscinetto
Il ritorno della geografia. Perché Israele sta ridisegnando i propri confini. Dalla tecnologia al territorio. Il “piano delle tre linee” per il Libano segna la fine di un'era e l'inizio di una nuova, dura dottrina di sicurezza.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Le ultime notizie dal Libano dipingono un quadro di cambiamento strategico fondamentale, che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dovrebbe presentare a breve al presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Washington. In sostanza, si tratta, tra le altre cose, di un piano di riorganizzazione del Libano meridionale, che non considera più l'area a sud del fiume Litani come un territorio omogeneo, ma la suddivide in tre zone di sicurezza funzionali. Questo approccio è molto più di una misura tattica locale, segna un cambiamento di paradigma nella dottrina di sicurezza israeliana, che presenta parallelismi con l'approccio adottato nella Striscia di Gaza e al confine siriano. Il trauma del 7 ottobre ha distrutto l'illusione politica di poter gestire il male ai propri confini. Israele sta ora tornando alla dura logica della Bibbia: chi tollera il nemico come vicino diretto, invece di respingerlo con decisione, si ritrova con “spine negli occhi” e “pungiglioni nel fianco”, un monito che si è concretizzato in modo sanguinoso.
Il modello delle tre linee. Una nuova geografia della sicurezza. Il piano prevede di suddividere lo spazio tra il confine israeliano e il fiume Litani in tre zone definite, al fine di prevenire una futura escalation e di esigere il disarmo di Hezbollah non solo sulla carta, ma anche fisicamente.
La Linea Blu. Confine internazionale. La prima linea è il confine esistente e riconosciuto a livello internazionale, la cosiddetta “Linea Blu”. Secondo il diritto internazionale, essa rimane la linea di demarcazione della sovranità israeliana. Tuttavia, a differenza di quanto avveniva prima del 7 ottobre, Israele non conta più sul fatto che questa linea possa essere protetta solo da recinzioni o osservatori dell'ONU.
La linea rossa. Zona di sicurezza sterile. Il cuore del piano è la creazione di una nuova “linea rossa” che si estende per circa tre-cinque chilometri nel territorio libanese. Questa striscia funge da corridoio di sicurezza ermeticamente chiuso. Qui Israele non richiede solo sicurezza teorica, ma assoluta libertà operativa. Ciò significa una presenza israeliana permanente e supportata dalla tecnologia con sensori, telecamere e sistemi di fuoco automatizzati, nonché il divieto di qualsiasi avvicinamento civile o militare. L'obiettivo di questa “zona sterile” è quello di interrompere il contatto visivo diretto di Hezbollah con le località di confine israeliane e rendere impossibile l'uso di armi a traiettoria bassa, come i micidiali missili anticarro Kornet, contro le case di Metulla o Shlomi.
La linea verde. Zona cuscinetto controllata. A nord di essa, nell'area compresa tra la linea rossa e il fiume Litani, a circa dieci-venti chilometri dal confine internazionale, dovrebbe sorgere una zona cuscinetto. Il termine “verde” è in questo caso ingannevole, poiché non si tratta di una zona libera, ma di un'area soggetta a severe restrizioni. Israele potrebbe acconsentire al ritorno della popolazione civile libanese, ma a condizioni draconiane: divieto assoluto di infrastrutture militari, divieto di stoccaggio di armi e un regime di sorveglianza molto stretto.
Il fenomeno della “frammentazione territoriale” è un modello regionale. Questa strategia in Libano non è un caso isolato. Fa parte di un modello regionale più ampio che può essere definito come divisione territoriale. Israele applica ormai questo modello di difesa a strati in quasi tutte le zone vicine al fronte, spinto dalla consapevolezza che né i mandati internazionali né le recinzioni elettroniche possono garantire da soli la sicurezza. Il termine “difesa a cipolla”, spesso chiamato in inglese “Defense in Depth” o “Layered Defense”, è una strategia militare e di sicurezza. Si basa sul principio che un aggressore non deve superare un unico ostacolo, ma deve combattere attraverso diversi livelli di difesa sovrapposti per raggiungere l'obiettivo o il nucleo.
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L'impianto di confine tra Israele e Libano lungo la cosiddetta Linea Blu con un contrassegno delle Nazioni Unite, novembre 2025 |
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Uno sguardo agli altri fronti mostra la Striscia di Gaza e la “Linea Gialla”. Nella Striscia di Gaza, Israele ha suddiviso fisicamente l'enclave, ad esempio attraverso il corridoio di Netzarim, e ha stabilito un cosiddetto perimetro, una zona di sicurezza profonda circa un chilometro all'interno della Striscia di Gaza. La logica è identica: la guerra viene trasferita sul territorio nemico. La divisione serve a controllare i flussi di armi e i movimenti delle truppe e impedisce che le minacce si avvicinino alla recinzione di confine israeliana.
Siria e zona cuscinetto orientale. Qualcosa di simile sta accadendo, spesso sotto il radar dell'opinione pubblica mondiale, sul Golan siriano. Israele sta approfittando della debolezza del nuovo regime siriano per respingere verso est, oltre la vecchia linea di cessate il fuoco del 1974 (“linea Alpha”), le nuove minacce delle milizie jihadiste. Anche in questo caso viene creata una zona cuscinetto che separa fisicamente le nuove minacce dal confine israeliano.
Quello a cui stiamo assistendo è l'abbandono della difesa passiva – rifugi, muri, cupola di ferro – a favore di una dottrina di difesa territoriale offensiva. Questa si basa su tre pilastri:
Rifiuto della zona di schieramento. Una lezione traumatica appresa dal 7 ottobre e dai piani di invasione svelati di Hezbollah (“Piano per la conquista della Galilea”) è chiara: non si deve permettere al nemico di schierarsi direttamente lungo la recinzione di confine. Lo spazio davanti al proprio confine deve essere libero dal nemico.
Prezzo territoriale. Israele reintroduce una valuta comprensibile in Medio Oriente: la terra. L'aggressione viene punita con la perdita di territorio. Il calcolo alla base è che la perdita di terreno per nemici come Hezbollah o il regime siriano spesso pesa di più e rappresenta un deterrente più forte della perdita di combattenti.
Fine della fiducia. La fiducia nelle forze di protezione internazionali è crollata. Né l'UNIFIL in Libano né l'UNDOF in Siria sono state in grado di impedire l'armamento dei nemici. L'istituzione della “linea rossa” è il chiaro messaggio di Gerusalemme al mondo: “Non affideremo più la nostra sicurezza a nessuno, tranne che a noi stessi”.
Dietro le nuove linee militari di Israele si rivela una profonda dimensione biblica che spiega l'irrisolvibile dilemma della regione. Israele può e deve fare affidamento solo su se stesso, e per questo la strategia di Israele di mantenere una distanza fisica segue la dura logica della Bibbia. Qui si avverte che i nemici che si tollerano direttamente al proprio fianco diventano “spine negli occhi” e “pungiglioni nei fianchi”, anche se sono abitanti del paese.
“Ma se non scaccerete davanti a voi gli abitanti del paese, quelli che lascerete vi saranno spine negli occhi e spine nei fianchi e vi daranno fastidio nel paese in cui abiterete” (Numeri 33).
I ritiri dal Libano (2000) e dalla Striscia di Gaza (2005) hanno confermato in modo sanguinoso questo avvertimento: la vicinanza del nemico ha portato al terrore e al trauma del 7 ottobre. La nuova dottrina di Israele è quindi il tardivo tentativo di attuare militarmente questo avvertimento biblico e di rimuovere la spina attraverso la distanza.
Ora si potrebbe obiettare che questo versetto si riferisce ai popoli cananei all'interno del paese, che dovevano essere espulsi. Questo è corretto. Ma la geografia biblica non coincide con gli attuali confini politici degli Stati. Per molti israeliani l'avvertimento colpisce nel segno, perché sia la Striscia di Gaza che il Libano meridionale non sono, dal punto di vista biblico, paesi stranieri, tanto meno per l'attuale coalizione di governo israeliana. Gaza faceva parte del territorio della tribù di Giuda, mentre il Libano meridionale fino a Sidone appartiene al patrimonio storico della tribù di Aser, detta anche Naftali. I ritiri di Israele, sia dalla zona di sicurezza in Libano nel 2000 che da Gush Katif nella Striscia di Gaza nel 2005, sono stati, da questo punto di vista, un ritiro dal suolo biblico. Chiunque lasci il vuoto su questo antico patrimonio al nemico e tolleri il pericolo alle sue immediate spalle, trasforma inevitabilmente i vicini in spine che non danno tregua finché non pungono. La presenza del nemico proprio alle porte, come l'unità Radwan in Libano o Hamas nella Striscia di Gaza, soddisfa il principio del versetto: Sono così vicini che opprimono Israele nella terra in cui vivete, proprio come era stato predetto.
Ma i vicini arabi leggono la stessa mappa in modo completamente diverso. Guardano alle promesse della Bibbia, che estendono i confini di Israele fino al Libano e all'Eufrate. Laddove Gerusalemme vede oggi solo una cintura di sicurezza temporanea per l'autodifesa, il mondo arabo intravede l'inizio di una campagna di espansione teologica. Essi interpretano le zone cuscinetto non come una misura di protezione, ma come la graduale realizzazione di una “Grande Israele”. Ciò che per Israele è una mera protezione della propria esistenza, per i vicini è la prova delle loro più profonde paure di un'espansione biblica di Israele.
“Spine negli occhi” e “pungiglioni nei fianchi” mettono in guardia dal cercare un modus vivendi con il male assoluto. Il male non si può gestire. Ricordiamo che i governi di Netanyahu hanno cercato per anni di gestire Hamas nella Striscia di Gaza, finché il 7 ottobre la situazione ci è esplosa in faccia. La strategia della tolleranza ha fallito. La logica biblica richiede una decisione chiara: o si respinge il male, sia al di là del confine che all'interno, oppure si accetta di esserne oppressi.
(Israel Heute, 23 dicembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Abu Mazen avrebbe celebrato il 7 ottobre: la leadership palestinese è davvero “moderata”?
Il giornalista israeliano Amit Segal ha rivelato che “secondo un estratto di un’intervista pubblicato da Zvi Yehezkely”, Mahmoud Abbas avrebbe definito il 7 ottobre “il giorno più grande della storia palestinese davanti a decine di persone”. E mentre la popolarità del leader è al minimo fra i suoi, è sempre più reale il rischio che definire l’AP il partner moderato a cui affidare il “dopo” Gaza si riveli un grande abbaglio.
di Davide Cucciati
In un lungo intervento pubblicato su X del 16 dicembre 2025, il giornalista israeliano Amit Segal ha rilanciato un contenuto che ha riaperto il dibattito sul ruolo dell’Autorità Palestinese. “Il “partner” di Israele per la pace sembra aver celebrato il 7 ottobre”, ha scritto Segal, precisando che, “secondo un estratto di un’intervista pubblicato da Zvi Yehezkely”, Mahmoud Abbas avrebbe parlato del pogrom del 7 ottobre in termini celebrativi. Abu Mazen avrebbe definito il 7 ottobre “il giorno più grande della storia palestinese”. Non una frase pronunciata in privato ma detta “davanti a decine di persone”.
La condanna delle violenze di Hamas sarebbe arrivata solo quasi due anni dopo e nel contesto di pressioni politiche legate alla spinta franco-saudita sulla statualità palestinese, con un ruolo rilevante anche degli Stati Uniti. La conclusione di Segal è netta e volutamente provocatoria: se per ottenere una condanna della violenza serve più fatica che strappare un dente, allora chiamare “moderato” l’interlocutore non descrive la realtà, ma una necessità diplomatica.
• I dati PSR, cosa pensa oggi la società palestinese
Questo quadro non resta isolato se si guarda all’opinione pubblica palestinese. Come illustrato in un articolo pubblicato queste pagine il 3 novembre 2025, basato sull’ultima rilevazione del Palestinian Center for Policy and Survey Research, la società palestinese appare frammentata e polarizzata, ma con alcune linee di fondo molto chiare. Infatti, il sostegno all’attacco del 7 ottobre resta maggioritario: oltre il 50% degli intervistati favorevoli, in lieve aumento rispetto alla primavera 2025, alto in Giudea e Samaria (West Bank) nonché di nuovo in crescita anche a Gaza. Il disarmo di Hamas come via per porre fine al conflitto è rifiutato dall’85% degli intervistati in West Bank e dal 55% a Gaza. Questo induce a ipotizzare che le bande rivali di Hamas abbiano un consenso al momento limitato. Del resto, anche Abu Shabab, leader di una gang che a lungo è stata narrata come seria rivale di Hamas, è già deceduto senza esser riuscito a cambiare gli equilibri nella Striscia.
Un dato particolarmente significativo riguarda la percezione dei fatti del 7 ottobre: la maggioranza assoluta degli intervistati non crede che Hamas abbia commesso le atrocità riportate dai media internazionali.
Sul piano della leadership, il distacco è altrettanto marcato. Nei sondaggi presidenziali Abbas si ferma attorno al 13%, mentre Marwan Barghouti emerge come il leader più popolare.
• Barghouti, il “Mandela palestinese” e la continuità con la violenza
Nello stesso intervento su X, Segal allarga lo sguardo proprio a Marwan Barghouti, spesso presentato nel dibattito occidentale come il possibile volto futuro della leadership palestinese, talvolta con l’etichetta del “Mandela palestinese”, attribuitagli anche da centinaia di personalità occidentali. Il giornalista israeliano osserva che Barghouti ha esortato a “non restare semplici testimoni, ma a diventare soldati attivi nella battaglia decisiva”, invitando il movimento giovanile di Fatah a trasformare l’anniversario della prima intifada “in un punto di svolta e nell’inizio dell’escalation della lotta contro il nemico israeliano, usando tutti gli strumenti e le capacità a disposizione”.
• Il precedente ignorato, l’intervista a Repubblica del novembre 2023
Questo scollamento tra narrazione internazionale e realtà interna non emerge solo oggi. Già nei giorni immediatamente successivi al 7 ottobre, un’intervista pubblicata da Repubblica nel novembre 2023 offriva una chiave di lettura sorprendentemente coerente con il quadro attuale. In quell’occasione Fadwa Barghouti, moglie di Marwan Barghouti, spiegava che Abu Mazen non rappresentava più i palestinesi, pur restando formalmente il presidente eletto, ricordando che l’ultima elezione risalisse a quasi vent’anni prima. La dichiarazione di Abbas secondo cui “Hamas non rappresenta i palestinesi” aveva provocato una chiamata all’insubordinazione da Fatah stessa. Nei cortei e sui muri compariva lo slogan della Primavera araba, “giù il regime”, con un obiettivo che, sottolineava, non era solo Israele.
Nella stessa intervista, Hamas veniva descritto non solo come un’organizzazione politica e militare, ma come un’idea, un sinonimo di resistenza e azione. In quel contesto Fadwa Barghouti formulava anche una previsione che, riletta oggi, colpisce per lucidità: Israele avrebbe eliminato Yahya Sinwar, per dichiarare Hamas decapitata, lasciando però intatto il problema strutturale. Sinwar è stato effettivamente ucciso ma la domanda posta allora resta aperta.
• Lo spettro della “konzeptzia”
Questo dibattito richiama un concetto che in Israele ha un peso storico preciso: la “konzeptzia”. Prima della guerra dello Yom Kippur, fu la convinzione che Egitto e Siria non avrebbero attaccato senza determinate condizioni a paralizzare l’analisi dell’intelligence. Dopo il 7 ottobre, la stessa parola è tornata per descrivere l’idea che Hamas fosse interessato soprattutto a consolidare la propria presa su Gaza e a ottenere concessioni economiche più che a pianificare degli attacchi. Oggi il rischio è di cadere in una “konzeptzia” diversa ma speculare, non militare bensì politica: l’assunzione che l’Autorità Palestinese sia per definizione il partner moderato a cui affidare il “dopo”, indipendentemente dal linguaggio che usa, dal consenso reale di cui gode e dal rapporto irrisolto con la violenza. Cambia l’oggetto della convinzione ma resta lo stesso errore di fondo: scambiare una necessità strategica per una realtà dimostrata.
La tentazione è anche un’altra: ridurre Gaza a un dossier di ricostruzione trattato con un lessico da valorizzazione immobiliare. Le dichiarazioni pubbliche di figure dell’area Trump, a partire dall’idea del “waterfront” come asset e dalla retorica della “Riviera”, mostrano una mentalità da real estate applicata a un teatro umano e politico. Su questo sfondo, i piani internazionali di stabilizzazione restano nebulosi: la Lega Araba è chiamata a dar seguito ai pur importanti annunci fatti nei mesi precedenti. Al momento, la composizione dell’International Stabilization Force non è nota e il primo ministro Netanyahu ha espresso scetticismo sulla capacità di una forza multinazionale di disarmare Hamas.
(Bet Magazine Mosaico, 23 dicembre 2025)
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Netanyahu riceve i capi di Stato di Grecia e Cipro
GERUSALEMME – Per la prima volta dal massacro terroristico del 7 ottobre, i capi di governo di Grecia, Israele e Cipro si sono riuniti nuovamente in un vertice. Lunedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (Likud) ha ricevuto a Gerusalemme il suo omologo greco Kyriakos Mitsotakis (Nea Dimokratia) e il presidente cipriota Nikos Christodoulides (senza partito).
Alla presenza dei suoi ospiti, Netanyahu ha sottolineato in una conferenza stampa la cooperazione economica tra i tre paesi mediterranei. Numerosi finanziatori israeliani stanno investendo in Grecia e aziende israeliane si stanno trasferendo a Cipro e in Grecia. Questo è un segno di buona politica in questi paesi. “Non siamo invidiosi. Crediamo nella concorrenza”.
• Avvertimento alla Turchia
Secondo Netanyahu, i tre politici vogliono portare avanti alcuni progetti già avviati. Tra questi figura in particolare il corridoio economico che collega l'India all'Europa attraverso la penisola arabica e Israele. Inoltre, tutti e tre i paesi sostengono l'estensione degli accordi di Abramo e la “sovranità del Libano”, ovvero un Libano libero dall'influenza iraniana.
Netanyahu ha rivolto un messaggio alla Turchia, senza nominarla: "A coloro che sognano di ricostruire i loro imperi sui nostri paesi, dico: scordatevelo. Non succederà, non ci pensate nemmeno“.
La Grecia, Israele e Cipro sono ”vere democrazie nel Mediterraneo orientale“, ha continuato Netanyahu. Tutti e tre vogliono rafforzare la cooperazione in materia di economia e difesa. ”Insieme creiamo stabilità attraverso la forza, prosperità attraverso la forza e, cosa più importante, pace attraverso la forza".
• Megaprogetto ritardato
I paesi coinvolti hanno concordato il previsto corridoio economico tra l'India e l'Europa attraverso la penisola arabica e Israele a margine del vertice del G20 nel settembre 2023. Pochi giorni dopo, Netanyahu ha elogiato le possibilità offerte da questo progetto nel suo discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ma poi il massacro terroristico del 7 ottobre 2023 e la guerra che ne è seguita hanno ritardato la sua attuazione.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (AKP) disapprova il progetto perché esclude la Turchia. In linea di principio, le relazioni della Turchia con i tre paesi del vertice sono tese: Erdogan minaccia Israele di annientamento, la Turchia occupa Cipro Nord dal 1974 ed è in conflitto con la Grecia per i giacimenti di gas nel Mediterraneo.
Da tempo la Turchia cerca inoltre di espandere la propria influenza nella regione e oltre, ad esempio in Africa. Nei suoi discorsi Erdogan allude spesso all'antico potere dell'Impero Ottomano. A seguito della caduta del regime di Al-Assad più di un anno fa, Ankara vede l'opportunità di rafforzare la propria presenza in quella zona.
(Israelnetz, 23 dicembre 2025)
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Il tempio e il suo luogo
di Daniel Frick
Da decenni gli arabi palestinesi cercano di negare il legame tra il popolo ebraico e la terra di Israele. Durante i negoziati di Camp David nel luglio 2000, Yasser Arafat (1929-2004) affermò che a Gerusalemme non era mai esistito un tempio ebraico, ma solo un obelisco. Il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, egli stesso battista, replicò indignato al presidente dell'Autorità Palestinese: «Mai esistito un tempio ebraico? Mi sta dicendo che la mia Bibbia è sbagliata?»
La tradizione di questa negazione è portata avanti dal successore di Arafat, Mahmud Abbas, come ad esempio questa primavera. Il 23 aprile il Consiglio centrale dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) si è riunito a Ramallah. Nel suo discorso trasmesso in televisione, Abbas ha affermato che i due templi ebraici si trovavano nello Yemen. A tal proposito ha fatto riferimento al Corano e ad “altri libri divini”. “Chi ama leggere di religione può verificarlo”.
Che i templi ebraici si trovassero a Gerusalemme è dimostrato anche da fonti extra-bibliche e testimonianze antiche. L'Arco di Tito a Roma, ad esempio, raffigura il saccheggio del tesoro del tempio dopo la conquista di Gerusalemme nel 70 d.C.
• Falsificazione della storia alle Nazioni Unite
Ciononostante, la comunità internazionale ha volentieri sostenuto la falsificazione della storia a favore dei palestinesi. Ad esempio, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO) ha utilizzato nelle risoluzioni pertinenti esclusivamente il nome arabo dell'area (“Haram el-Sharif”/“Sacro Patio”) ignorando così il riferimento ebraico. Tuttavia, per i musulmani questo luogo è il terzo più sacro dopo La Mecca e Medina, mentre per gli ebrei è il più sacro.
L'intento di queste negazioni è chiaro: giustificare la “causa palestinese” e conferirle maggiore sacralità. Chi nega il legame degli ebrei con la terra di Israele arriva rapidamente a considerare gli ebrei come coloni e i palestinesi come abitanti originari. Da qui il passo è breve per arrivare a rivendicare una “Palestina dal fiume al mare”, ovvero la distruzione di Israele.
• Una guida turistica significativa
È quindi ancora più sorprendente che i musulmani influenti nel paese a ovest del Giordano un tempo parlassero con naturalezza del Tempio di Gerusalemme. Cento anni fa, il Consiglio Supremo Musulmano, la massima autorità musulmana nell'allora territorio sotto mandato della Palestina, pubblicò una guida turistica in lingua inglese sul “Santuario Sublime”. Nelle osservazioni introduttive sulla storia dell'area si legge: “La sua corrispondenza con il sito del Tempio di Salomone è indiscutibile”.
Gli autori affermano inoltre che, “secondo la credenza popolare”, si tratta del luogo in cui Davide un tempo offriva sacrifici. A tal proposito citano la Bibbia ebraica, precisamente 2 Samuele 24,25: “E Davide costruì là un altare al Signore e offrì olocausti e sacrifici di ringraziamento. E il Signore tornò ad avere misericordia del paese, e la piaga si allontanò dal popolo d'Israele”.
È interessante notare che all'epoca il presidente del Consiglio Supremo Musulmano era il famigerato Amin al-Husseini(1895-1974), che in seguito i nazisti fecero trasmettere da Berlino discorsi radiofonici antisemiti per gli arabi. L'antisionista era Gran Muftì di Gerusalemme dal 1921 e dal 1922 era a capo del Consiglio. La lotta per la terra era già iniziata all'epoca, al più tardi con i disordini di Nabi Musa del 1920, che Al-Husseini aveva contribuito ad alimentare.
• Dalla propaganda all'odio al terrorismo
Ben presto iniziarono le menzogne sul Monte del Tempio. Nel 1929 fu avanzata per la prima volta l'affermazione che gli ebrei volessero distruggere la moschea di Al-Aqsa. Anche in questo caso Al-Husseini fu responsabile dell'incitamento. Ciò portò al massacro di Hebron, in cui furono uccisi 67 ebrei della città dei patriarchi.
Tale affermazione è ancora oggi molto diffusa. La situazione raggiunse il culmine dieci anni fa, quando i palestinesi uccisero numerosi ebrei a causa di tale incitamento, questa volta proveniente dalla bocca di Abbas e dai media dell'Autorità Palestinese.
Tra ottobre 2015 e marzo 2016, le autorità di sicurezza israeliane hanno registrato 211 attacchi con coltello, 83 con arma da fuoco e 42 con auto. Sono stati uccisi 38 israeliani e 235 palestinesi, di cui 130 mentre stavano compiendo un attacco.
• Interpretazione azzardata
La tesi del “tempio nello Yemen” è leggermente più recente delle voci su Al-Aqsa. Il suo autore è Kamal Salibi (1929-2011). Nel 1985, l'allora professore di storia e archeologia all'Università Americana di Beirut – e cristiano convinto – pubblicò un libro su questo argomento. Secondo tale tesi, re Salomone un tempo regnava nella regione di Asir, nel sud-ovest dell'attuale Arabia Saudita, e lì costruì il tempio. La rivista tedesca “Spiegel” dedicò all'epoca a questa tesi una serie in tre parti, che fu respinta dal mondo accademico.
Salibi sosteneva che numerosi nomi di luoghi che compaiono nella Bibbia ebraica si trovano nella regione di Asir, quindi le storie bibliche si svolgono lì. Secondo questa teoria, gli Israeliti arrivarono lì dall'Egitto e solo dopo l'esilio babilonese raggiunsero l'area oggi conosciuta come Israele. Con le “altre scritture divine” Abbas intendeva quindi, in aprile, la Bibbia ebraica nell'interpretazione di Salibi.
Già Arafat aveva ripreso questa tesi: nel 2003 aveva trasferito retoricamente i templi nel sud-ovest della penisola arabica, dopo che tre anni prima, durante i negoziati di Camp David, li aveva ancora collocati a Nablus. Egli stesso aveva visitato lo Yemen, disse ai leader arabi del nord di Israele il 25 settembre 2003. Lì aveva visto con i propri occhi il sito degli antichi templi nello Yemen. In un certo senso, questa è un'intensificazione della menzogna del “tempio di Nablus”, perché in questo modo il luogo più sacro per gli ebrei non ha più alcun riferimento alla terra di Israele.
Questo tipo di distorsione non solo porta ad atti di violenza, ma è considerato l'ostacolo definitivo alla pace: la mancata accettazione della presenza ebraica nella terra di Israele. Durante i negoziati di Camp David, Arafat ha sottolineato che non poteva scendere a compromessi perché non c'era stato alcun tempio ebraico a Gerusalemme e quindi la sovranità israeliana, anche parziale, non era giustificata.
La comunità internazionale sembra sempre più disposta ad accettare tali punti di vista. Al contrario, Clinton all'epoca aveva replicato con rabbia ad Arafat: «Lasci che le dica una cosa, signor presidente: quando il mio Messia Gesù Cristo camminava sul Monte del Tempio, non vedeva nessuna moschea, non vedeva Al-Aqsa, non vedeva la Cupola della Roccia. Vedeva solo il tempio ebraico!».
(Israelnetz, 22 dicembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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“Mai più”, dicevano. Ma comincio ad avere qualche dubbio
di Stefano Piperno
Ho raccontato, in un libro scritto a quattro mani con un mio cugino, la storia della mia famiglia, scampata al 16 ottobre del ’43.
Dopo la pubblicazione non lo avevo più riaperto. Pochi giorni fa, però, spinto dagli eventi degli ultimi due anni, l’ho fatto, e mi sono accorto di quanto, in poco tempo, il suo intento di raccontare il trionfo del bene sul male lo abbia allontanato dalla realtà attuale. Per chiarire: il libro si chiude con il ricordo di mio nonno che, in un giorno di Kippur degli anni Cinquanta, benedice, coprendoli col manto rituale, i cinque nipoti, felice di vivere da cittadino libero in un Paese democratico.
Lui stesso, che aveva vissuto due guerre mondiali e la discriminazione razziale, sul letto di morte disse: «Due cose sono importanti nella vita: la pace e la libertà».
Lo aveva ripetuto per molti anni, incompreso e irriso, a suo figlio – mio padre – entusiasta balilla e poi capo centuria avanguardista.
Nel 1938 mio padre e mia madre, compagni di classe, furono cacciati dal liceo; nel ’41 lui fu congedato d’urgenza dall’esercito, dove era stato arruolato per errore, nonostante fosse ebreo.
Non so quando capì. Non gliel’ho mai chiesto, né lui lo ha mai spiegato. Posso solo dire che tutto questo oggi mi fa pensare a Hannah Arendt e alla “banalità del male”: come adattamento progressivo, come assuefazione, come rinuncia quotidiana. Come dicono i francesi: «On se fait à tout».
Ed è esattamente ciò che sta avvenendo oggi. Gli eventi del 7 ottobre 2023 hanno generato un’onda di tsunami che ha travolto tutto, comprese fragili difese psicologiche, sensi di colpa e pulsioni sopite nel profondo dell’animo.
Mi alzo ogni mattina, faccio le mie cose, poi all’improvviso penso a ciò che sta accadendo intorno a me: a un’atmosfera che non avrei mai creduto di vivere, a qualche amico con cui non sono più in sintonia, a giornali e televisioni convergenti su tesi che non condivido e che mi atterriscono.
Poi mi ripeto che passerà, che non può essere che il mio mondo – quello in cui ho comodamente vissuto per ottant’anni – si sia rivoltato come un calzino. Ma allo stesso tempo mi interrogo su quando tutto questo sia cominciato.
Certo, lo so: l’antisemitismo è un fiume carsico. Lo so che certe forze hanno speso molto e lavorato a lungo per insinuarsi nella cultura e nella politica. Lo so che i social sono come acceleratori di particelle, capaci di innescare reazioni a catena. Lo so che la risposta di Israele al 7 ottobre è stata la miccia che ha fatto esplodere tutto. Lo so che l’Islam è impermeabile, non solubile: al massimo un miscuglio, come acqua e olio. Ma tutto questo non basta a spiegare.
Leggo dotte dissertazioni geopolitiche, sociologiche, persino filosofiche, e mi convinco che è il principio di realtà ad essere saltato. E ciò che è più grave è che questo non riguarda solo le opinioni pubbliche, ma purtroppo anche le classi dirigenti.
Non è tanto la portata dei giudizi, quanto il meccanismo mediatico che li produce: da tempo sempre più come riflesso di un trend indotto, in modo non più sottile ma eclatante.
Sono nato nel 1944: non ho vissuto gli anni bui, ma ho ascoltato i familiari che raccontavano, che spiegavano, che concludevano sempre con le stesse parole: «mai più». Ed è forse proprio questo che oggi mi inquieta.
Una lettura, nemmeno troppo approfondita, degli anni Trenta del secolo scorso sarebbe sufficiente a capire i rischi che stiamo correndo, con l’aggravante, oggi, delle armi atomiche.
Sollevo gli occhi dal tablet, lo poggio sul tavolino e penso.
Mia moglie è contraria agli animali in casa, così sono qui, seduto nel giardino del mio solito bar, da solo, senza nemmeno un cagnolino a farmi compagnia. Mi godo il sole invernale e ho scritto queste note.
(InOltre, 22 dicembre 2025)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 5
L'arca presso i Filistei
- I Filistei, dunque, presero l'arca di Dio e la trasportarono da Eben-Ezer ad Asdod; presero l'arca di Dio, la portarono nella casa di Dagon e la collocarono accanto a Dagon.
- E il giorno dopo, gli Asdodei si alzarono di buon'ora e trovarono Dagon caduto con la faccia a terra, davanti all'arca dell'Eterno. Presero Dagon e lo rimisero al suo posto. Il giorno dopo, si alzarono di buon'ora e trovarono che Dagon era di nuovo caduto con la faccia a terra, davanti all'arca dell'Eterno; la testa ed entrambe le mani di Dagon giacevano mozzate sulla soglia, e non gli restava più che il tronco. Perciò, fino al giorno d'oggi, i sacerdoti di Dagon e tutti quelli che entrano nella casa di Dagon ad Asdod non mettono il piede sulla soglia.
- Poi la mano dell'Eterno si aggravò su quelli di Asdod, portò fra loro la desolazione, e li colpì di emorroidi, ad Asdod e nel suo territorio. E quando quelli di Asdod videro che avveniva così, dissero: “L'arca dell'Iddio d'Israele non rimarrà presso di noi, poiché la sua mano è troppo pesante su di noi e su Dagon, nostro dio”.
- Mandarono quindi a convocare presso di loro tutti i prìncipi dei Filistei, e dissero: “Che faremo dell'arca dell'Iddio d'Israele?”. I prìncipi risposero: “Si trasporti l'arca dell'Iddio d'Israele a Gat”. E trasportarono là l'arca dell'Iddio d'Israele. E quando l'ebbero trasportata, la mano dell'Eterno si volse contro la città, e vi fu un immenso scoraggiamento. L'Eterno colpì gli uomini della città, piccoli e grandi, e un flagello di emorroidi scoppiò fra loro.
- Allora mandarono l'arca di Dio a Ecron. E quando l'arca di Dio giunse a Ecron, quelli di Ecron cominciarono a gridare, dicendo: “Hanno trasportato l'arca dell'Iddio d'Israele da noi, per far morire noi e il nostro popolo!”.
- Mandarono quindi a convocare tutti i prìncipi dei Filistei, e dissero: “Rimandate l'arca dell'Iddio d'Israele; torni al suo posto, e non faccia morire noi e il nostro popolo!”, poiché tutta la città era in preda a un terrore di morte, e la mano di Dio si aggravava grandemente su di essa. Quelli che non morivano erano colpiti da emorroidi, e le grida della città salivano fino al cielo.
(Notizie su Israele, 22 dicembre 2025)
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Gli israeliani considerano la divisione interna come la più grande minaccia per la nazione, ancora prima dell'Iran
Uno sguardo più approfondito basato sull'Indice della società israeliana del dicembre 2025, che classifica la polarizzazione sociale come il pericolo più grave per il futuro di Israele.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Alla domanda sulla minaccia più grave per lo Stato di Israele, una netta maggioranza degli israeliani non fa riferimento ai missili o agli eserciti stranieri, ma alle fratture all'interno della propria società.
Secondo l'Indice sociale israeliano pubblicato nel dicembre 2025 dal Jewish People Policy Institute (JPPI), il 55% degli intervistati israeliani considera la polarizzazione sociale e la divisione interna come il pericolo più grave per lo Stato, ancora prima della minaccia iraniana e del conflitto israelo-palestinese di lunga data. Tra gli ebrei israeliani, la percentuale sale al 59% che considera la divisione interna come il principale rischio esistenziale, rispetto al 23% che cita l'Iran e al 18% che fa riferimento alla questione israelo-palestinese.
Ciò segna un profondo cambiamento nella coscienza pubblica: per la prima volta da molto tempo, gli israeliani considerano il nemico interno una minaccia più critica rispetto ai tradizionali avversari esterni, sottolineando così le preoccupazioni relative alla polarizzazione politica, alla perdita di coesione sociale e al crescente divario ideologico che attraversa le fasce d'età, le regioni geografiche e le comunità.
• L’inquietudine interna supera le minacce convenzionali
Il sondaggio JPPI ha chiesto agli intervistati di scegliere tra tre potenziali fonti di pericolo:
- polarizzazione sociale e divisione interna
- la minaccia iraniana
- il conflitto israelo-palestinese
Una netta maggioranza ha scelto la polarizzazione interna, segnalando che gli israeliani ritengono che la discordia interna possa indebolire la nazione in modo più profondo rispetto all'ostilità esterna. Questa preoccupazione è condivisa da tutti gli schieramenti ideologici, ma è particolarmente forte nello spettro centro-sinistra, dove il 76% considera la polarizzazione interna come la minaccia più grave.
Questa preoccupazione trova eco nella lunga storia del popolo ebraico.
In passato Israele ha affrontato pericoli esistenziali quando la frammentazione politico-religiosa e la reciproca sfiducia hanno compromesso il processo decisionale nazionale e la resilienza collettiva. In un periodo di conflitti continui e alleanze mutevoli, molti israeliani oggi percepiscono l'unità, o la sua mancanza, come il fattore decisivo per la sopravvivenza nazionale.
• Percezione delle minacce esterne: l'Iran rimane al primo posto, la Turchia al secondo
Nonostante i crescenti timori di divisioni interne, le tradizionali minacce regionali rimangono rilevanti.
Quando agli intervistati è stato chiesto di classificare otto paesi vicini in base al livello di minaccia che rappresentano per Israele, è emersa la seguente classifica:
- Iran
- Turchia
- Libano
- Qatar
- Siria
- Yemen
- Egitto
- Arabia Saudita
L'ascesa della Turchia davanti a Libano, Qatar e Siria segnala un cambiamento drammatico nella percezione della minaccia. Solo pochi anni fa, la Turchia era considerata da gran parte della società israeliana un attore regionale ambivalente o addirittura amichevole; oggi, invece, è ampiamente vista come una minaccia geopolitica significativa.
I dati indicano che la percezione della minaccia iraniana rimane significativa, ma è leggermente diminuita rispetto al periodo immediatamente successivo all'operazione “Rising Lion” - tuttavia, rimane centrale per il senso di pericolo esterno in Israele.
• Iran: la percezione della minaccia è nuovamente in netto aumento
A sei mesi dal grande scontro con l'Iran, il JPPI registra un nuovo aumento della percezione pubblica della minaccia iraniana.
- Il 31% degli israeliani (il 34% degli ebrei) afferma che l'Iran rappresenta una grave minaccia esistenziale
- rispetto al 16% di luglio, subito dopo l'operazione Rising Lion
- Il 38% afferma che l'Iran rappresenta in una certa misura una minaccia esistenziale
- Il 20% afferma che lo è in misura minore
- L'8% afferma che l'Iran non rappresenta più una minaccia esistenziale
Nel complesso, una netta maggioranza degli israeliani ritiene che l'Iran continui a rappresentare una minaccia esistenziale nonostante la recente campagna militare.
La rivalutazione pubblica dell'operazione in Iran nel giugno di quest'anno è mista:
- il 24 % ritiene che il risultato sia stato migliore di quanto inizialmente previsto
- il 28 % ritiene che sia stato peggiore
- il 35 % afferma che la propria valutazione non è cambiata
Gli intervistati di destra ritengono significativamente più spesso di quelli di sinistra che la campagna abbia superato le aspettative.
• Turchia: una minaccia strategica complessa
Il fatto che la Turchia sia la seconda minaccia esterna più citata per Israele non può essere separato dai mutevoli sviluppi geopolitici regionali.
Gerusalemme e Ankara si trovano su fronti opposti in diversi teatri, tra cui la Siria, dove entrambi i paesi sono impegnati militarmente a sostegno di fazioni rivali. Questa vicinanza geografica aumenta la probabilità di scontri involontari, uno scenario che gli israeliani guardano con crescente preoccupazione.
È importante sottolineare che un confronto militare diretto con la Turchia sarebbe molto più complesso e problematico per Israele rispetto a uno scontro con l'Iran, per diversi motivi fondamentali:
- La Turchia è membro della NATO: un'escalation comporta il rischio di complicazioni diplomatiche con gli alleati occidentali e limita la libertà d'azione di Israele.
- Legami politici con gli Stati Uniti: il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha coltivato un rapporto personale con la leadership statunitense che potrebbe limitare la disponibilità di Washington a schierarsi chiaramente in caso di conflitto.
- Equilibrio di potere militare convenzionale: a differenza dell'Iran, che rappresenta principalmente una minaccia strategica in termini di missili e proxy, la Turchia dispone di capacità convenzionali che potrebbero mettere alla prova le forze armate israeliane in combattimenti aerei, marittimi e terrestri.
Gli analisti affermano che gli israeliani non reagiscono solo alla retorica, ma sono ben consapevoli che uno scontro con la Turchia non rientrerebbe nei paradigmi di deterrenza consolidati e richiederebbe una strategia diplomatica più ampia.
• Relazioni USA-Israele: fiducia con riserva
Nonostante le notizie di tensioni tra Gerusalemme e Washington in relazione a Gaza, il sondaggio mostra che una forte maggioranza degli israeliani continua a credere che il presidente degli Stati Uniti agirà in modo appropriato nei confronti di Israele.
- Il 67% esprime un certo grado di fiducia nel presidente degli Stati Uniti Donald Trump
- Il 18% esprime alta fiducia
- Il 49% esprime una certa fiducia
- Il 28% dichiara di non avere fiducia nel presidente degli Stati Uniti
Tra gli intervistati ebrei, i livelli di fiducia sono leggermente più alti:
- Il 70% esprime fiducia (18% alta, 52% certa)
- Il 27% non esprime alcuna fiducia
Allo stesso tempo, l'atteggiamento nei confronti dell'influenza americana sta diventando sempre più complesso:
- Il 39% afferma che gli Stati Uniti sono un alleato fondamentale e che Israele dovrebbe compiere sforzi significativi, anche compromessi che non mettano a rischio la sicurezza, per preservare l'alleanza
- Il 50% afferma che Israele dovrebbe agire in modo indipendente e non sentirsi vincolato alle posizioni di Washington
- L'8% ritiene che l'importanza degli Stati Uniti stia diminuendo e che Israele dovrebbe smettere di comportarsi come se la sua sopravvivenza dipendesse dall'amicizia americana
- Il 6% afferma che gli Stati Uniti stanno ormai causando più danni che benefici a Israele
• Posizione globale di Israele: la maggioranza la definisce “cattiva”
Il sondaggio evidenzia inoltre un profondo pessimismo dell'opinione pubblica riguardo alla posizione internazionale di Israele dall'inizio della guerra di Gaza.
Secondo il JPPI:
- Il 52% degli israeliani ritiene che la posizione internazionale di Israele sia cattiva
- Il 22% afferma che sia molto cattiva
- Il 30% afferma che sia piuttosto cattiva
- Il 25% descrive la posizione globale di Israele come media
- Solo il 21% ritiene che la posizione di Israele nel mondo sia buona
- Solo il 5% la ritiene ottima
È interessante notare che questa valutazione negativa è condivisa sia dagli intervistati ebrei che da quelli arabi, il che indica un ampio consenso sul fatto che Israele sia sempre più isolato dal punto di vista diplomatico.
• Una netta divisione ideologica
Il JPPI ha rilevato che le percezioni della posizione internazionale di Israele sono fortemente polarizzate lungo linee ideologiche.
Tra gli israeliani che si identificano come di sinistra:
- il 64% ritiene che la posizione di Israele sia molto negativa
- il 33% la ritiene piuttosto negativa
- per un totale del 97% di valutazioni negative
Tra coloro che si identificano come di destra:
- Solo il 4% dice: molto cattiva
- Il 19% dice: abbastanza cattiva
- per un totale del 23% ha una valutazione negativa
Questa divisione ideologica non solo sottolinea la polarizzazione politica, ma anche visioni del mondo fondamentalmente diverse sul posto di Israele nel sistema internazionale.
Per gli osservatori che credono nella Bibbia, questa realtà sarà frustrante, nella misura in cui Israele è spesso trattato in modo ingiusto, ma non sorprende, poiché le Scritture parlano di un giorno in cui il mondo si rivolterà contro questo popolo.
“In quel giorno farò di Gerusalemme una pietra pesante per tutti i popoli. Tutti quelli che vorranno sollevarla si feriranno sicuramente. E tutte le nazioni della terra si raduneranno contro di essa” (Zaccaria 12,3, oltre a numerosi altri passaggi).
Gli israeliani di sinistra tendono meno a concordare con ciò che dice la Bibbia al riguardo, o addirittura a esserne consapevoli, e quindi considerano la situazione più problematica.
Gli israeliani di destra tendono maggiormente a prendere sul serio le Scritture su questo tema e a vedere la situazione attuale come esattamente ciò che Dio aveva annunciato, e quindi sono meno preoccupati.
• Un richiamo strategico
Il sondaggio del JPPI dipinge un quadro di una società israeliana a un bivio: vigile verso l'esterno, ma insicura al suo interno, consapevole delle minacce tradizionali e allo stesso tempo profondamente preoccupata per le fratture all'interno dei propri confini.
Mentre lo Stato affronta guerre, mutamenti nell'ordine regionale e alleanze complesse, la paura più grande dell'opinione pubblica israeliana non è più un esercito straniero, ma il disgregarsi del tessuto nazionale stesso. La soluzione a questo problema è meno ovvia.
Nonostante le sue ridotte dimensioni geografiche e demografiche, Israele ospita un mix sempre più eterogeneo di gruppi e movimenti etnici, ideologici e religiosi, molti dei quali probabilmente non vivranno mai in armonia tra loro. L'unica cosa che sembra unire la maggioranza della popolazione è una grave crisi esistenziale imposta da un nemico esterno, e anche in questo caso solo per un periodo di tempo limitato.
(Israel Heute, 22 dicembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Intifada globale: gli allarmi lanciati dagli ebrei del mondo trovano conferma
Attacchi fisici e violenti contro ebrei in tutto il mondo, ma anche attentati sventati in nome dell’islamismo radicale, programmati per colpire mercatini di Natale e feste di capodanno: questi eventi non rappresentano una sequenza casuale di fatti di cronaca, ma il ritratto inquietante di una vera e propria Intifada globale sempre più radicalizzata.
di David Zebuloni
Il più grave attentato terroristico nella storia dell’Australia, avvenuto la scorsa settimana e diretto contro la comunità ebraica di Sydney, ha scosso non solo il lontano continente, ma l’intera comunità internazionale. Dopo due anni in cui gli ebrei di tutto il mondo hanno gridato “antisemitismo, antisemitismo”, mentre il resto del mondo liquidava quegli allarmi come il classico “al lupo, al lupo”, improvvisamente molti (non tutti, naturalmente) hanno iniziato a comprendere che forse avevano ragione. Che forse, davvero, gli ebrei vivono sotto una minaccia costante.
La tragedia sulle spiagge di Bondi, tuttavia, non è l’unico episodio antisemita registrato nell’ultima settimana. È il più grave, il più tragico, ma certamente non l’unico. Sotto il radar dell’attenzione pubblica, come accade ormai da due anni, episodi grandi e piccoli, più o meno violenti, continuano a scuotere la quotidianità degli ebrei della diaspora, erodendo progressivamente il loro senso di sicurezza.
In California, per esempio, la casa di una famiglia addobbata per la festa di Hanukkah è stata bersaglio di colpi di arma da fuoco. Un video diffuso sulla piattaforma X mostra un’auto che transita davanti all’abitazione, dalla quale vengono sparati circa venti proiettili contro l’edificio. Al termine della raffica si sente un grido che non lascia spazio a dubbi: “Fuck the Jews”. L’episodio si è concluso, per puro caso, senza feriti, ma il livello di allarme e di paura all’interno della comunità è ulteriormente aumentato.
A New York, intanto, alcuni membri della comunità di Chabad, sempre di ritorno da un evento di Hanukkah tenutosi a Manhattan, sono stati aggrediti nella metropolitana. Il sito The Yeshiva World ha riferito che due uomini sono saliti sul vagone e hanno iniziato a rivolgere ai giovani ebrei insulti e pesanti offese antisemite. Temendo per la propria incolumità e con l’intento di documentare l’accaduto per la polizia, uno dei ragazzi ha estratto il telefono cellulare e ha iniziato a filmare la scena.
In pochi istanti, le molestie verbali sono degenerate in violenza fisica: uno degli aggressori ha afferrato per il collo il ragazzo ebreo, completamente indifeso. Secondo le testimonianze, l’aggressione è proseguita con pugni, calci e spinte all’interno di un vagone affollato, mentre i passanti intervenivano solo in modo marginale. Una fermata dopo, ancora prima di raggiungere la loro destinazione, le giovani vittime sono scese dal treno in preda al panico.
E la situazione non accenna a migliorare. Questa settimana un professore ebreo del Massachusetts Institute of Technology è stato ucciso a colpi di pistola nella propria abitazione. Nuno Loureiro, 47 anni, noto per le sue posizioni apertamente filo-israeliane, è stato trovato in condizioni critiche nella sua casa nel prestigioso sobborgo di Brookline, nell’area di Boston. Trasportato d’urgenza in ospedale con ferite da arma da fuoco, è deceduto il giorno successivo. Le autorità statali hanno aperto un’indagine per omicidio, ma finora non sono stati effettuati arresti.
• Nemico è chi è contro la dottrina islamista
La realtà, tuttavia, ci mostra che a diventare bersaglio non sono soltanto gli ebrei, bensì chiunque non si allinei alla dottrina islamista più estrema, che negli ultimi anni ha messo radici profonde in Europa. Questa settimana cinque sospetti sono stati arrestati dalla polizia tedesca con l’accusa di aver pianificato un attentato terroristico in un mercatino di Natale nel sud della Baviera, nel distretto di Dingolfing-Landau. Secondo le autorità, il piano prevedeva “l’uso di un veicolo per uccidere o ferire il maggior numero possibile di persone”.
Un episodio analogo si è verificato in Polonia, dove uno studente di giurisprudenza di 19 anni è stato arrestato con l’accusa di aver pianificato un attentato in un mercatino di Natale. Le autorità hanno riferito che il giovane aveva “tentato di entrare in contatto con un’organizzazione terroristica islamista”. Durante le perquisizioni avvenuta a Lublino, gli agenti dei servizi di sicurezza interna hanno sequestrato dispositivi elettronici e documenti religiosi che potrebbero costituire prove rilevanti per l’indagine. Un giudice ha disposto la custodia cautelare del sospetto per tre mesi, in attesa del processo.
E si torna ancora una volta negli Stati Uniti, più precisamente a Los Angeles, dove un’organizzazione di estrema sinistra e filo-palestinese avrebbe pianificato, secondo gli inquirenti, di far esplodere zaini contenenti ordigni esplosivi nella notte di Capodanno, esattamente allo scoccare della mezzanotte. L’azione sarebbe dovuta essere, nelle intenzioni degli organizzatori, un atto di protesta contro “l’imperialismo americano”. Secondo l’FBI, i quattro arrestati erano già noti alle autorità per la loro ideologia anti-governativa e per precedenti azioni contro le forze dell’ordine.
Questi eventi non rappresentano una sequenza casuale di fatti di cronaca, ma il ritratto inquietante di una realtà globale (o meglio, di una vera e propria Intifada globale) sempre più radicalizzata. Antisemitismo, terrorismo ideologico e violenza politica non sono più fenomeni marginali, bensì elementi ormai integrati nella quotidianità dell’Occidente liberale: nelle strade, sui treni, nei mercati e persino nelle abitazioni private. Continuare a considerarli “eccezioni locali” o “falsi allarmi” significa, semplicemente, scegliere di chiudere gli occhi.
(Bet Magazine Mosaico, 22 dicembre 2025)
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Il senatore repubblicano Lindsey Graham chiede che ad Hamas venga dato un ultimatum
Il potente senatore repubblicano Lindsey Graham intervistato dal Times of Israel interviene a tutto campo su Hamas, Iran e Hezbollah
di Sarah G. Frankl
Ieri sul Times of Israel è stata pubblicata una intervista al senatore repubblicano degli Stati Uniti, Lindsey Graham, intervista che dovrebbe essere letta anche dai consiglieri del Presidente Trump. Ecco i punti salienti.
Primo punto: Ad Hamas dovrebbe essere data una scadenza per la consegna delle armi. Se tale data non venisse rispettata Israele avrà mano libera per riprendere le operazioni militari nella Striscia di Gaza.
La seconda fase del piano in 20 punti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per Gaza prevede il disarmo di Hamas e la smilitarizzazione della Striscia. Ma i leader del gruppo terroristico hanno dichiarato pubblicamente e costantemente che non rinunceranno a tutte le loro armi e non hanno mai aderito alla seconda fase del piano.
«Metteteli sotto pressione», ha detto il potente senatore repubblicano parlando da un hotel di Tel Aviv. «Se non si disarmano in modo credibile, allora scatenate Israele contro di loro».
Uno dei punti più importante della seconda fase del piano è la costituzione di una forza di pace internazionale che dia sicurezza durante la transizione di potere e la ricostruzione di Gaza, ma senza il completo disarmo di Hamas non ci sono paesi disposti a inviare propri soldati. O meglio, ci sarebbe la Turchia che però Israele giustamente non vuole per la sua vicinanza ad Hamas.
Domenica mattina, Graham ha incontrato il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar. La sua visita di due giorni precede di una settimana il viaggio programmato di Netanyahu negli Stati Uniti per incontrare Trump.
«Il mio consiglio al Presidente Trump è che finché Hamas non sarà fuori dai giochi militarmente e politicamente, le possibilità di successo saranno piuttosto remote», ha detto.
«Anche di fronte alla minaccia di nuove operazioni militari israeliane ad alta intensità a Gaza», ha affermato Graham, «ci sono poche possibilità che Hamas si disarmi volontariamente».
Secondo punto: l’Iran, sponsor di Hamas e di Hezbollah, sta tramando qualcosa. Israele è preoccupato che Teheran stia ricostruendo il suo arsenale di missili balistici. A Gerusalemme sono forse più preoccupati di questo che del programma nucleare.
Durante la prossima visita di Netanyahu alla Casa Bianca, il Premier israeliano presenterà al Presidente Trump il piano per un nuovo possibile attacco all’Iran.
«Se l’Iran sta davvero cercando di arricchire nuovamente l’uranio e di espandere il suo programma di missili balistici», ha affermato Graham, «sarebbe nel nostro interesse nazionale colpirlo ora».
Terzo punto: Hezbollah rifiuta di disarmare e di consegnare le armi all’esercito libanese. Secondo Graham anche in questo caso andrebbe data una scadenza temporale dopo di che Israele sarebbe libero di agire per disarmare Hezbollah con la forza. Noi aggiungiamo anche che secondo fonti di intelligence israeliane qualificate, il Partito di Dio sta ricevendo armi e denaro da Teheran nonostante i controlli.
Secondo Graham nel caso Hezbollah creasse problemi gli Stati Uniti si dovrebbero unire a Israele in una eventuale operazione in Libano.
(Rights Reporter, 22 dicembre 2025)
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L'UNESCO contraddittoria
Quest'anno l'UNESCO ha inserito nel suo patrimonio documentario mondiale un manoscritto del Talmud babilonese. Esso si trova nella Biblioteca statale bavarese di Monaco di Baviera. Il 19 novembre è stato consegnato il certificato. È una buona notizia. Tuttavia, l'organizzazione educativa delle Nazioni Unite contraddice se stessa con questa inclusione.
Il Codex hebraicus 95 della Biblioteca statale bavarese risale al 1345 ed è stato realizzato in Francia. È noto come il “manoscritto di Monaco del Talmud babilonese”. Il codice è l'unico manoscritto conservato al mondo che comprende l'intero testo di questa raccolta di discussioni e interpretazioni rabbiniche.
La motivazione dell'inserimento recita: “Con il suo contesto e la sua storia, questo manoscritto costituisce un ponte tra Oriente e Occidente ed è di importanza veramente globale. Grazie alla sua unicità, alla sua storia, al suo valore scientifico e al suo significato religioso, il manoscritto di Monaco del Talmud babilonese è uno dei tesori librari più preziosi e il patrimonio documentario più significativo dell'umanità”.
• Il Talmud tratta del Tempio di Gerusalemme
Un tema importante nel Talmud è il servizio del tempio ebraico a Gerusalemme. Il trattato “Sevachim” (Sacrifici) ne tratta ad esempio. Il Talmud contiene anche una descrizione dettagliata del santuario, distrutto dai Romani nel 70 d.C. Nel Talmud babilonese si legge (trattato Kiddushin, 69a): “Il Monte del Tempio e quindi anche Gerusalemme stessa sono situati più in alto rispetto al resto della terra”.
L'UNESCO, invece, in diverse risoluzioni sul Monte del Tempio ha utilizzato esclusivamente il nome arabo (“Haram el-Sharif”/“Santuario Sublime”). In questo modo ha ignorato il riferimento ebraico.
• Gli arabi riprendono l'occultamento del riferimento ebraico
La notizia si è diffusa anche tra gli arabi. Alcuni anni fa, durante una visita alla città vecchia di Gerusalemme, mi sono ritrovato coinvolto in una discussione con un commerciante arabo che voleva assolutamente vendermi qualcosa. Affermava addirittura che glielo avessi promesso. Durante la discussione ho menzionato il Monte del Tempio. Lui reagì con irritazione: non avevo forse notato che nemmeno l'UNESCO vedeva alcun riferimento ebraico a quell'area? Il nome corretto era “Haram el-Sharif”.
Nonostante la promessa da lui inventata, alla fine gli comprai qualcosa: due portachiavi con un candelabro a sette bracci su cui era scritto “Gerusalemme”. La menorah era un importante oggetto di culto nel Tempio di Gerusalemme. Sull'Arco di Tito a Roma è raffigurato come i soldati la trascinano via in un corteo trionfale insieme ad altri oggetti sacri del Tempio conquistati.
La contraddittorietà non si riscontra quindi solo nell'organizzazione culturale delle Nazioni Unite, ma anche negli arabi, che accettano con entusiasmo le loro affermazioni storicamente insostenibili.
L'UNESCO farebbe bene a prendere sul serio documenti come il manoscritto di Monaco ora riconosciuto anche nelle risoluzioni pertinenti su Gerusalemme e a chiarire il legame ebraico con il Monte del Tempio. Perché solo i profani della cultura ignorano le verità storiche quando fa comodo loro.
(Israelnetz, 22 dicembre 2025)
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Netaim, un ponte educativo tra Israele e le scuole ebraiche in Italia
di Gilat Makme
Nei giorni scorsi il progetto educativo israeliano Netaim è arrivato nelle scuole ebraiche in Italia, portando con sé energia, contenuti e un forte spirito di connessione. Dopo alcune giornate di attività nella scuola ebraica di Roma, una delegazione di tre giovani educatrici israeliane ha fatto tappa anche a Torino, dove ha incontrato studenti dalla scuola dell’infanzia fino alla scuola secondaria. Il progetto Netaim nasce in Israele con l’obiettivo di creare un ponte vivo e concreto tra Israele e il mondo ebraico della diaspora. Attraverso missioni educative in occasione delle festività, il progetto invia educatori ed educatrici nelle scuole ebraiche di tutto il mondo per rafforzare l’identità ebraico-israeliana, il legame con Israele e la lingua ebraica. Le attività proposte si basano sui principi dell’educazione non formale: imparare facendo, attraverso il gioco, il movimento, la musica, il dialogo e la creatività. In questi giorni dedicati a Chanukkà, i bambini e i ragazzi hanno cantato, ballato, ascoltato e parlato ebraico, scoperto i valori della festa e riflettuto sul significato della luce, della resilienza e dell’identità. Sia a Roma sia a Torino, l’accoglienza è stata estremamente positiva. Studenti e insegnanti hanno partecipato con entusiasmo, apprezzando un approccio educativo dinamico, inclusivo e adattato alle diverse fasce d’età. Le educatrici hanno saputo creare un clima di coinvolgimento e curiosità, portando in classe storie, esperienze e voci autentiche da Israele. La visita di Netaim ha rappresentato non solo un momento di festa e apprendimento, ma anche un esempio concreto di come l’educazione possa rafforzare il senso di appartenenza e il dialogo tra Israele e le comunità ebraiche nel mondo.
(Shalom, 22 dicembre 2025)
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Un'interpretazione salvifica di Galati 4,4-5 e un incoraggiamento per il nostro tempo
di Norbert Lieth
• 1. Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio...
Un proverbio dice: «Alla fine tutto andrà bene, e se non va ancora bene, allora non è ancora la fine».
Ne è un chiaro esempio un uomo di nome Michea, vissuto nell'VIII secolo a.C., contemporaneo del profeta Isaia. Tuttavia, non era così famoso come quest'ultimo; il suo libro comprende solo sette capitoli. Ma almeno una delle sue profezie è nota in tutta la cristianità e famosa in tutto il mondo:
«E tu, Betlemme Efrata, troppo piccola per essere tra le migliaia di Giuda, da te uscirà colui che sarà il sovrano d'Israele; e le sue origini sono dall'eternità, dai giorni dell'antichità» (Michea 5,1).
Cosa significa questo?
Betlemme, tu sei troppo piccola, troppo insignificante... per essere annoverata tra le grandi città di Giuda. Ma proprio da te verrà il più grande, le cui origini sono dall'eternità, cioè dai tempi antichi. Egli regnerà su Israele.
Scofield disse: «Questo conferisce alla piccola Betlemme la massima importanza. Qui non nasce un uomo da uomini, ma Dio si fa uomo».
Gesù è il culmine della storia - allora, oggi e in futuro.
In Matteo 2,6 leggiamo dell'adempimento:
«E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei affatto la più piccola tra i principi di Giuda, perché da te uscirà un capo che pascerà il mio popolo Israele».
Notiamo la sfumatura leggermente diversa ispirata dallo Spirito Santo. In Michea, prima della nascita di Gesù, si diceva: «troppo piccola...». Matteo scrive dopo la nascita di Gesù: «non sarà affatto la più piccola».
Qual è la differenza? La venuta di Gesù. Con la nascita di Cristo a Betlemme, il luogo acquista un'importanza suprema e mondiale.
Questo mi ricorda ciò che Paolo dice della comunità:
«Considerate la vostra vocazione, fratelli: non ci sono molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili; ma Dio ha scelto le cose stolte del mondo ... le deboli ... le ignobili e le disprezzate ... quelle che non sono nulla» (1 Corinzi 1,26-27).
Gesù dà significato alla tua vita. Lui fa la differenza. Senza di lui, ti perdi nella massa senza significato, con lui sali alle vette celesti. Quando Gesù nasce in te, raggiungi il massimo significato. Miriadi di angeli ti conoscono: «Così c'è gioia in cielo per un peccatore che si pente».
Ma prima che Gesù nascesse a Betlemme, trascorse molto tempo e accaddero molti eventi che avrebbero potuto far pensare che la promessa non si sarebbe mai avverata. L'arrivo del Messia fu profetizzato settecento anni prima della nascita di Gesù, ma poi trascorsero trecento anni in cui la parola non si adempì. E poi, dopo Malachia, l'ultimo profeta dell'Antico Testamento, Dio rimase in silenzio per quattrocento anni, fino a Giovanni Battista.
Non soffriamo anche noi a volte per il silenzio di Dio? In questi settecento anni si verificarono sconvolgimenti politici e culturali a livello mondiale. I Greci avevano sconfitto i Persiani e ora erano anche i signori di Israele. Così si diffusero la cultura greca, il suo stile di vita, la sua filosofia e la sua lingua.
In Israele, in questo periodo si verificò una divisione interna e sorsero due forti gruppi religiosi: i farisei, che aggiunsero molte leggi speciali alla legge di Mosè, e i sadducei, che avevano un atteggiamento più liberale. Essi erano influenzati dal pensiero greco, rifiutavano di credere nella resurrezione e accettavano solo i libri di Mosè. Entrambe le parti avevano una grande influenza religiosa e politica in Israele.
Se ci chiediamo: «Cosa è vero e cosa non lo è? A cosa posso aggrapparmi?», ci rendiamo conto che la base più sicura è offerta dalla Bibbia.
Poi Roma salì al potere mondiale e nel 63 a.C. i Romani occuparono la terra d'Israele e da allora la governarono. In quel periodo non insediarono un re ebreo in Israele, ma nominarono re l'Edomita Erode. Gli governatori romani avevano il comando e il potere su Israele non era detenuto da un sovrano ebreo, ma dal Cesare di Roma.
Maria e Giuseppe vivevano allora a Nazareth.
Tutto sembrava andare contro la profezia. Tutto sembrava allontanarsi sempre di più. Ma la verità era che il compimento si avvicinava sempre di più. Giunse il momento in cui Dio mandò suo Figlio nel mondo come Salvatore. Quello fu il culmine di tutta la storia.
«Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna e sottoposto alla legge, perché riscattasse quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l'adozione a figli» (Gal 4,4-5).
Un decreto imperiale chiamò Giuseppe e Maria da Nazareth a Betlemme. Il greco era diventato la lingua mondiale, ideale per la diffusione del Vangelo. Si può dire che Dio ha fatto della lingua greca, flessibile ed espressiva, il veicolo del Vangelo; e la Grecia filosofica è diventata la culla della comunità delle nazioni.
I Romani avevano costruito strade che favorivano la diffusione del Vangelo. Regnava una pace sufficiente (Pax Romana) e la libertà di viaggiare, il che favoriva ulteriormente la diffusione del Vangelo.
Paolo era cittadino romano. Con la frase civis romanus sum («Sono cittadino romano») si faceva riferimento al diritto di cittadinanza romana in tutto l'Impero Romano. Non da ultimo per questo motivo Paolo fu chiamato da Dio in quel periodo. In seguito avrebbe raggiunto gran parte del mondo di allora con il Vangelo.
Ciò che sembrava così oscuro, dove non sembrava più esserci luce, ciò che sembrava così confuso e difficilmente risolvibile, dove tutto sembrava regnare tranne Dio, divenne l'ora di Dio!
Possiamo applicare questo anche oggi alla nostra vita personale e agli eventi mondiali. Possiamo crederci, anche in vista del ritorno di Gesù.
Egli ha il suo programma per quanto riguarda la sua storia della salvezza.
Questo è spesso in contraddizione con il pensiero umano e il senso del tempo.
Il tempo e gli eventi prima di Cristo erano tutti un'introduzione al Salvatore del mondo. Il tempo dopo Cristo è tutto un preludio al sovrano del mondo. La sua prima venuta ha risolto la questione della colpa, la sua seconda venuta risolverà la questione del potere. Gustav Heinemann ha pronunciato la famosa frase: «I signori di questo mondo se ne vanno, Gesù Cristo viene!»
Un resoconto che coincide nei dettagli con quello della Bibbia si trova in Flavio Giuseppe:
«Erano ormai trascorsi tre anni da quando lui (Erode Agrippa) era in possesso di tutta la Giudea, quando si recò a Cesarea, che in precedenza si chiamava Stratonsturm. Qui organizzò spettacoli in onore dell'imperatore, perché sapeva che proprio in quel momento si stava celebrando una festa religiosa in suo onore; a questa festa si riunì una grande folla di grandi e potenti provenienti da tutta la provincia. Il secondo giorno, all'alba, si recò al teatro indossando un abito lavorato con meravigliosa maestria interamente in argento. Qui l'argento, colpito dai primi raggi del sole, appariva in uno splendore così meraviglioso che l'occhio doveva distogliere lo sguardo, abbagliato e trepidante. Allo stesso tempo i suoi adulatori lo acclamavano da ogni parte, chiamandolo Dio e dicendo: «Sii misericordioso con noi! Anche se finora ti abbiamo considerato un essere umano, d'ora in poi vogliamo venerare in te qualcosa di più elevato di un essere mortale». Il re non li rimproverò e non respinse le loro lusinghe blasfeme; ma poco dopo, quando alzò lo sguardo, vide sopra la sua testa il gufo reale che gli era ben noto, appollaiato su una corda. Sapeva che quello che in passato gli aveva predetto la fortuna, ora gli annunciava una grave sventura, e per questo provò un amaro rimorso. Non passò molto tempo, però, che le sue viscere furono lacerate da dolori terribili, che iniziarono con una violenza inaudita... Si fece quindi portare rapidamente nella sua dimora e ben presto si sparse la voce che fosse in fin di vita... Dopo aver sopportato per altri cinque giorni il tormento nelle viscere, morì all'età di 54 anni e nel settimo anno del suo regno» (Antichità giudaiche, XIX.8.2).
I signori di questo mondo se ne vanno, Gesù Cristo viene.
• 2 .... Dio mandò suo Figlio, nato da una donna
Recentemente si è letto che il primo ministro israeliano sarebbe disposto a pagare 5 milioni di dollari per ogni ostaggio liberato dalla Striscia di Gaza. Immaginiamo ora che egli si offra come ostaggio in cambio della loro liberazione.
Gesù Cristo lo ha fatto. Il Creatore è diventato creatura; è venuto nel nostro mondo per liberarci dal giogo del peccato e dalle sue conseguenze.
Gesù è il culmine della storia - allora, oggi e in futuro.
Solo come uomo poteva vincere la morte, conseguenza del peccato (Ebrei 2,14-15). Rinunciò ai suoi diritti divini (Filippesi 2,6-7) e venne nei limiti di questo mondo. Divenne in tutto simile a noi, eccetto che nel peccato.
Il Figlio eterno di Dio diventa il Figlio dell'uomo.
«Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con le nostre debolezze, ma uno che è stato tentato in ogni cosa come noi, eccetto il peccato» (Ebrei 4,15).
Il Creatore sa cosa significa essere umani. Conosce tutti gli alti e bassi dell'esistenza umana, tutte le prove, le tentazioni, le oscillazioni emotive e le paure. Non viene come giudice, ma come salvatore. Viene come colui che perdona i peccati e redime dalle colpe. Viene e ci porta l'amore di Dio.
Avvento significa che Dio viene per venire a vivere con noi, ma anche per farci entrare nella sua gloria.
• 3 .... e sottoposto alla legge, affinché liberasse coloro che erano sotto la legge
« ... poiché quello che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva debole, Dio lo ha fatto mandando il proprio Figlio in carne simile a carne di peccato e, a motivo del peccato, ha condannato il peccato nella carne, affinché il comandamento della legge fosse adempiuto in noi, che camminiamo non secondo la carne, ma secondo lo Spirito» (Romani 8,3-4).
Qualcuno una volta disse: «La legge rende peccatori anche i più grandi santi; il Vangelo rende santi i più grandi peccatori». E Gesù libera tutti gli uomini dalla schiavitù del peccato, dalla legge del cuore che ci condanna.
La seguente storia sottolinea questa verità: «John Newton, l'uomo che scrisse l'inno più popolare e conosciuto d'America, Amazing Grace, lo sapeva bene. Era figlio unico e sua madre morì quando lui aveva solo sette anni. Divenne marinaio e all'età di undici anni prese il mare. Da adulto divenne capitano di una nave negriera e partecipò attivamente alle terribili umiliazioni e alla disumanità della tratta degli schiavi. Ma quando aveva ventitré anni, il 10 marzo 1748, mentre la sua nave era in pericolo di affondare al largo della costa di Terranova, gridò a Dio chiedendo pietà e la trovò. Non dimenticò mai quanto fosse incredibile che Dio lo avesse accolto, per quanto fosse malvagio. Per ricordarselo, appese alla parete sopra la mensola del camino del suo studio le parole di Deuteronomio 15:15: «Ricordati che sei stato schiavo in Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha liberato». Se teniamo a mente questo – ciò che eravamo un tempo e ciò che siamo ora in Gesù Cristo – faremo bene il nostro dovere.
I figli di Dio fanno la volontà di Dio, non per dovere, non per obbedienza alla legge, non per paura. Dio ha dato loro una nuova natura in Cristo: un cuore nuovo che vuole fare il bene e non il male. È un impulso ispirato dallo Spirito a seguire la legge dello Spirito del Nuovo Testamento. Sono diventati servitori della Nuova Alleanza.
Nell'Antica Alleanza Dio guidava dall'esterno. Nella Nuova Alleanza Dio guida dall'interno. Nell'Antica Alleanza c'era la colonna di fuoco sopra tutto il popolo. Nella Nuova Alleanza, nel giorno di Pentecoste, apparvero lingue di fuoco che si posarono su ciascuno di loro. Dove viene introdotta una Nuova Alleanza, l'Antica Alleanza viene abolita (Ebrei 8,13).
Non si mette una toppa nuova su un vestito vecchio, né si versa vino nuovo in otri vecchi (Marco 2,21-22). L'Antico Patto era un patto tra Dio e Israele. Comprendeva leggi e prescrizioni che regolavano la vita e il culto del popolo. Il Nuovo Patto si basa sulla grazia e sul sacrificio di Gesù Cristo, che ha adempiuto tutto e vale per tutti. Attraverso di lui si instaura un tipo di relazione completamente nuovo tra Dio e gli uomini; si instaura un rapporto personale attraverso lo Spirito Santo che dimora in noi.
• 4 ... affinché egli riscattasse quelli che erano sotto la legge, affinché ricevessimo l'adozione a figli
Qui è avvenuto un cambiamento, prima: la redenzione dalla legge, poi: l'introduzione nell'adozione a figli. Si è creato un rapporto completamente nuovo.
Ti ricordi quando tuo figlio ha detto «papà» per la prima volta? Che gioia è stata!
Tutta la paternità e la famiglia hanno la loro origine in Dio, il Padre celeste (Efesini 3,14-15). Forse non hai avuto un padre esemplare. Ma in Dio lo hai.
Il termine «padre» era già presente nell'Antico Testamento. Esprimeva il rapporto del popolo d'Israele con Dio, ma non il rapporto personale del singolo con Lui. Nel Nuovo Testamento le cose sono cambiate.
Attraverso Gesù siamo guidati verso un nuovo rapporto; attraverso una nuova nascita diventiamo figli e figlie di Dio e possiamo chiamare Dio «Padre».
«Poiché voi non avete ricevuto lo spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, per il quale gridiamo: “Abbà! Padre!”. 16 Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio 17 e, se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pur soffriamo con lui, affinché siamo anche glorificati con lui.
La gloria futura dei figli di Dio. Perché io stimo che le sofferenze del tempo presente non siano per nulla paragonabili alla gloria che deve essere manifestata a nostro riguardo. 19 Infatti la creazione aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio» (Romani 8,15-18).
L'opera di redenzione di Gesù non consiste solo nel perdono dei peccati e nella salvezza; essa ha un effetto molto più profondo: Dio è diventato nostro Padre. Questo è un rapporto diverso da quello che si ha con un capo di Stato o un re. Invece di vivere nella paura e nella schiavitù, possiamo invocare Dio come nostro amorevole Padre.
C. H. Spurgeon disse: «Forse conosci un giudice. Guardalo mentre esercita la sua funzione in toga. Lo guardi con rispetto e non oseresti rivolgerti a lui in modo diverso da: “Signor Giudice, “Signor Consigliere “ o “ Signor Presidente “. Al termine del suo orario di lavoro, torna a casa. A casa ha un figlioletto che gli corre incontro e, senza badare al suo rango o al suo abito, si arrampica sulle spalle del padre. “ Ma Hans, non è molto irrispettoso da parte tua? “ gli chiedi. “ Oh, è mio padre! “ risponde il ragazzino, e il padre dice: “ Sì, Hans, sono io, e non desidero che tu ti rivolga a me come fanno le persone in tribunale, chiamandomi “ Signor Giudice “. Così ai figli di Dio è permesso di essere completamente schietti con Dio, e Dio non lo considera come una libertà indebita che ci si prende nei suoi confronti. Al contrario, gli fa piacere quando si presentano davanti a lui con gioia, con spirito infantile» (Il libro delle immagini e delle parabole, Oncken, 1903).
Così, attraverso Gesù, siamo diventati suoi eredi. Apparteniamo alla famiglia divina. Ciò significa che attraverso Gesù abbiamo parte in tutto ciò che appartiene a Dio. Siamo coeredi con Cristo, il che significa che siamo inclusi nella gloria che appartiene a Cristo.
Non vivere come un orfano se tuo padre è vivo! Tuttavia, essere figli di Dio significa anche dover sopportare la sofferenza. Il Natale ci ha portato una grande gioia, ma dalla mangiatoia alla croce il cammino del Signore Gesù è stato un cammino di sofferenza. Eppure è risorto nella gloria e, al momento della sua ascensione, è stato coronato di gloria e onore (Ebrei 2,9).
«Alla fine tutto andrà bene, e se non va ancora bene, allora non è ancora la fine.»
(Mitternachtsruf, dicembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 4
Israele sconfitto dai Filistei che si impadroniscono dell'arca.
- Israele uscì contro i Filistei per dare battaglia, e si accampò presso Eben-Ezer; i Filistei erano accampati presso Afec. I Filistei si schierarono in battaglia di fronte a Israele e, ingaggiato il combattimento, Israele fu sconfitto dai Filistei, che uccisero sul campo di battaglia circa quattromila uomini. Quando il popolo fu tornato nell'accampamento, gli anziani d'Israele dissero: “Perché l'Eterno oggi ci ha sconfitti davanti ai Filistei? Andiamo a prendere a Silo l'arca del patto dell'Eterno, e venga in mezzo a noi e ci salvi dalle mani dei nostri nemici!”. Il popolo quindi mandò gente a Silo, e di là fu portata l'arca del patto dell'Eterno degli eserciti, il quale sta fra i cherubini; e i due figli di Eli, Ofni e Fineas, erano là, con l'arca del patto di Dio.
Morte dei figli di Eli
- Quando l'arca del patto dell'Eterno entrò nell'accampamento, tutto Israele elevò grandi grida di gioia, così che ne rimbombò la terra. I Filistei, all'udire quelle alte grida, dissero: “Che significano queste grandi grida nell'accampamento degli Ebrei?”. E seppero che l'arca dell'Eterno era arrivata nell'accampamento. E i Filistei ebbero paura, perché dicevano: “Dio è venuto nell'accampamento”. Ed esclamarono: “Guai a noi! poiché non era così nei giorni passati. Guai a noi! Chi ci salverà dalle mani di questi dèi potenti? Questi sono gli dèi che colpirono gli Egiziani con ogni sorta di piaghe nel deserto. Siate forti, Filistei, e comportatevi da uomini, affinché non diventiate schiavi degli Ebrei, come essi sono stati schiavi vostri! Comportatevi da uomini e combattete!”. I Filistei dunque combatterono, Israele fu sconfitto e ciascuno se ne fuggì nella sua tenda. La strage fu enorme, e caddero trentamila fanti d'Israele. L'arca di Dio fu presa, e i due figli di Eli, Ofni e Fineas, morirono.
Morte di Eli
- Un uomo di Beniamino, fuggito dal campo di battaglia, giunse correndo a Silo quello stesso giorno, con le vesti stracciate e la testa coperta di terra. Al suo arrivo, ecco che Eli stava sull'orlo della strada, seduto sulla sua sedia, aspettando ansiosamente, perché gli tremava il cuore per l'arca di Dio. Quando quell'uomo entrò nella città portando la notizia, un grido si alzò da tutta la città. Ed Eli, udendo lo strepito delle grida, disse: “Che significa il chiasso di questo tumulto?”. E quell'uomo andò in fretta a portare la notizia a Eli. Ora Eli aveva novantott'anni; la vista gli era venuta meno, pertanto non poteva vedere. Quell'uomo gli disse: “Sono io che vengo dal campo di battaglia e che ne sono fuggito oggi”. Ed Eli disse: “Com'è andata la cosa, figlio mio?”. E colui che portava la notizia, rispondendo, disse: “Israele è fuggito davanti ai Filistei e c'è stata una grande strage fra il popolo; anche i tuoi due figli, Ofni e Fineas, sono morti, e l'arca di Dio è stata presa”. Appena ebbe menzionato l'arca di Dio, Eli cadde dal suo seggio all'indietro, accanto alla porta, si ruppe la nuca e morì, perché era un uomo vecchio e pesante. Era stato giudice d'Israele quarant'anni.
Morte della nuora di Eli
- Sua nuora, moglie di Fineas, era incinta e prossima al parto; quando udì la notizia che l'arca di Dio era presa e che suo suocero e suo marito erano morti, si curvò e partorì, perché sorpresa a un tratto dai dolori. Mentre stava per morire, le donne che l'assistevano le dissero: “Non temere, poiché hai partorito un figlio”. Ma lei non rispose e non ne fece caso. E chiamò il suo bambino Icabod, dicendo: “La gloria si è allontanata da Israele”, perché l'arca di Dio era stata presa, e a causa del suocero e del marito. E disse: “La gloria si è allontanata da Israele, perché l'arca di Dio è stata presa”.
(Notizie su Israele, 20 dicembre 2025)
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Israele. La pace come miraggio, il riarmo come certezza
di Shira Navon
A Washington e nelle capitali occidentali si discute con eleganza e doverosa apprensione del “giorno dopo”, ma a Gaza il tempo sembra congelato. Il piano Trump promette disarmo, stabilizzazione e una nuova architettura politica per la Striscia; peccato che, sul terreno, la realtà segua una traiettoria diversa, ostinata e, senza apparire allarmisti, brutale. Hamas non è scomparsa, non è collassata, non ha deposto le armi. L’organizzazione criminale sopravvive, si riorganizza e recluta. Ma soprattutto aspetta.
La distanza tra il progetto americano e ciò che accade realmente a Gaza è ormai strutturale. L’idea di una forza internazionale incaricata di disarmare Hamas appare, agli occhi di gran parte degli addetti alla sicurezza israeliani, poco più di una costruzione teorica. Non esiste oggi una forza, né locale né esterna, in grado o disposta ad affrontare decine di migliaia di miliziani radicati nel territorio, protetti da ciò che resta della rete di tunnel e da un controllo sociale che, pur indebolito, resta attivo. Il cessate il fuoco, lungi dall’essere una parentesi neutra, ha creato lo spazio necessario perché Hamas tornasse in superficie, ristabilisse le proprie gerarchie locali e riaffermasse il monopolio della forza.
La Striscia è devastata, priva di risorse e schiacciata da una crisi umanitaria profonda. Ed è proprio l’assenza di un’alternativa politica credibile ad aver consentito – e a continuare a consentire – ad Hamas di colmare il vuoto. Non come il regime compatto e onnipotente di prima del 7 ottobre, ma come un potere di fatto che gestisce l’ordine pubblico, la distribuzione degli aiuti, i mercati e i prezzi. Chi osa discostarsi viene punito, e in modo durissimo, proprio per non lasciare spazio a dubbi su chi comanda. Non si tratta di una rinascita trionfale, quanto di una sopravvivenza organizzata. E a Hamas questo basta e avanza.
A rafforzare questo quadro c’è un altro elemento che raramente entra nel dibattito occidentale: Hamas sta reclutando in modo massiccio. Migliaia di nuovi combattenti starebbero già affluendo nelle sue fila. Meir Dahan, specialista di questioni di sicurezza, descrive questa dinamica come uno degli aspetti più sottovalutati della fase attuale. In una Gaza distrutta, senza lavoro né prospettive, il reclutamento non è un problema ma una leva. Bastano pochi dollari, un’arma, una promessa di appartenenza. Questo dato pesa direttamente sulla strategia israeliana, perché indica che Hamas non si limita a resistere: sta lentamente ricostruendo il proprio capitale umano militare.
Il punto centrale, spesso eluso nel dibattito occidentale, è che Hamas non mostra alcuna intenzione di disarmare davvero. Le dichiarazioni della sua leadership sono esplicite: le armi resteranno finché non esisterà uno Stato palestinese. Tutto il resto è tattica. Distinzioni tra armi “offensive” e “difensive”, depositi sorvegliati, processi graduali: formule che consentono di negoziare senza cedere il cuore del potere. È qui che si annida il bluff: un disarmo sulla carta, accompagnato da una realtà in cui fucili, RPG e milizie restano intatti.
In questo quadro, il ruolo di Qatar e Turchia diventa decisivo. Entrambi spingono per soluzioni che preservino Hamas come attore rilevante, mascherando la continuità sotto il linguaggio della stabilizzazione. Il loro peso su Washington è noto, così come l’interesse a evitare che Gaza diventi un precedente di smantellamento reale di un’organizzazione armata islamista. Il rischio per Israele è evidente: una distensione temporanea che congela l’azione militare e consente ad Hamas di completare la propria riorganizzazione. Due anni di calma apparente possono bastare per preparare il prossimo round.
L’ansia americana di “voltare pagina” rischia così di trasformarsi in un campo minato strategico. Se Hamas resterà in piedi, il messaggio che si diffonderà nell’intero asse della resistenza sarà chiaro: Israele non è riuscito a sconfiggerci. Da Gaza a Beirut, da Teheran a Sana’a, la lezione sarebbe una sola. E le conseguenze non si fermerebbero ai confini della Striscia.
Il paragone con il Libano si impone come un avvertimento. Un territorio in cui un’organizzazione armata resta sovrana di fatto, mentre lo Stato è assente o impotente, è la definizione stessa di instabilità permanente. Senza un progetto politico solido, senza un’alternativa palestinese credibile e sostenuta, Gaza rischia di diventare una nuova versione di quel modello: Hamas indebolita ma intoccabile, Israele costretto a interventi periodici, la guerra sempre rimandata ma mai conclusa.
La verità, scomoda ma impossibile da ignorare, è che nessuno oggi sembra davvero pronto a disarmare Hamas: non la comunità internazionale, non le forze regionali, non i mediatori. L’unica opzione che resta sul tavolo, prima o poi, è quella che nessuno vuole nominare apertamente: un capitolo due della guerra. Non perché sia inevitabile per natura, ma perché lo diventa quando la politica si accontenta dei bluff e chi controlla le armi non ha alcun interesse a posarle.
(Setteottobre, 20 dicembre 2025)
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Posa della prima pietra della metropolitana di Tel Aviv: il più grande progetto infrastrutturale di Israele diventa realtà
Tre linee, 109 stazioni sotterranee e fino a due milioni di passeggeri al giorno: la nuova metropolitana cambierà in modo sostenibile il traffico nel centro del Paese.
di Dov Eilon
GERUSALEMME - Con un atto simbolico a Petach Tikva, Israele ha compiuto un passo storico nell'espansione delle sue infrastrutture. Giovedì il primo ministro Benjamin Netanyahu ha posato la prima pietra della metropolitana di Tel Aviv, una rete ferroviaria sotterranea considerata il più grande progetto infrastrutturale nella storia del Paese. Un progetto di cui si è parlato per decenni e che ora sta per essere realizzato.
Nel suo discorso, Netanyahu ha ricordato che già il fondatore dello Stato di Israele, David Ben-Gurion, aveva parlato di una ferrovia sotterranea nel centro densamente popolato del Paese. “Molti ne hanno parlato”, ha detto il primo ministro. “Ma le parole da sole non bastano”. I sogni sono necessari, ma senza la loro realizzazione rimangono privi di significato. “Abbiamo promesso, manterremo questa promessa e la realizzeremo”.
Il progetto ha dimensioni enormi. Si prevede di investire circa 50 miliardi di dollari USA per costruire un sistema metropolitano in grado di trasportare fino a due milioni di persone al giorno. La messa in funzione è prevista tra circa un decennio e mezzo. Sono previste tre linee principali con una lunghezza totale di circa 160 chilometri e 109 stazioni completamente sotterranee. La rete si estenderà su 24 comuni nell'area metropolitana di Tel Aviv, da Kfar Saba e Ra'anana a nord fino a Rehovot e Lod a sud.
La metropolitana è concepita come la spina dorsale di un nuovo sistema di trasporto integrato. Sarà collegata alla metropolitana leggera di Tel Aviv, la cui prima linea è entrata in funzione due anni fa, nonché ad altri collegamenti ferroviari esistenti e in progetto. L'obiettivo è quello di creare una rete efficiente che alleggerisca in modo significativo il traffico stradale cronicamente congestionato nel centro economico e demografico di Israele.
L'area metropolitana di Tel Aviv è una delle regioni più densamente popolate del Paese. Da anni il numero di veicoli cresce più rapidamente delle infrastrutture di trasporto. Ingorghi, lunghi tempi di pendolarismo e un elevato impatto ambientale caratterizzano la vita quotidiana di molte persone. La nuova metropolitana dovrebbe portare un cambiamento fondamentale in questo senso, con collegamenti rapidi, frequenze elevate e una capacità che corrisponde al fabbisogno effettivo.
Durante la cerimonia di posa della prima pietra, il ministro dei Trasporti Miri Regev ha parlato di un progetto di portata nazionale. La metropolitana non solo cambierà la mappa dei trasporti di Israele, ma porrà il Paese al livello dei principali progetti infrastrutturali internazionali. Oltre ad alleggerire il traffico, il governo spera di ottenere impulsi economici, una migliore qualità della vita e uno sviluppo urbano più sostenibile.
Nonostante i costi enormi e i lunghi tempi di costruzione, il progetto è considerato necessario da tutti i partiti. Israele sta crescendo dal punto di vista demografico, economico e territoriale. Senza un massiccio potenziamento del trasporto pubblico, il centro del Paese rischia di raggiungere definitivamente i propri limiti. Con la metropolitana di Tel Aviv, Israele investe in un futuro in cui la mobilità non sarà più un collo di bottiglia, ma un pilastro fondamentale della vita urbana.
(Israel Heute, 20 dicembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele è forte perché è libero
di Iuri Maria Prado
Non è un caso che Israele, nonostante sia bersagliato da ogni fronte diplomatico e politico, proprio in questi giorni concluda contratti e instauri rapporti di scambio commerciale con i Paesi a democrazia avanzata. Succede perché Israele è forte. Ma non è forte perché ha un esercito forte. Israele è forte perché ha investito in sapere scientifico, in ricerca, nell’istruzione, nell’avanzamento tecnologico.
Soprattutto, Israele è forte perché la società israeliana è libera e perché sono liberi i cittadini che l’hanno costruita. Le reti produttive, finanziarie e industriali delle democrazie economicamente avanzate che commerciano e definiscono protocolli di collaborazione con Israele non lo fanno valutando il numero dei carri armati e dei caccia di cui dispone lo Stato ebraico. Lo fanno perché Israele è affidabile, e perché rinunciare a esserne partner significa rinunciare a possibilità di sviluppo e di posizionamento competitivo. Se non è mai esistita nessuna politica di isolamento, di embarghi e boicottaggi nei confronti delle democrazie economicamente avanzate non è perché queste proteggevano con le armi la propria azione produttiva e commerciale: è perché l’efficienza di quelle economie, fondate su società libere e sorrette da sistemi democratici affidabili, remuneravano in benessere più diffuso e in maggiore stabilità il circuito dei partecipanti a quel sistema virtuoso.
Per questo motivo non funzionano le architetture di blocco disegnate nelle risoluzioni, nelle mozioni, nelle raccomandazioni rivolte alla chiusura dei rapporti economici e commerciali con Israele. Non perché sono ingiuste, ma perché sono incompatibili con la realtà che va necessariamente da un’altra parte perché non può rimanere inviluppata in quelle limitazioni insensate. Non senza ricordare che, oltretutto, non una delle iniziative vagheggiate in campo internazionale e umanitario a detrimento delle possibilità produttive, economiche e commerciali di Israele porterebbe qualsiasi vantaggio alla popolazione palestinese, né avvicinerebbe anche solo di poco la soluzione del conflitto. I sistemi di difesa, i farmaci, le biotecnologie, le intelligenze artificiali, le invenzioni nella produzione agricola, i ritrovati in campo medico, sanitario e diagnostico che vengono da Israele arricchiscono di progresso le società che li adottano e se ne valgono. Immaginare che si tratti di un dispositivo di profitto organizzato dall’entità coloniale che scarica bombe sul diritto di autodeterminazione dei palestinesi, magari con la complicità di multinazionali e Stati senza scrupoli, va bene per i pamphlet delle agitatrici dell’Onu che straparlano di “economia del genocidio”. Ma sono soltanto, ancora una volta, desolanti dimostrazioni di ideologico attaccamento all’irrealtà. Se Israele prospera, essendo passato in pochi decenni da un’economia da Terzo Mondo alla posizione attuale, cioè al vertice qualitativo dei sistemi democraticamente avanzati, è perché ha investito in sé stesso, nella propria libertà e nel proprio futuro. È perché non ha investito in una rete di tunnel. Resta così anche se si fa finta che non sia così.
(Il Riformista, 20 dicembre 2025)
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Strage a Fiumicino, un docufilm racconta il terrorismo palestinese in Italia
Forse pochi lo ricordano ma il terrorismo palestinese è stato l’artefice di una lunga scia di morti in Italia. Accadde davanti al Tempio Maggiore di Roma, nell’attentato del 9 ottobre 1982 costato la vita al piccolo Stefano Gaj Taché. E per due volte è successo all’aeroporto di Fiumicino. La prima, il 17 dicembre del 1973, un commando sparò all’impazzata nel terminal e poi diede fuoco ai passeggeri di un boeing della Pan Am diretto a Teheran, uccidendo in tutto 34 persone. La seconda, il 27 dicembre del 1985, uomini collegati ad Abu Nidal aprirono il fuoco contro i passeggeri in coda per il check-in dei bagagli agli sportelli dell’israeliana El Al e dell’americana TWA, facendo 13 vittime. Un docufilm punta a rinfrescare la memoria di chi avesse dimenticato. Si tratta di “Fiumicino 1985 – Attacco all’aeroporto”, scritto da Luca Lancise e diretto da Simone Manetti. Prodotto da Think Cattleya in collaborazione Rai Documentari, il docufilm sarà trasmesso dal servizio pubblico nel giorno dell’anniversario, ma è stato intanto proiettato alla Sala della Regina di Palazzo Montecitorio.
Come ha spiegato il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, attentati come quello del 1985 sono «attacchi contro ognuno di noi» e «fin quando ciò non sarà chiaro e patrimonio di tutti» non sarà davvero possibile contrastare con forza il terrorismo. «Cosa c’è di diverso tra l’attentato di Fiumicino e il 7 ottobre?», si è poi chiesto Mulè. «Nulla, perché è lo stesso identico, sistematico e ridondante messaggio di odio che viene ripetuto nel tempo». È lo stesso pensiero di Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera, secondo il quale «quell’integralismo è lo stesso demone che abbiamo visto riaffiorare nel barbaro eccidio del 7 ottobre». Mollicone ha definito l’attentato del 1985 «una sfida frontale all’Occidente e alla sovranità italiana» e messo in guardia rispetto a «un rigurgito di antisemitismo inaccettabile nelle nostre piazze». L’attacco a Fiumicino «non arrivò all’improvviso», ha osservato Piero Corsini, vicedirettore di Rai Cultura ed Educational. Per il dirigente Rai, il docufilm di Manetti «non è memoria storica, ma memoria della storia». Anche l’ambasciatore israeliano Jonathan Peled ha ricordato il prezzo di sangue pagato dal nostro paese al terrorismo palestinese. «L’Italia ha già sperimentato quella che viene chiamata l’Infifada globale, una violenza che ha l’intento di destabilizzare le istituzioni democratiche», ha affermato. «Oggi ritroviamo questa dinamica in nuove forme di intimidazione e violenza ed eventi come quelli accaduti a Sidney ci dimostrano che la minaccia non è superata e nessun paese può considerarsi immune». a.s.
(moked, 19 dicembre 2025)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 3
Vocazione di Samuele
- Il piccolo Samuele serviva l'Eterno sotto gli occhi di Eli. La parola dell'Eterno era rara a quei tempi e le visioni non erano frequenti. In quello stesso tempo, Eli, la cui vista cominciava a offuscarsi e non gli consentiva di vedere, se ne stava un giorno coricato nel suo luogo consueto; la lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele era coricato nel tempio dell'Eterno dove si trovava l'arca di Dio.
- E l'Eterno chiamò Samuele, il quale rispose: “Eccomi!” e corse da Eli e disse: “Eccomi, poiché tu mi hai chiamato”. Eli rispose: “Io non ti ho chiamato, torna a coricarti”. Ed egli se ne andò a coricarsi.
- L'Eterno chiamò di nuovo Samuele. E Samuele si alzò, andò da Eli e disse: “Eccomi, poiché tu mi hai chiamato”. Egli rispose: “Figlio mio, io non ti ho chiamato; torna a coricarti”. Ora Samuele non conosceva ancora l'Eterno e la parola dell'Eterno non gli era ancora stata rivelata.
- L'Eterno chiamò di nuovo Samuele, per la terza volta. Ed egli si alzò, andò da Eli e disse: “Eccomi, poiché tu mi hai chiamato”. Allora Eli comprese che l'Eterno chiamava il bambino. Ed Eli disse a Samuele: “Va' a coricarti; e, se sarai chiamato ancora, dirai: 'Parla, o Eterno, poiché il tuo servo ascolta'”. Samuele andò dunque a coricarsi al suo posto. E l'Eterno venne, si fermò lì vicino, e chiamò come le altre volte: “Samuele, Samuele!”. Samuele rispose: “Parla, poiché il tuo servo ascolta”.
- Allora l'Eterno disse a Samuele: “Ecco, io sto per fare in Israele una cosa tale che chi la udrà ne avrà intronati entrambi gli orecchi. In quel giorno io metterò a effetto contro Eli, dal principio fino alla fine, tutto ciò che ho detto circa la sua casa. Gli ho predetto che avrei esercitato i miei giudizi sulla sua casa per sempre, a causa dell'iniquità che egli ben conosce, poiché i suoi figli hanno attratto su di sé la maledizione, ed egli non li ha rimproverati. Perciò io giuro alla casa di Eli che l'iniquità della casa di Eli non sarà mai espiata né con sacrifici né con oblazioni”.
- Samuele rimase coricato fino alla mattina, poi aprì le porte della casa dell'Eterno. Egli temeva di raccontare a Eli la visione. Ma Eli chiamò Samuele e disse: “Samuele, figlio mio!”, egli rispose: “Eccomi”. Ed Eli: “Qual è la parola che egli ti ha detto? Ti prego, non me la nascondere! Iddio ti tratti con il massimo rigore, se mi nascondi qualcosa di tutto quello che egli ti ha detto”. Samuele allora gli raccontò tutto, senza nascondergli nulla. Ed Eli disse: “Egli è l'Eterno: faccia quello che gli sembrerà bene”.
- Samuele intanto cresceva, l'Eterno era con lui e non lasciò cadere a terra nessuna delle sue parole. Tutto Israele, da Dan fino a Beer-Sceba, riconobbe che Samuele era stabilito profeta dell'Eterno.
- L'Eterno continuò ad apparire a Silo, poiché a Silo l'Eterno si rivelava a Samuele mediante la sua parola.
(Notizie su Israele, 19 dicembre 2025)
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Rappresentanza degli interessi o politica? Come le manifestazioni per gli ostaggi sono diventate eventi di odio anti-statale
Gli appelli per la liberazione dei rapiti un tempo univano gli israeliani, ma con il progredire della guerra le proteste settimanali a Tel Aviv si sono trasformate in aspri campi di battaglia politica.
di Judith Segaloff
Già prima della guerra, gli israeliani erano abituati a una forte cultura di protesta. Le manifestazioni contro la riforma della giustizia, le controversie sulla preghiera pubblica a Tel Aviv e le marce anti-harediche a Bnei Brak mantenevano il Paese in uno stato di tensione politica permanente. I dibattiti accesi alla Knesset erano all'ordine del giorno, quasi non degni di nota.
Poi arrivò il 7 ottobre 2023.
Nei giorni immediatamente successivi agli attacchi di Hamas, le divisioni sembravano scomparire. Da un giorno all'altro sono nate massicce iniziative di volontariato e una società divisa si è trasformata in una società che agiva con insolita coesione e compassione.
L'8 ottobre, nella cantina di Shelly Shem Tov, madre del rapito Omer Shem Tov, si sono riunite le famiglie dei rapiti, sostenute dai rappresentanti di circa 1.400 altre famiglie.
Da questo incontro è nato il Forum degli ostaggi e delle persone scomparse (Hostages and Missing Persons Forum, HMFF), un'iniziativa popolare e volontaria che si è rapidamente estesa da Israele a più di 70 paesi. La leadership del forum ha sottolineato che l'organizzazione è apolitica. Ma lo è mai stata davvero?
Quasi immediatamente lo slogan “Bring Them Home Now” è apparso su manifesti, magliette, striscioni e adesivi per auto. Molti israeliani, tuttavia, hanno avuto l'impressione che il messaggio spostasse implicitamente la responsabilità da Hamas, i rapitori terroristi, attribuendola invece chiaramente al governo israeliano.
Sebbene l'HMFF si definisse apartitico, le dichiarazioni dei singoli membri raccontavano una storia diversa.
Sagit Dinnar, il cui marito è stato assassinato il 7 ottobre e che è stata lei stessa rapita e poi rilasciata, è diventata una delle voci più autorevoli del gruppo. Ha spesso sostenuto che la strategia del governo nei negoziati per il rilascio degli ostaggi fosse dettata più dalla sopravvivenza politica che da considerazioni di sicurezza, e non ha esitato a criticare aspramente il primo ministro Benjamin Netanyahu.
In una sessione pubblica di domande e risposte su Internet nell'aprile 2024, Sagit Dinnar ha scritto: “Hamas non rilascerà mai un numero di ostaggi tale da rendere accettabile il prezzo della sua distruzione”. In questo modo si è espressa a favore di accordi parziali per salvare vite umane.
Ha accusato il governo di essere «disposto a pagare qualsiasi prezzo, anche quello della vita degli ostaggi o dei soldati».
Altre famiglie hanno dissentito e si sono organizzate.
• L’ascesa del Tikva Forum
In risposta alle prime campagne di pressione dell'HMFF, Tzvika (Zvika) Mor, padre del soldato dell'IDF rapito Eitan Mor, e diverse famiglie che la pensavano allo stesso modo hanno iniziato a incontrarsi informalmente. In seguito hanno fondato il Tikva Forum. A differenza degli attivisti dell'HMFF, che consideravano le concessioni un dovere morale, i membri del Tikva Forum sostenevano che i negoziati con Hamas avrebbero messo in pericolo gli ostaggi rimasti e favorito futuri rapimenti.
“Durante una guerra, e in particolare mentre sono in corso i negoziati, le manifestazioni contro il governo danneggiano la conduzione della guerra”, ha detto Mor a JNS. “Abbiamo visto Hamas pubblicare video dei rapiti poco prima delle manifestazioni settimanali. Le manifestazioni che attaccavano il governo servivano Hamas”.
Gli approcci dei due gruppi si sono evoluti in modo nettamente diverso.
Nel marzo 2024, molto prima che la maggior parte degli ostaggi fosse stata liberata, le manifestazioni dell'HMFF hanno iniziato a sovrapporsi alle proteste anti-riforma in Kaplan Street. L'incrocio Begin-Kaplan, ribattezzato dai manifestanti “Piazza della Democrazia”, è diventato il luogo di eventi congiunti in cui le famiglie degli ostaggi e gli attivisti critici nei confronti del governo hanno chiesto contemporaneamente un accordo e elezioni anticipate.
Tra gli oratori delle manifestazioni congiunte c'erano famiglie come quella di Einav Zangauker e i parenti dell'ostaggio Noam Peri, che chiedevano negoziati urgenti e allo stesso tempo criticavano il primo ministro.
Gruppi vicini a Kaplan come Brothers and Sisters in Arms (Achim LaNeshek) fornivano supporto logistico e finanziario, rendendo ancora più confusi i confini tra la rappresentanza degli interessi degli ostaggi e la mobilitazione politica.
Non tutte le famiglie dell'HMFF hanno partecipato, ma la fazione dominante ha accolto con favore la collaborazione. I leader del Tikva Forum hanno accusato gli attivisti di Kaplan di “strumentalizzare” il trauma delle famiglie degli ostaggi per rovesciare il governo.
• Ritorno delle proteste politiche
Con il ritorno della maggior parte degli ostaggi, l'HMFF ha dichiarato che la sua ultima manifestazione settimanale si sarebbe tenuta il 1° dicembre. Tuttavia, le proteste sono continuate in una nuova forma. Alcuni giorni dopo, i manifestanti si sono riuniti davanti al tribunale di Tel Aviv, accusando il governo di anteporre “la sopravvivenza politica alla giustizia”.
Gli attivisti di Kaplan hanno chiesto una commissione d'inchiesta statale sulle mancanze del 7 ottobre. Alcune famiglie in lutto hanno dato la colpa direttamente a Netanyahu, sostenendo che le continue violazioni del cessate il fuoco da parte di Hamas e le decisioni militari di Israele avevano messo in pericolo i loro cari.
Nel frattempo, i gruppi di sinistra continuano a organizzare piccole proteste contro la guerra, mentre grandi manifestazioni haredi contro le esenzioni dal servizio militare paralizzano Gerusalemme.
Con le elezioni nazionali previste per il 2026 e il trauma nazionale che continua a farsi sentire, la maggior parte degli analisti prevede che le proteste in Israele aumenteranno, anziché diminuire, nel prossimo anno. Quando l'ultima bandiera degli ostaggi sarà ammainata, si aspettano che nuovi striscioni, cori e barricate prenderanno il loro posto.
Le proteste aiutano o danneggiano Israele? Per Mor e il Tikva Forum la risposta è chiara. “Quando si organizzano manifestazioni contro il governo per esercitare pressione, le organizzazioni terroristiche imparano che possono usare i cittadini israeliani contro il governo e a proprio vantaggio”, ha detto a JNS. “Le proteste danno potere ai nostri nemici”.
(Israel Heute, 19 dicembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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È ufficiale: Israele sigla con l’Egitto un accordo di 34,7 miliardi di dollari sul gas
Nei primi quattro anni lo Stato incasserà circa 500 milioni di shekel all’anno (155 milioni di dollari), cifra destinata a crescere progressivamente fino a raggiungere i 6 miliardi di shekel (1,9 miliardi di dollari) annui entro il 2033.
di Nina Prenda
Dopo le prime indiscrezioni, arriva l’ufficialità: Israele ed Egitto siglano un’intesa definita “storica” sul gas.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato mercoledì 17 dicembre 2025 l’approvazione di quello che ha definito «il più grande accordo energetico nella storia di Israele»: un’intesa sul gas naturale del valore complessivo di 112 miliardi di shekel, pari a circa 34,7 miliardi di dollari, che prevede forniture al mercato egiziano attraverso la società americana Chevron e partner israeliani.
In una dichiarazione video congiunta con il ministro dell’Energia Eli Cohen, Netanyahu ha sottolineato l’impatto economico dell’accordo: 58 miliardi di shekel (circa 18 miliardi di dollari) finiranno direttamente nelle casse pubbliche. Nei primi quattro anni lo Stato incasserà circa 500 milioni di shekel all’anno (155 milioni di dollari), cifra destinata a crescere progressivamente fino a raggiungere i 6 miliardi di shekel (1,9 miliardi di dollari) annui entro il 2033.
«Queste risorse rafforzeranno istruzione, sanità, infrastrutture, sicurezza e il futuro delle prossime generazioni», ha affermato il premier, precisando di aver dato il via libera all’intesa solo dopo aver verificato che fossero garantiti gli interessi vitali di Israele. Netanyahu ha inoltre assicurato che le aziende coinvolte saranno obbligate a vendere gas anche al mercato israeliano «a un buon prezzo». Con una metafora simbolica, ha concluso: «Abbiamo portato un’altra brocca d’olio alla nazione di Israele», richiamando il miracolo di Hanukkah.
Accanto a lui, il ministro Cohen ha parlato di «un momento storico», definendo l’accordo il più grande mai concluso da Israele sul fronte delle esportazioni. «Il gas naturale è una risorsa strategica», ha ribadito, sottolineando il valore politico oltre che economico dell’intesa.
L’annuncio arriva dopo mesi di incertezze. Già ad agosto la società israeliana NewMed Energy aveva comunicato la firma preliminare di un accordo da circa 35 miliardi di dollari per la fornitura di gas all’Egitto. Tuttavia, l’iter si era arenato quando Cohen aveva inizialmente rifiutato di concedere l’approvazione governativa, lamentando l’assenza di garanzie su prezzi equi per i consumatori israeliani e paventando il rischio di un’eccessiva erosione delle riserve nazionali, con conseguenze sulla sicurezza energetica.
Sul dossier avrebbe pesato anche la pressione degli Stati Uniti. Secondo fonti riportate da Axios, Washington avrebbe svolto un ruolo chiave nel favorire l’intesa, al punto che il segretario all’Energia statunitense Chris Wright avrebbe annullato una visita ufficiale in Israele lo scorso ottobre dopo il temporaneo stop imposto da Cohen. L’interesse americano è legato alla volontà di rafforzare i rapporti tra Israele ed Egitto attraverso interessi economici condivisi, soprattutto dopo il raffreddamento delle relazioni seguito all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e alla guerra a Gaza.
«L’accordo rafforza in modo significativo la posizione di Israele come superpotenza energetica regionale e contribuisce alla stabilità dell’area», ha sostenuto Netanyahu, aggiungendo che l’intesa potrebbe incoraggiare altri Paesi a investire nell’esplorazione di gas nelle acque israeliane. Secondo Axios, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump starebbe lavorando per mediare un vertice tra Netanyahu e il presidente egiziano Abdel-Fattah el-Sissi; la firma di un accordo strategico sul gas sarebbe una delle principali concessioni richieste per favorire l’incontro.
In una nota diffusa mercoledì sera, NewMed Energy ha confermato di aver ricevuto l’autorizzazione all’esportazione di gas verso l’Egitto, aprendo la strada all’attuazione dell’accordo. «È un giorno storico per il settore del gas naturale», ha dichiarato l’amministratore delegato Yossi Abu, «che garantisce investimenti continui in Israele e stabilità normativa per gli anni a venire».
Negli ultimi anni sia Israele sia l’Egitto sono emersi come attori di primo piano nel mercato del gas grazie a importanti scoperte offshore. Oggi il gas israeliano copre tra il 15 e il 20 per cento del consumo egiziano, secondo i dati della Joint Organization Data Initiative. C’è da sottolineare, però, che all’inizio dell’anno il Ministero delle Finanze israeliano ha avvertito che, con l’attuale ritmo di crescita della domanda interna e delle esportazioni, il Paese potrebbe trovarsi ad affrontare una carenza di gas nei prossimi 25 anni, con il rischio di un aumento dei prezzi dell’elettricità.
Il giacimento di Leviathan, una delle più grandi scoperte di gas in acque profonde al mondo, rifornisce il mercato interno israeliano dal dicembre 2019. Le esportazioni verso l’Egitto sono iniziate nel gennaio 2020, in base a un accordo per 60 miliardi di metri cubi da completare entro i primi anni del prossimo decennio. A settembre 2025, Leviathan aveva già fornito al mercato egiziano 23,5 miliardi di metri cubi di gas.
(Bet Magazine Mosaico, 19 dicembre 2025)
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“Sovranità digitale per l'Europa” – non senza Israele
di Daniel Frick
Chi segue le partite casalinghe della Bundesliga del Bayern Monaco o del VfB Stoccarda in questa stagione, vede anche la pubblicità a bordo campo dell'azienda Schwarz Digits: questa promette “Sovranità digitale per l'Europa”. Ciò che si intende è l'obiettivo di diventare più indipendenti dai fornitori extraeuropei nel mondo digitale, ad esempio per quanto riguarda l'offerta cloud, sempre più importante. Anche l'allenatore della nazionale tedesca di calcio Julian Nagelsmann fa pubblicità all'azienda.
Tali ambizioni non sono nuove, ma hanno acquisito una nuova urgenza. A metà novembre, il Ministero federale dell'Interno ha comunicato in un rapporto sulla situazione che, soprattutto nel periodo delle elezioni federali e della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, si sono verificati numerosi attacchi informatici alle infrastrutture pubbliche. L'obiettivo era quello di minare la fiducia nello Stato. Il principale sospettato è la Russia.
Il grande scenario da incubo è inoltre il “kill switch”: l'interruzione di servizi importanti da parte degli Stati Uniti o della Cina in caso di controversie politiche. Per questo motivo, in Europa dovrebbe nascere un'architettura digitale indipendente: social network, processori, intelligenza artificiale (IA) dall'Europa per l'Europa – o proprio i servizi cloud pubblicizzati da Schwarz Digits.
• “Nuova era della guerra cibernetica”
Tuttavia, l'obiettivo non sembra raggiungibile senza l'aiuto di Israele: nella sua pubblicità, l'azienda promuove anche il suo reparto XM Cyber, una società israeliana di sicurezza cibernetica. Il gruppo Schwarz, noto per i marchi Kaufland e Lidl, ne ha acquisito la quota di maggioranza nel 2021. Entrambe le parti hanno concordato una partnership strategica.
XM Cyber è stata fondata nel 2016 da ex membri dei servizi segreti israeliani, tra cui l'ex capo del Mossad Tamir Pardo. Nel frattempo, protegge, tra l'altro, le risorse digitali del Bayern Monaco e ha un ufficio nella tranquilla Neckarsulm, dove ha sede il gruppo Schwarz.
XM Cyber non è l'unico pilastro israeliano di Schwarz Digits: a settembre l'azienda ha annunciato l'intenzione di approfondire la partnership strategica con SentinelOne. L'israeliano Tomer Weingarten ha fondato l'azienda nel 2013 insieme a due partner e la dirige ancora oggi. Nel frattempo, ha sede a Mountain View, in California.
Con XM Cyber e SentinelOne, Schwarz Digits promette una protezione completa e integrata che fa ricorso all'intelligenza artificiale. Weingarten ha formulato la questione della sicurezza in modo piuttosto drastico durante la presentazione della partnership: “Ci troviamo in una nuova era di guerra cibernetica, in cui l'IA combatte contro l'IA”.
• Successo organizzato
Il ricorso all'esperienza israeliana non sorprende. Lo Stato ebraico è considerato una superpotenza nel campo della sicurezza informatica. Con il 5% delle esportazioni mondiali in questo settore, occupa il secondo posto dietro agli Stati Uniti. Secondo i dati del governo israeliano, attualmente nel Paese ci sono circa 400 centri di ricerca che si occupano di sicurezza informatica.
Anche in questo caso Israele registra valori record: nel 2024 sono stati investiti 4 miliardi di dollari in start-up attive nel settore della sicurezza informatica. A titolo di confronto: in Germania, un Paese con una popolazione otto volte superiore, secondo la Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW) nello stesso periodo sono stati investiti circa 500 milioni di dollari in start-up attive in questo settore.
Il successo israeliano non è casuale: dall'esperienza di una minaccia esistenziale si è sviluppata la sensazione fondamentale di dover essere migliori dei paesi della regione per sopravvivere. In questo senso, Israele ha riconosciuto presto, alla fine degli anni '90, l'importanza del cyberspazio per la difesa. Quando il settore ha acquisito importanza, il Paese era già un centro high-tech.
Secondo gli osservatori, un'altra pietra miliare è stata la visita del capo del governo Benjamin Netanyahu (Likud) alla leggendaria unità di ricognizione 8200 dell'esercito nel 2010. Rimase così colpito dalle sue capacità che lanciò un'iniziativa: Israele doveva diventare uno dei cinque migliori paesi nel campo della sicurezza informatica. All'inizio del 2012, la direzione cyber del governo ha iniziato a coordinare gli sforzi in tal senso.
• Selezione rigorosa, responsabilità precoce
Il principale motore del successo è l'esercito stesso, che già nelle scuole del Paese è alla ricerca di talenti che possano essere inseriti nelle unità competenti. Grazie al servizio militare obbligatorio, l'esercito ha accesso a queste nuove leve per alcuni anni. I candidati devono sottoporsi a un rigoroso processo di selezione. L'esercito offre loro poi una formazione intensiva.
Dopo il servizio militare obbligatorio, le aziende e le università hanno a disposizione questi talenti formati, che hanno già una notevole esperienza. Infatti, di norma nell'esercito vengono loro affidati presto compiti di responsabilità, ovvero applicano la sicurezza informatica contro i nemici.
Israele punta inoltre sulla collaborazione tra esercito, servizi di sicurezza, aziende e università. Nella capitale del deserto, Be'er Sheva, questi sforzi dovrebbero convergere. L'unità 8200 e il Cyber Directorate del governo si trasferiscono lì, nella zona industriale di Gav Jam hanno sede aziende cyber e l'Università Ben-Gurion dispone anche di un centro di ricerca cyber rinomato a livello mondiale.
Oltre alla vicinanza di talenti e competenze, il governo punta su una promozione mirata. Nel 2019 l'esercito e il ministero della difesa hanno fondato un centro di innovazione per sostenere le giovani imprese che sviluppano strumenti informatici commerciali che possono essere utilizzati anche in ambito militare. Anche i servizi segreti esteri Mossad hanno già avviato un programma di sostegno simile.
• Tradizioni favorevoli
Anche le caratteristiche della società israeliana e dell'ebraismo contribuiscono al successo. Lo sottolinea il Centro Begin-Sadat per gli studi strategici. Tra queste caratteristiche figurano un forte apprezzamento per l'istruzione e un rispetto meno marcato per le autorità e le norme, unito a un pizzico di chutzpah israeliana.
Nel campo della sicurezza informatica, ciò porta a mettere in discussione gli approcci convenzionali e a elaborare nuovi metodi. A ciò si aggiungono forti legami sociali, che nascono non da ultimo dal servizio militare. In questo modo, gli israeliani rimangono aggiornati sugli sviluppi tecnologici o sulle nuove offerte di lavoro.
Per Israele, il vantaggio nel cyberspazio non significa solo successo economico, ma anche diplomatico. Gli accordi di Abramo del 2020 sono stati conclusi anche perché i paesi coinvolti volevano condividere le competenze israeliane.
Anche la Germania sa quanto vale Israele. Alla fine di giugno, il ministro federale dell'Interno Alexander Dobrindt (CSU) si è recato in Israele per rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza informatica. La Germania vuole trarre vantaggio dalla forza innovativa di Israele e concludere un patto sulla sicurezza informatica con Israele, ha sottolineato il ministro.
Il dominio nel settore dell'alta tecnologia ha però un retrogusto amaro: il massacro terroristico del 7 ottobre 2023 ha dimostrato che un Paese può affidarsi troppo alla propria tecnologia e perdere la necessaria vigilanza. Il grande attacco contro Israele è stato compiuto con mezzi relativamente semplici.
Ciò non toglie che la sicurezza informatica rimanga un pilastro della difesa nazionale. Il ricorso all'esperienza israeliana da parte della Germania e dell'Europa è la prova del vantaggio che Israele ha in questo settore.
(Israelnetz, 19 dicembre 2025)
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Yemen. Quando Hamas sapeva di danneggiare i palestinesi
di Shira Navon
È venuta alla luce una registrazione del 2008 che oggi suona come una confessione anticipata. Una telefonata tra Ali Abdullah Saleh, allora presidente dello Yemen, e Khaled Meshaal, leader politico di Hamas, trapelata in questi giorni e rilanciata da media yemeniti. Non è un documento qualunque e andrebbe ascoltato con il dovuto impegno. Si tratta di una conversazione in cui un capo di Stato arabo accusa Hamas, senza giri di parole, di usare i razzi non per colpire Israele ma per offrirgli una giustificazione perfetta per attaccare Gaza, scaricando il prezzo sui civili palestinesi.
La chiamata risale al 28 dicembre 2008, il giorno dopo l’inizio dell’operazione Piombo Fuso. Saleh è diretto, quasi brutale. Dice a Meshaal che quei razzi non hanno colpito Israele, che sono stati del tutto inefficaci dal punto di vista piano militare, e che invece hanno portato morte e distruzione a Gaza. I numeri che cita sono secchi come colpi di tamburo: pochi morti palestinesi prima dei raid, centinaia dopo. La conclusione è altrettanto netta. Questa strategia, dice duro e preoccupato il presidente dello Yemen, non serve alla causa palestinese, la danneggia.
Non si tratta solo una critica militare. Saleh rimprovera Hamas di non aver dato istruzioni ai civili di tenersi lontani dagli obiettivi militari noti e accusa l’organizzazione di esporre deliberatamente la popolazione a un massacro prevedibile. Parole che oggi, dopo il 7 ottobre e dopo mesi di guerra a Gaza, risuonano con una forza inquietante e smontano una delle narrazioni più ripetute: l’idea che Hamas agisca per difendere il suo popolo e che le conseguenze siano solo il frutto di una risposta israeliana sproporzionata.
La risposta di Meshaal è altrettanto rivelatrice. Non contesta l’efficacia dei razzi, non nega il costo umano. Insiste su un altro piano: l’assedio, i valichi chiusi, Rafah, la pressione su Egitto e Autorità Palestinese. La violenza usata come leva politica, come strumento per forzare aperture che altrimenti non arriverebbero. È una logica che Hamas non ha mai nascosto del tutto, ma che raramente emerge in modo così esplicito, soprattutto in un dialogo interno al mondo arabo.
Il contesto della fuga di notizie non è neutro. La registrazione è stata diffusa da ambienti legati ai ribelli Houthi, oggi pienamente allineati all’asse iraniano e schierati con Hamas nella guerra contro Israele. Mostrare Saleh come una voce critica serve anche a marcare una distanza politica: lui, che pure governò lo Yemen per oltre trent’anni, non era “abbastanza” dalla parte di Hamas. Un paradosso tragico, se si considera che Saleh è stato ucciso dagli stessi Houthi nel 2017.
Ma al di là delle manovre propagandistiche, il contenuto resta e pesa come un macigno su tutto il modo di raccontare in Occidente la vicenda mediorientale. Un leader arabo che dice a Hamas ciò che molti sanno e pochi ammettono: la scelta dei razzi e della provocazione armata non è solo inefficace, è cinica. Produce immagini, martiri, pressione internazionale, ma di certo non migliora la vita dei palestinesi. Sembra il contrario, la peggiora sistematicamente.
Riascoltare oggi quella telefonata significa togliere un velo. Significa riconoscere che la tragedia di Gaza non è solo il risultato di decisioni israeliane, ma anche di una strategia criminale e cinica di Hamas, lucidamente consapevole del prezzo umano che avrebbe imposto al proprio popolo. E questo, forse, è l’aspetto più scomodo di tutti e che nessuno, nelle società occidentali animate dal fervore propalestinese vuole ascoltare.
(Setteottobre, 18 dicembre 2025)
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Torino, sgomberato Askatasuna: la fine di una zona franca al servizio della violenza pro-Pal
di Stefano Piazza
Lo sgombero del centro sociale Askatasuna avvenuto oggi non è un fatto isolato né tantomeno un eccesso repressivo. È l’atto finale di una lunga tolleranza istituzionale verso un luogo che negli anni è diventato cerniera politica e logistica delle frange più violente del movimento pro-Pal a Torino.
Il blitz all’alba con l’intervento di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, chiude un capitolo di illegalità iniziato nel 1996 e mai realmente contrastato. Askatasuna non è mai stato solo uno spazio occupato. È stato un punto di riferimento stabile per cortei degenerati in assalti, per azioni di forza contro sedi istituzionali, aziende, media e infrastrutture cittadine.
Negli ultimi mesi Torino è stata teatro di ripetute violenze pro-Pal: devastazioni, imbrattamenti, blocchi stradali, aggressioni alle forze dell’ordine e incursioni mirate contro obiettivi simbolici. Episodi che non nascono dal nulla, ma da un ecosistema antagonista che ha sempre trovato copertura politica, narrazione compiacente e spazi sicuri.In questo quadro Askatasuna ha rappresentato una vera zona franca, un luogo dove la protesta smetteva di essere dissenso e diventava metodo. Qui si organizzavano mobilitazioni, si costruiva la legittimazione ideologica dello scontro, si normalizzava la violenza come strumento politico. Il tutto mentre la città subiva blocchi, danni e un clima di intimidazione permanente.
Il fallimento del patto di collaborazione con il Comune era scritto e chi pensava il contrario era solo un illuso. La presenza di persone all’interno dello stabile, in violazione delle prescrizioni, ha solo fatto emergere ciò che era evidente: le regole valgono per tutti, tranne che per chi si proclama antagonista. Il tentativo di trasformare un’occupazione abusiva in “bene comune” si è rivelato per quello che era: una resa politica mascherata da mediazione. Nel pomeriggio, la scena si è ripetuta secondo copione. Presidio, blocchi, slogan, tentativi di forzare la mano alle forze dell’ordine. Ancora una volta la stessa dinamica: provocazione, vittimismo, racconto distorto. Ma senza più la protezione di uno stabile occupato, la retorica della “resistenza” si è dissolta rapidamente.
Le indagini in corso collegano lo sgombero a una sequenza di assalti e atti violenti avvenuti durante le manifestazioni pro-Pal degli ultimi mesi. Non episodi marginali, ma un’escalation precisa che ha colpito luoghi simbolici della città. Danneggiamenti, invasioni, resistenza, lesioni: il vocabolario penale racconta molto più di mille slogan. Le difese politiche parlano di repressione, di quartieri traumatizzati, di cultura sgomberata con la forza. Ma la realtà è più semplice e più dura: non era un centro culturale, era un avamposto dell’illegalità militante. E nessuna parola come “solidarietà” o “dissenso” può giustificare anni di violenze sistematiche tollerate. Askatasuna non è stato sgomberato per le sue idee, ma per il ruolo che ha svolto nel legittimare e alimentare la violenza pro-Pal a Torino. Lo Stato è arrivato sicuramente tardi. Ma questa volta è arrivato ed è una buona notizia.
(L'informale, 18 dicembre 2025)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 2
Cantico di Anna- Allora Anna pregò e disse: “Il mio cuore esulta nell'Eterno, l'Eterno mi ha dato una forza vittoriosa, la mia bocca si apre contro i miei nemici perché gioisco per la liberazione che tu mi hai concesso.
- 2 Non c'è nessuno che sia santo come l'Eterno, poiché non c'è altro Dio fuori di te; né c'è rocca pari al nostro Dio. Non parlate più con tanto orgoglio; non esca più l'arroganza dalla vostra bocca; poiché l'Eterno è un Dio che sa tutto, e da lui sono pesate le azioni dell'uomo.
- L'arco dei potenti è spezzato, e i deboli sono rivestiti di forza. Quelli che una volta erano sazi si offrono a giornata per il pane, e quelli che soffrivano la fame non la soffrono più; perfino la sterile partorisce sette volte, mentre quella che aveva molti figli diventa fiacca.
- L'Eterno fa morire e fa vivere; fa scendere nel soggiorno dei morti e ne fa risalire. L'Eterno fa impoverire e arricchisce, egli abbassa e innalza. Rileva il misero dalla polvere e tira su il povero dal letame, per farli sedere con i prìncipi, per farli eredi di un trono di gloria; poiché le colonne della terra sono dell'Eterno, e sopra queste egli ha poggiato il mondo.
- Egli veglierà sui passi dei suoi fedeli, ma gli empi periranno nelle tenebre; poiché l'uomo non trionferà per la sua forza. Gli avversari dell'Eterno saranno frantumati. Egli tuonerà contro di loro dal cielo; l'Eterno giudicherà gli estremi confini della terra, darà forza al suo re, farà grande la potenza del suo unto”. Elcana se ne andò a casa sua a Rama, e il fanciullo rimase a servire l'Eterno sotto gli occhi del sacerdote Eli.
Scelleratezze dei figli di Eli
- Ora i figli di Eli erano uomini scellerati; non conoscevano l'Eterno. Ed ecco qual era il modo di agire di questi sacerdoti riguardo al popolo: quando qualcuno offriva un sacrificio, il servo del sacerdote veniva, nel momento in cui si faceva cuocere la carne, avendo in mano una forchetta a tre punte; la piantava nella caldaia o nel paiolo o nella pentola o nella marmitta; e tutto quello che la forchetta tirava su, il sacerdote lo prendeva per sé. Così facevano a tutti gli Israeliti che andavano là, a Silo. E anche prima che si fosse fatto bruciare il grasso, il servo del sacerdote veniva e diceva all'uomo che faceva il sacrificio: “Dammi della carne da fare arrostire, per il sacerdote; poiché egli non accetterà da te carne cotta, ma cruda”. E se quell'uomo gli diceva: “Si faccia, prima di tutto, bruciare il grasso; poi prenderai quello che vorrai”, egli rispondeva: “No, me la devi dare ora; altrimenti la prenderò per forza!”. Dunque, il peccato di quei giovani era grandissimo agli occhi dell'Eterno, perché la gente disprezzava le offerte fatte all'Eterno.
- Ma Samuele faceva il servizio davanti all'Eterno; era un bambino, e portava un efod di lino. Sua madre gli faceva ogni anno una piccola tunica e gliela portava quando saliva con suo marito a offrire il sacrificio annuale. Eli benedisse Elcana e sua moglie, dicendo: “L'Eterno ti dia prole da questa donna, al posto del dono che lei ha fatto all'Eterno!”. E se ne tornarono a casa loro. E l'Eterno visitò Anna, la quale concepì e partorì tre figli e due figlie. E il bambino Samuele cresceva presso l'Eterno.
- Ora Eli era molto vecchio e udì tutto quello che i suoi figli facevano a tutto Israele e come si univano alle donne che erano di servizio all'ingresso della tenda di convegno. E disse loro: “Perché fate queste cose? poiché odo tutto il popolo parlare delle vostre azioni malvagie. Non fate così, figli miei, poiché quello che odo di voi non è buono; voi inducete il popolo di Dio a trasgredire. Se un uomo pecca contro un altro uomo, Iddio lo giudica; ma, se pecca contro l'Eterno, chi intercederà per lui?”. Quelli però non diedero ascolto alla voce del padre loro, perché l'Eterno li voleva far morire. Intanto, il piccolo Samuele continuava a crescere ed era gradito sia all'Eterno sia agli uomini.
La rovina della casa di Eli predetta
- Un uomo di Dio andò da Eli e gli disse: “Così parla l'Eterno: 'Non mi sono io forse rivelato alla casa di tuo padre, quando essi erano in Egitto al servizio del Faraone? Non lo scelsi io forse, fra tutte le tribù d'Israele, perché fosse mio sacerdote, salisse al mio altare, bruciasse il profumo e portasse l'efod in mia presenza? E non diedi io forse alla casa di tuo padre tutti i sacrifici dei figli d'Israele, fatti mediante il fuoco?
- E allora perché calpestate i miei sacrifici e le mie oblazioni che ho comandato mi siano offerti nella mia dimora? E come mai onori i tuoi figli più di me, e vi ingrassate con il meglio di tutte le oblazioni d'Israele, mio popolo?'. Perciò così dice l'Eterno, l'Iddio d'Israele: 'Io avevo dichiarato che la tua casa e la casa di tuo padre sarebbero state al mio servizio, per sempre'; ma ora l'Eterno dice: 'Lungi da me tale cosa! Poiché io onoro quelli che mi onorano, e quelli che mi disprezzano saranno disprezzati.
- Ecco, vengono i giorni in cui io troncherò il tuo braccio e il braccio della casa di tuo padre, in modo che non ci sarà in casa tua nessun vecchio. Vedrai lo squallore nella mia dimora, mentre Israele sarà ricolmo di beni, e non ci sarà più mai nessun vecchio nella tua casa. E quello dei tuoi che lascerò sussistere presso il mio altare, rimarrà per consumarti gli occhi e rattristarti il cuore; e tutti i nati e cresciuti in casa tua moriranno nel fiore degli anni.
- E ti servirà di segno quello che accadrà ai tuoi figli, Ofni e Fineas: entrambi moriranno in uno stesso giorno. Io mi susciterò un sacerdote fedele, che agirà secondo il mio cuore e secondo l'anima mia; io gli costruirò una casa stabile ed egli sarà al servizio del mio unto per sempre. E chiunque rimarrà della tua casa verrà a prostrarsi davanti a lui per avere una moneta d'argento e un tozzo di pane, e dirà: Ammettimi, ti prego, a fare qualcuno dei servizi del sacerdozio perché io abbia un boccone di pane da mangiare'”.
(Notizie su Israele, 18 dicembre 2025)
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Gedeone – il potente guerriero
In Israele, i nomi delle operazioni militari e delle unità sono spesso ispirati a personaggi biblici. Uno di questi è il giudice Gedeone.
di Gundula Madeleine Tegtmeyer
L'attacco antisemita avvenuto a Sidney, in Australia, durante Erev Chanukkah, la prima sera della festa di Chanukkah, dimostra ancora una volta che il terrorismo contro gli ebrei può colpire in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo del mondo.
Le forze armate israeliane, i reparti di polizia e le unità speciali spesso traggono ispirazione dai modelli biblici per i loro nomi. Il brutale attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva operazione militare a Gaza sono stati chiamati Carro di Gedeone, in consapevole riferimento al Gedeone biblico. Il suo nome significa in italiano “colui che abbatte” e anche “colui che taglia gli alberi”, e con questi appellativi si intende un guerriero formidabile.
Il nome Gedeone lo ritroviamo anche nel deserto del Negev, vicino a Mizpe Ramon. Lì, nel centro di addestramento degli ufficiali, c'è un grande cartello che ricorda Giudici 7,17:
E disse loro: «Guardate me e fate come faccio io! Ecco, quando arriverò al limite dell'accampamento, fate come faccio io!
Con questo motto gli ufficiali delle forze di difesa israeliane giurano fedeltà all'esercito e allo Stato di Israele.
• Nome per unità di combattimento
Il Gedeone biblico ha ispirato una serie di unità di combattimento che hanno sostenuto la causa sionista: nel 1913 l'organizzazione clandestina N.I.L.I. era inizialmente chiamata “Gedeoniti” . Nili è l'acronimo di: Nezah Jisrael Lo Jeschaker (1 Samuele 15,29). Il nome significa “L'Eterno di Israele non mentirà”. Si trattava di una rete di spionaggio ebraica che sosteneva il Regno Unito britannico nella sua lotta contro l'Impero ottomano durante la prima guerra mondiale.
Nel 1938 i commando notturni furono chiamati “Truppe di Gedeone”. L'unità 33,Jechidat haGid’ōnīm (“Unità dei Gedeoni”, è un'unità di polizia che opera sotto copertura. Un altro nome è Cherev Gidʿōn, in italiano “Spada di Gedeone”.
L'unità fu istituita nel 1994 dal commissario di polizia Assaf Chefez, che in precedenza era stato responsabile della creazione dell'unità “Jamam”. La Jamam è un'unità speciale paramilitare della polizia di frontiera israeliana Magav, i cui compiti principali sono la lotta al terrorismo e il salvataggio di ostaggi. Anche questo nome è un acronimo ebraico, in questo caso di: Jechidat Mischtartit Mejuchedet, in italiano: Unità di polizia speciale.
• Concentrazione sui compiti di polizia
Dal 1998, i Gidʿonim si sono concentrati maggiormente sui compiti di polizia tradizionali, che corrispondono piuttosto alle squadre SWAT negli Stati Uniti. L'acronimo inglese SWAT sta per “special weapons and tactics” ed è un termine che indica unità speciali tattiche i cui membri sono addestrati ed equipaggiati per situazioni di polizia speciali. In Germania, i compiti corrispondenti sono svolti dalle squadre speciali, chiamate anche SEK.
Il battaglione Golani, noto anche come “truppa Gideon”, gode di grande prestigio in Israele. È ufficialmente il 13° battaglione di fanteria delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), un'unità di fanteria attiva e altamente decorata della brigata Golani (brigata n. 1). Il 22 febbraio 1948 è stato fondato ufficialmente come terzo battaglione della neonata brigata Golani durante la guerra d'indipendenza.
Anche questo battaglione collaudato in battaglia prende il nome dal giudice e comandante militare biblico Gideon Ben Joasch, famoso per la sua vittoria sui Madianiti con una piccola truppa d'élite. Il colore marrone del berretto simboleggia il profondo legame con la terra israeliana, mentre il distintivo quadrato raffigura il simbolo della loro unità: ulivo, tromba, brocca e torcia. Questi simboli ricordano la tattica di combattimento di Gedeone contro i Midianiti, che erano molto più forti.
La brigata Golani, ovvero il battaglione Gideon, ha partecipato alle battaglie più decisive della storia di Israele. Durante la guerra d'indipendenza, la brigata è stata ufficialmente incorporata nelle forze armate israeliane e ha combattuto nella valle del Giordano contro gli eserciti di Siria, Libano, Giordania e Iraq. È riuscita a conquistare Beit She'an e Nazareth.
Nella campagna del Sinai del 1956, la brigata conquistò l'area intorno a Rafah, consentendo così il passaggio delle truppe corazzate. Nella guerra dei sei giorni del 1967, la brigata Golani ottenne numerosi successi, uno dei più significativi fu la battaglia di Tel Faher, in cui fu conquistato l'avamposto siriano ai margini delle alture del Golan. Sei anni dopo, nella guerra dello Yom Kippur (1973), riuscì a riconquistare la vetta del monte Hermon.
• Ruolo importante nella prima guerra del Libano
Durante la prima guerra del Libano, la brigata ha svolto un ruolo significativo nella conquista di Beaufort e nella battaglia di Kfar Sil. Alla fine della guerra era responsabile del mantenimento delle postazioni nella zona di sicurezza. Oggi le reclute dell'unità onorano le battaglie della guerra dello Yom Kippur scalando il monte Hermon per ricevere il distintivo dell'unità.
Durante la “Seconda Intifada”, la brigata guidò l'operazione “Scudo protettivo”. Partecipò anche all'operazione “Pioggia estiva” nel 2006. Con lo scoppio della seconda guerra del Libano, la brigata guidò i combattimenti nella città libanese di Bint Jbeil.
• Combattimenti nella Striscia di Gaza
La brigata Golani ha partecipato all'operazione “Piombo fuso” contro le infrastrutture terroristiche nella Striscia di Gaza, dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009. A seguito dell'attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, il battaglione ha partecipato in modo determinante ai combattimenti nella Striscia di Gaza dalla fine del 2023 all'inizio del 2024. Ha eliminato centinaia di terroristi, ma ha anche subito perdite significative, tra cui il suo comandante, il tenente colonnello Tomer Grinberg. Questa operazione è denominata Charvot Barsel, in italiano “Spade di ferro” e in inglese “Swords of Iron”.
Il battaglione Gideon si distingue per il coraggio e la leadership. L'associazione per i veterani e i superstiti, la “Gideon Association”, in ebraico: Amutat Gid'on, sostiene i soldati e commemora i caduti.
Il libro biblico dei Giudici fornisce importanti spunti di riflessione sulle crisi e i cambiamenti culturali delle tribù ebraiche immigrate in Canaan. Da esse nascerà in seguito il regno di Israele. Il Gedeone biblico è una figura centrale nel libro dei Giudici (capitoli 6-8), un eroe esitante ma chiamato da Dio che liberò Israele dall'oppressione dei Madianiti. Con solo 300 uomini, secondo le istruzioni di Dio, riesce a sconfiggere il potente esercito nemico.
• Nuovo nome: Jerubbaal
Dio gli ordina di distruggere un altare del dio pagano Baal, il che gli vale il soprannome di Jerubbaal, il “nemico di Baal”, o anche “Baal combatti con lui”. Gedeone inizia la sua lotta contro il culto di Baal con 32.000 uomini, ma Dio gli ordina di ridurre il suo esercito a 300 uomini scelti. Con trombe, torce e pentole che rompono, Gedeone e i suoi combattenti confondono i Madianiti, che finiscono per combattere tra loro. Questa storia biblica insegna: Una vittoria ottenuta con l'aiuto di Dio e non con la forza umana.
Gedeone era figlio di Joas, della tribù di Manasse, il figlio maggiore di Giuseppe e di sua moglie Asnat. Era uno dei giudici d'Israele. Un angelo del Signore gli apparve mentre trebbiava il grano per nasconderlo ai Madianiti (Giudici 6,12-24).
Allora l'angelo del Signore gli apparve e gli disse: «Il Signore è con te, o valoroso guerriero!». Gedeone gli rispose: «Se il Signore è con noi, perché tutto questo ci è accaduto? E dove sono tutti i suoi miracoli di cui ci hanno parlato i nostri padri, quando dicevano: “Il Signore non ci ha forse fatto uscire dall'Egitto?”». Ora invece il Signore ci ha abbandonati e ci ha consegnati nelle mani di Madian». Allora il Signore si rivolse a lui e disse: «Va' con questa tua forza e salva Israele dalle mani di Madian. Non ti ho forse mandato io? Ma egli gli disse: «Signore, con cosa potrei salvare Israele? Ecco, il mio millesimo è il più piccolo di Manasse, e io sono il più giovane nella casa di mio padre». Allora il Signore gli disse: «Io sarò con te e tu sconfiggerai Madian come un solo uomo». Egli gli disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, dammi un segno che sei tu che mi parli. Non ti allontanare da qui finché non tornerò da te con il mio dono e te lo porgerò». Egli disse: «Rimarrò finché non tornerai». Gedeone entrò, preparò un capretto e pane azzimo con un efa di farina. Mise la carne in un cesto e il brodo in una pentola. Lo portò fuori sotto il terebinto e lo mise davanti a lui. L'angelo di Dio gli disse: «Prendi la carne e i pani azzimi e mettili su questa roccia. Ma versa il brodo! E lui fece così. Allora l'angelo del Signore stese l'estremità del bastone che aveva in mano e toccò la carne e i pani azzimi. Allora un fuoco uscì dalla roccia e consumò la carne e i pani azzimi. E l'angelo del Signore scomparve ai suoi occhi. Allora Gedeone vide che era stato l'angelo del Signore e disse: «Guai a me, Signore Dio! Ho visto l'angelo del Signore faccia a faccia! Allora il Signore gli disse: «Pace a te! Non temere, non morirai». Gedeone costruì lì un altare al Signore e lo chiamò Jahvè-Shalom.
Gedeone è menzionato nel Nuovo Testamento, in Ebrei 11,32-34, come uno dei grandi eroi della fede della Bibbia ebraica. La sua storia è un esempio incoraggiante di fiducia in Dio, anche quando le circostanze sembrano insormontabili:
E che altro dire? Non basterebbe il tempo per raccontare di Gedeone, Barak, Sansone, Jefte, Davide e Samuele e dei profeti, che per fede conquistarono regni, fecero giustizia, ottennero promesse, chiusero le fauci dei leoni, spensero la potenza del fuoco, sfuggirono al taglio della spada, trassero forza dalla debolezza, divennero forti in guerra, respinsero eserciti stranieri. Gedeone superò i suoi dubbi e seguì la chiamata di Dio. La sua storia ci incoraggia a confidare in Dio.
(Israelnetz, 18 dicembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Quell' errore ideologico di chi divide Israele e gli ebrei
di Fiamma Nirenstein
Nessuno si illuda: gli ebrei non cercheranno rifugio dall’antisemitismo abbandonando Israele, al contrario, ne saranno sempre di più il bastione in tutto il mondo. Anche di più dopo Bondi, o New York. La stella d’Israele, del Sionismo, è quella di tutto il popolo ebraico. Il fondo difficile da definire “contro l’antisemitismo” di Antonio Polito sul Corriere di ieri, è una delle analisi della serie: “L’ antisemitismo, che diventa globale propone l’errata identificazione di tutti gli ebrei con Israele”. Contiene una disamina di come alla fine sia pensiero maggioritario e si riverberi su tutti gli ebrei che Israele sia genocida, criminale, e l’autore se ne dispiace ma non contesta il contenuto del pregiudizio. Anzi, dice: “Che c’entrano tutti gli ebrei?”. L’ antisemitismo è per lui l’estensione smodata di una critica accettata: e che si tratti di un uso abnorme di accuse e terminologia come “colonialismo”, “genocidio”, delle colpe del pessimo Netanyahu, è peccato, ma logico. Non se ne occupa. Eppure quante prove che nella guerra di difesa Israele sia stata coperta di vecchie balle antisemite e dalla criminalizzazione dei Paesi arabi, dell’ONU, dell’UE, etc.
Non viene in mente al commentatore che a questo antico delitto ideologico di massa, si debba rispondere contestando la radice marcia dell’antisemitismo originario scatenatosi durante la guerra di difesa contro Hamas; che vada riletto rigettando la storiografia inventata, cancellando i titoli di giornale che rovesciano la verità, che criminalizzano Israele. Che si studi la storia, si dica la verità finalmente: così si combatte l’antisemitismo! Per Polito, si deve “spezzare quel circolo vizioso che identifica l’intero ebraismo con Israele” perché questo “sarebbe decisivo per contrastare l’antisemitismo di ritorno”. Follia. Che allora si spari solo agli israeliani e ai sionisti? Questo si può approvare? Martin Luther King lo aveva già detto nel 1968 “quando critichi i sionisti, critichi gli ebrei, fratello. Sei antisemita”.
Perché, per mille ragioni, vi piaccia o no, ebrei e Israele sono una cosa sola, e pazienza per qualche cacciatore di consensi opportunista. È un popolo che esercita il suo diritto al ritorno, un popolo indigeno che combatte contro jihadisti, nazisti, comunisti, che lo perseguitano da sempre, non dalla guerra in avanti. Questo popolo ha un ideale irrinunciabile, una società democratica e ebraica. Gerusalemme è la sua casa, Sionismo non è solo storia dello Stato Ebraico: è quella di un Popolo che difende la libertà di tutti. Chi vuole combattere l’antisemitismo, deve difendete Israele. Altrimenti, pazienza, facciamo da soli.
(il Giornale, 18 dicembre 2025)
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«Nessun evento ebraico dovrebbe mai essere cancellato»
Dopo il massacro di Sydney, il presidente del Consiglio centrale Josef Schuster si rivolge con un messaggio personale a tutti gli ebrei in Germania: non lasciatevi privare della gioia di Chanukkah!
di Josef Schuster
Il crudele attentato durante una festa di Chanukkah a Sydney ci ha lasciati tutti sgomenti. Almeno 15 persone hanno perso la vita a causa del terrorismo, molte altre sono rimaste ferite. Sebbene l'attentato sia avvenuto a 24 ore di volo di distanza, per molti di noi queste perdite sembrano essere avvenute proprio nel nostro ambiente. I nostri pensieri vanno alle vittime e ai loro familiari.
L'attacco di Sydney ci sembra così vicino perché abbiamo già assistito troppo spesso ad attentati contro gli ebrei in tutte le parti del mondo. Questa violenza, questo terrorismo antisemita, non è una sfortunata coincidenza e tanto meno un caso isolato. È stato pianificato e preparato meticolosamente. Ci ricorda la sinagoga di Halle durante lo Yom Kippur del 2019, la sinagoga di Manchester durante lo Yom Kippur del 2025. Soprattutto, ci ricorda il massacro del 7 ottobre 2023 durante Simchat Torah. Ora Sydney durante Chanukkah.
La cosa particolarmente perfida di questi attacchi è che sono state utilizzate le festività ebraiche per attaccare e uccidere delle persone. L'obiettivo di questi attacchi non è solo quello di uccidere gli ebrei, ma anche di demoralizzarci e intimidirci. Agli ebrei deve essere tolto ogni senso di sicurezza.
Tutti noi sentiamo che l'antisemitismo è cresciuto in modo esplosivo negli ultimi due anni. Ha conosciuto una disinibizione inimmaginabile. Ciò che molti prima pensavano solo in segreto, ora è diventato dicibile. Gli appelli alla violenza hanno creato un clima che genera atti sanguinosi. Chi grida «Globalize the Intifada» evoca esattamente ciò che è successo quest'anno a Manchester e ora a Sydney: omicidi di ebrei, commessi per il solo motivo che sono ebrei.
Chi crede di poter relativizzare questi omicidi facendo riferimento alle presunte azioni del governo israeliano, alla fine non fa altro che smascherare il proprio odio verso gli ebrei. Non ci lasciamo ingannare da tutti coloro che ora fingono di essere sconvolti, ma che fino a poco tempo fa hanno alimentato con la loro cosiddetta “critica a Israele” e il loro “antisionismo” l'odio che ora è esploso. Ricominceranno a incitare all'odio contro lo Stato ebraico e la vita ebraica. Non dobbiamo stancarci di smascherare la loro ipocrisia.
Altrettanto ipocriti sono i presunti amici che ora dicono di aver sempre saputo come nasce l'odio verso gli ebrei e che ci presentano la loro lotta contro l'immigrazione e la società aperta come soluzione al problema. Per questi falsi amici, la lotta contro l'antisemitismo ha solo un valore strumentale. La usano per alimentare i pregiudizi. La protezione della vita ebraica per se stessa non significa nulla per loro.
Atti come l'attentato di Sydney ci rendono più uniti come comunità ebraica. A nome di tutti gli ebrei tedeschi, ho espresso ai nostri fratelli e sorelle in Australia il nostro profondo cordoglio. La comunità ebraica in Australia è forte e vivace. Sa di non essere sola, perché gli ebrei di tutto il mondo sono al suo fianco. Ma lo Stato australiano ha deluso la comunità ebraica locale. Il fatto che due terroristi abbiano potuto occupare senza difficoltà un ponte centrale e sparare indisturbati sui partecipanti alla cerimonia è un clamoroso fallimento delle autorità di sicurezza locali.
In Germania, l'attacco alla sinagoga di Halle nel 2019 ha scosso la politica e le autorità di sicurezza di tutto il Paese. I concetti di sicurezza sono stati sottoposti a una revisione critica, l'infrastruttura di sicurezza delle istituzioni ebraiche è stata modernizzata e migliorata. La protezione assoluta non è mai possibile, dobbiamo guardare in faccia questa realtà. Tuttavia, in Germania tutti i partiti che hanno governato negli ultimi anni hanno riconosciuto l'importanza di proteggere la vita ebraica. In questo spirito, ci aspettiamo che le nostre autorità di sicurezza continuino a rimanere vigili e non allentino la protezione delle istituzioni e degli eventi ebraici. Nessuna festa di Hanukkah e nessun altro evento ebraico dovrebbe mai essere cancellato.
Perché gli attacchi alle istituzioni e agli eventi ebraici colpiscono in primo luogo gli ebrei, ma in ultima analisi sono sempre atti contro il nostro modo di convivere, contro i nostri valori, contro la nostra democrazia nel suo complesso. Ogni attacco contro gli ebrei colpisce direttamente il cuore della nostra società. È nostro compito, come ebrei, vostro e mio, fare in modo che ogni democratico onesto comprenda questo messaggio e lo interiorizzi.
L'attacco a Bondi Beach ci ha sconvolti all'inizio di Chanukkah. Chanukkah è la festa dell'affermazione ebraica. In questi giorni le luci degli Chanukkiot brillano in tutto il Paese, ogni giorno una in più. I terroristi di Sydney non sono riusciti a spegnere queste candele né a impedirne la combustione. Questo fa parte dell'esperienza collettiva e della nostra identità ebraica. Non importa quanta sofferenza i nostri nemici ci causino: falliranno sempre nel loro intento di rendere invisibile la vita ebraica.
Vi auguro quindi, nonostante le minacce dell'antisemitismo, nonostante l'attentato di Sydney, un felice e sereno Chanukkah. Non permetteremo al terrorismo di privarci di questo.
Am Israel chai!
(Jüdische Allgemeine, 17 dicembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele firma un accordo storico sul gas con l'Egitto per 112 miliardi di shekel
Mercoledì sera il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato la firma di un importante accordo sul gas tra Israele ed Egitto, per un valore totale di 112 miliardi di shekel (circa 28 miliardi di euro), il più importante mai concluso dallo Stato ebraico nel settore energetico.
In una dichiarazione congiunta con il ministro dell'Energia Eli Cohen, Netanyahu ha affermato di aver dato il via libera all'accordo con il gruppo americano Chevron, dopo essersi assicurato che fossero preservati gli interessi essenziali di Israele in materia di sicurezza.
Secondo il capo del governo, 58 miliardi di shekel derivanti da questa transazione torneranno direttamente nelle casse dello Stato israeliano. “Si tratta della più grande transazione di gas nella storia di Israele”, ha sottolineato, aggiungendo che l'accordo impone alle compagnie energetiche di vendere il gas a un prezzo vantaggioso per i consumatori israeliani.
Nei primi quattro anni, lo Stato dovrebbe incassare circa 500 milioni di shekel, prima che le entrate annuali raggiungano, a termine, quasi sei miliardi di shekel all'anno, grazie in particolare a importanti investimenti nelle infrastrutture, tra cui l'estensione dei gasdotti.
Queste entrate, ha precisato Netanyahu, saranno destinate a rafforzare i settori dell'istruzione, della sanità, dell'industria, della difesa e “il futuro delle generazioni a venire”.
Ritorno sulle critiche mosse in passato allo sfruttamento del gas naturale nel Mediterraneo orientale, il primo ministro ha affermato che questi progetti hanno infine generato importanti benefici economici per Israele. Ha concluso affermando che questo accordo rafforza lo status di Israele come potenza energetica regionale e contribuisce alla stabilità strategica del Medio Oriente.
(i24, 17 dicembre 2025)
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Dalla Sacra Scrittura
1 SAMUELE
Capitolo 1
Nascita di Samuele
- C'era un uomo di Ramataim-Sofim, della regione montuosa di Efraim, che si chiamava Elcana, figlio di Ieroam, figlio di Eliù, figlio di Tou, figlio di Suf, Efraimita. 2 Aveva due mogli: una di nome Anna, e l'altra si chiamava Peninna. Peninna aveva dei figli, ma Anna non ne aveva. E quest'uomo, ogni anno, saliva dalla sua città per andare ad adorare l'Eterno degli eserciti e a offrirgli dei sacrifici a Silo; e là c'erano i due figli di Eli, Ofni e Fineas, sacerdoti dell'Eterno.
- Quando venne il giorno, Elcana offrì il sacrificio, e diede a Peninna, sua moglie, e a tutti i figli e a tutte le figlie di lei le loro parti; ma ad Anna diede una parte doppia, perché amava Anna, benché l'Eterno l'avesse fatta sterile. La rivale mortificava continuamente Anna per inasprirla perché l'Eterno l'aveva fatta sterile. Così avveniva ogni anno; ogni volta che Anna saliva alla casa dell'Eterno, Peninna la mortificava in quel modo; così lei piangeva e non mangiava più. Elcana, suo marito, le diceva: “Anna, perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non valgo io per te più di dieci figli?”.
- E, dopo aver mangiato e bevuto a Silo, Anna si alzò. Il sacerdote Eli a quell'ora stava seduto sulla sua sedia all'entrata del tempio dell'Eterno. Lei aveva l'anima piena di amarezza e pregò l'Eterno piangendo a dirotto. Fece un voto, dicendo: “O Eterno degli eserciti! se hai riguardo all'afflizione della tua serva, e ti ricordi di me, e non dimentichi la tua serva, e dai alla tua serva un figlio maschio, io lo consacrerò all'Eterno per tutti i giorni della sua vita, e il rasoio non passerà sulla sua testa”.
- E, mentre lei prolungava la sua preghiera davanti all'Eterno, Eli stava osservando la sua bocca. Anna parlava nel suo cuore e si muovevano soltanto le sue labbra ma non si sentiva la sua voce; perciò Eli credette che fosse ubriaca e le disse: “Quanto durerà questa tua ubriachezza? Va' a smaltire il tuo vino!”. Ma Anna, rispondendo, disse: “No, signor mio, io sono una donna tribolata nello spirito e non ho bevuto né vino né bevanda alcolica, ma stavo spandendo la mia anima davanti all'Eterno. Non prendere la tua serva per una donna da nulla; perché l'eccesso del mio dolore e della mia tristezza mi ha fatto parlare fino ad ora”. Allora Eli replicò: “Va' in pace, e l'Iddio d'Israele esaudisca la preghiera che gli hai rivolto!”. Lei rispose: “Possa la tua serva trovare grazia agli occhi tuoi!”. Così la donna se ne andò per la sua strada, mangiò, e il suo aspetto non fu più quello di prima.
- L'indomani, lei e suo marito si alzarono di buon'ora e si prostrarono davanti all'Eterno; poi partirono e ritornarono a casa loro a Rama. Elcana si unì ad Anna, sua moglie, e l'Eterno si ricordò di lei. Nel corso dell'anno, Anna concepì e partorì un figlio che chiamò Samuele, “perché”, disse, “l'ho chiesto all'Eterno”.
- E quell'uomo, Elcana, salì con tutta la sua famiglia per andare a offrire all'Eterno il sacrificio annuale e per adempiere il suo voto. Ma Anna non salì, e disse a suo marito: “Io non salirò finché il bambino non sia svezzato; allora lo condurrò, perché sia presentato davanti all'Eterno e rimanga là per sempre”. Elcana, suo marito, le rispose: “Fa' come ti sembra bene; rimani finché tu lo abbia svezzato, purché l'Eterno adempia la sua parola!”. Così la donna rimase a casa, e allattò suo figlio fino al momento di svezzarlo. E quando lo ebbe svezzato, lo condusse con sé, e prese tre giovenchi, un efa di farina e un otre di vino; e lo condusse nella casa dell'Eterno a Silo. Il fanciullo era ancora molto piccolo. Elcana e Anna immolarono il giovenco e condussero il fanciullo da Eli. Anna gli disse: “Signor mio! Com'è vero che vive l'anima tua, o mio signore, io sono quella donna che stava qui vicino a te a pregare l'Eterno. Pregai per avere questo fanciullo e l'Eterno mi ha concesso quello che io gli avevo domandato. E, dal canto mio, lo dono all'Eterno; e, finché vivrà, egli sarà donato all'Eterno”. E si prostrarono là davanti all'Eterno.
(Notizie su Israele, 17 dicembre 2025)
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I drusi in Israele: “Proteggiamo la nostra patria. Siamo israeliani e siamo fieri di fare parte di questo Paese”
La minoranza drusa è ancora in lutto per la strage di Majdal Shams, dove un missile di Hezbollah ha ucciso 12 bambini e adolescenti drusi e ferendone oltre una trentina. Per capire come vivono i drusi israeliani, abbiamo parlato con un esponente di spicco di questa comunità, il diplomatico Bahij Mansour: già ufficiale dell’IDF, è stato ambasciatore d’Israele in diversi paesi, ha fatto parte della delegazione israeliana all’ONU, e dal 2019 al 2024 è stato sindaco del villaggio druso di Isfiya.
di Nathan Greppi
Un aspetto che viene spesso trascurato in merito alla guerra scoppiata dopo il 7 ottobre 2023, è che in Israele non sono stati solo i cittadini ebrei a subire gravi perdite, ma anche le minoranze etniche e religiose: arabi, beduini e drusi hanno avuto diverse vittime sia negli attacchi di Hamas del 7 ottobre, sia tra i soldati dell’IDF caduti in guerra. In particolare, la minoranza drusa (circa 150.000 persone, poco più dell’1% di tutta la popolazione israeliana) è ancora in lutto per la strage di Majdal Shams, avvenuta il 27 luglio 2024 quando un missile di Hezbollah ha colpito l’omonima località nel nord d’Israele, uccidendo 12 bambini e adolescenti drusi e ferendone oltre una trentina. Per capire come viene vissuta la situazione dai drusi israeliani, abbiamo parlato con un esponente di spicco di questa comunità, il diplomatico Bahij Mansour: già ufficiale dell’IDF, è stato ambasciatore d’Israele in diversi paesi, tra cui la Repubblica Dominicana, Giamaica, Haiti, Angola e Nigeria. Ha fatto parte della delegazione israeliana all’ONU, e dal 2019 al 2024 è stato sindaco del villaggio druso di Isfiya. L’8 dicembre, è stato a Roma come ospite dell’evento Voci dal Medio Oriente per un futuro di pace, organizzato dall’associazione Cristiani per Israele Italia.
- Dopo il 7 ottobre, diversi militari drusi hanno perso la vita a Gaza e in Libano. Qual è lo stato d’animo della vostra comunità?
Siamo molto tristi per tutti i soldati che sono caduti, tra cui anche i drusi. Noi siamo cittadini israeliani, e siamo fieri di esserlo. Proteggiamo il paese in cui siamo nati, qualcosa che deriva dalle nostre credenze, le quali ci insegnano che dobbiamo proteggere la nostra patria.
- Quali sono le radici storiche del vostro legame con Israele?
Le nostre relazioni con il popolo ebraico sono iniziate prima della nascita dello Stato d’Israele. Nel 1948 ci siamo arruolati nell’IDF come volontari, e nel 1956 abbiamo iniziato a servire nell’esercito per il servizio militare. Dal ’48 ad oggi, centinaia di soldati drusi hanno sacrificato le loro vite per proteggere il paese. Questo è ciò che siamo, e speriamo che questa relazione continui, perché abbiamo molti nemici intorno a noi, motivo per cui dobbiamo essere forti.
- Come viene vissuto, nella comunità drusa israeliana, il ricordo di Majdal Shams?
Ciò che Hezbollah ha fatto, uccidendo dei ragazzi drusi di età compresa tra i 12 e i 15 anni mentre giocavano a calcio, è una vergogna. Loro conoscono esattamente l’ubicazione di località come Majdal Shams, e credo che l’abbiano fatto apposta per cercare di aumentare le tensioni tra Israele e la popolazione drusa. Ci rattrista molto che dei bambini che giocavano a calcio nella zona siano morti per niente.
- Dopo l’eliminazione del loro capo Hassan Nasrallah, come è cambiata la situazione con Hezbollah?
Spero che abbiano capito che non possono fare quello che vogliono, sparando razzi contro i civili. Mi auguro che i terroristi di Hezbollah mettano fine alle loro attività perché, se andranno avanti, Israele continuerà a rispondere. E confido che prima o poi il governo libanese prenda contromisure contro questa organizzazione.
- In che rapporti sono i drusi israeliani con i loro correligionari in Siria e in Libano?
La relazione tra i drusi in Israele e in Siria è molto buona, perché la comunità drusa siriana, in particolare nella città di Al-Suwaida (abitata prevalentemente da drusi, ndr), soffre molto perché non hanno cibo, medicine e gasolio, oltre a dover affrontare un duro inverno. La comunità drusa in Israele si è mobilitata per portare loro aiuti umanitari, e abbiamo chiesto al governo israeliano di proteggere i drusi in Siria, cosa che stanno facendo.
- Dopo la caduta di Assad e l’ascesa del nuovo regime di Al-Jolani in Siria, come è cambiato l’atteggiamento d’Israele?
Dopo che, a luglio, sono stati massacrati numerosi drusi nell’area, Israele ha mandato l’aviazione e bombardato il quartier generale dell’esercito siriano per indurli a smettere di attaccare i drusi. In futuro, spero che qualunque accordo tra Israele e la Siria preveda un corridoio umanitario e garanzie di sicurezza non solo per la comunità drusa, ma anche per altri gruppi. Il nuovo regime sta uccidendo anche cristiani e alawiti, perché Al-Jolani ha una formazione da terrorista, e continuerà ad avere questo stile, nonostante ora parli all’Occidente di pace con Israele.
- In questi due anni, è aumentato il numero di arabi, beduini e drusi che si arruolano nell’IDF. Ritiene che le minoranze si stiano integrando maggiormente nel tessuto sociale israeliano?
Non posso parlare a nome dei beduini, ma la comunità drusa ha scelto da tempo di essere parte di questo paese e di continuare ad essere coinvolta nella società. Questa è la nostra mentalità e la nostra tradizione: la nostra fede ci insegna che dobbiamo proteggere la terra dove viviamo. Il nostro rapporto con gli ebrei è molto buono, tanto che in passato, quando il governo d’Israele ha intrapreso azioni negative nei confronti dei drusi, il popolo israeliano è venuto da noi ad esprimere la propria solidarietà. Noi siamo israeliani, e siamo fieri di far parte di questo paese.
(Bet Magazine Mosaico, 16 dicembre 2025)
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L’antisemitismo giustificato come opinione, e il corto circuito giuridico che legittima l’odio
La Corte d’appello di Torino stabilisce che sostenere la legittimità del pogrom del 7 ottobre rientra nella libertà di pensiero e non segnala pericolosità sociale.
di Carlo Panella
A proposito della strage di ebrei di Sidney e di prevenzione e di contrasto dell’antisemitismo, si prenda atto che la sentenza della Corte d’appello di Torino sull’espulsione dell’imam di San Salvario certifica che «non integra gli estremi reato e che è espressione di pensiero» affermare: «Io personalmente sono d’accordo con quello che è successo il 7 ottobre. Noi non siamo qui per la violenza, ma quello che è successo il 7 ottobre non è una violazione, non è una violenza». Il tutto, si badi bene, in un discorso pubblico da parte di un imam che sostiene queste tesi nelle sue prediche in moschea.
Dunque è agli atti che, per gli illustrissimi magistrati torinesi, non solo non è reato predicare che trucidare mille duecento civili ebrei, donne e bambini inclusi, non «è violenza», quindi di conseguenza è lecito, si può fare, ma anche che queste prediche non possono bastare «per formulare un giudizio di pericolosità».
Ma non basta: Mohamed Shahin è andato oltre e ha anche sostenuto che questa sua idea della non violenza, tanto apprezzata dai magistrati torinesi, è strettamente collegata al fatto che Israele è uno Stato illegittimo che «occupa» illegalmente la Palestina da ottanta anni, dal millenovecentoquarantacinque, quindi: «Non posso parlare solamente del 7 ottobre, che è il risultato di un’occupazione di ottanta anni, di undici guerre che sono successe prima di quella data». Ne consegue che è lecito non solo massacrare ebrei, ma anche che questo deve essere fatto per eliminare dalla faccia della terra Israele, obiettivo peraltro esplicito di Hamas con il pogrom del 7 ottobre.
Non stiamo forzando le interpretazioni: le parole sono chiare e nette e lo ribadiamo: l’imam sostiene che non è violenza trucidare mille duecento ebrei, ne consegue che è lecito. A seguire, la Corte d’appello di Torino sentenzia che questo ferreo sillogismo non solo non costituisce reato, ma non è neanche sintomo di pericolosità sociale. Valutazioni aberranti.
Questo è dunque lo stato sconcertante del contrasto all’antisemitismo a Torino, dal quale può trarre una lezione e incentivo chiunque auspichi di trucidare ebrei e cancellare lo Stato di Israele. Gli basta seguire lo schema tipico dei Fratelli Musulmani, a cui Mohamed Shahin aderisce, basato sulla Taqiyya, l’arte islamica della dissimulazione, e può impunemente predicare che trucidare ebrei non è un reato. Per farlo, per ingannare persino un vescovo e un Fratoianni, evidentemente ben disposti a farsi ingannare quando a rimetterci sono gli ebrei, basta fare in moschea dei corsi sulla Costituzione, una preghiera comune qua e là, esaltare il dialogo interreligioso e parlare tanto, tanto di pace.
A Sidney è esattamente quello che è successo nei mesi scorsi. La fine è nota.
(LINKIESTA, 17 dicembre 2025)
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Insieme contro l’antisemitismo
Incontro a Poggio Ubertini
Montespertoli (Firenze)
19-21 dicembre 2025
(G. Melchionda e V. Troisi, 16 dicembre 2025)
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Elimina l'esilio o l'esilio eliminerà te
Come i pogrom dei secoli passati, il massacro della prima notte di Hanukkah insegna una triste lezione: non c'è più futuro per gli ebrei in Australia, non in Gran Bretagna, e certamente non in Francia, Belgio o Canada. Nostri fratelli e sorelle nella diaspora, il vostro posto è qui, anche adesso.
di Dror Eydar *
Guardare con rabbia mentre gli assassini musulmani stavano sul ponte, sparando per lunghi e agonizzanti minuti a ebrei, bambini, donne e anziani che erano venuti a celebrare Hanukkah, senza alcuna risposta da parte delle forze di sicurezza australiane. Che vergogna, e che profanazione del nome di Dio.
Non è solo l'Australia che è cambiata; quasi tutto l'Occidente è cambiato. La civiltà occidentale viene lentamente conquistata dall'Islam, senza alcuna risposta da parte del mondo cristiano. La reazione più comune è la critica a Israele, come se ciò salvasse coloro che vengono invasi. Catturati nel mezzo, in questo scontro di civiltà, ci sono gli ebrei, ancora aggrappati alle corna d'altare degli stati democratici, sperando che qualcuno si svegli e torni in sé.
Non succederà. I governi progressisti sono prigionieri dei loro elettori musulmani e delle ricche organizzazioni musulmane, e li preferiscono al futuro dei propri paesi. Il governo del primo ministro Anthony Albanese farà una certa nozione di rumore e farà dichiarazioni stupide, ma per gli ebrei che sono stati assassinati, non importa più. Non c'è futuro per gli ebrei in Australia, non in Gran Bretagna, e certamente non in Francia, Belgio o Canada.
Il governo australiano non ha combattuto il terrorismo o l'antisemitismo; lo ha incoraggiato attraverso le sue azioni e dichiarazioni. Il governo di Canberra ha fatto poco quando le sinagoghe sono state bruciate, non ha arrestato nessuno quando, ai piedi della Sydney Opera House, una folla frenetica ha cantato "Gas the Jews". I musulmani che sventolano le bandiere di Hezbollah e Hamas, insieme a quelle di altre organizzazioni terroristiche, hanno manifestato liberamente. Il ministro degli Esteri australiano Penny Wong è stato apparentemente l'unico ministro a visitare Israele durante la guerra, ma non ha trovato il tempo di visitare il luogo del massacro.
Dov'era l'intelligence australiana? Dopo tutto, hanno espulso l'ambasciatore iraniano. Hanno monitorato l'incitamento nelle moschee o esaminato i conti bancari per il trasferimento di fondi per il terrorismo? I terroristi sapevano che questo era il posto più facile per effettuare attacchi. Quindi, non hanno fatto quasi nulla, eppure sapevano come accusare Israele di bugie, mettere bastoni fra le ruote della guerra al terrore e, soprattutto, il governo australiano è arrivato al punto di dichiarare il riconoscimento di uno stato terroristico palestinese. Cosa gli importa? Ora sta diventando uno stato di terrore all'interno dei propri confini.
Se abbandonare gli ebrei è il peccato, la punizione cadrà su tutta l'Australia. Gli ebrei sono la prova di una società. I pogrom contro di loro sono il preludio agli attacchi ad altre minoranze e, in definitiva, al crollo della società. Il primo ministro Albanese ha abbandonato gli ebrei australiani al loro destino. Lui non li proteggerà.
• Ti riposerai per una generazione solo per essere sradicato di nuovo
Circa 20 anni fa, ho visitato lo Zimbabwe, precedentemente Rhodesia. Solo pochi ebrei rimangono lì. Nei primi anni '80, quando il dittatore Robert Mugabe salì al potere, la maggior parte di loro fuggì in Australia. Gli ebrei arrivarono in Rhodesia alla fine del XIX secolo da Rodi. Coloro che non migrarono in Africa e rimasero a Rodi furono inviati ad Auschwitz durante la seconda guerra mondiale. Da dove vengono gli ebrei di Rodi? Dalla Sicilia, alla fine del XV secolo, dopo essere stati espulsi per ordine della corona spagnola insieme al resto dell'ebreo spagnolo.
E così, gli ebrei vagarono dalla Sicilia a Rodi, da lì alla Rhodesia, che divenne Zimbabwe, da cui fuggirono in Australia, riposando per una generazione o due, solo per essere sradicati di nuovo. E ora dove? Non è arrivato il momento di capire il verdetto della storia?
Cari ebrei, nostri fratelli e sorelle, cosa aspettate? Non hai futuro nella diaspora. Torna a casa. Fai Aliyah. Questo è il tuo posto.
* Ex ambasciatore di Israele in Italia
(Israel Hayom, 16 dicembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
DEUTERONOMIO
Capitolo 31
Ultime parole di Mosè. Giosuè successore di Mosè
- Mosè andò e rivolse ancora queste parole a tutto Israele. Disse loro: “Io ho centovent'anni; non posso più andare e venire, e l'Eterno mi ha detto: 'Tu non passerai questo Giordano'. L'Eterno, il tuo Dio, sarà colui che passerà davanti a te, che distruggerà davanti a te quelle nazioni, e tu possederai il loro paese; e Giosuè passerà davanti a te, come l'Eterno ha detto. E l'Eterno tratterà quelle nazioni come trattò Sicon e Og, re degli Amorei, che egli distrusse con il loro paese. L'Eterno le darà in vostro potere, e voi le tratterete secondo tutti gli ordini che vi ho dato. Siate forti e coraggiosi, non temeteli e non spaventatevi di loro, perché l'Eterno, il tuo Dio, è colui che cammina con te; egli non ti lascerà e non ti abbandonerà”.
- Poi Mosè chiamò Giosuè, e gli disse in presenza di tutto Israele: “Sii forte e coraggioso, perché tu entrerai con questo popolo nel paese che l'Eterno giurò ai loro padri di dare loro, e tu sarai colui che gliene darà il possesso. L'Eterno cammina egli stesso davanti a te; egli sarà con te; non ti lascerà e non ti abbandonerà; non temere e non perderti d'animo”.
Mosè scrive la legge, e ordina che sia letta ogni sette anni
- Mosè scrisse questa legge e la diede ai sacerdoti figli di Levi che portano l'arca del patto dell'Eterno, e a tutti gli anziani d'Israele. Mosè diede loro quest'ordine: “Alla fine di ogni sette anni, al tempo dell'anno della remissione, alla festa delle Capanne, quando tutto Israele verrà a presentarsi davanti all'Eterno, al tuo Dio, nel luogo che egli avrà scelto, leggerai questa legge davanti a tutto Israele, in modo che egli la oda. Radunerai il popolo, uomini, donne, bambini, con lo straniero che sarà nella tua città, affinché odano, imparino a temere l'Eterno, il vostro Dio, e abbiano cura di mettere in pratica tutte le parole di questa legge. E i loro figli, che non ne avranno ancora avuto conoscenza, lo udranno e impareranno a temere l'Eterno, il vostro Dio, tutto il tempo che vivrete nel paese del quale voi andate a prendere possesso, passando il Giordano”.
Violazione futura del patto
- L'Eterno disse a Mosè: “Ecco, il giorno della tua morte si avvicina; chiama Giosuè, e presentatevi nella tenda di convegno perché io gli dia i miei ordini”. Mosè e Giosuè dunque andarono e si presentarono nella tenda di convegno. L'Eterno apparve, nella tenda, in una colonna di nuvola; e la colonna di nuvola si fermò all'ingresso della tenda. E l'Eterno disse a Mosè: “Ecco, tu stai per addormentarti con i tuoi padri; e questo popolo si alzerà e si prostituirà, andando dietro agli dèi stranieri del paese nel quale va a stare; e mi abbandonerà e violerà il mio patto che io ho stabilito con lui. In quel giorno, l'ira mia si infiammerà contro di lui; e io li abbandonerò, nasconderò loro la mia faccia e saranno divorati, e cadranno loro addosso molti mali e molte angosce; perciò in quel giorno diranno: 'Questi mali non ci sono forse caduti addosso perché il nostro Dio non è in mezzo a noi?'. E io, in quel giorno, nasconderò del tutto la mia faccia a causa di tutto il male che avranno fatto, rivolgendosi ad altri dèi. Scrivetevi dunque questo cantico, e insegnatelo ai figli d'Israele; mettetelo loro in bocca, affinché questo cantico mi serva di testimonianza contro i figli d'Israele. Quando li avrò introdotti nel paese che promisi ai loro padri con giuramento, paese dove scorre il latte e il miele, ed essi avranno mangiato, si saranno saziati e ingrassati, e si saranno rivolti ad altri dèi per servirli, e avranno disprezzato me e violato il mio patto, e quando molti mali e molte angosce gli saranno piombati addosso, allora questo cantico alzerà la sua voce contro di loro, come una testimonianza; poiché esso non sarà dimenticato, e rimarrà sulle labbra dei loro posteri; poiché io conosco quali siano i pensieri che essi concepiscono, anche ora, prima che io li abbia introdotti nel paese che giurai di dare loro”. Così Mosè scrisse quel giorno questo cantico e lo insegnò ai figli d'Israele. Poi l'Eterno diede i suoi ordini a Giosuè, figlio di Nun, e gli disse: “Sii forte e coraggioso, poiché tu sei colui che introdurrà i figli d'Israele nel paese che giurai di dare loro; e io sarò con te”. E quando Mosè ebbe finito di scrivere in un libro tutte quante le parole di questa legge, diede quest'ordine ai Leviti che portavano l'arca del patto dell'Eterno: “Prendete questo libro della legge e mettetelo accanto all'arca del patto dell'Eterno, che è il vostro Dio; e là rimanga come testimonianza contro di te; perché io conosco il tuo spirito ribelle e la durezza del tuo collo. Ecco, oggi, mentre sono ancora vivente tra voi, siete stati ribelli contro l'Eterno; quanto più lo sarete dopo la mia morte! Radunate presso di me tutti gli anziani delle vostre tribù e i vostri ufficiali; io farò udire loro queste parole e prenderò come testimoni contro di loro il cielo e la terra. Poiché io so che, dopo la mia morte, voi certamente vi corromperete e lascerete la via che vi ho prescritto; e nei giorni che verranno la sventura vi colpirà, perché avrete fatto ciò che è male agli occhi dell'Eterno, provocandolo a indignazione con l'opera delle vostre mani”. Mosè dunque pronunciò dal principio alla fine le parole di questo cantico, in presenza di tutta la comunità d'Israele.
(Notizie su Israele, 16 dicembre 2025)
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Roma, la luce della Channukià in piazza Barberini: tra festa e commozione per la strage a Sydney
di Michelle Zarfati
A piazza Barberini, nel cuore della Capitale, domenica si è rinnovata la tradizionale accensione della Channukià, organizzata dal movimento internazionale Chabad-Lubavitch. L’evento, giunto alla sua XXXVII edizione, ha visto la partecipazione di cittadini ed esponenti delle associazioni nel segno della luce contro l’oscurità. Un momento importante per la Comunità romana, specialmente dopo la strage avvenuta lo stesso giorno a Sydney, in Australia, durante una celebrazione di Channukà, in cui decine di persone sono state uccise in un attentato definito terroristico dalle autorità locali. Le misure di sicurezza a Roma sono state rafforzate sin dalle prime ore del pomeriggio: presidio delle forze dell’ordine e controlli attorno ai principali luoghi frequentati dalla comunità ebraica, dell’ex Ghetto fino alla stessa piazza Barberini, secondo quanto riferito dalla Prefettura. Il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, intervenuto alla cerimonia, ha espresso innanzitutto vicinanza alle vittime australiane e alle loro famiglie. “È molto triste oggi festeggiare con le notizie terribili di questo attentato che ha ucciso persone con una chiara matrice antisemita. Esprimiamo la nostra solidarietà a chi soffre e alla nostra comunità ebraica romana” ha detto, sottolineando come eventi di odio non possano oscurare “i valori della convivenza” e l’accoglienza nella città. Victor Fadlun, Presidente della Comunità Ebraica di Roma, ha ricordato le vittime con parole di fermezza e speranza: “Non ci toglieranno mai speranza e luce, una luce di pace e rispetto reciproco”. Anche Noemi Di Segni, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha affermato che “la risposta alla follia dell’odio deve essere la continuità della vita ebraica, con l’impegno a non piegarsi di fronte alle minacce”. Dal palco è arrivato anche un messaggio di fratellanza più ampio: mentre le fonti ufficiali australiane definiscono chiaro il movente antisemita del massacro a Bondi Beach, e le reazioni globali puntano a intensificare la sicurezza per gli eventi di Channukà in tutto il mondo, la Capitale ha voluto trasformare la festa delle luci in un simbolo di resistenza spirituale e civica. La cerimonia di piazza Barberini è proseguita con l’accensione delle luci, canti e momenti di preghiera, scandendo il significato profondo della festa: la luce come segno di speranza, unità e continuità. In una piazza che brilla nonostante il dolore per gli avvenimenti internazionali, la comunità ha voluto sottolineare che la festività di Channukà non è solo un rito religioso, ma anche un messaggio di pace contro ogni forma di violenza e discriminazione.
(Shalom, 16 dicembre 2025)
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Abu Mazen ad Atreju a fianco della Meloni. Intanto l’antisemitismo dilaga
di Giovanni Giacalone
La presenza del leader dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas “Abu Mazen” ad Atreju a fianco della premier Giorgia Meloni desta non poche perplessità in un momento in cui c’è invece bisogno di una chiarezza pragmatica che vada al di là delle semplici dichiarazioni e le espressioni di solidarietà; chiarezza sulle posizioni da tenere sia per quanto riguarda la questione del terrorismo palestinese che ha oramai preso una dimensione globale e sia sul dilagare dell’antisemitismo, un fenomeno che va di pari passo con il primo. L’ultimo massacro, quello di domenica 14 dicembre a Sydney ne è del resto l’ennesima drammatica dimostrazione pratica.
Certo, in molti affermano: “Abu Mazen è contro Hamas e ha condannato l’eccidio del 7 ottobre”. Chi non è però molto addentro alla questione certe cose non le sa o non le ricorda, mettendo da parte chi ha invece la memoria corta. E allora ci pensiamo noi a rinfrescare le idee.
Premesso che, come evidenziato anche dal Pinsker Centre, Abu Mazen ci mise cinque giorni a condannare l’eccidio del 7 ottobre limitandosi a un: “Rifiutiamo le pratiche di uccisione o di abuso di civili da entrambe le parti”, ma focalizziamoci su un altro aspetto, quello dell’antisemitismo.
Nell’agosto 2023, durante un discorso al Consiglio Rivoluzionario di Fatah, Abbas affermò che Hitler uccise gli ebrei a causa del loro “ruolo sociale” di usurai, piuttosto che per antisemitismo:
“Dicono che Hitler uccise gli ebrei perché erano ebrei e che l’Europa odiava gli ebrei perché erano ebrei. No. È stato spiegato chiaramente che li combattevano per il loro ruolo sociale e non per la loro religione“.
Abu Mazen aveva poi chiarito che si riferiva a “usura, denaro e così via”.
Il leader dell’ANP aveva poi affermato che gli ebrei ashkenaziti sarebbero discendenti dei Cazari, una tribù nomade turca convertitasi all’ebraismo durante il periodo medievale, teoria ampiamente screditata.
Le sue affermazioni erano state duramente condannate da Stati Uniti, Unione Europea, Francia e Germania mentre il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, aveva immediatamente revocato ad Abbas la Medaglia della Città di Parigi.
Una dura condanna era arrivata anche da parte dell’inviata speciale degli Stati Uniti per la lotta all’antisemitismo, Deborah Lipstadt:
“Il discorso ha diffamato il popolo ebraico, distorto l’Olocausto e travisato il tragico esodo degli ebrei dai paesi arabi. Condanno queste dichiarazioni e chiedo scuse immediate”.
Questo episodio si è verificato appena due anni fa e un paio di mesi prima dell’eccidio del 7 ottobre; non parliamo dunque di decenni. Ci sarebbero poi altri casi per quanto riguarda le affermazioni antisemite di Abu Mazen, come ad esempio la denuncia del 2018 avanzata dall’International Holocaust Remembrance Alliance e quella di Yad Vashem.
Le idee di Abu Mazen sugli ebrei sono ben note ed è difficile non esserne al corrente se si ricoprono certi ruoli politici.
Sorge spontaneo chiedersi perché Abu Mazen sia stato invitato ad Atreju. Certo, è vero che all’evento era presente anche Rom Braslavski, l’ex ostaggio israeliano rilasciato da Hamas lo scorso ottobre in seguito all’implementazione della prima fase del piano di pace voluto dal presidente americano Donald Trump. Una presenza, quella di Rom, che rappresenta un elemento positivo ma non se fatta per compensare la presenza di Abu Mazen, è assolutamente priva di logica in quanto si sarebbe eventualmente dovuto chiamare un rappresentante diplomatico israeliano.
Inoltre, nonostante non si abbiano dubbi sulla genuinità dell’invito, qualche malpensante potrebbe addirittura arrivare ad affermare che la presenza di Rom sia stata strumentalizzata per controbilanciare l’invito del leader dell’ANP evitando però di esporsi con rappresentanze ufficiali israeliane e dunque rendendo più difficili potenziali accuse politiche da parte di chi è contro Israele, sia da sinistra dove il sentimento dilaga, ma anche tra quegli elettori di destra che non amano affatto lo Stato ebraico.
Perché cacciarsi in un pasticcio del genere? La risposta potrebbe essere nella seguente dichiarazione fatta dalla Meloni nei confronti di Abu Mazen:
“La sua presenza fa giustizia delle falsità degli ultimi due anni contro il governo”.
Quali falsità? Plausibilmente la premier italiana fa riferimento alle accuse di “complicità” in un inesistente “genocidio” avanzate da sinistra, estrema sinistra, islamisti radicali filo-Hamas e pro-Pal. Vista però l’origine e il poco spessore di tali accuse, che senso ha volere dimostrare qualcosa di inesistente? C’era bisogno della presenza di Abu Mazen?
C’è poi la scritta sullo sfondo del palco di Atreju: “Mahmud Abbas (Presidente della Palestina). Quale “Palestina” ?
Abu Mazen è presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, non della “Palestina”. Lo stato di Palestina non esiste. Non a caso il governo Meloni ha più volte ribadito tramite il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che non si può riconoscere uno stato palestinese perché prima si deve costruire, poi eventualmente lo si riconosce. Tajani aveva anche affermato che riconoscere prematuramente uno stato palestinese sarebbe un messaggio negativo per la pace in quanto contro Israele.
Nel frattempo qualcosa è cambiato? Se così non è, allora che senso ha quella scritta?
L’impressione è che la Meloni si stia sbracciando per mostrarsi al fianco dei palestinesi e c’è da chiedersi il perché. Per non perdere i voti degli elettori di destra anti-Israele? Per timore di ripercussioni sulla pubblica sicurezza? In effetti la risposta del governo al dilagare dell’estremismo pro-Pal è risultato fino adesso quanto meno blanda.
Basti pensare che due soggetti sanzionati dagli Stati Uniti, ovvero Mohammad Hannoun e Francesca Albanese, il primo indicato da Washington come “collettore di Hamas in Italia” e la seconda come “antisemita” e “sostenitrice del terrorismo” (recentemente finita al centro di uno scandalo per una sua presenza a un evento assieme a alti funzionari di Hamas e Jihad Islamica), sono ampiamente attivi in territorio italiano nonostante le continue segnalazioni.
Nel frattempo l’antisemitismo in Italia dilaga con continue aggressioni, intimidazioni ed atti vandalici al punto che l’Osservatorio Antisemitismo CDEC è arrivato a registrare quasi un migliaio di casi segnalati per mese. Nel 2024, lo stesso ente ha ricevuto 877 denunce di episodi antisemiti in Italia, rispetto alle 454 del 2023 e alle 241 del 2022.
Le leggi di contrasto all’antisemitismo tardano ad arrivare e nel contempo la propaganda di odio diffusa da esponenti islamisti e dai pro-Pal si espande a macchia d’olio. L’ultima cosa da fare era quindi invitare Abu Mazen.
Come ha giustamente dichiarato il presidente della Comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun:” C’è un clima di odio antiebraico coltivato dal mondo ProPal che sfocia in eventi drammatici”.
E’ stato detto all’inizio e lo ripetiamo: da parte del governo serve una chiarezza pragmatica, operativa, che vada ben oltre le semplici dichiarazioni perché, senza le necessarie misure, restano parole campate per aria a fronte del rischio di un evento drammatico come quello di Sydeny.
(L'informale, 16 dicembre 2025)
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“La sua presenza fa giustizia delle falsità degli ultimi due anni contro il governo”. Una frase come questa conferma che la Presidente Giorgia Meloni non ha una seria conoscenza personale della questione israeliana. Collegare in questo modo il dramma israeliano alle schermaglie della politica interna italiana è puerile. Il guaio per Israele e per gli ebrei è che più di questo da un governo italiano probabilmente non riusciranno a ottenere. Per avere una conferma si può leggere l'articolo che segue. M.C.
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